Tradurre «Paese infinito» di Patricia Engel

•   Il blog di Fazi Editore - Parola ai traduttori
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Engel

In occasione dell’uscita di Paese infinito, vi proponiamo la riflessione di Enrica Budetta sulla traduzione del romanzo di Patricia Engel.

 

La forte intensificazione dei fenomeni migratori dalle aree più povere e politicamente instabili del mondo a quelle in cui le condizioni di vita sono, almeno in linea generale, migliori, è uno degli aspetti che caratterizzano la nostra epoca e, dunque, uno dei temi ricorrenti di film, serie tv e, ovviamente, libri, degli ultimi anni. Come lettrice e spettatrice, prima ancora che come traduttrice, sono quindi abituata alle storie che raccontano il superamento o i tentativi di superamento di una delle tante frontiere che dividono i pezzi di mondo più fortunati da tutti gli altri, com’è quella che separa la parte settentrionale del continente americano dal resto di esso.

La storia al centro del romanzo di Patricia Engel Paese infinito, che ho tradotto per Fazi Editore, è, in effetti, quella di molte famiglie – reali e fittizie –: Mauro ed Elena, due giovani innamorati di Bogotá, decidono di partire alla volta degli Stati Uniti insieme alla figlia Karina, appena nata, nella speranza di agguantare il vago ed elusivo sogno americano. Partono con un visto turistico, senza porsi troppe domande e senza avere progetti ben chiari per il futuro, se non quello di lavorare per mettere da parte un po’ di soldi da mandare a casa, dove pensano di tornare dopo qualche mese.

Negli Stati Uniti li attende una realtà tutt’altro che idilliaca, fatta di fatica, lavoro nero, sfruttamento e abusi fisici e psicologici. Quando il loro visto scade decidono nonostante ciò di rimanere, per offrire una vita migliore alla loro famiglia che, nel frattempo, si è allargata con l’arrivo di altri due bambini, Nando e Talia. Mauro ed Elena si ritrovano quindi da un giorno all’altro nella condizione di immigrati clandestini e, quando Mauro viene scoperto, arrestato e deportato in Colombia, Elena deve prendere la difficile decisione di restare da sola nel nuovo paese con i figli. Talia è troppo piccola perché la madre possa badare a lei e ai due più grandi, dovendo frattanto lavorare per mantenere tutti, e così Elena è costretta a mandarla in Colombia, perché sia la nonna a crescerla.

Tutto ciò viene ricostruito attraverso una serie di flashback che, dal presente in cui Talia adolescente tenta di partire dalla Colombia per raggiungere gli Stati Uniti e ricongiungersi con la madre e i fratelli che non vede da quando era piccolissima, ci riportano appunto ai momenti salienti del loro passato.

Le vicende narrate sono, come dicevo, tristemente comuni, ma ciò che è fuori dal comune è il modo che l’autrice ha di raccontarle, che le permette di tenersi lontana dal patetismo o, addirittura, dalla pornografia del dolore che caratterizza tanti di quei prodotti culturali a cui accennavo all’inizio, senza però avere paura di mettere il dito nella piaga sanguinante di chi emigra: «Emigrare era come staccarsi di dosso la pelle. Come disfarsi. Ti svegli ogni mattina e ti dimentichi dove sei, chi sei, e quando il mondo di fuori ti mostra il tuo riflesso, è brutto e distorto; sei diventato una creatura disprezzata, indesiderata».

Engel illustra in modo impeccabile l’ambivalenza dei sentimenti dei suoi personaggi nei confronti del proprio paese d’origine: Elena e, soprattutto, Mauro, sono consapevoli dell’importanza del retaggio culturale colombiano (come dimostra il continuo riferimento al patrimonio mitologico della Conoscenza ancestrale), ma anche delle ingiustizie, della violenza, che rendono impossibile una vita normale alle persone comuni in quella «nazione di amnesici, dove i narcotrafficanti diventano senatori e i senatori narcotrafficanti». Quest’ambivalenza caratterizza anche il loro sguardo sugli Stati Uniti, che sono sì il luogo dove a prezzo di sforzi riescono a costruirsi una vita nuova, ma anche a loro volta una terra di violenza, dove capita che persone normali entrino armate nelle scuole o nei centri commerciali e compiano stragi: «Com’era possibile che la gente pensasse ancora a gringolandia come a una specie di terra promessa, pur sapendo che lì succedevano cose del genere?».

Tra i molti meriti di Paese infinito questo, a mio parere, è il suo maggiore: ricordarci che «ogni nazione delle Americhe aveva una storia segreta di violenza interna. Indossava solo maschere diverse, portava armi diverse e si giustificava con storie diverse». Una consapevolezza che, forse, rende ancor più insensati i confini, le frontiere, le divisioni tra esseri umani.

 

Enrica Budetta

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