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Olive Kitteridge – La miniserie

27-02-2015  •   Stoner
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Pubblichiamo la traduzione di Damiana Barberini della recensione di Emily Nussbaum della splendida miniserie tratta dal bestseller di Elizabeth Strout con Frances McDormand e Bill Murray, apparsa sul New Yorker il 3 novembre 2014. 

 

Olive Kitteridge, miniserie audace e ingegnosa in onda su HBO, si apre con l’immagine di una donna anziana che si prepara al suicidio. Addentratasi nei boschi del Maine, Olive Kitteridge stende una coperta di lana e carica una pistola. Poi la storia torna indietro di venticinque anni, a quando lei era una donna di mezza età, ma il paesaggio coniugale è quasi altrettanto cupo. «Buon San Valentino, Ollie», dice Henry Kitteridge, con in mano una scatola di cioccolatini a forma di cuore. «Sì, anche a te, Henry», risponde Olive. La sua voce è robotica, lei non lo guarda nemmeno in faccia e non prende la scatola.

Queste prime scene introducono un qualcosa di caustico, come i siparietti satirici talvolta prediletti dai registi Alexander Payne e Todd Solondz. Nelle loro storie, ordinari americani del Midwest, provinciali, perdenti e sfaccendati, vengono tenuti in piedi allo scopo di deriderli, come se il regista si divertisse a usare una lente per incenerire le formiche. Ma Olive Kitteridge ha obiettivi diversi. È stata creata da Lisa Cholodenko, regista di drammi californiani promiscui, umani e riflessivi come I ragazzi stanno bene e Laurel Canyon – Dritto in fondo al cuore, e adattata dall’acclamata sceneggiatrice Jane Anderson dal libro di Elizabeth Strout vincitore del premio Pulitzer.
Nel corso di quattro ore, la miniserie getta l’incantesimo della West Coast su scene di repressione tipicamente Yankee, trattando la scontrosa eroina, che si autodefinisce “mostro”, con la stessa generosità che lei spesso non riesce a mostrare alle persone che la amano. Rispetta lo squallore senza mai soccombere a esso.
Il materiale di partenza è una raccolta di tredici silenziosi ed eleganti racconti. Olive, insegnante in pensione, è la protagonista principale di alcuni, mentre in altri compare solo brevemente. La depressione e il desiderio di farla finita sono motivi ricorrenti; c’è una visione disincantata della terza età, vissuta come un periodo di ridimensionamento e di rimpianto. Cholodenko e Anderson trovano di che ridere e anche di che gioire all’interno di questo materiale pungente, facendo aumentare progressivamente i colpi di scena – l’amore perduto è un fatto centrale, mentre una serie di crisi trasversali si svolge sullo schermo. Henry (Richard Jenkins, che recita con una misura sublime) diventa importante quanto Olive (Frances McDormand), mentre gli altri personaggi principali dei racconti appaiono solo di sfuggita nella serie. La regista ha riunito un cast eccezionale, all’interno del quale figurano una toccante Zoe Kazan, nel ruolo della mite assistente di Henry; Martha Wainwright, nel ruolo della pianista Angela, le cui canzoni inondano gli episodi di emozione; e Peter Mullan (di Top of the Lake – Il mistero del lago), che, nel ruolo del collega insegnante di Olive, è capace di rendere sensuale lo sbucciare una mela. L’effetto è qualcosa di simile a una grande cover di una canzone di Neil Young: c’è una nuova verve nel testo, e una schiettezza tanto efficace quanto i modi bruschi e malinconici dell’originale.
Il rapporto tra la narrativa letteraria e la fiction moderna ha creato una sconcertante atmosfera di rivalità tra sorelle: (“Sarai anche quella più popolare, ma io sono quella più intelligente!”). A cavallo fra un secolo e l’altro, i romanzi sono diventati una sorta di stenografia condiscendente per ambiziosi drammi televisivi: “È bello come Dickens”. Più di recente, alcune reti hanno iniziato la corsa all’oro, facendo offerte per trasformare romanzieri “di marca”, da Salman Rushdie a Jonathan Safran Foer, in showrunner – una mossa che ha prodotto moltissima pubblicità, ma ben pochi veri show. Il cosiddetto binge watching non ha fatto altro che confondere ulteriormente le cose, dal momento che assorbire una storia lunga una stagione può essere molto simile a leggere un libro tutto d’un fiato, capitolo dopo capitolo, compulsivamente.
Olive Kitteridge – insieme alla versione innovativa di Damon Lindelof di The Leftovers – Svaniti nel nulla di Tom Perrotta, sempre di hbo – è la prova che anche l’adattamento più difficoltoso può funzionare, senza snaturare il materiale di partenza. A differenza di Game of Thrones, i cui colpi di scena si risolvono in maniera naturale nella forma televisiva del finale in sospeso, Olive Kitteridge è una storia densa dal punto di vista psicologico, il cui personaggio principale, interpretato da McDormand con una profonda intelligenza, non solo è scontroso ma anche passivo. È un’osservatrice pungente mutilata da una precoce tragedia, un’eccellente insegnante di scuola elementare che è vulnerabile e appassionata ma che raramente agisce in base a queste due qualità. “Sciocca” e “sempliciotta” sono i suoi insulti di fabbrica; è chiaramente terrorizzata di essere o l’una o l’altra cosa lei stessa. I suoi occhi scattano con disprezzo, McDormand non risparmia sulla crudeltà del personaggio, ma è anche una presenza intelligente e persino seducente, una schiettezza energica tra l’evasivo e il moderno. Quando Henry fissa il suo sedere che si muove verso la cucina, si capisce cosa vede in lei. Il loro matrimonio non è facile, e spesso non è invidiabile, ma possiede gravità, da tutte e due le parti: Henry e Olive sono definiti entrambi dall’orbita dell’altro.
Capolavoro della miniserie è il secondo dei quattro episodi, che intreccia alcune trame del libro con la complessa storia di un giovane uomo mentalmente instabile, di un affogamento e di un matrimonio. Le nozze sono del figlio di Olive, interpretato da Devin Druid da adolescente, e da John Gallagher Jr, da adulto. Cholodenko – che con la sua telecamera sbircia attraverso le stanze come un ospite curioso – evoca l’imbarazzante pranzo di nozze (una gioia per Henry, una tristezza per Olive), quindi lo splendido ricevimento all’aperto vicino la loro casa nel Maine, dove il dolore ribolle sotto ogni immagine allegra: vediamo il timido orgoglio di Olive nel suo vestito fatto in casa, poi il momento in cui aggredisce verbalmente la bambina con i fiori facendola scoppiare in lacrime. Molto di tutto ciò proviene direttamente dal libro, ma la serie di hbo lega, senza soluzione di continuità, il senso di smarrimento di Olive a quello di altri personaggi. Così, i creatori rispettano le leggi dell’adattamento, che è sin troppo facile non prendere sul serio. Cholodenko “le affronta” e “alza la posta”. Senza mai essere superficiale, stabilisce connessioni tra personaggi che è impossibile trattare separatamente.
A questo punto farò uno spoiler; quindi, se volete, saltate il paragrafo. Come suggerisce la scena iniziale, Olive Kitteridge è ossessionata dal suicidio; sia nella versione letteraria che in quella televisiva, uno degli studenti di Olive, Kevin (un indimenticabile Cory Michael Smith), vive con la madre malata di mente che si suicida. Quando torna in città, progettando di fare lo stesso, i suoi piani vengono distrutti da Olive, che lo raggiunge nella sua auto e gli racconta la propria storia travagliata. Nel libro, mentre parlano, il ragazzo  immagina che la sua insegnante sia un elefante gentile. Nella versione televisiva lei si trasforma letteralmente in un elefante: si tratta di un’allucinazione e non di una metafora, che allude chiaramente alla schizofrenia di Kevin. Il risultato non è goffo, anzi, la situazione suggerisce che tutto è possibile – e mentre la storia procede, la sceneggiatura geniale di Anderson spezzetta l’infanzia di Kevin in flashback e costruisce un ponte tra i due personaggi con il riferimento a una poesia di John Berryman (“Salvaci dai fucili e dal suicidio dei padri”). C’è un passaggio nel libro in cui Kevin immagina la speranza prima sotto forma di cancro, poi di coltivazione delle piante: “non riusciva più a sopportare questi germogli di tenero verde speranza che gli spuntavano dentro”. Nella versione televisiva, questa idea viene reinterpretata con una stupefacente surrealtà visiva: quando Angela canta Close to you, steli sottili si attorcigliano sul coperchio del pianoforte, mentre le api ronzano: un suono al tempo stesso grave e intrigante, impossibile da ignorare. È la sintesi del metodo di Cholodenko: lei considera la bellezza una forza aggressiva sulla terra che può ferire, tanto quanto aiutare.

Emily Nussbaum 
Traduzione di Damiana Barberini