Prologo di «Scorpion Dance»

15-01-2016  •   Il blog di Stoner
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Scorpion Dance

In occasione del Giorno della Memoria, esce Scorpion Dance, il nuovo romanzo della grande scrittrice israeliana Shifra Horn. Un’opera lirica e affascinante sui temi dell’abbandono e dello sradicamento, sempre in bilico tra il desiderio di ricordare e la necessità di dimenticare gli orrori della Shoah.

 

Prologo

Ho amato due donne nella mia vita, eppure oggi non riesco a visualizzare i loro occhi. L’odore e il tocco delle loro mani sulla pelle – quelli me li ricordo bene. Ma quando le guardo in foto i loro occhi sfuggono i miei.

La notte visitano il mio corpo con dolori fantasma, mi alitano sul collo, mi scongiurano di rivivere i momenti trascorsi insieme. Le loro voci assordanti mi tormentano. Continuano a venire alla ribalta del palcoscenico della mia memoria, attrici che pretendono sempre più amore.

Una volta un uomo saggio mi ha detto: «Si può sopportare qualsiasi cosa, a patto di scriverci sopra un libro».

Ecco perché ora scrivo. Per questo, e per non dimenticare. Attraverso la scrittura sto cercando di ricostruire le nostre storie – la mia e la loro –, legate insieme in un nodo gordiano che solo un colpo di spada può recidere.

A volte mi sento in colpa per avere invaso i loro ricordi nascosti con la mia penna, e devo appellarmi a una vecchia scusa che suggerisce: «La memoria non esiste a meno che non sia profondamente incisa in numeri nella carne di un braccio, conservata come ceneri dentro vasi di vetro, o vergata con inchiostro nero sulle pagine di un libro».

I ricordi affiorano disordinati, imponendomi la loro cronologia in cui a volte eventi più recenti ne precedono altri più antichi. La realtà è multiforme, e la memoria la interpreta a suo capriccio. Disporrò i fatti concreti, quelli di cui ho certezza, accanto alle invenzioni a cui di tanto in tanto farò ricorso per sostituire le parti mancanti della storia. E alla fine aggiungerò qualche tocco leggero con il più sottile dei pennelli giapponesi, uno o due crini di cavallo legati da una canna di bambù, come un pittore zen la cui opera è adorna di pochi tratti appena accennati ma che pure illuminano ciò che è nascosto.