Prefazione a «Uomo e donna» di Wilkie Collins

31-10-2017  •   Il blog di Stoner
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La storia che viene qui presentata al lettore si differenzia dalle precedenti del medesimo autore per un aspetto. In questo caso la narrazione è basata sui fatti e aspira a contribuire, come può, a sollecitare la riforma di certi abusi la cui esistenza in mezzo a noi è stata troppo a lungo tollerata senza mai porvi freno.
Che le leggi sul matrimonio attualmente in vigore nel Regno Unito siano a dir poco scandalose è un fatto assodato. Il rapporto della Regia Commissione incaricata di esaminare il loro funzionamento ha fornito le solide basi su cui ho costruito il libro. Il lettore troverà in Appendice i necessari rimandi a questo rapporto, tali da convincerlo che non lo sto portando fuori strada. Devo solo aggiungere che, mentre scrivo queste righe, il parlamento si sta attivando per rimediare ai crudeli abusi che sono qui esposti nella storia di Hester Dethridge. Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni. Oltre a questo, il potere legislativo non ha fatto altri tentativi, che io sappia, per emendare le degenerazioni esistenti nelle leggi sul matrimonio in Gran Bretagna e Irlanda. I regi commissari hanno invocato l’intervento dello Stato, a chiare lettere, ma senza mai ottenere risposta in parlamento.
Riguardo all’altra questione sociale che ha trovato spazio in queste pagine, quella dell’influenza dell’attuale infatuazione collettiva per l’uso dei muscoli sulla salute fisica e morale della nuova generazione di inglesi, non mi nascondo di camminare su un terreno delicato e che certe persone si risentiranno per ciò che ho scritto al riguardo.
Sebbene io non abbia, in questo caso, la possibilità di ricorrere a una Regia Commissione, sostengo comunque di essermi basato su fatti concreti e verificabili. È un fatto che le opinioni espresse in questo libro sulle conseguenze della nostra recente mania per il potenziamento muscolare sono le stesse dei medici in generale, primo fra tutti l’eminente esperto Mr Skey. E (se quella medica è una prova discutibile in quanto basata sulla sola teoria) è un fatto che l’opinione dei dottori è confermata dall’esperienza di innumerevoli padri in Inghilterra, che ne hanno visto le conseguenze sui loro figli. Quest’ultima espressione della “eccentricità britannica” ha già mietuto le sue vittime, vittime le cui vite sono distrutte per sempre.
Quanto alle conseguenze in ambito morale, posso sbagliarmi o meno nel vedere una connessione tra lo sfrenato sviluppo delle attività fisiche e il diffondersi di una certa rozzezza e brutalità in alcune classi della popolazione inglese. Ma si può forse negare che questa rozzezza e questa brutalità esistano? E che abbiano assunto proporzioni straordinarie negli ultimi anni? La violenza e l’ingiuria sono divenute per noi così vergognosamente familiari che le consideriamo un ingrediente necessario nel nostro sistema sociale, e riconosciamo ai nostri selvaggi di essere una parte rappresentativa della popolazione classificandoli con il nome, appositamente coniato, di “Roughs”, teppisti. Centinaia di altri scrittori hanno già attirato l’attenzione del pubblico sul sudicio teppistello vestito di fustagno. Se lo scrivente si fosse confinato entro quegli stessi limiti, avrebbe avuto con sé tutti i suoi lettori. Ma è tanto audace da volgere l’attenzione al lindo teppista vestito di popeline, e deve difendersi da quei lettori che non hanno notato quest’altra specie o che, pur avendolo fatto, preferiscono ignorarla.
Il teppista con la pelle ripulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio come nell’alto. Solo per fare qualche esempio. La classe medica, non molto tempo fa, di ritorno dopo una serata fuori, si è divertita a danneggiare abitazioni, a spegnere i lampioni e terrorizzare gli onesti abitanti di un sobborgo londinese. La classe militare, sempre non molto tempo fa, ha commesso (in certi reggimenti) atrocità tali da rendere necessario l’intervento delle guardie a cavallo. La classe mercantile, solo pochi giorni fa, ha aggredito e spintonato fuori dalla Borsa un eminente banchiere straniero, che era stato accompagnato a visitare il posto da uno dei membri più anziani e rispettabili. La classe universitaria (a Oxford) ha fischiato il prorettore, i presidi di facoltà e gli ospiti alla Commemorazione del 1869 e successivamente ha fatto irruzione nella biblioteca del Christchurch bruciando i busti e le sculture conservati all’interno. Che questi episodi di violenza siano accaduti è un fatto. Come è un fatto che le persone in essi coinvolte hanno una larga rappresentanza tra i patrocinatori, e a volte tra gli eroi, delle attività sportive. Forse che questo non è materiale da cui attingere per costruire un personaggio come Geoffrey Delamayn? Ho dunque lavorato esclusivamente di fantasia per la scena che descrive il consesso di atleti al Cock and Bottle di Putney? Davvero non è necessaria una protesta, nell’interesse della civiltà, contro il ritorno tra noi di una nuova barbarie, che si fa passare per una rinascita della virilità e trova la stupidità umana tanto ottusa da prestarle fede?

Per tornare, brevemente, alla questione dell’Arte prima di chiudere queste righe introduttive, spero che il lettore di queste pagine riconoscerà che il fine della storia è sempre parte integrante della storia stessa. In un lavoro di questo genere, la principale condizione per il successo è che realtà e finzione non siano mai scindibili l’una dall’altra. Ho lavorato con tutto il mio impegno per raggiungere questo proposito, e confido di non aver lavorato invano.

W. C.
giugno 1870