Abbandonare e conservare: i difficili equilibri di un mondo che cambia

26-04-2019  •   Il blog di Stoner
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ricominciare

In occasione dell’uscita di È tempo di ricominciare, il secondo volume della trilogia di Carmen Korn iniziata con Figlie di una nuova era, Cristina Malvezzi del blog Athenae Noctua ci racconta le sue impressioni sul romanzo.

 

Ricominciare, ricordare, ricostruire: tre fra i verbi più complessi della vita umana. Voci fatte di interrogativi, insicurezze, paure e speranze che si rivelano in tutto il loro peso nei momenti cruciali dell’esistenza individuale, ma anche laddove la Storia tocca i suoi snodi fondamentali, sottoponendo alla prova di un nuovo inizio intere comunità.

È di questo che ci racconta Carmen Korn nel romanzo È tempo di ricominciare, secondo capitolo dell’appassionante trilogia apertasi lo scorso anno con Figlie di una nuova era. Tornano Henny, Käthe, Lina e Ida assieme alle loro famiglie, ai frammenti di legami passati e ai sussulti di quelli che si vanno rinsaldando. Tornano con difficoltà, perché su Henny pesa il sospetto di Käthe, convinta che la cara amica di un tempo fosse al corrente della denuncia che ha causato l’internamento suo e di sua madre in un campo di concentramento, e Käthe è preda di una fortissima esitazione, che la trattiene a lungo dal riallacciare i rapporti spezzati dalla guerra.

Per tutti è difficile lasciarsi alle spalle il conflitto, le violenze, le denunce, l’ostilità latente instauratasi fra i sopravvissuti ai bombardamenti e ai campi e chi ha aderito in passato alla politica nazista e che spesso deve fare i conti con la vergogna di aver anche soltanto simpatizzato per le idee di un Hitler che si affacciava nel dibattito pubblico, prima della deriva inarrestabile. «Cosa rappresenta il passato?»: è questa la grande domanda che campeggia a caratteri di fuoco nella coscienza di ciascuno. È un peso opprimente del quale è impossibile liberarsi, una zavorra di cui sbarazzarsi o una sofferta risorsa dalla quale imparare e di cui salvare qualcosa?

Rudi faticava a condividere l’ansia di normalità che sembrava accomunare tutti, la disponibilità a fingere che non fosse accaduto niente. Per anni la gente aveva fatto a meno di tutto, e adesso non era sorprendente che ci si volesse lasciare alle spalle le brutture e godersi tutta quell’abbondanza che sembrava piovere dal cielo.

Quello che era accaduto a Rudi era accaduto a migliaia di persone: la persecuzione, la guerra, una lunga prigionia. E tuttavia si chiedeva come facessero gli altri a togliersi dalla testa quelle immagini, a scacciare quegli incubi. Non gli sembrava possibile che ci si potesse riuscire comprando e consumando.

Per Henny e le altre, per tutti i membri delle loro famiglie, anche per i più giovani, trovare un equilibrio in un mondo profondamente cambiato è una sfida troppo grande per poter essere considerata il mero sfondo delle loro esistenze. Nel marzo del 1949, quando Carmen Korn ci invita a rientrare nelle vite dei suoi personaggi, Amburgo è una città dilaniata dai bombardamenti, molti sono morti o dispersi, i muri dei lager e dei ghetti sono stati abbattuti, ma non è lontana la costruzione di un’altra barriera, destinata a separare la Germania fino al 1989. E dunque cosa comunica questa città martoriata, con tutte le altre in attesa di ricostruzione? Cosa comunicano i volti dei sopravvissuti, di tutte quelle persone che, come Käthe e suo marito Rudi, sono terrorizzati dall’idea di riprendere a vivere come prima? E quali speranze possono nutrire, quali paure devono ancora provare quelli che, come Klaus, il figlio omosessuale di Henny, erano i perseguitati di ieri eppure non possono ancora definirsi liberi?

«Rudi ha paura di dimenticare», spiegò. «Ha paura che la vita facile e le belle cose ricoprano completamente la memoria dei morti».

È tempo di ricominciare è una storia di equilibri difficili fra la paura di dimenticare e il bisogno di abbracciare l’avvenire. Lasciarsi alle spalle il passato e tutti coloro che ne hanno fatto parte sembra un oltraggio ingiustificabile; di qui il bisogno di Louise e di Rudi di recuperare i pezzi d’arte e antiquariato appartenuti al caro amico ebreo suicida Kurt Landmann e saccheggiati dai nazisti, ma anche l’ostinazione di Käthe a non abbandonare la baracca in cui ha trovato alloggio dopo il drammatico rientro ad Amburgo. È però Rudi, al termine dei lunghi anni trascorsi come prigioniero di guerra in un campo sperduto sugli Urali, a rappresentare in modo più efficace questo tormento e, insieme, la graduale presa di coscienza della necessità di trovare un nuovo faro nella giovanissima Ruth, che lui e Käthe adottano dopo la morte del nonno. In È tempo di ricominciare Rudi, che nel capitolo precedente ha incontrato il padre, diventa padre a sua volta: Ruth rappresenta la ragione del suo nuovo inizio, la possibilità di scrollarsi di dosso i rancori e le paure senza dimenticare, ma affiancando ad un irrinunciabile ricordo un altrettanto doveroso compito di costruzione e cambiamento.

Per Rudi era stata la salvezza, avere una figlia di cui occuparsi gli aveva tolto dal cuore la grossa pietra che vi pesava dalla fine della guerra. Quella responsabilità aveva cambiato il paesaggio della sua vita. Le cose belle avevano un senso e non era un tradimento cercarle, immaginare un futuro migliore.

Ma i cambiamenti che si affacciano fra le pagine di È tempo di ricominciare vanno ben oltre la ricostruzione postbellica, dato che, fra le sue pagine veniamo traghettati dal 1949 al 1969: ci sono le campagne elettorali della Germania federale e le voci spaventose che provengono dalla sua controparte orientale, ci sono Kennedy e la crisi dei missili di Cuba, le marce di Martin Luther King che richiamano l’attenzione sulla necessità di riconoscere diritti a tutti gli esseri umani, perché l’apertura dei campi, evidentemente, non è bastata a mettere in guardia le coscienze sul pericolo delle discriminazioni. Ci sono poi i moti del 1968, l’emancipazione delle donne, con il successo di Marike, la figlia di Henny, che diventa titolare di un ambulatorio medico, di Florentine, la bellissima figlia di Ida, che appare sulle copertine delle più importanti riviste di moda, della stessa Ruth, che studia giornalismo; c’è l’introduzione degli anticoncezionali e ci sono le battaglie dei conservatori della morale tradizionale contro qualsiasi forma di vita sessuale alternativa al matrimonio e alla procreazione. Ci sono l’Apollo 11, Armstrong, Aldrin e Collins, con l’annuncio di quel «grande passo per l’umanità» che si spera vada ben oltre la luna e che rappresenta, come del resto è sempre accaduto per questo satellite, il traguardo dei desideri più intimi dell’uomo.

«Anche voi vi piazzerete davanti al televisore domenica?», gli domandò Robert a trasmissione finita, quando Klaus stava per andarsene. «È un evento storico, no? Il primo uomo sulla Luna!».

«Sarebbe un evento storico se lassù trovassero il modo di portare la pace nel mondo», disse Klaus.

 

Cristina Malvezzi