«Un’estate in montagna»: l’irresistibile richiamo della vita secondo Elizabeth von Arnim

30-07-2018  •   Il blog di Stoner
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Elizabeth

Un’estate in montagna è un romanzo dell’anglo-australiana Elizabeth von Arnim, il cui vero nome era Mary Annette Beauchamp, autrice, tra fine 800 e primo 900, di ventun opere di straordinario successo, troppo poliedriche per potersi racchiudere nei confini di un genere e oggetto di molti adattamenti, soprattutto cinematografici.

Pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Sabina Terziani, che ha il merito di saper rendere ogni sfumatura del raffinatissimo humour della von Arnim, pur non essendo un memoir il romanzo è scritto in forma diaristica e ha, come di consueto nella produzione dell’autrice, uno sfondo ampiamente autobiografico.

La casa teatro delle vicende narrate s’ispira al suo chalet svizzero “Soleil”, in cui viveva in alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali, tra cui scrittori come H. Walpole, E. M. Forster e H. G. Wells, col quale, dopo la morte nel 1910 di colui che chiamava “Uomo d’ira”, il conte prussiano A. von Arnim-Schlagentin suo primo marito, l’autrice ebbe una tormentata relazione prima di un nuovo matrimonio infelice.

Un’estate in montagna, pubblicato per la prima volta nel 1920, sebbene vivacizzato più di altre opere da quell’unicum scintillante di acume e brio che è il “marchio” dell’autrice, fu scritto tra il luglio e l’ottobre del 1919, in una fase particolarmente difficile della sua vita, dopo la morte in Germania della figlia sedicenne Felicitas e la perdita a causa della guerra sia di molti amici che dell’amatissimo fratello.

L’io narrante del romanzo/alter ego dell’autrice, il cui nome non è mai menzionato ma che viene spontaneo chiamare Elizabeth, si trasferisce nella sua casa immersa nello splendore del paesaggio alpino, nella speranza di ritrovare, insieme alla fiducia nella bontà umana e alla fede, la serenità perduta.

Dapprima cerca la solitudine, lasciandosi avvolgere dalla dolcezza dei “pendii fioriti e profumati di miele”, ma la nostalgia del tempo in cui condivideva la casa con gli amici prende presto il sopravvento. Quand’ecco che, nel giorno del suo compleanno, accade l’imprevedibile: due vedove inglesi di mezz’età, le sorelle Kitty e Dolly, arrivano nei pressi dello chalet, in cerca di un rifugio dopo una spossante passeggiata. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, e l’invito a fermarsi a pranzo per quel giorno si trasforma, con un frizzante gioco di rinvii a catena, in preghiera affinché trascorrano con lei l’intera estate. Le due donne finiscono con l’accettare l’ospitalità e gradualmente, malgrado reticenze e incomprensioni, tra loro e la padrona di casa, cui Dolly rivela alcuni dolorosi segreti, nasce un’affettuosa complicità.

Un giorno arriva allo chalet lo zio di Elizabeth, il decano Rudolph, da lei tanto evocato come rappresentante maschile in grado di vivacizzare una quotidianità più monotona di quella di “tante oneste lumache”, quanto aborrito come parente/uomo di chiesa intenzionato a riportarla in Inghilterra.

Tra una spumeggiante battuta contro i vincoli parentali capaci di condizionare libertà e dignità, una contro il “carrierismo” ecclesiastico sul cui altare il decano Rudolph è disposto a sacrificare la compassione e una contro i rischi d’infelicità insiti nella bontà-melassa, l’autrice ci coinvolge nella sua trascinante giostra di equivoci, sentimenti e disvelamenti. Un carosello la cui delicata ma intensa vivacità non viene deturpata dal dolore dell’io narrante che, pur percorrendo tutto il romanzo, è destinato lentamente ad assottigliarsi sino a sciogliersi in un happy end/inno alla vita e alla gioia ritrovata. Perché la vita, ci dice Elizabeth – come l’autrice si faceva chiamare anche in famiglia – se si ha il coraggio di viverla davvero è più forte di qualunque trauma, delle fedi che si perdono e degli amori che finiscono.

A conferma di un geniale talento, a dispetto dei toni brillanti talora scambiati per frivolezza estremamente complesso e moderno, ammirato tra gli altri da Elizabeth Jane Howard e da Henry James, che paragonò la mente di Elizabeth a un giardino lussureggiante, i temi affrontati sono molti. Oltre a quelli già citati c’è la consapevolezza dei pericoli insiti nell’esasperazione dei nazionalismi/patriottismi, a cominciare dal proprio, definito “incedere dell’intelletto tronfio e aggressivo” e l’insofferenza verso la xenofobia e la spirale d’odio innescate dalla guerra.

Possibile che un tedesco non smetta d’essere tale neppure da morto? Non può tendere, grazie al semplice passare del tempo, a stemperare nella neutralitàMi pare disumano volerlo inseguire fin nelle estreme propaggini dell’eternità come nemico straniero. Insomma, la guerra è finita, mi pare.

Ma l’asse portante di Un’estate in montagna è l’esaltazione del fondamentale ruolo svolto dall’amicizia e dalla solidarietà umana, soprattutto tra le donne, il cui coraggio di compiere scelte anticonvenzionali in un mondo maschilista e retrivo può comportare l’emarginazione sociale.

Non manca infine un accenno alle differenze di genere, di cui l’autrice evidenzia l’attitudine maschile a vedere l’amore come mezzo per “appropriarsi” e poi passare oltre, in contrapposizione a quella femminile ad amare mettendosi interamente in gioco.

I personaggi sono delineati con sottilissimo acume psicologico e una irriverente quanto giocosa ironia, grazie alla quale non si può fare a meno di ridere, fatta eccezione per l’incipit, per l’intera lettura del romanzo.

Irresistibili i dialoghi con gli zelanti domestici, i coniugi Antoine, vivace e cinguettante lei, impenetrabile e ingegnoso alla Robinson Crusoe lui, che previene i mali procurandosi in anticipo i rimedi e all’insaputa di “Madame” ha in cantina una foresta di prosciutti di maiale centipède.

Delle due sorelle ospitate nello chalet, Kitty è l’incarnazione della pia donna granitica e immutabile che, avendo dedicato la sua vita alla “deviante” sorella minore, per evitarle ricadute la tiene legata a uno strettissimo guinzaglio. Un guinzaglio destinato a incatenare anche la padrona di casa, attraverso snervanti quanto spassosi “combats de générosité” che la spingono a reprimere la sua spontaneità e a fare il contrario di ciò che vorrebbe pur di compiacere l’ospite.

Dolly è simile a Elizabeth per “entusiasmo apparentemente incurabile”, libertà interiore e uno “spirito internazionalista” che spinge entrambe a sposare tedeschi, ma ha una mente meno complicata e una serenità molto più “imperturbabile”. A differenziarle è inoltre un’opposta concezione dell’amore, romantica e “femminile” nell’accezione tradizionale della parola quella dell’io narrante (l’unica cosa al mondo capace di operare miracoli, concetto tanto caro all’autrice da farne il perno di varie opere, tra cui il delizioso “Un incantevole aprile”), molto più disillusa e con una visione del matrimonio pragmatico-utilitaristica, per quanto intrisa di gentilezza e buona disposizione d’animo, quella di Dolly. Quest’ultima sembra in sostanza incarnare la donna che Elizabeth, dopo tre turbolente relazioni finite male, avrebbe potuto o forse desiderato diventare: una che non vuole più innamorarsi, perché sa che l’amore è destinato a finire e a far soffrire.

Altoborghese per nascita e aristocratica per matrimonio ma capace di distruggere con la sua penna elegantemente corrosiva miti, convenzioni e ipocrisie di quei mondi, anche in Un’estate in montagna Elizabeth mostra di essere un irriducibile spirito libero, inguaribile romantica ma insieme instancabile cantrice della necessità per le donne di rivendicare la propria libertà contro qualunque tipo di oppressione, brillante quanto raffinata ritrattista di interni famigliari e grovigli sentimentali – come una più libera e dunque pungente Jane Austen – capace di cogliere in brevi tratti incisivi l’essenza di un personaggio e la segreta bellezza della quotidianità. Soprattutto incontenibilmente autoironica (Trovo difficile essere dignitosa. Quando ci provo finisco per esagerare. La mia dignità è sempre in eccesso o in difetto, più spesso in difetto) anche nei confronti delle proprie sventure, come gli infelici matrimoni.

Credo che tedeschi e mariti siano i due argomenti in assoluto più difficili da affrontare con tatto; se poi si sovrappongono come in questo caso, il coraggio mi viene meno.

Una ricchezza che si riassume in una cifra narrativa personalissima, in cui l’humour, per quanto dissacrante o intimamente tragico, non ha mai accenti astiosi o sgradevoli, in virtù di una spontanea grazia ma anche di un amore per la vita che sopravvive a tutto e assume, talvolta, struggenti toni cechoviani.

Mi chiedo perché scrivo tutto questo (…) perché voglio fermare lo scorrere di questi strani giorni, tanto diversi da qualunque altro momento io abbia mai vissuto finora. Voglio tenerli per un istante sul palmo della mano per osservarli prima di lasciarli andare via per sempre. Forse, tra molti anni, quando avrò quasi dimenticato cosa mi spinse quassù, non mi interesserà più nulla se non ridere, ridere con la tenerezza di una vecchia saggia dei malintesi, degli errori e dei fallimenti che mi portarono così vicina al naufragio, per quanto sotto sotto fossero guidati da tanto amore. Allora aprirò questo quaderno e lo leggerò.

Con Un’estate in montagna Elizabeth von Arnim riesce, ancora più di altre volte, nel piccolo miracolo di trattare temi “forti” restando incantevolmente “leggera”. Come una delle nuvole che aleggiano intorno alle montagne svizzere, sopra quello che un tempo era lo chalet Soleil, di un irresistibile rosa dalle mille sfumature pervase a tratti di magia.

Giorgia Rovere