Un racconto di Anna Giurickovic Dato

16-08-2018  •   Il blog di Fazi Editore
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Anna Dato

Spesso sogno che sei sdraiata su un prato e io ti riempio la bocca di fiori. Certe volte, invece, vuole prenderti un mostro, corro a liberarti, ma in quel momento mi sveglio e non dormo più per tutta la notte. “Sono riuscito a salvarti, mamma?” ti chiedo insistentemente nei miei pensieri. A volte lo domando ad alta voce e la risposta è solo il suono della mia coscienza che sbatte violenta tra queste mura. Raramente accade che qualcuno mi risponda e se lo fa è solo perché ha voglia di prendermi in giro. “Non c’è nulla di divertente” dico. “Non ci sarà nulla di divertente, ma noi ci dobbiamo pur divertire in qualche modo”. A volte mi capita di non dormire per più notti consecutive, di restare incastrato nell’angoscia come fossi un pesce rimasto impigliato alla lenza e più mi agito, più do colpi di coda, più la lenza mi si infila dritto in gola e mi strozza. Alla fine mi addormento solo quando sono così stanco che sento la testa cadermi dal collo. Questa è la mia tortura, mamma. Poche volte, invece, faccio bei sogni. Quei giorni magari sono felice soltanto perché il sole, per errore, è entrato dalla finestra e ha disegnato una piccola falce di luce sul muro, ma non c’è momento in cui non mi si presenti davanti agli occhi il tuo sguardo e anche se li chiudo non scompare. Vivo e mi alzo ogni mattina perché credo in dio, ma non è vita questa. La mia vita senza te vorrei prenderla e buttarla o darla a qualcun altro se la vuole. Ciò che di più crudele ha questo posto è che mi lascia tutto il tempo per pensarti. Anche quando non lo voglio, se addirittura mi ordino di non farlo, la mia mente ridisegna tutti i contorni del tuo viso e del tuo corpo, fino alle minuzie: la fossetta sulle ginocchia che avevi, il piccolo neo sotto il mento. I ricordi, quelli più belli, sono i più dolorosi.

Mamma: mio respiro, mia parola, mia preghiera, ci sei sempre stata solo tu, tutti i giorni prima e tutti i giorni dopo. I miei fratelli mai l’hanno avuta con te una cosa come la nostra, erano figli tuoi anche loro, ma non lo erano quanto me. “Rimarrai piccolo tu, me lo prometti?” mi chiedevi sempre e io, prima di andare a dormire, con le ginocchia in terra, i gomiti sul letto e le mani giunte pregavo “fammi restare piccolo per favore, non farmi crescere più”; non volevo perderti mai. Quando ridevi tu, mamma, coloravi di gioia il mondo. Da bambino ero convinto fossi tu a fare sorgere il sole e a mandarlo poi al di là di una casa, dietro l’orizzonte, proprio come accendevi e spegnevi la luce dall’interruttore. E siccome eri tu che ogni giorno mi davi da mangiare, io credevo fossi la madre di tutti e t’immaginavo andartene di casa in casa carica di pane dentro le tasche e nella borsa, con quel sorriso dolce che avevi. Quando tardavi a tornare mi agitavo come un matto, ti aspettavo come i cani aspettano il padrone davanti alla porta di casa, mi mettevo lì a piangere sul tappeto e poi strillavo finché non veniva qualcuno e mi tappava la bocca. Anche papà ti amava di un amore che sembrava sconfinare nella venerazione. Ti ama ancora, se ne sta sempre mogio in silenzio (ti ricordi quanto parlava?) e quando viene qui a trovarmi non riesce a sostenere il mio sguardo, può essere gli ricordi il tuo, è da te che ho preso il colore dei miei occhi. A volte prova a sorridermi, ma non sa più farlo, e alla fine se ne va quasi sollevato dicendomi “scusa, non so davvero di che parlarti”. Lui però era cauto nel mostrarti il suo amore e a me sembrava un codardo. Non volevo somigliargli, desideravo essere l’unico a farti ridere, toccarti io solo, riempirti del mio pensiero la testa in modo che non ti restasse il tempo di pensare a nient’altro e quando lui ti dava una carezza – lo faceva timidamente, quasi come si pentisse ogni momento e volesse ritirare indietro il polso – io mi irrigidivo tutto sulla sedia. Se erano i miei fratelli a chiederti attenzione, tu eri buona e gliene davi, ma intanto da lontano mi rassicuravi con lo sguardo come a dirmi “stai calmo Andrea, che non ti toglie niente nessuno”.

Quanto eri bella mamma! In paese tutti lo dicevano e quando ti guardavano con quegli occhi un po’ così a me davvero sembrava di impazzire. Eri giovane, sempre ben vestita, con le mani sottili e curate e i capelli così morbidi che mi piaceva affondarci la faccia. Un po’ ti piacevano gli sguardi degli altri, dì la verità, ti sentivi lusingata. Quando camminavamo insieme sul marciapiede, perché magari ti accompagnavo a fare la spesa o avevi visto una maglietta che desideravi proprio comprarmi, se capivi che qualcuno ti stava guardando abbassavi la testa, scostavi i capelli da un lato scoprendoti il collo e un poco sorridevi. Mi voltavo e vedevo al di là della strada un uomo distinto che si toglieva il cappello o il negoziante che ti faceva un sorriso, allora toglievo subito la mia mano dal tuo palmo. Amavo il tuo rigore, non quando eri vanitosa. Quando ho conosciuto la mia prima ragazza me la portavo al cinema o le compravo il gelato con i soldi che mi lasciavi sul tavolo in cucina. Un pomeriggio, passeggiando, abbiamo raggiunto la fine del paese, ci siamo nascosti dietro ai muretti e lì ci siamo abbracciati forte. Mai, neanche in quel momento, che io abbia smesso di pensarti e dopo gli abbracci, pieno di desiderio, nel delirio delle mie fantasie mi sono frenato e le ho detto “non mi va, non posso”, preferendo la mia carne inappagata al sentirmi un disonesto. Ogni femmina mi è sempre sembrata niente in confronto a te e seppure capitava che una volta mi colpisse un sorriso fra tanti o uno sguardo più sincero degli altri, erano sensazioni di un attimo o di una sera che poi svanivano inconsistenti davanti all’evidenza che le altre non avevano nulla in comune con te. Ero gelosissimo di te e di tutto ciò che ti circondava, dell’aria, del tempo, di qualsiasi cosa minacciasse il nostro stare insieme per sempre, e tu lo sapevi mamma. È per questo che ancora oggi non mi spiego come sia stato possibile, con quale leggerezza nell’animo tu abbia potuto fare quello che mi hai fatto. Non lo avessi mai portato in casa! È tutta mia la colpa. Quando hai visto per la prima volta Luca – “il mio amico fedele”, “il mio confidente”, il compagno più grande, che avrebbe dovuto proteggermi e darmi il buon esempio – tu, subito, sei rimasta sconvolta. Non pensare non li abbia notati immediatamente gli sguardi, il rossore improvviso, l’imbarazzo appassionato e curioso di chi ha deciso che non si fermerà, ma andrà avanti. Ho voluto solo fingere di non accorgermene, forse ero incredulo e mi sembrava di inventarmi tutto. Non volevo crollasse l’immagine di angelo che avevo di te, ma poi nei mesi ti ho visto farti sempre più frivola, civetta, egoista. Entravi e uscivi troppo presa dal tuo nuovo amore per accorgerti di chi lasciavi a casa, per vedere tuo marito, i tuoi figli, me. Ogni volta che tornavi ti illudevi di ritrovare le cose come erano prima, ma erano cambiate, mamma, ed è naturale che sia successo. Mi ricordo di quando ho trovato nel cestino un biglietto che ti aveva scritto papà: “mio piccolo fiorellino, il mio amore per te cresce ogni giorno che passa. Ti sto aspettando, non so cosa stai facendo e sono in ansia perché non torni. Non capisco nemmeno cosa ti manchi qua, ma se fuori stai meglio, se con gli altri ti diverti, allora tutto questo è giusto anche se vuol dire che io soffro”. Quel codardo, però, il biglietto non te lo ha mai dato, lo buttava e lo riprendeva dal cestino mille volte, sempre indeciso e impaurito come non può essere un uomo. Lo sai, era difficile dirgli “stai tranquillo papà, non piangere” quando mi poggiava la testa sulla spalla. O forse avrei dovuto consolarlo con altre parole, dirgli “sai papà, la mamma è al sicuro finché è nelle mani di Luca, è un caro amico e saprà come trattarla”. Da quando la verità mi si è parata davanti agli occhi come un fucile e non ho avuto più alcun dubbio, perché vi ho visti insieme, non ti ho più rivolto la parola tranne che una volta. Mi ero addormentato pensando alla vita senza te, così arida e triste da sembrarmi priva di ogni senso come anche oggi mi sembra, poi ho sognato un tuo bacio e mi ha ricordato com’era felice la nostra casa quando anche tu c’eri. Di corsa, era ancora notte, sono venuto dove abitavi per prenderti e riportarti indietro, ma tu mi hai detto “vattene, che a casa non ci torno”. Mi avevi abbandonato. Avresti fatto meglio a startene nascosta dov’eri, a rinunciare a me del tutto lasciandomi almeno l’illusione di poterti dimenticare. Invece, da lontano, tu forse non lo sai, ma mi hai torturato. Papà il bucato non sapeva farlo e quando tu sei andata via ho iniziato a portare i vestiti sporchi dalla nonna. Quando tornavo da lei mi diceva “guarda Andrea che mamma tua si è venuta a prendere i vestiti anche stavolta, «voglio lavarli io ad Andrea», ha detto, «con le mie mani»”. Volevi farmi più male così o era solo un tuo dolcissimo regalo? Perché quando li indossavo i vestiti, dall’odore e dal modo in cui li piegavi riconoscevo subito se li avevi lavati tu. E anche se facevo il gradasso, quando ero solo tra me e me annusavo quei vestiti a occhi chiusi, alle volte iniziavo a ridere senza un motivo e non riuscivo più a fermarmi tanto ero felice. Ti desideravo, anche solo una carezza, tu lavavi i miei vestiti (ti pulivi la coscienza?) ma a casa non tornavi mai.

Quella sera ho perso la testa, mamma, l’amore a volte è talmente forte che lo scambi per odio e tu eri il mio amore, eri tutto per me. Vi ho visti insieme di nuovo, baciarvi sul portone e tu ridevi. Vi ho seguiti, eri felice! A casa nostra ormai sembrava che ogni giorno fosse un funerale. Senza di noi, la tua famiglia, come potevi essere così felice? Poi mi hai scoperto, hai fatto cenno con la mano di avvicinarmi. Non potrò mai scordare quel tuo ultimo sguardo. Soprattutto oggi, in questa mia piccola stanza vuota dove entrano solo occhi nemici, io penso alla tenerezza con cui mi hai guardato ed è solo grazie a questo ricordo che, in mezzo alla bruttura che ora ho intorno, mi si riempie ancora il cuore di bellezza. Sono rimasto dov’ero, ho detto “ti voglio bene” e ho sparato. Se ti chiedi perché non muoio, come posso restare in vita portando dentro questo orribile peso, ti rispondo che con la morte mi darei sollievo e ho bisogno prima del tuo perdono. È solo a causa di ciò che ho fatto che non ascolterò le parole più dolci di sempre, quelle che non puoi più dirmi. Per questo resto qui, vivo nella tua mancanza e, senza mai rivolgere un pensiero a me stesso, sconto la mia pena.

 

Anna Giurickovic Dato, autrice di La figlia femmina