Una principessa in cerca di libertà

23-11-2018  •   Il blog di Stoner
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Principessa

PRISCILLA VOLEVA FUGGIRE. CREDO CHE UN SIMILE DESIDERIO SIA UNIVERSALMENTE CONSIDERATO UNA COSA TREMENDA, (…) SE IL MONDO NON LO PONESSE IN CIMA ALLA LISTA DELLE AZIONI IMPERDONABILI, NON CI SAREBBE DONNA CHE, A UN CERTO PUNTO, NON SI DAREBBE ALLA FUGA. PER POI TORNARE, MAGARI; MA INNANZITUTTO SCAPPEREBBE A GAMBE LEVATE.

Potrebbe essere questa la frase-simbolo di Una principessa in fuga, sesto romanzo dell’anglo-australiana Elizabeth von Arnim, geniale scrittrice sui generis vissuta a cavallo tra ‘800 e ‘900, elegantemente acuminata e ironicamente “frivola”, tormentata nella vita privata quanto di straordinario successo nell’ampia produzione artistica, a partire dal primo romanzo, Il giardino di Elizabeth, pubblicato nel 1898 e rapidamente divenuto un “bestseller di inizio secolo”.

Una principessa in fuga, dato alle stampe per la prima volta nel 1905 e recentemente pubblicato da Fazi, nella traduzione di Sabina Terziani che come sempre rende al meglio la corrosiva “leggerezza” dell’autrice, si caratterizza per essere molto meno autobiografico di altri romanzi e per la particolare agilità della trama.

La romantica e sognatrice Priscilla, figlia del granduca di Kunitz, insofferente verso l’ipocrita e invasiva etichetta di corte come verso gli eccessi consumistici e le imposizioni paterne, in particolare quelle che vorrebbero vederla sposata a un uomo del suo rango, aiutata dal precettore/confidente Fritzing fugge da Kunitz per vivere in libertà e sobrietà, al contempo “elevando la propria anima”. Ma quando i due, accompagnati dalla riluttante domestica Annalise, arrivano nel pittoresco villaggio inglese di Symford, inizia un’inarrestabile spirale di incomprensioni e equivoci che ne sconvolge la tranquillità, sino al compimento di un sinistro omicidio e alla riduzione in miseria dei fuggitivi. Tra identità nascoste e malcelate diffidenze, principesche insofferenze e colpi di fulmine, stratagemmi amorosi scoperti dalle ladies del villaggio (cosa che fa commentare a uno degli innamorati” “Parola mia, le vecchie sono tremende” (…) “Mi domando perché esistano”) e inappropriate richieste di anziane prossime alla fine, esaudite con un’ingenuità ancora più scandalosamente inappropriata, Elizabeth ci trascina con sé verso lo spiazzante finale. Un epilogo la cui liberatoria catarsi, nel seguire l’impianto delle fiabe classiche, ripristina un’ideale giustizia riparativa che però, in aderenza allo spirito dissacrante dell’autrice, lascia aperti vari interrogativi, relativi soprattutto al confine, talora molto sottile, tra bene e male, nonché tra dipendenza dagli altri e libertà; una libertà che alla fine verrà percepita dalla protagonista non più come materiale assenza di vincoli ma in una dimensione interiore, come possibilità di compiere quella che, alla luce delle proprie fragilità dolorosamente scoperte e accettate, appare la migliore delle scelte possibili..

Sotto la grazia sorridente e apparentemente frivola di un fiabesco divertissement, godibilissimo come tale, la “donna più intelligente della sua epoca” , come è stata definita dallo scrittore H.G. Wells, mette in scena la crudeltà di relazioni sociali basate sui rapporti di forza – a iniziare da quelle di genere che obbligano spesso le donne a sottomettersi alle scelte maschili – e dunque sull’esercizio di un potere che, sebbene talora neutralizzato e/o rovesciato dalle contingenze, appena riacquista visibilità riacquista anche la capacità di esercitare tutta la propria forza dominatrice/sovvertitrice.

Il romanzo si sofferma sulla misoginia che, sebbene particolarmente diffusa in Germania – paese in cui l’autrice ha vissuto 18 anni dopo il primo matrimonio – dove gli uomini tendono a estirpare dalle donne ogni minuscola opinione come fosse una pianta infestante, appare trasversale alle nazioni, alle classi sociali e alle generazioni, come dimostra il giovane inglese Robin che, di fronte a una Priscilla illanguidita in modo equivoco dalla fame, pensa “Sono tutte uguali”, istintivamente e con disprezzo.

E se la fuga di Priscilla, aristocratica per nascita e formazione ma “diversamente uguale” a tutte le donne che aspirano alla libertà e alla realizzazione di sé, si fa emblema della ribellione femminile verso ruoli imposti da altri, la sua disillusione è simbolo dell’universale disinganno davanti al disvelamento dell’umana miseria.

Una principessa in fuga è anche una caustica riflessione su due diverse weltanschauung a confronto: quella incarnata da Priscilla secondo cui la vita va vissuta appieno, rivendicando il diritto alla felicità propria e altrui, e quella delle “sagge” del villaggio che, temendo quei piaceri terreni che potrebbero pregiudicare salvezza dell’anima e aspettative di vita, si dedicano tenacemente a spegnere ogni inappropriato moto di “peccaminosa” gioia.

…MEGLIO ESSERE CAUTI E ATTENTI, AMMINISTRARE SAGGIAMENTE LE FORZE E DIMOSTRARSI INSOPPORTABILMENTE PRUDENTI E SCIALBI (…). LA RICOMPENSA È ASSICURATA, MI DICONO: SI VIVE PIÙ A LUNGO. SI GUADAGNA CIOÈ QUALCHE ANNO IN PIÙ DI QUELLI CHE SI RAGGRUPPANO VERSO LA FINE, QUANDO CERTE PERSONE, BRONTOLANDO, TI IMBOCCANO, TI LAVANO E TI SPOSTANO DI QUA E DI LÀ.

Con graffiante “giustizia distributiva” Elizabeth colpisce tanto il bieco perbenismo di Symford quanto il rigido idealismo, non supportato da pragmatico buon senso, del colto e retto Fritzing, che alla fine arriva a comprendere a sue spese come anche i più nobili ideali, se non fanno i conti con la realtà, possano trasformare in male il bene al quale aspirano.

Il tutto supportato dal consueto, inimitabile stile “vonarnimiano”, intessuto d’ironia raffinata e amabilmente feroce; un trascinante humour che non risparmia l’iniquità sociale, né il demagogico, pericoloso giustizialismo a caccia di capri espiatori, da cui, su istigazione della moglie, si lascia contagiare anche il buon parroco.

RIPETÉ LA DOMANDA: «CHI È STATO?», CON UNA TALE INSISTENZA, UNA TALE ARIA DI SUPPLICA NEGLI SGUARDI SCRUTATORI CHE RIVOLGEVA AI VOLTI IN FILA DINANZI A LUI, CHE LA COMUNITÀ RELIGIOSA, IRREQUIETA E A DISAGIO, COMINCIÒ A SCAMBIARSI OCCHIATE FURTIVE COLME DI SOSPETTO E AVVERSIONE SEMPRE PIÙ INTENSI. MENTRE PROSEGUIVA IN UN CRESCENDO ACCALORATO E INSISTENTE, NOTÒ ALMENO UNA DOZZINA DI PARROCCHIANI CON LA COLPA STAMPATA IN FACCIA. ESSA FACEVA CAPOLINO COME UN ROSPO ACQUATTATO NELLA PALUDE NASCOSTA NEL PROFONDO DELL’ANIMA DI OGNUNO, AFFACCIANDOSI SU UN VISO DOPO L’ALTRO; E CI FU UN GIOVANOTTO CHE ASSUNSE UN’ARIA VIA VIA PIÙ COLPEVOLE: AVEVA LA FRONTE IMPERLATA DI SUDORE E GLI OCCHI CHE QUASI GLI SCHIZZAVANO FUORI DALLE ORBITE, TANTO CHE IL PARROCO RIUSCÌ A MALAPENA A TRATTENERSI DAL PUNTARGLI CONTRO L’INDICE E GRIDARE: «SEI STATO TU!». INTANTO L’ASSASSINO AVEVA PRESO A NOLO UNA CARROZZA E STAVA PORTANDO LA MOGLIE A FARE UNA PIACEVOLE GITA.

Pur “dall’alto” di un’educazione autoreferenziale che, come è stato sottolineato, non sa mettere adeguatamente in discussione, Priscilla ricorda la Grace di Von Trier e il suo rapporto con Dogville, la cui ben diversa ferocia appare giustificata dalle differenze di approccio tra le due donne: una ricca, benefattrice e con protettivo “zio”, l’altra povera, sola e bisognosa di aiuto per sfuggire al padre gangster.

Entrambe incarnazioni di una grazia destabilizzante perché difficile se non impossibile da raggiungere, e insieme della nietzschiana “arroganza che si pone moralmente al di sopra” dei più, Grace e Priscilla arrivano per vie diverse a deresponsabilizzare gli abitanti dei villaggi in cui si sono rifugiate, “spingendoli” in virtù della loro “scandalosa” generosità, a comportarsi male e scaricare loro addosso ogni colpa.

È proprio contro l’umanità ostile, invidiosa e ingrata di Dogville e Symford che s’infrangono i sogni di entrambe. Una disillusione che provoca effetti devastanti sull’autostima, spingendo Grace a scendere senza reagire gli ultimi gradini della sua discesa agli inferi, Priscilla a rimettere in discussione se stessa e i suoi progetti di vita.

FREMETTE. A NESSUNO PIACE DOVER RICONOSCERE LA PROPRIA NATURA DI PIANTA VELENOSA. PERSINO ESSERE UNA SEMPLICE INFESTANTE È UNA FERITA PER L’AUTOSTIMA; SCOPRIRSI ADDIRITTURA VELENOSI È UNA CONDIZIONE DISPERATA.

Nell’epilogo però, mentre l’eroina di Von Trier, ben più indifesa di Priscilla e perciò vittima di un atroce crescendo di violenze, fa sua la massima zarathustriana “meglio che colpiate con l’ira che con la vergogna”, la creatura della von Arnim colpisce i suoi detrattori con l’“oggettiva” arroganza della sua identità infine disvelata, condannandoli a un futuro d’imbarazzo e spaesamento.

Elizabeth si diverte a rendere imprevedibile ciò che altrove sarebbe scontato, e ancora una volta ci dà qualche spunto per capire/affrontare meglio la vita. Perché per tutte e tutti, principesse comprese, il segreto per poterla vivere al meglio delle sue potenzialità, trasformando anche disinganni e momentanee sconfitte in opportunità di crescita/conferma di sé, è imparare ad accettare i limiti che non si è in grado di superare senza rinunciare a essere se stesse.

UNA PRINCIPESSA IN FUGA: LA TRAGICOMICA STORIA DELLA CONQUISTA DELLA LIBERTA’ NELLA FUGA E NEL RITORNO DI UNA CENERENTOLA STANCA DI ESSERE PRINCIPESSA.

 

Giorgia Rovere