Sulle trincee del narcisismo

16-05-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo l’articolo di Emanuele Trevi apparso il 2 luglio 2007 su «Alias».

 

La commedia di Charleroi di Pierre Drieu la Rochelle, che riappare nell’ottima traduzione di Attilio Scarpellini, e con l’introduzione di Arnaldo Colasanti, è una scheggia di Novecento fra le più imbarazzanti che possano capitare per le mani. Abilmente indeciso tra vari generi letterari, il libro si apre, nel primo dei sei brani di cui si compone, con un registro di satira spietata ed efficace, ma ben presto subentrano e si alternano la cruda memoria di guerra, la confessione, la perorazione politica e morale, la fantasia narrativa, il dialogo arguto tra conversatori fortuiti. Non pochi lettori odierni di questo libro troveranno, come già è accaduto a tanti in passato, più di un valido argomento per definirlo un capolavoro letterario. Detto questo, bisogna anche aggiungere che una considerazione estetica perde di qualsiasi efficacia nel momento in cui finisce per separare ciò che prima andava, per sua propria ostinata volontà, di pari passo: Drieu il nazista, Drieu il grande scrittore. In generale, credo che queste distinzioni finiscono sempre per rendere innocua e rassicurante qualsiasi lettura, nel finto presupposto che un’opera dotata di bellezza corrisponda a qualcosa di buono nell’individuo che l’ha creata. Il che è perlomeno dubbio e contestabile con infiniti esempi. Quanto poi a Drieu, il suo nazismo è così intimamente legato al suo narcisismo, e questo, a sua volta, è il dittatore così assoluto di ogni sua pagina scritta, che sarebbe davvero difficile, anche per l’esteta più impenitente, adoperare un bisturi credibile. È lo stesso Drieu. insomma, che trasformando senza tregua la sua identità in uno stato d’emergenza, tira per la giacca i suoi lettori, vuole confrontarsi ed essere preso per quello che è anche e soprattutto quando sa di avere torto. Ogni uomo solo è un illusionista, sta scritto nei suoi diari; ma a voler essere malevoli ci sarebbe da aggiungere che ogni uomo a cui fa comodo rappresentarsi nella posa del solitario è un istrione. Questo è il pendolo di Drieu, la sua inconfondibile oscillazione tra buona e cattiva fede.
Nel 1934, quando pubblica La commedia di Charleroi comunque la solitudine di Drieu è tutt’altro che quella di eremita fuori dal mondo. È l’anno della famosa rivolta di piazza dell’estrema destra, culminata negli incidenti di Place de la Concorde, A ottobre, Drieu pubblica un saggio di cui basterà citare il titolo: Socialismo fascista. Fa da contrappeso a tutto questo insano ribollire di idee sull’attualità la distanza storica dalla quale lo scrittore, nella Commedia, rievoca la sua vita di fante della prima guerra mondiale, tra la prova del fuoco di Charleroi, nell’agosto del 1914, e i giorni precedenti un inglorioso armistizio. Tra i tanti paesaggi, domina quello piatto e brullo di Verdun, solcato da chilometri e chilometri di trincee, e così piagato dai crateri delle bombe da assomigliare a un suolo lunare, per sempre inabitabile. Tra l’inizio e la fine della guerra, c’è abbastanza spazio perché il reduce metta in scena tutto il decorso, ineluttabile come una tragedia di Corneille, della sua delusione. Per la tonalità decisamente grandiosa del narcisismo di Drieu, si direbbe che quegli immani eventi storici siano una cornice appena appena sufficiente al dramma intimo del narratore. Se al soldato di vent’anni interessa la prima linea, allo scrittore di quaranta premono il buon uso della prima persona e del primo piano.
Decisivo, al fine di dar luogo a una dialettica sempre più efficace tra passato e presente, è il ricorso alla figura del Reduce. Lo spazio narrativo del Reduce si fonda su un passato di cui solo lui conosce, è facile crederlo, il segreto e l’essenza. Ma la sua testimonianza tanto più avrà il necessario potere del ricatto emotivo, quanto più riuscirà a proiettare la sua ombra su un futuro imminente che ha i tratti dell’apocalisse, dell’universale resa dei conti, insomma della rivelazione di un destino collettivo. Come già accadeva in tanti scritti di guerra di d’Annunzio, la macchina narrativa del Reduce è onnivora, e produce esemplarità non solo attraverso le imprese riuscite e i colpi messi a segno, ma anche con le idiosincrasie e i limiti soggettivi. Proprio mentre confessa la sua personale e irripetibile esperienza, il Reduce occupa abusivamente la dimensione della coralità: la sua prima persona singolare diventa capiente come uno stadio in cui il Capo parla ai suoi seguaci. E il suo dramma, ahimé, diventa il dramma di tutti.
Ma qual è il contenuto di questo dramma? Concepita e accettata come un naturale prolungamento dell’infanzia, la guerra si è ben presto, ovviamente, rivelata tutto il contrario di quei vaghi sogni di eroismo e distinzione da romanzo cavalleresco. L’unica via di scampo, una volta piombati in questa carneficina industriale, massificata, ridotta a tecnologica e burocratica macelleria, consiste letteralmente nel dare di matto. E dunque, ovviamente: viva la morte! in tutte le salse. La morte femmina, la morte erotica, la morte-madre di tutti i fascismi passati e a venire. Oltre il limite del pericolo, e quello del ridicolo. Così il fante Drieu, che non ha voluto i gradi da ufficiale, quando le cose si mettono male potrà agilmente balzare al suolo di «capo», perché ama la morte più degli altri, perché è più pazzo degli altri. Ha compreso che un capo non è altro che «un uomo nella sua pienezza, l’uomo che dà e prende nella stessa eiaculazione». Tutto ciò che vive e si agita al di qua di questo limite, di questa mistica dei gesto impossibile e risolutore, semplicemente non ha ragione di esistere. Molto frequente, nella Commedia di Charleroi è la situazione narrativa in cui il protagonista, immerso in un dialogo o in una qualche attività concreta da svolgere insieme agli altri, si isola nei suoi ricordi e nelle sue riflessioni. La mancanza di una possibile relazione col prossimo è il suo rifugio, la sua vera legge interiore, la sua salvezza. Anche perché, Drieu è abbastanza onesto per ammetterlo candidamente e diffusamente, anche il gioco del fante che balza d’improvviso nel ruolo di «capo» è per sua natura discontinuo e reversibile. Il diritto che si arroga il narratore è quello di prendere e lasciare a suo piacimento, e di esercitare simultaneamente i diritti della presenza e quelli della distanza. «Capitano o colonnello in alcuni momenti», sintetizza Drieu, «quando c’era da sostituire qualcuno o da fare qualcosa in più, lavativo in molti altri».
A differenza dei bei gesti di cui si tramandano le memorie nelle cronache della Guerra dei Cent’Anni, gli atti concreti di questo eroismo a intermittenza sembrano derivare la loro massima attrattiva proprio dal fondo limaccioso di abulia e disperazione dal quale provengono. Da questo punto di vista, le informazioni che Drieu ci fornisce sull’antropologia fascista degli anni trenta e quaranta del Novecento sono uniche e insostituibili. Quanto allo scrittore e alla sua cassetta degli attrezzi, non è difficile credergli quando ci dice che nel suo zaino, oltre ai più prevedibile Zarathustra c’erano i pensieri di Pascal. A patto di capire che non è questo o quel contenuto del pensiero di Pascal a interessarlo, ma la logica della frase incisiva, la grande tradizione dell’aforisma, della sentenza che già brilla col prestigio della citazione quando è ancora immersa nel tessuto fluido del discorso. Ogni engagement, in fin dei conti, considerato dal punto di vista dell’espressione, consiste nell’escogitare il massimo numero di detti memorabili. E sembra incredibile a volte, trovarsi d’accordo con Drieu, quando avverte che la guerra non è più la guerra: «ve ne accorgerete, fascisti di tutti i paesi. quando sarete schiacciati contro la terra, appiattiti, con i pantaloni pieni di merda», senza più «pennacchi, ori, speroni, cavalli, trombe, parole». Risulta addirittura preferibile lui, il narcisista nazista, di fronte all’odierna ideologia dell’onore delle armi, della «democrazia», esportata con le menzogne, la tortura, le bombe al fosforo. Ma più che un merito particolare di Drieu. questo sembra proprio un triste indizio dell’orrore e della stupidità dei tempi in cui viviamo.

Emanuele Trevi