Quando il cuore non è a dimora: «Le mezze verità» di Elizabeth Jane Howard

31-10-2019  •   Il blog di Stoner
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Elizabeth

In occasione dell’uscita di Le mezze verità, pubblichiamo la riflessione di Giulia Pretta sul nuovo romanzo di Elizabeth Jane Howard.

 

Nel 1967, Elizabeth Jane Howard e Kingsley Amis si traferirono a vivere a Nashville. A Kingsley era stata offerta la possibilità di insegnare presso la Vanderbild University e Jane si sarebbe dovuta occupare di portare il marito su e giù dalle lezioni. In parte privata della sua identità in quanto scrittrice, si vide anche costretta a vivere in una casa che lei stessa definì “di poco gusto” e a trattare con il pesante razzismo e la parziale chiusura mentale degli americani che Elizabeth non mancava di scandalizzare con le sue gonne corte e il suo colorito eloquio.

Terminato il periodo americano, con il ritorno in Gran Bretagna si decisero per il trasferimento in campagna, lontano da Londra per agevolare la concentrazione e il lavoro di entrambi e acquistarono un’enorme casa tardo georgiana nell’Hertfordshire: Gladsmuir. La Howard e Kingsley potevano permettersi pochi aiuti e la cura della magione ricadde sulle spalle di Elizabeth che, per quanto preparata, brillante e precisa nell’assolvere il compito, pagò a caro prezzo in termini di stanchezza e tempo questo incarico.

Fu proprio in questo biennio che l’autrice lavorò al romanzo Le mezze verità e non sorprende che il fattore casa sia uno dei temi centrali nell’opera. Definita, anche al tempo della sua pubblicazione nel 1969, una commedia di costume e, in termini non di certo lusinghieri dal Sunday Times, una “narrativa da rivista femminile”, ha in sé, più che l’elemento comico, una sottesa e pervasiva angoscia che affonda le radici nella mancanza di una dimora o, meglio ancora, di una casa.

La lingua inglese, in questo senso, ci viene in aiuto. I lemmi che indicano la casa, “house” e “home”, hanno una leggera differenza nella sfumatura semantica: laddove “house” indica la struttura, la casa fatta di fondamenta, mattoni e tetto, “home” invece si tinge di una sfumatura più affettiva. In tutto il romanzo, nessuna delle abitazioni dei personaggi arriva mai ad assurgere allo stato di “home”.

La prima con cui veniamo in contatto è l’immensa Monk’s Close, “perfetta per un filmaccio americano del genere della casa infestata, con tutte quelle travi, orli merlati, finestre istoriate, porte tempestate di bulloni, brutti e inutili comignoli ricoperti di muschio e quell’infelice intonaco rustico color vomito di dinosauro”, secondo la vivace descrizione di Oliver. La magione, comprata grazie all’eredità di May, seconda moglie del Colonnello Browne-Lacey, è un’accozzaglia di venticinque stanze, bui corridoi e spoglie e fredde sale da pranzo. Distante dal paese, difficile da raggiungere soprattutto durante l’infelice inverno inglese, ricorda la tenebrosa atmosfera della Manderley di Daphne du Maurier. Ben lontana dal senso di pace e di punto di incontro familiare come la Home Place dei Cazalet, questa casa è motivo di discordia. Il Colonnello, uomo dalla ferma e inflessibile mentalità inglese, la adora: essendo di proprietà della moglie sarebbe davvero un peccato che, in caso della morte di lei, non gli venisse riconosciuta. May, d’altro canto, non vede l’ora di liberarsene per acquistare una casa più adatta alle esigenze sue o del Colonnello. L’idea sarebbe di lasciarla al dottor Sedum come base per le nebulose attività della ancor più fantomatica “Lega” da lui diretta. Il freddo, il buio, l’isolamento della casa, odiata anche da Elizabeth e Oliver sarà poi, come da profetica descrizione, da sfondo a una situazione che nulla ha da invidiare a Tre topolini ciechi di Agatha Christie.

Non diversa è la situazione di Alice, figlia del Colonello. Lei che si è sposata proprio per iniziare una nuova vita lontano dal padre che da sempre la trattava come una domestica a costo zero per Monk’s Close, si trova costretta prima nella casa dei suoi suoceri, calda, affollata e poi nella dimora coniugale, di nuova costruzione, con uno spoglio quadrato di terra, piena di mobili dozzinali e con una camera da letto di “scialba leziosità”, pronta ad essere il guscio che si chiuderà su di lei condannandola alla maternità.

Oliver ed Elizabeth, a Londra, stanno in una casa di proprietà della madre, ma pochissimo curata. Senza l’interessamento di Elizabeth e i soldi che riesce a guadagnare come cuoca, sarebbe un posto ben triste dove vivere. Tant’è che, in mancanza delle attenzioni di lei, Oliver suggerisce di bere per avere la vista annebbiata prima di affrontarla. Le stesse case in cui Elizabeth presta servizio sono tutto meno che un caldo focolare domestico come dimostra la prima e disastrosa esperienza lavorativa dagli Hawthorne e poi la situazione con la ex moglie di John Cole.

Questa mancanza di casa spinge tutti i personaggi ad un’estrema mobilità, un nomadismo sia fisico che mentale alla ricerca di un posto dove potersi finalmente fermare. Così Elizabeth fugge da Monk’s Close sperando che Londra le offra nuove possibilità. La relazione con Cole la catapulta nella splendida villa in Costa Azzurra, funestata però dall’arrivo di Jennifer, la figlia di Cole, che la costringe alla fuga. Da lì ancora a Monk’s Close e poi a casa di Alice, dove poche ore si trascinano lunghe come giorni interi.

May cerca più e più volte di abbandonare Monk’s Close. Suo desiderio sarebbe vivere a Londra con i suoi ragazzi, ma Oliver, anche in momenti di estrema necessità, respinge la madre con l’egoismo e la modernità di atteggiamento tipiche di tutti i giovani che finalmente vivono da soli. Anche solo una spedizione in paese per l’acquisto di provviste si rivela un’impresa e l’enorme magione divora la sua energia e la sua forza vitale.

Il Colonnello, pur con il suo desiderio insano di assicurarsi la proprietà della casa, passa buona parte del suo tempo a Londra, al club o sotto le lenzuola di qualche prostituta, pago del suo ruolo codificato di gentiluomo e possidente di campagna.

Oliver, che vive di espedienti e brillanti tappabuchi, non ha di certo la vocazione dell’uomo di casa. Preferisce gli scintillanti sfondi delle ville, la formalità degli alberghi sempre alla ricerca dell’attenzione di Genny, ricca e svagata figlia di un’attrice, in grado di aprirgli le porte della ricchezza che tanto agogna.

Inquieti, sempre alla ricerca di un posto da poter chiamare casa e che sembra impossibile da trovare anche dall’altra parte del mondo (come cerca di fare Elizabeth in Giamaica), i personaggi di questo romanzo non sono in grado di trovare quello di cui hanno bisogno. Senza solide radici, vittime di una disgregazione della casa, della famiglia e dei ruoli tradizionali che negli anni Sessanta iniziano a cedere, tutti loro si sparpagliano descrivendo, sì, con lucidità, garbo e una certa dose di umorismo la società in cambiamento; ma senza far mai dimenticare il senso di angoscia e di profonda solitudine che alberga in chi non è mai riuscito a mettere il proprio cuore a dimora.

 

Giulia Pretta