Tradurre «La libertà possibile» di Margaret Wilkerson Sexton

05-11-2019  •   Il blog di Stoner
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Sexton

Vi proponiamo un articolo di Arianna Pelagalli, la traduttrice di La libertà possibile, che ci racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo di Margaret Wilkerson Sexton. 

 

La prima cosa che faccio di solito quando comincio a lavorare a una nuova traduzione è chiedere qualche informazione al buon vecchio Google, specie se non conosco l’autore. Nel caso di Margaret Wilkerson Sexton è stato un passaggio obbligato oltre che doveroso, dato che si trattava di un’esordiente di cui non avevo ancora mai sentito parlare. Al di là delle varie recensioni e interviste, la cosa che ha catturato subito la mia attenzione è stato un video su YouTube nel quale l’autrice leggeva le prime pagine del suo romanzo. Quale modo migliore per capire la “voce del testo”, mi sono detta, se non quello di ascoltare quella dell’autrice? Senza quel video, probabilmente, la resa finale sarebbe stata molto diversa. Non perché Margaret Wilkerson Sexton leggesse quelle prime righe con particolare trasporto o recitandole in maniera teatrale – tutt’altro – ma perché mi ha permesso di ascoltare la sua scrittura, le sue inflessioni, il suo tono. Mi ha offerto una panoramica su di lei e sul suo carattere, sul suo modo di approcciarsi alle parole che aveva scritto. È stato un materiale prezioso. L’ho ascoltato e riascoltato, e poi ho letto il libro cercando di riprodurre quello stesso tono, di rispettare quello stesso ritmo.

Anche ciascuno dei personaggi è dotato di una voce personale e distinguibile, che si sovrappone a quella dell’autrice allontanandosene, prendendo slancio e guadagnando autonomia e credibilità. La prima che incontriamo è Evelyn, una ragazza appartenente a una famiglia creola benestante, la nipote del “primo medico negro di tutta la Louisiana”. La sua storia è ambientata nel 1944, durante la Seconda guerra mondiale, ma il conflitto è qualcosa di lontano, opaco e evanescente. Dopotutto siamo a New Orleans, e l’eco della guerra arriva molto attutita. Evelyn non ne vorrebbe nemmeno sentir parlare, perché “la guerra era tragica esattamente come lo schiavismo; finora non ne era stata sfiorata, e temeva che se ne avesse parlato se la sarebbe attirata addosso”. Proprio per questo la notizia che Renard, l’uomo di cui si sta innamorando, ha deciso di arruolarsi volontario la sconvolge. Non capisce il perché di una scelta del genere. “Naturalmente aveva sentito di uomini che lo facevano, uomini che credevano che schierarsi con questa nazione li avrebbe in qualche modo ricompensati al loro ritorno”, ma Evelyn non condivide quel punto di vista, e in fondo non lo condivide nemmeno Renard, che infatti compie quella scelta per una ragione molto più personale: l’esercito gli ha promesso di pagargli gli studi, e lui spera di laurearsi in medicina e poter smettere di “dire ʽSissignoreʼ al direttore” del ristorante in cui lavora, di “girare ai poliziotti la metà della paga solo per essere lasciato in pace”.

Il secondo spaccato di vita che ci viene mostrato è quello della figlia di Evelyn, Jackie. Una donna che ha “imparato a proprie spese che la vita può costringerti all’infamia”. Jackie ha un figlio piccolo e suo marito è un tossicodipendente caduto nel giro del crack. In un’intervista rilasciata al canale YouTube Writing Fun, Wilkerson Sexton ha dichiarato che il suo personaggio preferito è Jackie, e credo che questa predilezione traspaia dal modo in cui ne parla, dalla delicatezza con cui la descrive. Le sue imperfezioni e le sue debolezze non sono esasperate né caricaturali. La sua è una tristezza sottile, autentica. Suo marito se n’è andato di casa, abbandonando lei e il figlio piccolo, ma Jackie non riesce nemmeno a biasimarlo, perché in fondo lo capisce: “Terry era stato capitano della squadra di football, rappresentante di classe, lo studente più meritevole della facoltà di Farmacia, e benché Jackie detestasse la china che aveva preso, comprendeva il motivo per cui aveva avvertito la stringente necessità di tirare il fiato”.

La terza storia che ci viene raccontata è quella di T.C., il figlio di Jackie, nipote di Evelyn, che nella New Orleans post Katrina sbarca il lunario vendendo erba. Se sua nonna apparteneva al ceto medio e sua mamma alla classe lavoratrice, T.C. è un uomo della strada, uno che vive sul filo del rasoio, sempre a un passo dalla galera.

La mobilità sociale fra le tre generazioni è indubbiamente discendente, come se con il passare degli anni le opportunità di riscatto fossero sensibilmente diminuite e le minoranze etniche avessero sempre meno possibilità di farcela. Il grande tema sotteso a tutto il libro è appunto quello delle discriminazioni razziali, delle ingiustizie derivanti esclusivamente dal colore della pelle. Quando, prima di cominciare a tradurre, ho letto alcune recensioni uscite negli Stati Uniti e ho capito che A Kind of Freedom toccava il tema del razzismo ho avuto una reazione ambivalente. Da un lato ero contenta di avere la possibilità di lavorare su un testo che affrontava delle tematiche così tristemente attuali, di cui, oggi più che mai, è necessario ricominciare a parlare in maniera seria. Dall’altro avevo il timore che potesse cadere nel didascalico, nella pedanteria; per fortuna mi sono resa conto quasi subito che le mie paure erano del tutto infondate. Il razzismo di cui parla Wilkerson Sexton non è quello più becero e plateale, ma quello più subdolo, meno urlato, che si insinua nei comportamenti quotidiani senza quasi farsi notare. È quello fatto di atteggiamenti, sguardi, frecciatine. Ed è quello che si manifesta persino all’interno dello stesso ambiente, che traccia delle distinzioni fra i neri più neri e i neri meno neri, oltre che fra i bianchi e i neri. Sono i protagonisti stessi a macchiarsi di razzismo e pregiudizi, oltreché subirli. Ruby, la sorella di Evelyn, frequenta solo i ragazzi di pelle chiara, i cosiddetti passé blancs. Il padre di Evelyn è contrario al rapporto fra la figlia e Renard perché quest’ultimo “è un uomo di ceto basso, bassissimo”, ma allo stesso tempo è lui per primo a subire le discriminazioni dei suoi vicini di casa, che quando “vogliono riferirsi a lui senza dargli troppo lustro” sussurrano “quel grosso nero che fa il medico”. A mio avviso sono proprio i difetti dei protagonisti, i loro stessi pregiudizi, a renderli così verosimili, perché nessuno è immune all’intolleranza, nemmeno chi la subisce per primo.

L’aspetto che mi piace comunque sottolineare di La libertà possibile è che, nonostante tutto, non lancia un messaggio pessimistico. Razzismo e intolleranza non svaniscono nel passaggio dal 1944 al 2010, anzi, forse diventano ancor più pervasivi, anche se meno lampanti, ma è pure vero che un riscatto personale è possibile, e una certa dose di libertà (dai pregiudizi, dalle costrizioni sociali, dalle imposizioni) è sempre raggiungibile, persino da chi si trova dietro le sbarre.

 

Arianna Pelagalli