Prefazione di «Il castello Rackrent» di Maria Edgeworth

21-09-2017  •   Il blog di Stoner
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La generale predilezione del pubblico per i racconti aneddotici è stata biasimata e ridicolizzata dai critici, che auspicherebbero uno stile espositivo più ponderato; ma se la consideriamo dal giusto punto di vista, una tale predilezione è una prova incontestabile del buon senso e dell’attitudine profondamente filosofica dei nostri tempi. Tra quanti studiano, o perlomeno leggono, la storia, come sono pochi quelli che dalle loro fatiche ricavano qualche beneficio! Gli eroi della storia sono rivestiti a tal punto dai vagheggiamenti della fantasia di quanti si professano storici, parlano in una prosa così misurata, e agiscono per motivi tanto sublimi o infami, che sono pochi coloro che dispongono dell’inclinazione necessaria, di sufficiente perfidia o eroismo, per sentirsi partecipi del loro destino. E poi c’è così tanta incertezza, anche nelle più accreditate tra le ricostruzioni storiche, antiche o moderne, che lo stesso amore per la verità, che in alcune menti è innato e incrollabile, ci porta necessariamente a prediligere le memorie segrete e i racconti aneddotici personali. Non possiamo giudicare con assoluta precisione né i sentimenti né i caratteri degli uomini in base alle loro azioni o al modo in cui si atteggiano in pubblico; è a quel che dicono senza esserne consapevoli, alle frasi lasciate a metà che affidiamo più fondate speranze di riuscire a scoprire il loro vero carattere. Per questo la biografia di un uomo, grande o piccolo che sia, così come l’ha scritta lui stesso; la corrispondenza familiare; il diario di una persona qualsiasi pubblicato dagli amici, o dai nemici, dopo la sua morte, vengono considerate curiosità letterarie importanti. Possiamo senz’altro ritenerci giustificati, per questa bramosia di raccogliere i fatti più minuti che si riferiscono alla vita domestica non solo dei grandi e dei buoni, ma anche di coloro che non hanno particolare importanza o significato; dato che è solo valutando la loro effettiva felicità o infelicità nell’intimità della vita domestica che possiamo giungere a una giusta valutazione della reale retribuzione della virtù, o della reale punizione della malvagità. Che i grandi non siano tanto felici quanto sembrano, che le circostanze esteriori, relative a fortuna e rango, non diano la felicità, lo affermano tutti i moralisti; ma è difficile che lo storico possa, senza venir meno alla dignità del suo ruolo, fermarsi a illustrare tale verità, ed è dunque al biografo che dobbiamo fare ricorso. Una volta che abbiamo contemplato quegli splendidi personaggi che recitano la loro parte sul grande teatro del mondo, con tutti gli effetti scenografici e le decorazioni da palcoscenico, desideriamo fervidamente di essere ammessi dietro le quinte, in modo da poter osservare più da vicino gli attori e le attrici.
Alcuni potranno forse pensare che il valore di una biografia dipenda dal giudizio e dal talento del biografo; ma si può affermare anche il contrario, che cioè i meriti di un biografo siano inversamente proporzionali alla quantità delle sue risorse intellettuali o delle sue doti letterarie. Un racconto disadorno e senza fronzoli è preferibile alla più elaborata tra le narrazioni. Ci viene naturale, quando ci accorgiamo che un uomo ha la capacità di trarci in inganno, sospettare in lui l’intenzione di farlo davvero, e quanti hanno dimestichezza con l’elaborazione letteraria sanno che spesso, molte cose vengono sacrificate all’eleganza di una frase o alla resa di un’antitesi.
Non si può negare che, tanto quanto la persona istruita, anche l’ignorante possa avere i suoi pregiudizi, però gli errori grossolani li riconosciamo e li disprezziamo; non ci inchiniamo mai all’autorità di chi non dispone di un gran nome a sostegno delle sue assurdità. La parzialità che rende cieco un biografo ai difetti del suo eroe cessa di essere pericolosa, quando si accompagna a errori evidenti; ma laddove viene occultata da quell’apparenza di candore che gli uomini davvero abili sanno fingere benissimo, può rappresentare un pericolo per il nostro giudizio, e talvolta anche per la nostra moralità. Se Sua Grazia la Duchessa di Newcastle, invece di stilare l’elaborato elogio del suo signore, si fosse messa a scrivere la vita di un Savage, non avremmo mai corso il rischio di scambiare un libertino ozioso e ingrato per un uomo pieno d’ingegno e di meriti. Il talento di un biografo risulta spesso fatale al lettore. È per questo che di solito il pubblico, saggiamente, predilige coloro che, pur senza disporre della sottigliezza necessaria a far risaltare un carattere, senza quell’eleganza dello stile che può alleviare la noia della narrazione, senza l’apertura mentale per trarre conclusioni dai fatti che riferiscono, si limitano a riportare aneddoti e a riferire in modo dettagliato le conversazioni, con tutta la minuziosa prolissità di chi fa pettegolezzi in una cittadina di provincia.
Quanto a questo, l’autore del seguente memoriale può più che legittimamente aspirare al favore e all’attenzione del pubblico: si tratta di un vecchio servitore illetterato, la cui parzialità verso la famiglia presso cui è cresciuto fin dalla nascita non può non essere ovvia al lettore. Costui racconta la storia della famiglia Rackrent nel suo dialetto, e nella piena convinzione che gli affari di Sir Patrick, Sir Murtagh, Sir Kit e Sir Condy Rackrent risultino interessanti per tutto il mondo quanto lo sono per lui. Quanti conoscono gli atteggiamenti di una certa parte della nobiltà irlandese di qualche anno fa non avranno bisogno di alcuna prova dell’autenticità della narrazione dell’onesto Thady: a quanti invece non sanno nulla dell’Irlanda, il seguente memoriale potrà risultare poco intelligibile, o probabilmente apparirà del tutto incredibile. Per l’informazione del lettore inglese ignorante sono state aggiunte dall’Estensore alcune note; l’Estensore ha anche preso in esame l’idea di tradurre il linguaggio di Thady in inglese corrente, ma l’idioma di Thady è impossibile da tradurre, e poi la storia avrebbe suscitato dubbi ancor maggiori, quanto alla sua autenticità, se non fosse stata riportata nello stile che le è peculiare. Alcuni anni fa Thady ha raccontato all’Estensore la storia della famiglia Rackrent, e non è stato facile persuaderlo dell’opportunità di metterla per iscritto; ma alla fine il suo riguardo verso l’onore della famiglia, per usare le sue parole, ha prevalso sull’abituale pigrizia, e ha completato la narrazione che viene ora offerta all’attenzione del pubblico.
L’Estensore spera che i suoi lettori terranno presente che si tratta di “storie d’altri tempi”; che lo stile di vita descritto nella pagine seguenti non è quello del presente; la genia dei Rackrent è da lungo tempo estinta in Irlanda, e che quell’ubriacone di Sir Patrick, quel litigioso di Sir Murtagh, quell’attaccabrighe di Sir Kit e quel trasandato di Sir Condy sono personaggi quali oggi in Irlanda non se ne incontrano più, come non si incontrano, in Inghilterra, gli Squire Western o i Parson Trulliber. C’è un momento in cui gli individui possono ben tollerare di essere presi in giro per le loro passate follie e assurdità, e cioè dopo che hanno acquisito nuove abitudini e una nuova consapevolezza. Le Nazioni, come gli individui, perdono poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati.
Probabilmente presto disporremo di un centinaio di esempi per suffragare l’esattezza di queste osservazioni. Una volta che l’Irlanda avrà perso la sua identità con l’unione alla Gran Bretagna, ci volteremo a guardare con un sorriso di divertita condiscendenza i Sir Kit e i Sir Condy dei tempi andati.

Maria Edgeworth