Prefazione di Christian Salmon a "La politica nell’era dello storytelling"

25-11-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo la prefazione dell’autore Christian Salmon al suo nuovo saggio: La politica nell’era dello storytelling, il ritratto collettivo di una nuova generazione di politici: “prodotti” dotati di una forte identità di marca che raccontano una storia in grado di nutrire la famelica agenda dei media.

 

Sono molto felice di presentare al lettore italiano questa “cerimonia cannibale” (tale è il titolo dell’edizione originale francese, La cérémonie cannibale. De la performance politiche), pubblicata dalla stessa casa editrice che ha già accolto il mio precedente libro, Storytelling. La fabbrica delle storie.
Il lettore italiano vi riconoscerà senza difficoltà alcuni recenti episodi della vita politica del Bel Paese, con quell’eroe della commedia mediatica che è Matteo Renzi.
In questo libro tratteggio il ritratto collettivo di una nuova generazione di politici che, al di là delle affiliazioni partitiche, riunisce come in un’unica foto di famiglia capi di Stato come Bill Clinton, George W. Bush, Tony Blair, Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, José Luis Zapatero, e di cui Manuel Valls in Francia e Matteo Renzi in Italia sono gli ultimi avatar. Questi uomini di Stato sono “prodotti” politici dotati di una forte identità di marca e raccontano una storia in grado di nutrire la famelica agenda dei media. Inviano dei segnali all’opinione pubblica. Dei segnali d’ottimismo in piena crisi di fiducia, dei segnali di volontarismo mentre ci troviamo in una situazione di perdita della sovranità, dei segnali di serietà e di rigore all’indirizzo dei mercati. Ciò che questi uomini di Stato di nuova generazione hanno in comune è proprio l’essere il prodotto di un paradosso: sono chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale.
La perdita di sovranità dello Stato provocata dalla globalizzazione neoliberista s’accompagna da trent’anni a una sovraesposizione mediatica che confina con la divorazione. L’una si nutre dell’altra. Sembrerebbe proprio che la perdita di sovranità degli Stati abbia bisogno di capi di Stato privati della loro credibilità. La politica così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli è arrivata al capolinea. L’homo politicus è ancora attaccato allo Stato ma la sovranità statale fugge dappertutto. La globalizzazione l’ha privato dei suoi poteri e dei suoi attributi. Il racconto dei media lo descrive come assoggettato a desideri tirannici. I potenti non hanno più le sembianze dei sovrani ma quelle di soggetti di conversazione, personaggi di serie TV sui quali proiettiamo i nostri desideri contraddittori. La presidenza è diventata un puro oggetto fantasma, il teatro della sovranità perduta. E, paradossalmente, è questa demistificazione radicale che ci affascina, che fa spettacolo…
La mediasfera, con i suoi talk show e i suoi social network, i suoi editoriali e le sue breaking news, la sua drammaturgia, il suo ritmo 24/7, i suoi commentatori, i suoi portavoce, i suoi leader di opinione e i suoi community manager, costituisce il teatro della sovranità perduta. Gli uomini dello Stato ‘insovrano’ vi sono convocati non più con la maestà dei sovrani di un tempo, ma come impostori esposti al pubblico ludibrio. Sono costantemente sottoposti a un processo di verifica e a un obbligo di performance. L’insovranità si manifesta fin nelle vicende della loro vita intima… Ciò che li minaccia, ormai, non è più solo l’impopolarità o la perdita del potere, ma il burn out professionale, l’esaurimento, il male di quelli che hanno spremuto fino all’ultima delle proprie possibilità… L’homo politicus che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli è destinato a scomparire. Cerca la sua strada altrove, alla cieca, in quella zona grigia dove la politica perde i suoi diritti. L’esercizio del potere politico è circondato da sospetti; circostanza che conferisce alla scena politica il suo carattere di farsa felliniana, di commedia degli errori. In realtà, ‘il re è nudo’, e si vede.
A rischio di smentire la mia reputazione di detrattore delle storie e di nemico giurato dello storytelling nella comunicazione politica, voglio presentare il mio libro al lettore italiano attraverso una favola, una favola nota in tutto il mondo.
Il celebre racconto di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore non smette di narrare a generazioni di bambini le trappole e i misteri della sovranità. Ma quello che, due secoli fa, aveva valore di avvertimento, è diventato ormai una semplice constatazione. ‘Il re è nudo’, si sente dire sempre più spesso. La metafora di Andersen rischiara ormai la scena della sovranità perduta. Ricordiamo semplicemente che nella storia si parla di un imperatore che amava i bei abiti al punto da cambiarsi ogni ora. Informati di questa mania, due furfanti cercano di trarne profitto. Si presentano a corte e propongono all’imperatore di tessere per lui una stoffa magica, intrecciata con fili d’oro, che ha la stupefacente proprietà di risultare invisibile a tutti quelli che non possiedono le doti morali richieste dalla loro funzione. Una stoffa ‘smart’ ante litteram, in qualche modo capace di captare e analizzare un segnale e di rispondere in modo adeguato. Il re ordina subito un nuovo abito fatto con questa stoffa. Questo fashion addicted aveva per una volta una scusa: tali preziose vesti gli avrebbero consentito di distinguere i collaboratori intelligenti da quelli imbecilli. I due furfanti fanno portare due telai e si mettono a lavoro tenendo per sé la seta della miglior qualità e l’oro richiesti per gli abiti. Impaziente, l’imperatore chiede a diversi suoi ministri di andare a controllare e di tenerlo informato sullo stato di avanzamento del lavoro. Uno dopo l’altro questi constatano che non c’è proprio nessuna stoffa ma, temendo di passare per degli idioti, si guardano bene dall’ammetterlo. A sua volta anche l’imperatore fa la stessa esperienza, e anche lui preferisce estasiarsi davanti alla stoffa invisibile piuttosto che fare la figura dell’imbecille. Arriva il momento di prepararsi per una cerimonia. L’imperatore non riesce a sottrarsi e deve indossare lo splendido abito. I due imbroglioni lo aiutano a vestirsi vantandogli la qualità e la bellezza della stoffa, di una leggerezza tale da essere a malapena percepibile sulla pelle. Così svestito, l’imperatore si mette alla testa di una processione seguito dai suoi ciambellani, che fingono di reggere lo strascico del suo mantello. La leggenda dell’abito magico l’aveva preceduto nel regno. Così quando si presenta senza veli davanti ai suoi sudditi nessuno osa affermare che è nudo. La mistificazione continua a funzionare perché tutti temono di passare per sciocchi, fin quando un bambino, all’oscuro del sotterfugio, rompe il sortilegio gridando: «Ma il re è nudo!». La terribile evidenza si diffonde così tra la folla e ciascuno ripete mormorando le parole del bambino al proprio vicino. A poco a poco tutti si arrendono all’evidenza: il re è proprio nudo mentre continua a sfilare davanti ai suoi sudditi nella più umile delle tenute.
I vestiti nuovi dell’imperatore prende un nuovo senso nell’era del declino della sovranità statale. Al centro del racconto c’è un re più preoccupato della sua immagine che degli affari di Stato. Poco accorto, affida a due imbroglioni la gestione della sua immagine, un po’ come un capo di Stato che oggi fa appello agli esperti di comunicazione. Gli imbroglioni di Andersen, come gli spin doctors dei nostri giorni, sono convinti che solo la percezione conti e che abbiano il potere di influenzarla grazie al filo d’oro degli elementi discorsivi, al tessuto delle storie e alla seta dei sondaggi. Il re è nudo ma gli abiti falsi dello storytelling lo rendono degno di ammirazione e gli consentono di smascherare gli ‘imbecilli’ che non credono al potere della comunicazione.
L’imperatore di Andersen è un magnifico ritratto dei nostri capi di Stato indeboliti. Spogliati del potere di agire, che è scivolato dalle loro mani in quelle delle multinazionali e dei mercati finanziari, la loro autorità è appesa al fragile filo della credenza collettiva. A essere eletto non è tanto chi riesce a convincere della propria capacità di agire, ma del suo potere illusionistico. ‘Yes we can’. ‘Insieme tutto è possibile’. ‘Il cambiamento è adesso’.
Nel suo ultimo romanzo, La festa dell’insignificanza, Kundera individua nell’ombelico nudo un segno dei tempi alla soglia del nuovo millennio.
È il totem di un’umanità che ha fatto dell’ombelico l’icona di un’identità chiusa su sé stessa, l’ombelico nudo delle ragazze che la moda ha deciso di mettere in vista, agli inizi degli anni Duemila, tra i pantaloni a vita bassa e le T-shirt corte. Si diffonde nelle vie in milioni di esemplari come una performance collettiva, una dichiarazione d’indipendenza degli ombelichi, la festa dei numerosi, innumerevoli ombelichi.
«La moda dell’ombelico ha inaugurato il nuovo millennio!».
Così da Hans Christian Andersen a Milan Kundera la metafora della nudità disegna un arco nel cielo d’Europa. Corre sui due secoli che hanno fatto dell’Europa la terra d’elezione della sovranità, sovranità politica e sovranità del politico. Questa esperienza giunge al termine nella sfilata degli ombelichi…
«Il re è nudo», avvertiva Andersen nell’Ottocento e Kundera gli fa eco due secoli dopo, «solo la nudità regna».
«In questa nostra epoca tardo-occidentale», confidava Kundera in un’intervista pubblicata su «Libération» agli inizi degli anni Ottanta, prima che decidesse di non concederne più, «tutte le grandi avventure europee mi sembrano incappare nella trappola di un paradosso terminale che si richiude su di esse. I tempi moderni sono nati all’insegna di un’idea ottimista secondo la quale l’uomo (grazie alla scienza e alla tecnica) sarebbe diventato signore della natura e del pianeta. Dopo due secoli di rivoluzione tecnologica, le sorti del pianeta sono completamente sfuggite di mano all’uomo, che non è più nemmeno padrone della propria sopravvivenza. Un altro esempio: divisa in diverse civiltà, l’umanità ha coltivato a lungo il sogno poetico di una futura unione, dell’unità della sua storia comune; oggi il mondo è effettivamente unito dalla stessa storia, ma questa ha il carattere di una guerra ambulante e permanente. L’unità del pianeta significa: nessuno può scappare da nessuna parte». Il mondo aperto dell’epoca moderna che si offriva come un territorio da scoprire e da esplorare è diventato una trappola chiamata “globalizzazione”.
Il mondo è irrimediabilmente caduto nel ‘post’: è post-europeo, post-individualista, post-ironico, post-esotico, post-progressista… Il momento «post-europeo» Kundera lo dipingeva come un crepuscolo, che tocca non solo i valori ma il senso di ogni esperienza e di ogni azione, e in primo luogo dell’azione politica di cui il XX secolo sarebbe stato la tomba. Il mondo smette di essere un oggetto da scoprire. Privato a un tempo di orizzonte e di intimità, si trasforma in una trappola. La triplice alleanza della rivoluzione, dell’amore e della poesia che ha ispirato l’Europa per due secoli si trova denunciata come illusione lirica; il poeta regna con il boia, gli amori sono diventati risibili, il lirismo è smascherato come l’anticamera della tirannia.
«Abbiamo capito da tempo che non era più possibile far cambiare rotta a questo mondo, né rimodellarlo, né fermare la sua infelice corsa in avanti».
Nella Festa dell’insignificanza la trappola si richiude: l’avventura del soggetto signore e padrone della natura termina nelle vie di Parigi con il balletto anonimo degli ombelichi. Il paradosso terminale all’opera nelle società che venivano definite «totalitarie», vale ormai anche nelle nostre società che potremmo definire «società dell’illusione lirica costante». In trent’anni, il nostro mondo è diventato diabolicamente ‘kunderiano’.
In nessun altro luogo se non in Occidente l’«illusione lirica» ha potuto prosperare in tutta impunità e persino essere portata all’incandescenza in due occasioni storiche: 1968 e 1989.
Ognuno può avere le proprie idee su queste illusioni liriche: alcuni vi riconoscono la propria fobia, altri gli affibbiano i tratti ideologici del proprio avversario. Non mancano argomenti né a destra né a sinistra per smascherare le illusioni liriche della parte avversa. Perché quello che le caratterizza è proprio il loro essere accettate da tutti, il beneficare di una sorta di evidenza condivisa, il loro essere immediatamente mediatiche…
Il poeta che regnava con il boia è ormai l’alleato del pubblicitario, fa soldi in un’agenzia di comunicazione. Il marketing fa la guerra e strega la comunicazione della crisi. La miseria, la guerra, le epidemie, l’inquinamento sono più belli al sole dello storytelling. Il mondo è stato dichiarato privo di frontiere ma al loro posto sono sorti dappertutto muri di separazione. Abbiamo libertà di movimento, di parola, ma siamo incatenati alle nostre connessioni, guidati non più dagli altoparlanti dei regimi totalitari ma a mezza voce dalla musica degli iPod. Gli smartphone ci legano l’un l’altro meglio delle parate collettive e le ingiunzioni della moda hanno rimpiazzato le circolari di partito…
«Come sfuggire a un paradosso terminale?», si domandava Kundera negli anni Ottanta. La sua risposta è ancora valida per le nostre società dominate dall’ipercomunicazione che captano e divorano le attenzioni e i desideri: «Il senso del paradosso terminale può essere riassunto così: Dio ci punisce esaudendo i nostri desideri. Dobbiamo allora pregare Dio affinché non ci ascolti».

CHRISTIAN SALMON
Parigi, 3 settembre 2014