La riedificazione di «È tempo di ricominciare» di Carmen Korn

06-04-2019  •   Il blog di Stoner
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Aspettando l’uscita di È tempo di ricominciare, il secondo volume della trilogia di Carmen Korn iniziata con Figlie di una nuova era, Giulia Pretta riflette sul tema della ricostruzione, un fil rouge che percorre tutto il romanzo.

 

Avevamo lasciato le quattro amiche alla fine della seconda guerra mondiale tra le macerie di Amburgo e di una Germania tutta da ricostruire. Ciascuna di loro e dei loro cari esibivano ferite più o meno profonde e qualcuno risultava ancora disperso in mezzo a un mondo turbinoso e incredulo dove la morte quasi non si decideva a fare spazio alla speranza di un futuro migliore. Queste donne che, prima come figlie o sorelle, e poi come mogli e madri avevano vissuto l’orrore di due conflitti, in questo nuovo capitolo sperano a bassa voce che il “mai più” che risuona in tutti i continenti non sia solo una vuota frase.

Il secondo volume della trilogia di Carmen Korn riparte dal marzo 1949. C’è chi è ad Amburgo e convive con le cicatrici lasciate dalla guerra come Henny che deve fare i conti con il tradimento ignobile del marito che ha portato all’arresto della sua migliore amica. C’è chi non sa come tornare indietro, come Käthe. C’è chi senza il dramma del proibito e del rischio sente vacillare la propria passione, come Ida. E c’è chi dalle macerie e dai calcinacci vede la possibilità di una ricostruzione, come Lina e Louise. Perché se in Figlie di una nuova era era il binomio vita-morte a unire Storia e personaggi, in È tempo di ricominciare è la ricostruzione il motore di tutto. Ciascuno a suo modo deve capire cosa fare di quanto la guerra ha lasciato e trarne il meglio. E questa ricostruzione si muove su due livelli: quella più strettamente materiale e quella emotiva.

Quella materiale trova facile gioco. Amburgo, un insieme di rovine e calcinacci dopo i massicci bombardamenti, è pronta a farsi rimettere a nuovo e a offrire possibilità. Emblematiche sono Lina e Louise che, insieme al socio Momme, decidono di abbandonare del tutto la loro vita precedente, cioè l’insegnamento e il teatro, e di aprire una libreria intitolata a Kurt Landmann che non avrà mai la possibilità di partecipare a questa rinascita. Una libreria dove arredi rotti e vecchi non devono trovare posto, ma essere latori di un nuovo periodo, di una nuova stagione dove i libri possono stare senza timore tra gli scaffali e non tra le fiamme dei roghi.

Per alcuni non c’è riparazione a quanto fatto dalla guerra. È il caso di Käthe che, come annunciato dal finale dipinto di speranza del romanzo precedente, è tornata dal campo di concentramento, ma non sa nulla di Rudi e non riesce a trovare la forza di ricominciare. Si circonda di distruzione vivendo in baracche fatiscenti o barconi mezzo affondati e procurando aborti come se volesse fare terra bruciata intorno a sé e non permettere neanche a un germoglio di vita di comparire.

Strettamente connessa alla parte materiale c’è quella emotiva e rimuovere i calcinacci per una riedificazione interna può essere semplice per alcuni e dolorosa per altri. Perché la riedificazione dopo una dittatura come quella nazista interessa anche quelli che hanno donato silenziosa acquiescenza come nel caso di Else, la madre di Henny. Per lei, la sua simpatia per Hitler viene cancellata in fretta. “Non aveva avuto difficoltà, Else, a rimuovere il fatto che a suo tempo lei stessa avesse nutrito simpatie per Hitler” si dichiara mentre problemi più pressanti come il combattere la solitudine si fanno strada nella sua mente. Anche per chi ha prestato ben più di silenzioso consenso, come nel caso di Campmann, l’ex marito di Ida, la riedificazione non tarda ad arrivare, quasi con una compiaciuta approvazione sul fatto di essere caduto in piedi. Nonostante la partecipazione all’entourage di Goebbels, la sua carriera in banca, per quanto non destinata a crescere, lo lascia in una comoda posizione in cui può permettersi il lusso di flirtare, di tanto in tanto, con la ex moglie. Non tutti però sono destinati al successo in questa opera di ricostruzione: Ernst, l’ex marito di Henny colpevole di delazione nei confronti di Käthe e di aver rifiutato il figlio Klaus in quanto omosessuale, non si riedificherà mai. Continuerà ad essere convito di aver agito per il meglio e mentre il mondo intorno a lui farà di tutto per indicargli che si è trovato sul lato sbagliato, la sua mente continuerà a credere di aver fatto quello che andava fatto. Anche e soprattutto con suo figlio. Ma chi vive di macerie non può sperare che il nuovo mondo lo accolga e gli lasci spazio.

In questa ricostruzione, le innovazioni tecnologiche e sociali, da un certo punto di vista, arrivano a grande velocità, ma ci sono situazioni che richiedono l’impegno di tutti, nuova e vecchia generazione. Klaus deve lottare e vivere nell’ombra per costruire la vita che vuole. Anche senza il regime, l’omosessualità è vista come reato e lui e il suo compagno Alex saranno costretti a una vita di sotterfugi nonostante il loro talento artistico che li porterà ad avere grande successo e visibilità che renderanno difficili i loro incontri. Ida, una volta passata la stagione dell’amore contrastato con Tian, deve trovare un equilibrio e trovare qualcosa che la strappi dalla noia e dalla sua natura di fondo da sempre viziata. Sarà lei la prima a sorprendersi quando questo avverrà e si trasformerà in una donna con una vita professionale piena che spianerà la strada alla figlia Florentine. Marike, la figlia di Henny, deve sempre di più e in sviluppo alla tematica del primo romanzo, riuscire a conciliare la maternità con il proprio lavoro di medico, affrontando una serie di difficoltà che non ci hanno abbandonate nemmeno ai giorni nostri. Perché è soprattutto la nuova generazione che ha sulle spalle la possibilità e la responsabilità di porre nuove fondamenta perché il “mai più” si concretizzi. Le nuove battaglie si svolgeranno a un livello diverso di quelle combattute sotto il regime nazista, ma saranno ugualmente importanti. Klaus, Marike, Florentine, Ruth ognuno a loro modo porterà avanti una costruzione: di loro stessi e del mondo che li circonda.

Eppure, nonostante l’impegno, restano strascichi di un passato che i tedeschi non possono dimenticare: una scala rotta e mai riparata dalla fine della guerra può portare la morte anche a distanza di decenni. Un sistema di bassa pressione può generare esondazioni e alluvioni e sommergere Amburgo spazzando via tanto di quanto si era faticosamente ricostruito tra cose e persone. Il riarmo, le crisi oltre oceano e le nuove guerre che spuntano in angoli remoti del pianeta non permettono mai di pensare che il più grande desidero delle figlie del nuovo secolo possa realizzarsi: un’era di pace e tranquillità, senza vivere nel timore di dover ancora sacrificare mariti, figli e ora anche nipoti sull’altare di una nuova guerra. La ricostruzione intorno non sempre le rassicura: un muro, un normale muro di cemento può essere il simbolo più potente del Novecento per spiegare che la guerra, non sempre combattuta al fronte, non si allontana mai del tutto.

 

Giulia Pretta