Tradurre «Mai guardarsi indietro» di Margaret Storm Jameson

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Jameson

In occasione dell’uscita di Mai guardarsi indietro, Velia Februari racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo di Margaret Storm Jameson.

 

“Si poteva affermare che quei tre momenti fossero uno solo e lo stesso, giacché in ognuno di essi Hervey aveva vissuto a pieno, così che non esistevano passato o futuro, ma tutta la sua vita era presente con lei dall’istante della nascita all’istante della morte, intera e completa, come un istante sospeso nell’eternità”.

Vorrei dedicare questa ultima riflessione sul lavoro di traduzione – e di analisi testuale – del terzo capitolo della saga “Lo specchio nel buio” di Margaret Storm Jameson al tema inesauribile del tempo, inteso sia da un punto di vista linguistico sia da un punto di vista più filosofico.

In sé, il romanzo – come del resto tutta la trilogia – è narrato in ordine cronologico, salvo qualche sporadica analessi. Questa apparente linearità viene tuttavia sovvertita nei capitoli dedicati all’esplorazione dei pensieri e dell’interiorità di Hervey. In quei casi la narrazione tende ad avvolgersi su se stessa, ad assumere un andamento spiraliforme in cui i riferimenti temporali, inclusi i tempi verbali, non sono più sufficienti a orientarsi nella comprensione e nella lettura.

Si prenda ad esempio il capitolo diciassette: si tratta di una sezione di testo in cui ricordi, sensazioni, pensieri e riflessioni di Hervey Russell si vanno ad accumulare senza alcun ordine, in un vero e proprio flusso di coscienza. A livello grafico ho cercato di aiutare il lettore nella comprensione evidenziando le frasi in prima persona – ovvero quelle che riportano direttamente i pensieri di Hervey – in corsivo e con l’uso costante del trapassato prossimo nella narrazione delle analessi. La consecutio inglese è diversa da quella italiana. In un flashback, lo scrittore anglofono in genere usa il past perfect nella prima frase e già nella seconda può permettersi di tornare al past simple; gli basterà inserire un “now” per tornare al presente della narrazione. Per quanto riguarda invece l’uso del corsivo nelle frasi in cui si riportano i pensieri dei personaggi, era uno stratagemma che avevo già impiegato nei due volumi precedenti e che è stato mantenuto in fase di revisione.

Ma, al di là dei tecnicismi linguistici, credo sia più interessante osservare la concezione filosofica che sta alla base dell’opera in toto, e che è ben espresso nella citazione in esergo e in quella che segue: “Ora il suo viaggio non proseguiva più in avanti all’infinito: pareva che dovesse trascinarsi su un sentiero che svoltava continuamente, eppure le sembrava di avvolgersi in se stessa in una spirale discendente di luce e agonia”.

L’identità di dimensione lineare del tempo e di dimensione circolare o ciclica, che ho spesso incontrato nella scrittura femminile, trova in Storm Jameson, se non proprio la massima espressione, un esempio di rara raffinatezza. Hervey non è solo quella Hervey, ma “una molteplicità di vite diverse, così come un albero si declina in ciascuna delle sue foglie”. Hervey è la bambina, la donna, l’anziana. È la terra stessa di Danesacre. È la Hervey del presente, ma anche quella del passato, come si evince da questa frase: “Le passò per la mente che, se avesse atteso abbastanza a lungo o avesse saputo cosa fare, avrebbe visto se stessa con il vecchio vestito a ricami di lana colorata quando attraversava il cortile per acchiappare Richard.”

Prima di affrontare l’ultima prova della sua vita, Hervey assolve a un compito: “Aveva sistemato tutto, visitato il passato e intravisto il futuro”. Dunque mi sono chiesta: possibile che il messaggio sia metanarrativo? Che la trilogia non possa finire senza che passato, presente e futuro si fondano? O che Hervey sia anche la molteplicità dei suoi lettori? O che il lettore possa identificarsi nel ventaglio di vite diverse che compongono il romanzo, in un gioco di specchi (nel buio), verso “un’immortalità all’indietro”, come la definisce Eco?

La risposta a questi interrogativi non sta dentro il romanzo, ma nell’inesauribile mistero del tempo. Le grandi opere d’arte, a mio avviso, non forniscono risposte, ma possono solo accompagnarci nell’infinita ricerca e creazione di senso.

 

Velia Februari

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