Vidgis Hjorth: «Non voglio parlare della mia famiglia… sono già abbastanza nei guai»

07-06-2020  •   Il blog di Stoner
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Hjorth

In occasione dell’uscita di Eredità di Vigdis Hjorth, vi proponiamo l’intervista all’autrice di Tim Adams del Guardian.

 

«La maggior parte delle famiglie ha una sorta di storia familiare ufficiale­», afferma Vigdis Hjorth. «“È così che festeggiamo il Natale­” e così via. Se un membro non condivide questa bella storia ufficiale, si crea una grande tensione. Io penso di aver dato voce a una persona che ha una storia più complessa, che non vuole sottoscrivere la storia ufficiale. La famiglia non l’ascolta e questo genera delle situazioni molto spiacevoli…­».

Hjorth, sessant’anni, sta parlando del suo inquietante romanzo Eredità, magnificamente costruito, in cui una donna sulla cinquantina, redattrice di una rivista a Oslo, mette a soqquadro la propria famiglia rivelando che suo padre ha abusato sessualmente di lei e l’ha violentata da bambina. Dal momento che Bergljot, la narratrice del romanzo, ha una biografia molto simile a quella di Hjorth e che la voce in prima persona del libro è scritta in modo così diretto e convincente, si è innescata un’accesa controversia in Norvegia sulla “virkelighetslitteratur” o “letteratura della realtà”, e sull’eticità di usare elementi della propria storia familiare nei romanzi.

In questo caso, il “disagio” del romanzo è filtrato nella vita reale. La sorella di Hjorth, Helga, un avvocato per i diritti umani, ha risposto al libro scrivendo un suo romanzo, Fri Vilje (‘Libero arbitrio’), in cui la protagonista deve affrontare il trauma della ricaduta pubblica del romanzo autobiografico “disonesto” di una sorella narcisista. La madre di Hjorth, Inger, ha minacciato un’azione legale contro un teatro di Bergen che ha messo in scena un adattamento di Eredità. Chiedeva 23.000 dollari di risarcimento per ogni membro della famiglia coinvolto nella storia.

Hjorth, autrice di venti romanzi, era già una figura di spicco nella narrativa norvegese contemporanea, ma a causa delle polemiche suscitate dal suo libro, recentemente è diventata una vera e propria celebrità, vincendo anche il premio dei librai norvegese e diventando l’oggetto di innumerevoli editoriali. Uno dei motivi è che il suo libro è emerso in una cultura letteraria già polarizzata dal dibattito suscitato dal romanzo-confessione di Karl Ove Knausgård, La mia lotta, e dal suo enorme successo internazionale. L’autofiction – lo sfruttamento delle intimità più crude di spose/i e amanti – parrebbe essere diventata una delle principali esportazioni norvegesi. Per sottolineare questo punto, mi sono fermato a parlare con Hjorth a Londra dopo un evento in cui aveva discusso dei limiti porosi che separano la letteratura dalla realtà dalla fantasia con l’ex moglie di Knausgård, Linda Boström Knausgård, che ha pubblicato a sua volta un suo romanzo, che sembrerebbe confutare il racconto romanzato del suo ex sulla loro separazione.

Durante quel dibattito, Hjorth aveva insistito ripetutamente sulla santità della finzione, sul diritto dell’autore tanto di lavorare con la fantasia quanto di scandagliare la propria esperienza personale. Aveva anche letto in modo compulsivo e frenetico un estratto della traduzione di Eredità, dando vita al dramma interiore della sua narratrice, Bergljot, che si trova a vivere il paradosso tipico degli accusatori: è disperata di essere creduta ma allo stesso viene screditata dalla sua stessa disperazione.

Quando ci siamo visti, ho detto a Hjorth che leggere il suo libro e ascoltarla parlare mi ha ricordato quella famosa citazione dello scrittore polacco Czesław Miłosz: «Una volta che in una famiglia emerge uno scrittore, quella famiglia è finita». È d’accordo?

Lei sorride. «Sai, penso che se parli bene della tua famiglia, allora diranno: “Sì, siamo noi”. Me se non ne parli così bene, allora diranno: “No, non siamo noi!”. Non è un segreto che io non abbia contatti con la mia famiglia, ma questo non ha nulla a che fare con il romanzo­».

Trovandosi faccia a faccia con Hjorth, è difficile non essere tentati di stabilire cosa ci sia di “vero” nel romanzo e cosa no. Come tutti i buoni romanzi, il libro dà vita a un mondo interiore così credibile da sfidare l’idea della finzione. Il ricordo degli abusi, che riaffiora in Bergljot in età adulta, è innescato dall’ultimo atto di suo padre, che ha lasciato in eredità le due case sul lago in cui la famiglia si godeva le vacanze alle sue sorelle e non a lei. Tutti i traumi sepolti che l’avevano allontanata dalla sua famiglia tornano improvvisamente a galla.

Nel tentativo di equiparare la realtà alla finzione, un giornale norvegese ha pubblicato il programma del funerale del padre di Hjorth per dimostrare che era praticamente identico a quello del libro; e le sorelle di Hjorth affermano che ha copiato parola per parola diverse email. Ma Hjorth mi interrompe.

«Non voglio parlare della mia famiglia».

Perché?

«Perché», dice con un filo di impazienza della sua voce, «sono già abbastanza nei guai. E perché non riguarda il romanzo». Se un giorno dovesse scrivere direttamente della sua famiglia, dice «lo farò in prima persona e – come fa Knausgård – una cosa cruciale – userò i veri nomi».

Nel corso della sua precedente discussione aveva affermato di aver iniziato tutti i suoi romanzi con una domanda urgente a cui voleva rispondere. Qual era la domanda questa volta?

«Era: “Qual è la voce di una persona che ha una storia importante da raccontare che nessuno vuole ascoltare?”, dice».

Per diversi anni Hjorth ha lavorato come insegnante in Norvegia con persone che “non hanno documenti­” o che sono rifugiati. «Un esempio potrebbe essere una madre a cui il governo ha tolto i suoi tre figli», dice. «La madre ripeteva sempre la stessa cosa quando l’ho incontrata: “Li hanno presi – sono venuti venerdì – hanno preso i miei bambini, hanno preso i miei bambini». La stessa frase, ripetuta all’infinito. Parte di quell’esperienza, che consiste nel dare a queste persone la voce più misurata e coerente, necessaria per combattere delle battaglie legali, è andata poi nella costruzione del personaggio di Bergljot, dice.

Il tema del suo libro – la necessità di una vittima di un abuso di essere creduta, indipendentemente dalle conseguenze, e da quanto siano circostanziali le prove – arriva ovviamente anche in un momento in cui la cultura pretende che gli accusatori ricevano questo diritto. Il libro di Hjorth è l’esplorazione immaginaria migliore delle implicazione del movimento #MeToo che mi sia capitato di leggere, non da ultimo per l’onestà con cui parla di narrazioni apparentemente inaffidabili. Bergljot è certa della verità essenziale delle sue accuse, anche se non di tutti i singoli fatti. Queste ammissioni di dubbio trasportano il lettore non solo all’interno della mente di Bergljot, ossessionata dagli abusi, mentre porta avanti un conflitto strategico nei confronti della sua famiglia, ma cattura anche il travaglio emotivo degli altri figli e della madre, le cui certezze sono state tutte messe a repentaglio dalle accuse.

Poiché la voce del romanzo ruota attorno alla natura del crimine, esso diventa anche un interessante caso psichiatrico, oltre ad un dramma familiare pieno di pettegolezzi. Chiedo a Hjorth se abbia mai fatto terapia nel corso degli anni; la voce di Bergljot a volte sembra avere una certa familiarità con il lettino dello psicoanalista.

«Sì», dice, «non ho problemi ad ammetterlo».

Le chiedo quanto sia diversa l’esperienza di scrivere romanzi da quel processo di confessione.

«È molto diverso­», dice, «perché quando vai in psicoanalisi, è perché sei nei guai e vuoi vivere meglio. Non ho quel tipo di dolore. Quando scrivo, non scrivo per avere meno dolore. Quindi è un processo molto diverso».

Ma mi sembra in qualche modo cruciale capire come potrebbe funzionare una mente come quella di Bergljot: a un certo punto teme, ad esempio, che vi sia una sorta di autoindulgenza riflessiva nelle sue accuse: «Sto accarezzando la mia cicatrice?», si chiede…

«La cosa interessante di andare dall’analista è che scopri quante bugie ti sei raccontato su te stesso», dice. «Spesso riesci a sopravvivere solo perché ti racconti queste bugie. Tuttavia, devi sbarazzarti di quelle bugie anche se sei sopravvissuto grazie a esse. E questo è un processo doloroso. Penso che le persone che sono state in psicoanalisi imparano a mentire meno di prima. Quindi, mentre sono qui a parlare con te, la mia mente sta pensando: “Ah, Vigdis, stai mentendo adesso? È così che ti piace vedere le cose? Cerca di essere onesta”. Per cui impari a comunicare con te stessa».

La cosa difficile per persone che hanno subìto il tipo di trauma che ha subìto Bergljot, sembra dire Hjorth, è che vengono etichettate come delle vittime, e a quel punto devono scegliere se resistere o abbracciare questa nuova versione della loro identità. Hjorth ha tenuto conferenze nel corso degli anni sulla dipendenza dall’alcol e sulla cultura del bere – lei stessa è un’amante del vino, dice, ma sa quando fermarsi – e ha incontrato molti ex alcolisti. «Sono sobri da anni ma nonostante ciò quando li incontro mi dicono: “Sono un alcolizzato”. La cosa mi sorprende sempre. Mi incuriosisce molto. “Non eri un padre, un fratello, un ingegnere, prima di essere un alcolizzato?”. La voce di Bergljot, insiste Hjorth, nasce da questa consapevolezza più che da qualunque impulso autobiografico.

Parliamo di Knausgård. Le chiedo come si è sentita, come scrittrice e come lettrice, quando ha letto i suoi libri per la prima volta.

«Adoro quello che fa­­», dice, «anche se è difficile dire cosa stia facendo. Tutte le cose scritte sono delle lettere nere sulla carta, ma alcune cose mi toccano mentre altre mi lasciano indifferente. Come mai? Non avrei mai immaginato di interessarmi a un uomo che beve caffè e fuma sigarette, giorno dopo giorno. Ma così è stato».

Ammetto di non sapere abbastanza della società norvegese, ma mi chiedo se ci sia una concezione idealizzata della famiglia che rende la decostruzione immaginaria di libri come il suo e quello di Knausgård così scioccanti.

Dice che quella di svelare il lato più oscuro della vita familiare è una caratteristica di vecchia data della letteratura norvegese, in particolare quella femminile. «Penso che letteralmente la prima frase scritta da Sigrid Undset, la nostra vincitrice del premio Nobel, nel suo primo libro fu: “Ho tradito mio marito”», dice ridendo. «Quindi è una cosa che c’è sempre stata». Il desiderio di dire la verità emerge, forse, da una certa omologazione nella vita familiare norvegese, aggiunge. «Penso che in Inghilterra, ad esempio, la differenza tra ricchi e poveri sia sempre stata grande e lo sia ancora di più oggi. In Norvegia penso che siamo più uguali in generale. E penso che quando tutti vivono allo stesso modo, le persone si confrontano continuamente. Li fa spiare i vicini da dietro le tende…».

Il libro di Hjorth è molto diverso dai romanzi di Knausgård, ma una cosa che sembrano avere in comune è una riflessione sulla trasformazione generazionale dei ruoli maschili. La mia lotta di Knausgård ha molto a che fare con il dover riempire le infinite ore di cura dei bambini piccoli, un ruolo a cui suo padre aveva brutalmente rinunciato. Mentre nel libro di Hjorth, ovviamente, la società altamente patriarcale dei genitori della narratrice lascia dietro di sé un’eredità profondamente sinistra e problematica. Quanto era consapevole di questa trasformazione mentre scriveva questo libro?

«Ne ero consapevole, sì. Penso che la struttura familiare in Norvegia, probabilmente più che in qualsiasi altra parte del mondo, abbia raggiunto un livello di uguaglianza tra uomini e donne pressoché totale. E i padri, che lo apprezzino o no, sono costretti ad assumere un ruolo attivo, ad avere contatti con i loro bambini piccoli. A cambiare i pannolini, dar loro da mangiare, vestirli per le feste di compleanno. I padri della generazione di Bergljot non lo hanno mai fatto. E forse quello che è successo a Bergljot era più comune in quella generazione perché i padri non erano abituati ai corpi delle loro figlie. Penso che sia molto più difficile per un padre che è stato vicino al corpo della sua bambina abusarne­­».

Ritorniamo alla questione della verità e della realtà. Per Hjorth è chiaramente un affare di famiglia. Sua figlia, dice, è impegnata in un dottorato di ricerca sulle storie che vengono raccontate nelle aule di tribunale, su come sono costruite e su quanto sono persuasive. I giudici e i giuristi, in questo senso, non sono diversi dai lettori e dai critici letterari. «Sai, in un processo, quattro persone diverse potrebbero offrire un resoconto diverso degli eventi di un determinato giorno, e alla fine sta al tribunale scegliere a quale versione credere».

Tutti noi, in un certo senso, abbiamo il desiderio di fare gli avvocati di noi stessi – e il romanzo lo dimostra. Nel romanzo di Hjorth, Bergljot si comporta in qualche modo proprio come un avvocato che impiega tutte le sue risorse per smantellare la tesi della difesa, cioè la sua famiglia. Ogni interazione diventa un potenziale esame incrociato. «Sentii il suono che emetteva l’iPhone quando arrivava una e-mail, lo tenevo sul sedile accanto», dice a proposito di un messaggio ricevuto da sua sorella, «sicuramente si trattava di un atto di guerra­».

Mi chiedo cosa ne pensi Hjorth del fatto che sua sorella abbia deciso di risponderle per le rime, con un altro romanzo. Una parte di lei ha ammirato quella scelta?

«Era ben scritto», dice, «perché [Helga] era arrabbiata con me e penso che la rabbia sia una cosa buona per la scrittura. E per me ovviamente è stato molto interessante».

La verità di quel libro, tuttavia, non è ovviamente più oggettiva di qualsiasi altra opera d’arte, ma forse è dettata dall’esperienza. «Dopo che Picasso ebbe dipinto Guernica, il suo enorme dipinto sui bombardamenti della città, uno dei generali di Franco si ritrovò a contemplare la tela insieme a Picasso. Il generale disse: “L’ha fatto lei?”. “No”, rispose Picasso, “l’ha fatto lei”». Hjorth trova sorprendente che l’idea di verità oggettiva continui a persistere, anche quando si tratta di eventi complessi. «La letteratura non è vera nel senso in cui il giornalismo [cerca di essere]­», afferma. «È vera in un altro senso. Non esiste un punto di vista neutrale. Iniziamo a studiarci nell’istante in cui ci incontriamo. La letteratura lo rivela. Knausgård, per esempio, mostra come il suo personaggio incontra il mondo…».

Crede che sia possibile una descrizione obiettiva degli eventi?

«Non esiste. Si tratta solo di scegliere. Potrei scrivere dieci racconti diversi su questo incontro che stiamo avendo e forse uno di essi ti piacerà e dirai: “Sì, è andata così”». Sorride. Mi sembra un buon momento per congedarci.

 

Traduzione di Thomas Fazi