Postfazione di Ann Joslin Williams

30-10-2015  •   Il blog di Fazi Editore
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thomas williams

Ann Joslin Williams ricorda suo padre Thomas Williams nella postfazione a I capelli di Harold Roux, romanzo vincitore del National Book Award nel 1975, anno in cui concorrevano come finalisti: Philip Roth, Vladimir Nabokov, Donald Barthelme, Toni Morrison, Gail Godwin.

 

Sono nata a Iowa City, nel periodo in cui papà era studente presso l’Iowa Writers’ Workshop. Mamma ricorda che, quando era incinta di me, portava mio fratello in giro col passeggino. Percorreva a piedi l’intera città solo per dare a mio padre il tempo e la tranquillità necessari per scrivere. Vissero per un certo periodo in un motel. In condizioni del genere, sarebbe stato difficile portare a termine qualsiasi tipo di lavoro. Pochi mesi dopo la mia nascita, a papà venne offerto un impiego presso l’Università del New Hampshire, così ci trasferimmo a Durham. Il New Hampshire è stata la mia casa fino a quando non sono tornata in Iowa, nel 1995, per frequentare anch’io l’Iowa Writers’ Workshop. Mio padre non ha fatto in tempo a intuire che la figlia sarebbe un giorno tornata laggiù per seguire le sue orme.

Quando ho percorso in auto il Mississippi fino ad arrivare in Iowa, quell’agosto del 1995, penso che stessi sperando che accadesse qualcosa. Una sorta di rivelazione magica. Quando si torna nel posto dove si è venuti al mondo, sembra sempre che qualcosa debba succedere. Pochi giorni dopo, mentre passeggiavo per Iowa City e passavo davanti all’ospedale dove sono nata, ero ancora in attesa che questo qualcosa mi si rivelasse, anche se non sapevo esattamente cosa fosse.

Il giorno in cui ero partita per l’Iowa, avevo portato con me solo una fotografia. Temevo di sentire la nostalgia di casa se avessi avuto troppi oggetti che me la ricordavano. L’auto era piccola, una Ford Escort a due porte, e avevo messo nel bagagliaio solo lo stretto necessario. La fotografia che mi ero portata era un’immagine di papà, il mio mentore. Non riuscivo a immaginare di potermi sedere alla scrivania senza sollevare lo sguardo di tanto in tanto per fissarlo. Nella foto mio padre era in piedi di fronte a quella che era la nostra montagna, il Monte Cardigan. I miei genitori avevano costruito una piccola casa lassù, nel 1954, dove avrebbero passato le estati. La casa era di pietre e tronchi, e l’avevano fatta con le loro mani. Mamma aveva mescolato il cemento in una carriola, spalando la sabbia trasportata su un camion preso in prestito, e aveva abbattuto alberi e levigato tronchi con un coltello a petto. Papà aveva messo le pietre e costruito delle pulegge per sollevare le travi. Sopra il camino misero una lastra di granito presa dalle fondamenta di un’antica casa nel terreno sotto il loro. Su quella lastra mio padre cesellò la scritta: «TOM E LIZ COSTRUIRONO QUESTA CASA NEL 1954 D.C». Quell’estate dormirono in una tenda vicino al torrente fino a quando la casa non fu sufficientemente pronta per potervisi trasferire. Ci sono alcune Polaroid in bianco e nero che mostrano mia madre in maglietta senza maniche e pantaloncini mentre spinge la carriola. Era bella, slanciata e coi capelli luminosi. Una donna forte. Aveva ventisei anni o giù di lì. Mio padre sembrava averne diciassette e ne aveva ventotto. È sempre sembrato più giovane della sua età.

Questo accadeva prima che si trasferissero in Iowa. Papà aveva già scritto un romanzo, Ceremony of Love, basato sulla propria esperienza in Giappone durante la guerra. Non ci sono più molte copie di Ceremony of Love in giro, e credo che papà sarebbe contento di saperlo. Era il suo primo romanzo e lo imbarazzava; pensava che avrebbe potuto essere migliore. Sullo scaffale della casa in montagna ce n’è ancora una copia, martoriata da papà con un coltello. Se giri un po’ di pagine, ci trovi un buco, un preciso rettangolo scavato nel centro dei restanti fogli, una sorta di vano segreto, anche se non vi è nulla nascosto dentro. Tuttavia mamma mi ha raccontato di quanto quel romanzo l’avesse colpita, soprattutto per le vivide descrizioni contenute nella prima scena, dove un giovane è su una nave che sta attraversando il Pacifico per raggiungere il Giappone.

Mio padre chiese a mamma di sposarlo poco prima di partire per Parigi. Stava andando alla Sorbona grazie a una borsa di studio per ex soldati. Lui e mamma stavano facendo un’escursione nel New Hampshire, e papà quasi per caso le aveva chiesto: «Vuoi sposarmi quando torno?». Mia madre non prese sul serio la proposta e disse: «Certo. Quando?». Aveva appena finito la scuola per infermiere e doveva raggiungere la Pennsylvania per un corso post-laurea, cosa che fece, quando papà andò a Parigi. Alla fine, mamma si trasferì a New York per lavorare in sala operatoria al Presbyterian Hospital. Poi lui le scrisse e le disse il nome della nave con cui stava per tornare. Mi piace sapere che tornò a bordo di una nave.

Mamma prese un lungo weekend di vacanza e raggiunse mio padre a Lebanon, nel New Hampshire, dove lui viveva prima dell’esercito. Andarono da un giudice di pace. Oltre alla moglie del giudice, avevano bisogno di un altro testimone. C’era un uomo che lavorava in un campo vicino; lo chiamarono e si sposarono. Nessun parente. Nessuna celebrazione in pompa magna. Nessun progetto. Quando mamma tornò a New York per lasciare il lavoro, il capo della sala operatoria si arrabbiò con lei. «Non sono cose da farsi», le disse.

Mamma trovò un lavoro al Mary Hitchcock Hospital, a Hannover. Papà non aveva un lavoro, ma stava scrivendo. Una volta, mentre ero in visita dai miei genitori, papà mi disse che si era sposato in modo da potersi finalmente fermare e mettere al lavoro. Io ero single ed ero una cameriera che si dilettava con la musica folk e trascorreva troppo tempo in giro per locali coi musicisti invece che scrivere romanzi, che era ciò che pensavo volessi fare. Papà mi suggerì di trovarmi anch’io una moglie.

Mamma e papà non sapevano dove sarebbero finiti, ma si diedero una sorta di possibilità con la casa costruita in montagna, sperando potesse divenire un posto che fosse veramente loro, dove andare di tanto in tanto. Un luogo da chiamare casa. Quando li immagino in Iowa tempo dopo – con mamma incinta e già un bambino a carico e papà che stava iniziando proprio allora il corso di scrittura –, ammiro i rischi che accettarono di correre. Non si erano messi ad aspettare che le cose migliorassero o di avere soldi per mettere su famiglia.

Nella foto che mi sono portata in Iowa la cresta della montagna sovrasta la testa di mio padre. È Fire Screw, la vetta alla destra del Monte Cardigan. Ho sempre pensato a quella montagna come a una donna sdraiata di schiena. Fire Screw è la pancia e dentro c’è mio padre. Amava quella terra. Quando stava per morire, disse: «Che cosa potrei desiderare di più che essere qui, in questo posto?». Aveva un taccuino in cui annotava il numero di cervi, orsi o alci che ogni settimana vedeva attraversare il campo di fronte. Ci annotava altre cose, spesso usando la seconda persona:

Sessantadue anni, questo è il punto più ripido della collina. Probabilmente non hai intenzione di fare granché per cambiare le cose. Ma devi essere motivato dal romanzo adesso e rileggere con attenzione.

Oppure:

Che cosa vuoi? Sei in grado di dedicare a questa storia, a queste storie, la giusta quantità di tempo? Sei in grado di tirarne fuori un libro? Quando hai intenzione di farlo? Domani, sì, ma dopo la pesca, è così? Hai bisogno di un modello, di un inizio, di una possibilità.

Quando, dopo la sua morte, ho letto alcuni dei piccoli taccuini di papà, mi ha colpito l’uso della seconda persona. Cosa c’è nella testa di uno scrittore che parla a se stesso da una tale distanza? È come se si separasse da se stesso. Forse guardiamo sempre il mondo, e anche noi stessi, in modo onnisciente. È un metodo più sicuro, come se non fossimo davvero reali e stessimo vivendo dentro le nostre creazioni.

La montagna nei romanzi e nei racconti di mio padre ha preso il nome di Monte Cascom. La terra immaginaria che la circonda è Leah. Molto prima di morire, papà mi fece dono di questi e altri nomi. Me li trasmise. Dopo aver letto uno dei miei racconti in cui avevo dato alla nostra montagna un nome che non gli piaceva, mi suggerì di usare i nomi che aveva inventato lui. È quello che faccio adesso quando scrivo le mie storie.

Quando arrivai in Iowa, non riuscivo a smettere di cercare segni di mio padre. Lo immaginavo in strada, mentre andava a lezione. Trovai uno dei suoi romanzi su uno scaffale nascosto nell’ufficio del Workshop. La copertina di quello stesso romanzo era incorniciata su una parete del Linn Street Café, un costoso ristorante di Iowa City. Lo scoprii quando un editor passò in città e invitò un gruppo di noi a cena. Credo che nessuno al tavolo si rese conto di quanto rimasi colpita nello scorgere improvvisamente la copertina di quel libro, appesa sopra un tavolo dove altri clienti stavano cenando. Non dissi nulla al riguardo fino a che non fu il momento di uscire. Diedi un colpetto col gomito a un amico e gli indicai la cornice dall’altra parte della stanza. La sua reazione fu compiaciuta e incuriosita, come speravo. «Mio padre ha vinto il National Book Award per quel romanzo», gli dissi. «Come si chiama?», chiese qualcun’altro. «Thomas Williams», risposi. «Probabilmente non ne avete mai sentito parlare». Nessuno aveva mai sentito quel nome. «È morto», dissi, stupita di quanto mi fosse risultato semplice pronunciare quelle parole, quando ancora stentavo a crederci. Uscimmo e salutammo l’editor, ma i miei pensieri erano ancora rivolti all’interno del ristorante. Era come se la copertina di quel libro fosse mio padre che mi faceva cenno con la testa e mi diceva: «Sono qui». Ma era solo il muro di un ristorante e c’erano forse cinquanta o più copertine incorniciate e appese accanto alle persone che cenavano.

Quando la malattia si aggravò e papà iniziò la chemio e la radioterapia e tutto quell’inferno, mi ricordo che sedevo con lui sul prato a guardare la nostra montagna. Mi raccontava cose sulla storia della nostra famiglia. Aveva perso tutti i capelli. Scherzava sul fatto che la testa bianca e il cranio ora nudo e non completamente liscio lo facevano somigliare a un uovo di tartaruga consumato. Spesso per stare al caldo si metteva una calza in testa. Per qualche motivo il materiale della calza, che mia madre aveva fermato con un elastico sistemato per lungo, si adattava alla sua testa meglio di un cappello. Faceva ridere i polli e lo sapeva, ma la ostentava con un sorriso, quando ci riusciva.

Mentre parlava si piegava in avanti, con le mani sulle ginocchia, la faccia sconvolta. Cercava di resistere alle fitte di dolore. Anch’io sentivo i muscoli dello stomaco contrarsi. Avevo la nausea. Mi sforzavo di non mettermi a piangere. Odiava vedermi piangere.

La mia fonte stava morendo. Annotavo tutto. Non volevo dimenticare niente e c’era così tanto che non sapevo. Spesso parlavamo di scrittura. Era stato il mio insegnante – nel vero senso della parola, per due semestri, quando ero studentessa presso l’Università del New Hampshire. In classe mantenevamo segreto il fatto che fossi sua figlia. Adoravo le sue lezioni. Tutti si sentivano a proprio agio ed erano interessati. A quei tempi si poteva fumare nelle aule. Ricordo che fumavo sigarette e dividevo il posacenere con lo studente seduto accanto a me, mentre discutevamo dei racconti. Anche papà fumava. Eravamo lì, padre e figlia, in una classe, a fumare. Ho smesso di fumare parecchio tempo fa.

Molto prima di diventare sua allieva e molto tempo dopo, papà ha letto il mio lavoro. Era un eccellente critico, assolutamente onesto e attento. Non ho mai inviato un racconto senza che lui prima non lo leggesse. Quando è morto, ero preoccupata di non riuscire più a scrivere una storia senza di lui. Non mi veniva in mente nessuno che potesse dedicarmi quel tipo di attenzione riga per riga che mi dedicava lui.

Dopo la sua morte, mamma si è seduta ogni sera a rileggere i suoi libri – tutti e nove –, fino a quando non ha riletto ogni frase. Mi mise tanta tristezza vederglielo fare, ma era un modo per lei di sentire ancora la sua voce. Forse anche per trattenerlo ancora un po’ e poi lasciarlo andare. Ricordo che si sentiva in colpa per le critiche che aveva mosso a uno dei suoi romanzi. Temeva di non avergli dato sufficiente sostegno. Forse era passato abbastanza tempo e il soggetto del romanzo non era più così intimo o immediato. Qualunque fosse la ragione, le sarebbe piaciuto potergli dire adesso quello che pensava del libro. Mamma era anche tormentata dal pensiero di aver permesso che i medici dessero a mio padre della morfina in più prima di quando avrebbero dovuto, dall’idea che forse avrebbero potuto aspettare ancora un po’. Ma su questo so che si sbagliava.

Io ci misi del tempo prima di riuscire a rileggere un libro di mio padre. Quando una raccolta dei suoi racconti uscì postuma, la lessi in lacrime. Molte di quelle storie traevano ispirazione da eventi che ricordavo – due ragazzi perduti sulla nostra montagna, la pesca al pescegatto di notte (che ispirò anche il mio primo racconto pubblicato). Il racconto Goose Pond, su un uomo di cinquantotto anni la cui moglie è appena morta di cancro, è stupefacente per come indaga il dolore. Papà lo scrisse quando era poco più che ventenne. Era uno scrittore brillante e meraviglioso. Un uomo di un’intelligenza estrema. Sapeva tutto, su qualsiasi argomento. Nell’introduzione a Leah, New Hampshire, una raccolta di racconti di papà, John Irving, suo ex studente e amico, ha scritto:

Ti correggeva quando usavi un linguaggio non preciso, ti insegnava un sacco di cose se facevi una passeggiata nel bosco con lui: sapeva che tipo di muschio o felce stavi calpestando e il nome dell’albero su cui ti stavi appoggiando; conosceva gli uccelli e gli animali e – sorprendentemente – era anche uno di quegli uomini che capiscono come funzionano le cose meccaniche. Conosceva i motori, gli attrezzi, le pistole […] Ma quello che ammiro di più nei racconti di Leah, New Hampshire – e nei romanzi di Williams – è quanto conoscesse la natura umana, e quanto fosse in grado di scandagliare psicologicamente le persone.

Mio padre non è mai diventato ricco o famoso, ma era contento della propria vita e di ciò che aveva ottenuto. Amava la sua montagna; era orgoglioso dei figli. Amava mia madre, e avevano costruito insieme quell’incredibile casa. Aveva vinto il National Book Award e molti altri premi. Anche se la gente non ha mai sentito parlare di lui, e può non aver mai letto i suoi libri – da tempo fuori commercio –, ho ancora le sue parole, i suoi mondi; la sua visione delle cose buona, gentile e nitida.

Mia madre dice che quando sono nata, mio fratello e mio padre erano nel parcheggio accanto all’ospedale e fissavano la finestra della sua stanza. I bambini non erano ammessi all’interno, così quello era l’unico modo per mio fratello di vederla. Mamma li salutava dal vetro. Io ero nella nursery lì vicino. Quando sono tornata a Iowa City e sono passata davanti all’ospedale, ho ripensato a quest’episodio. Io lassù in ospedale e adesso io là sotto, nel punto dove era stato mio padre tanto tempo prima. Era come essere onnisciente, vedere tutto, essere dentro mio padre e dentro me stessa, nel passato e nel futuro.

Il giorno prima che mio padre morisse, quando nel pomeriggio lo andai a trovare in ospedale, papà era seduto sul bordo del letto, ancora collegato a tubi e apparecchi respiratori. Indossai la solita maschera ed entrai nella stanza per vedere cosa stava facendo. Sembrava cercasse di alzarsi dal letto. Il camice gli era scivolato dalle spalle e il suo corpo era sottile, grigiastro, ossuto. Era scalzo e stava cercando di appoggiare i piedi a terra. Quasi non osavo toccarlo tanto mi sembrava fragile. Non si accorse che ero lì, mentre cercavo di rimettergli il camice a posto e di spingerlo di nuovo sul letto. Lanciai un’occhiata disperata verso il vetro per vedere se qualche infermiera stesse passando e potesse aiutarmi, ma non c’era nessuno in giro. Iniziai a singhiozzare e cercai di convincerlo a sdraiarsi. Non sapeva che ero io; la morfina gli aveva annebbiato la mente. Poi mi guardò e disse, come se niente fosse: «Oh, Annie, sei tu. Ciao». Improvvisamente era lucido e innocente, e c’era la sua voce gentile, e il volto, pieno di gioia nel vedermi. Nel sapere che ero lì.

Ha smesso di cercare di alzarsi, di andare dovunque avesse pensato di dover andare.

Quella notte mio fratello è arrivato in aereo dal Colorado e mia madre e io lo abbiamo accolto in ospedale. Papà riusciva a malapena a respirare. Stava soffrendo. La chemio e la radioterapia duravano già da un anno, ed era troppo debole per sopportarle ancora. Stava morendo. Era chiaro. I medici suggerirono altra morfina e mia madre acconsentì. Chiesero a mio padre se sapeva che cosa significava. Papà disse che lo sapeva.

Mio padre è morto di cancro ai polmoni il 23 ottobre del 1990. Ci sono giorni in cui guardo la sua fotografia e mi sento sopraffatta dalla tristezza. Vorrei che fosse ancora qui a insegnarmi ogni cosa. Mi manca, e so che mi aiuterebbe. Ma poi penso che in fondo è ancora qui a darmi dei consigli. Lì sullo scaffale c’è una lunga fila di libri. Sono fortunata ad avere una simile eredità, tutte quelle parole a guidarmi mentre viaggio su una strada simile alla sua.