Postfazione di Gore Vidal a «L’età dell’oro»

13-12-2017  •   Il blog di Stoner
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A coloro che erroneamente credono che la storia sia una registrazione di fatti realmente accaduti e che il romanzo sia invenzione (talvolta può essere esattamente al contrario), questo romanzo “storico” sembrerà una contraddizione, più sulla scorta dei celebri «fatti veri» di Thomas Jefferson. Eppure penso che sia onesto chiedere a un qualunque scrittore: «Cosa hai inventato e cosa hai preso da fonti storiche accreditate?». Nell’Età dell’oro mi sono trovato in una posizione insolita. Ho vissuto in quel periodo. Ero alla convention che diede la candidatura a Willkie. Ho conosciuto buona parte dei personaggi storici di cui parlo. Da persona cresciuta nella città della politica, Washington, sono anche stato un attento ascoltatore delle molte voci che suonavano e risuonavano nella galleria dei sussurri. In seguito, da adulto, ho ascoltato alcuni dei protagonisti sullo sfondo di altri ambienti. L’aria della gelosia di Eleanor Roosevelt non riproduce testualmente quello che mi disse nei primi anni Sessanta a Hyde Park, ma ho l’impressione che il mio ricordo di quello che mi disse sia molto più vicino alle sue vere parole che, mettiamo, la ricostruzione di un discorso di Pericle ad opera di uno scrittore grandissimo, anche se di parte, come Tucidide. Le vite dei personaggi inventati, come Caroline, Blaise e Peter Sanford, si incrociano con quelle delle persone “reali” come Roosevelt e Hopkins. Quello che le persone vere dicono e fanno è essenzialmente quello che le fonti dicono che hanno detto e fatto, mentre i personaggi inventati hanno la libertà di speculare sopra i moventi, un territorio pericoloso per gli storici.
Mi rendo conto che in queste narrazioni della storia americana, negli anni, ho infranto un gran numero di tabù. Per esempio, in Lincoln (1984), Abramo Lincoln dice a William Herndon, il suo socio legale, dove e con chi aveva contratto la sifilide. Visto che io uso le parole che ha usato lo stesso Herndon, pensavo che tutto questo fosse molto pertinente, dato che a quei tempi il mercurio era la “cura” per la sifilide e che la successiva depressione di Lincoln e le sue incerte condizioni di salute forse derivavano da un avvelenamento da mercurio. Sfortunatamente, la brigata Lincoln delle università si è offesa perché ho raccontato questa «storia col verme». A quanto pare, nessun grande americano può mai prendersi una malattia venerea o tradire la moglie e così via. È stato allora che ho capito quanti sfacciati inventori di storie abitino fra gli accademici devoti di Clio.
Nella galleria dei sussurri era ben noto che FDR aveva provocato i giapponesi costringendoli ad attaccarci. In effetti Charles A. Beard, il nostro storico eminente, se ne è occupato già nel 1948 nel libro President Roosevelt and the Coming of War. Inutile dire che gli apologeti dell’impero hanno cercato di cancellarlo per cinquant’anni. Ma lui è indelebile. Infine, Roosevelt sapeva che questo inevitabile primo attacco sarebbe stato sferrato a Pearl Harbor invece che, mettiamo, a Manila? È una questione che lascio aperta.
Negli anni sono stato pubblicamente redarguito da una personalità del calibro di Dumas Malone perché, visto che nessun gentleman, nel Sud, prima della guerra civile, sarebbe mai andato a letto con una schiava e Thomas Jefferson era un grande gentiluomo, non avrebbe potuto avere figli dalla sua schiava Sally Hemings. Dunque una panzana nazionale è solidamente basata su un falso sillogismo. Quello che ho scritto della storia tra Jefferson e la Hemings (Burr, 1973) è stato oggi dimostrato attraverso il test del DNA. Il più recente biografo accademico di Burr ritiene fondata la mia intuizione riguardo a ciò che Hamilton aveva detto su Aaron Burr e che aveva portato al duello fatale. Ma smettiamola di vantarci dicendo: ve l’avevo detto. Il vero problema, qui, è perché così tanti storici americani diventano così sfrenatamente antistorici, quando si pone un’icona nazionale sotto una luce severa.
Il presidente Eisenhower ha forse risolto questo mistero quando ci ha messo in guardia contro il legame fra esercito e industria. Eisenhower ammetteva che le armi moderne erano enormemente costose e poi faceva allusione, in modo inaspettato, all’influenza di quel binomio sulle università, che una volta erano «la sorgente delle idee libere e delle scoperte scientifiche». Le cose sono cambiate, segnalava. «A causa degli enormi costi, un contratto col governo diventa virtualmente un sostituto della curiosità intellettuale… La prospettiva di un dominio sugli studiosi della nazione mediante un impiego federale, l’assegnazione dei progetti e il potere del denaro, è sempre presente e deve essere tenuta in serissima considerazione». Così è, o almeno era fino a poco tempo fa.
Le grandi somme che il governo spende in ricerca e sviluppo nei dipartimenti scientifici, non possono fare a meno di influenzare anche i fragili studi umanistici. Di qui, le continue revisioni della nostra storia e gli odi inevitabili che spesso si attira chi dice la verità. Non credo che il buon professore Dumas Malone agisse come spia per il suo paese quando scriveva la sua vita di Jefferson, ma so che gli operativi “intellettuali” della CIA dei suoi tempi amavano parlare del loro indaffaratissimo edificio a Langley in Virginia come del “ministero della Cultura”, da cui avevano fondato riviste letterarie come «Encounter» in Europa, avevano finanziato la cultura patria e perfino realizzato film a Hollywood come La fattoria degli animali per demonizzare il nostro nemico, che si è ripiegato piuttosto miseramente su se stesso nel 1990, lasciando i nostri propagandisti così a corto di argomenti che ora si leggono, tra i giovani accademici, furtivi segnali di un recupero degli storici realisti, anti-ideologhi come Richard Hofstadter e William Appleman Williams. Se abbiamo fortuna, forse è vicina un’età dell’oro degli storici, che renda liberi i romanzieri di tornare ai veri grandi temi: parlare ad esempio di come un uomo sensibile e buono per natura sia stato ingiustamente accusato di scorrettezza politica e non sia quindi riuscito a ottenere una cattedra ad Ann Arbor, mentre sua moglie lo ha lasciato per un altro… Davanti a noi c’è la terra di Shakespeare!