Introduzione di Gore Vidal a «Giuliano»

01-02-2017  •   Il blog di Stoner
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giuliano gore vidal

In occasione del ritorno in libreria di Giuliano di Gore Vidal, vi proponiamo l’introduzione dell’autore al romanzo.

 

Tra i mucchi di libri della biblioteca dell’Accademia americana sulla collina del Gianicolo di Roma, mi ritrovai faccia a faccia con M.I. Finley, il cui Il mondo di Odisseo aveva avuto una grande influenza su di me, oltre che su due generazioni di studiosi classici. Era un accademico americano rinnegato dalla madre patria negli anni Cinquanta, quando si aggirava nel paese lo spirito di Titus Oates. Trasferitosi in Inghilterra, era diventato un’autorità di primo piano sul mondo greco del V secolo a.C. Ci congratulammo l’un l’altro con gran rispetto. Mi disse che il mio Giuliano gli era piaciuto, e io gli confessai che lo stavo impietosamente saccheggiando per la stesura di Creazione. Gli chiesi informazioni su un suo collega che si era occupato di Zoroastro. Era affidabile? «Il migliore in quel campo». L’immensa dentiera gli si spostò leggermente in bocca. «Naturalmente, come tutti noi, inventa quasi tutto quello che scrive».
Ora, come sanno benissimo anche gli sciocchi, il romanzo storico non è storia e neppure un romanzo. Storia significa note a piè di pagina, citazioni accurate di altri specialisti in materia, mentre il romanzo “serio” parla della vita quotidiana di persone che insegnano a scuola e commettono adulterio; se si tratta di accademici inglesi, in genere vanno in America o in Zaire e subiscono un trauma culturale dai risvolti comici. È strano, ma al giorno d’oggi, nei romanzi, non si apprezza molto l’immaginazione, anche se i vari segni e segnali delle molteplici espressioni della teoria letteraria, pur non essendo sempre leggibili, costituiscono materia d’insegnamento.
Fino al secolo scorso il filone principale della letteratura d’immaginazione si era sempre occupato degli dèi, degli eroi e dei sovrani dei popoli. Da Eschilo a Dante a Shakespeare a Tolstoj, quello che accadeva nei palazzi oppure sull’Olimpo costituiva sempre il cuore della narrazione tanto in poesia come in prosa, o anche nei testi teatrali. Credo sia un peccato che – come fa notare un personaggio nell’Herzog di Saul Bellow – in un momento imprecisato intorno al 1840 il romanzo sia precipitato nel quotidiano; al che il professor Herzog domandava con irritazione: «E dove stava, prima di precipitare?». La risposta è la seguente: nel mito, nella storia o in qualsiasi genere narrativo che ci siamo lasciati alle spalle.
Anche se, personalmente, non amo i romanzi storici in quanto tali (perché per scrivere di vicende ambientate nel passato mi tocca leggere un sacco di libri di storia), lavorare su Alla ricerca del re mi ha affascinato non poco: mi sembrava una storia d’amore molto suggestiva. Il modo in cui ho ricreato Blondel e Riccardo Cuor di Leone appartiene volutamente al mondo della ballata piuttosto che a quello della storia. D’altra parte, per scrivere Giuliano mi ci sono voluti anni, e la descrizione del modo in cui il cristianesimo venne in un certo senso inventato, nel corso di una serie di sinodi durante il IV secolo, era basata su uno studio approfondito delle fonti primarie. Non essendo mai stato un entusiasta del monoteismo, mi parve che l’imperatore apostata fosse il protagonista ideale. Con grande stupore del mio editore, il libro ebbe molto successo e continua ad essere letto in molte lingue. Evidentemente, la gente trova interessante non solo Giuliano, ma anche gli anni che ho descritto.
Dopo qualche tempo, ho ricevuto il premio letterario meno noto al mondo ma che ho apprezzato di più, l’International Prize della Greek Cultural Association, assegnato dalle «Città della Magna Grecia». È vero che attualmente vivo nella Magna Grecia, ma questo non cambia nulla.
Con Creazione tornai al periodo di cui si era occupato Finley. Se un uomo, a quel tempo, fosse vissuto fino a settantacinque anni, avrebbe potuto conoscere Socrate, Zoroastro, Buddha e Confucio. Che qualcuno ci sia riuscito è assai improbabile – la Cina era molto lontana dalla Via della Seta, all’epoca ancora inesplorata. Ma io ho inventato quell’uomo: un nipote persiano di Zoroastro (la cui collocazione storica, peraltro, è assai vaga). Cyrus Spitama viene mandato laggiù come ambasciatore dal re Dario il Grande e, successivamente, anche dal suo erede Serse. Se non altro, la vicenda diventa una specie di corso intensivo sui sistemi etici e religiosi comparati; inoltre, per chi è seriamente interessato all’argomento, a quei tempi nelle quattro società più importanti – quella greca, quella persiana, quella indiana e quella cinese – i tassi di interesse raggiungevano un venti per cento di stampo thatcheriano, malgrado non esistessero i fax né, in pratica, alcun sistema di comunicazioni regolari tra i quattro paesi.
All’editore americano il libro piacque così poco che gli fece subire una specie di sabotaggio interno; poi, con grande stupore di tutti, diventò un best seller. Mi hanno detto che a Pechino è un libro di culto, anche se non è mai stato tradotto a causa delle mutevoli decisioni prese dal partito riguardo a Confucio.
Perché scrivere romanzi storici invece che testi di storia? Perché, quando si ha a che fare con epoche così lontane, si ricorre comunque in modo massiccio all’invenzione, come ha ammesso disinvoltamente anche Finley. Inoltre, senza l’immaginazione storica, anche la storia convenzionale è priva di valore. Infine, c’è l’emozione che si prova quando comincia a emergere uno schema. Creazione è uno dei libri preferiti di Noam Chomsky, i cui studi di linguistica hanno dimostrato che, per la mente umana, il linguaggio è innato e che i bambini nascono con l’attitudine a imparare il linguaggio con una velocità perfettamente calcolabile. Chomsky fu molto colpito (come me, del resto) dalla mia scoperta che quattro diverse società, giunte più o meno nello stesso momento a un livello culturale analogo, abbiano abbandonato gli antichi sistemi orali di comunicazione in favore della scrittura.
Da questo singolare dettaglio dedussi – come Chomsky – che è possibile che la specie umana sia stata programmata, proprio come un bambino, e che passi da una fase all’altra, come l’essere umano passa dall’infanzia alla pubertà, e quindi alla maturità e alla riproduzione per arrivare infine alla morte. Domanda agghiacciante: in questo momento, a che punto ci troviamo? Nella mezza età, nella vecchiaia o… dove? Si può trarre dalla storia una lezione per l’oggi? La risposta è no. Anche la contemporaneità è storia ed è questo a renderla così interessante.

GORE VIDAL
Ravello, 1993