Un concerto per voci (narrative): tradurre «I provinciali» di Jonathan Dee

03-04-2019  •   Il blog di Stoner
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provinciali fazi

In occasione dell’uscita di I provinciali, abbiamo chiesto al traduttore Stefano Bortolussi di raccontarci la sua esperienza con il romanzo di Jonathan Dee.

 

Sappiamo tutti, o almeno tutti noi che ci nutriamo di letteratura statunitense, quanto una delle tensioni, uno dei miraggi più diffusi tra gli scrittori USA sia quello del cosiddetto Grande Romanzo Americano: il libro-mondo che in realtà appartiene ai sogni degli autori di ogni latitudine, ma che per il letterato americano, ancora relativamente vergine di miti fondatori che non siano eredità di altre culture, diventa quasi un dettato esistenziale.

Jonathan Dee è un autore che è sempre stato molto attento alla composizione/scomposizione del quadro sociale del suo paese; già nei Privilegiati, che ebbi il privilegio (gioco di parole voluto) di tradurre qualche anno fa, la sua visione andava a scavare nei guasti provocati dal denaro e dal suo accumulo, dall’ambizione e dai suoi eccessi, in poche parole di quelli che una volta, in tempi meno sospetti di quelli in cui purtroppo viviamo, si chiamavano “rapporti di classe”.

Con I provinciali Dee si ripete, ma si ripete in grande e alla grande: il quadro si fa affresco, le voci si moltiplicano, la lingua si fa prensile e mimetica, adattandosi di volta in volta a questo o quel personaggio, ai suoi tic, alle sue ossessioni, alle sue piccole grandezze e alle sue enormi debolezze.

La storia che Dee ci narra in questo suo romanzo corale e spietato è nientemeno che quella dell’America nel decennio o poco meno compreso fra l’11 settembre 2001, che se non il mito fondatore è di sicuro la tragedia fondatrice degli USA come noi li conosciamo al presente, e la più grave crisi finanziaria dopo la Grande Depressione: quel 2008 dei fondi immobiliari avvelenati, del crollo delle maggiori banche d’affari di Wall Street e della “malattia suprema del capitalismo” (altra definizione ormai desueta ma che forse varrebbe la pena di riesumare dalle ceneri del leninismo…) che contagiò il mondo intero.

Tutto questo, Dee lo fa con una lingua ricca e cangiante, con scarti improvvisi che per il traduttore rappresentano la vera gioia insita in questo lavoro dove spesso ci si trova a dover dare una veste accettabile a pagine desolanti per la loro povertà sintattica e immaginifica. Nei Provinciali non c’è invece niente di desolante dal punto di vista della scrittura: questo è un libro che sfida il traduttore, e quindi anche il lettore, ma lo fa nel modo migliore e più stimolante possibile: accendendo l’interesse a ogni giro di frase, a ogni abile slittamento narrativo da un personaggio all’altro senza quasi mai usare stacchi espliciti o imporre divisioni artificiose. Come se l’autore, dipingendo il suo affresco, avesse voluto mescolare tra loro i colori dei singoli personaggi; come se avesse voluto restituirci, con i suoi continui andirivieni tra questo e quel character, una sorta di ricostruzione del “pensiero globale” dell’America in cui ogni voce resta sì distinta e perfettamente riconoscibile, ma in cui tutte insieme vanno a formare una sorta di coro tragicomico (perché c’è molto dramma, in questo romanzo, ma c’è anche molta commedia ­– la commedia umana di balzacchiana memoria).

In questo modo Dee riesce a restituirci un ritratto della società americana che è tanto commosso quanto lucido, e da cui esce chiarissimo, lampante e oserei dire lancinante, lo strano, paradossale insularismo di un paese che occupa la metà di un continente (e che nella storia si è sempre comportato come se ne avesse profonda coscienza, oscillando di continuo tra prepotenza e paternalismo) ma che sembra non riuscire a relazionarsi con il resto del mondo, a capirne i complessi meccanismi, e ciclicamente vorrebbe chiamarsene fuori, racchiudendosi nei suoi vasti confini e rifiutando il confronto (vedi America first, l’allarmante parola d’ordine trumpiana).

Una sfida, dunque, rendere in italiano questo linguaggio mai fermo e sempre “incollato” ai personaggi che lo parlano, anche interiormente. Ma una sfida entusiasmante, intensificata e quasi “messa in abisso” (lo vedrete non appena comincerete a leggere) da un prologo che sorprende e spiazza e ­– come dire – abbassa le difese del lettore, che si aspetta qualcosa ma poi, deliziosamente, se ne ritrova in mano un’altra.

Il Grande Romanzo Americano? Non saprei. Ma di sicuro un grande romanzo americano.

 

Stefano Bortolussi