David Knowles

I segreti della camera oscura

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Traduzione di Alessandra Osti

Ne I segreti della camera oscura, fulminante esordio di uno dei più promettenti “nuovi” scrittori americani, Knowles intreccia la storia di un’invenzione e la storia di un crimine. L’ossessione amorosa per una misteriosa modella fiorentina si sovrappone all’ossessione filosofica della camera oscura, di cui lo scrittore narra la storia costellata di delitti e magistrali capolavori. Nel mondo immateriale dell’arte, analogo all’immaterialità della camera oscura, che riproduce la struttura dell’occhio-mente nell’incontro tra luce e tenebre, tutto sembra possibile al desiderio e la bellezza trova nell’immobilità della morte il suo più naturale sbocco sublimante.

«Altri, da una trama così ingegnosa, avrebbero tirato fuori almeno cinquecento pagine e non tutte godibili come sono invece il centinaio di Knowles. Arricchite, va detto, da una costante atmosfera di mistero e da un sorprendente finale».
Edmondo Dietrich, «la Repubblica»

«Perdendosi tra passato e presente, verità e falsificazioni, questo autore riesce ad avvincere con un linguaggio ansiogeno e manipolatorio fino al colpo di scena che conclude il percorso di una macabra e folle fatalità che si ripete nei secoli».
Annabella d’Avino «Il Messaggero»

I SEGRETI DELLA CAMERA OSCURA – RECENSIONI

 

Vittorio dell’Uva , IL MATTINO
– 04/10/2004

 

Anni ’50, il sogno italiano dell’atomica

 

RICERCA DI PAOLO CACACE SUI PROGETTI NUCLEARI

Sembra un «giallo» politico-diplomatico, ricco di intrighi, retroscena e colpi bassi. Ma i nomi dei protagonisti sono tutt’altro che di fantasia. Come non lo è la storia che Paolo Cacace, editorialista del «Il Messaggero», racconta nel suo L’atomica europea (Fazi Editore, pagine 256, euro 19,50) con cui sottrae alla polvere degli archivi una verità ai più assolutamente sconosciuta e di cui ha trovato traccia nei dossier della politica e della diplomazia. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, alcuni Paesi dell’Europa occidentale cercarono di dotarsi di un armamento nucleare autonomo. All’appello fu chiamata anche l’Italia, che – fattasi intraprendente dopo le ferite e le umiliazioni del dopoguerra – rispose. Sia pure con cautela.
Paolo Cacace, autore di vari saggi storici, non fa gossip navigando tra l’ampia documentazione emersa da un lungo lavoro di ricerca e traendo l’essenziale dalle testimonianza dei protagonisti del progetto, tra cui il ministro della Difesa dell’epoca, Paolo Emilio Taviani, che sottoscrisse un «accordo tripartito» con i colleghi Jacques Chaban Delmas, francese e il tedesco Franz Josef Strauss. Non sono certamente i pettegolezzi che gli interessano. Piuttosto da ricercatore e da studioso della realtà contemporanea delinea con una analisi approfondita tutto il contesto internazionale nel cui ambito il sogno atomico dell’Italia si è sviluppato. Fino alla sua archiviazione almeno per quanto riguardava il suo aspetto militare, con l’adesione nel 1975 al Trattato di non proliferazione. Una scelta cui avrebbe fatto seguito un’altra, non meno rilevante, dieci anni più tardi, con l’uscita del nostro Paese anche dal club del nucleare a scopi civili.
Nella prefazione, Sergio Romano molto caustico nei confronti della classe politica, definita «fragile ed oscillante», asserisce che le due grandi rinunce hanno provocato un danno irreparabile per il nostro Paese. Cacace usa più il bisturi che l’accetta. È partito dai giorni del dualismo sovietico-americano sfociato poi nella «guerra fredda», ha esplorato le crescenti «riserve» nucleari di Paesi terzi e di Israele, trova che la questione resti aperta in un contesto che, dopo mille trasformazioni geopolitiche, vede l’Europa «potenza economica, ma nano militare». E in prospettiva intravede, anche alla luce di recenti dibattiti che comunque non portano in pole position il partito del nucleare, la prospettiva di un ripensamento dell’Italia. «Ad un deterrente europeo potremmo pur sempre contribuire» sottolinea l’autore, ricordando che «nel firmare il Trattato di non proliferazione il governo italiano ottenne di apporre in calce una clausola in virtù della quale la nostra partecipazione sarebbe possibile se l’Ue decidesse di dotarsi di uno strumento nucleare comune». L’atomica europea, da qualche giorno in libreria, offre molte possibilità per un acceso dibattito.

 

Vanessa Roghi, ELLE
– 05/01/2001

 

Il libro pluridimensionale

 

Arriva dagli Stati Uniti l’ultima generazione di programmi per e-book: si chiama TK3 ed è sia un nuovo formato per i documenti elettronici multimediali sia un modo veloce e flessibile per assemblarli. insomma largo alla creatività: musica, immagini e testi diventano strumenti di scrittura equivalenti. L’ha inventato la Nightkitchen di Bob Stein. Ora disponibile negli Usa in contemporanea all’uscita del primo e-book TK3 I segreti della camera oscura di David Knowles. L’autore, tradotto in Italia da Fazi Editore, vedrà il suo libro sonorizzato da Brian Eno e illustrato dall’artista e designer Hsin Chien Huang.

 

Michele Borsa, PULP
– 03/01/1997

David Knowles

I segreti della camera oscura

 

Ne è passato di tempo da quando Hammett tirò fuori il delitto dal vaso di cristallo, per poi buttarlo in mezzo alla strada. Il suo primo racconto lo scrisse nel novembre del ’22 e dopo di lui, proseguendo per la sua strada, in ordine sparso sono arrivati Chandler, Block, Thompson, Crumley, Spillane, Vian , MacDonald, Homes e la Highsmith. E poi ancora Harris, Ellroy Charin, Algren, Himes, Williams, Thomas, Manchette, Manchette, Malet, Izzi, Leonard, Taibo, Raimond e chi più ne ha più ne metta. Un piccolo esercito di scrittori che, in più di settant’anni, ha riscritto a modo suo le regole noir. Col risultato che, ormai, questo genere letterario ha partorito tanti di quei filoni che è ben difficile tenerne il conto. Visto che c’è chi, come Block e Raymond, segue le orme di Chaldler e chi invece, come Leonard e Vian, preferisce giocare a modo suo all’interno del genere, smontandone i pezzi, col riso sulle labbra. Insomma, più si va avanti con gli anni e più ci si accorge che il noir non invecchia mai e che ha sempre qualcosa da dire. Come accade, anche, nei segreti della camera oscura, opera prima del trentenne americano David Knowles. Scritto in forma di diario, il libro si apre col classico cadavere di una donna, che, lasciata l’Italia, per sfuggire agli uomini, viene poi uccisa su una spiaggia californiana. All’inizio è dei più banali , ma già a pagina 10 ci si accorge che Knoweles vuole sovvertire per l’ennesima volta le regole del noir. Già, perché sostituisce la solita indagine parlandoci dell’antica parlandoci dell’antica Cina, di Leonardo e anche dell’olandese Vermeer, facendoci entrare in un tetro labirinto da cui si esce solo quando si finisce il libro… non ha esagerato chi ha detto che con I segreti della camera oscura Knowles “ha scritto un piccolo capolavoro”. C’è da sperare solo che se ne accorgano anche i lettori, perché libri così è un peccato lasciarli ammuffire il libreria. A chi, poi, è piaciuto Il mangialibri di Huizing, vada sul sicuro. Queste pagine di Knowles non lo deluderanno.

 

Annabella d’Avino, MINERVA
– 03/01/1997

 

I segreti della camera oscura

 

David Knowels ha meno di trent’anni, vive a New York e al suo primo romanzo ha raccolto critiche entusiastiche negli USA. Eppure ‘I segreti della camera oscura’ è una storia molto “europea”: inquietante, immersa in un’atmosfera claustrofobia e illusoria. All’inizio c’è un omicidio: il cadavere di una donna italiana con la testa decapitata è trovato sulla scogliera di una costa della California. Ma lo schema del giallo è usato per raccontare le ossessioni di un anonimo e solitario gestore di una grande camera oscura vicine al mare, che trascorre le giornate vendendo biglietti ai turisti e scrivendo un diario in cui analizza, con allucinata freddezza, la morbosa attrazione per la giovane donna e il turbamento per la sua morte. Lei era una visitatrice abituale di quella stanza buia con al centro uno schermo circolare sul quale, attraverso una specie di periscopio fatto di specchi, vengono riflesse le immagini dell’ambiente esterno. Un fenomeno che imprigiona la bellezza del mondo ma travolge il senso della realtà. Insomma la camera oscura (che fu la preparazione alla macchina fotografica) ha una strana magia o un simbolismo tenebroso e il protagonista, nl suo diario, ne ripercorre la storia. Dai due cinesi che l’inventarono, a Leonardo che perfezionò il meccanismo sezionando l’occhio umano, a Vermeer che usandola ottenne il prodigio della luce particolare dei suoi quadri. Però l’invenzione scientifica o la creazione artistica scaturiscono da un nucleo oscuro di tradimenti e di morti. Così lo scrittore insegue la complicità ambigua fra desiderio e distruzione, arte e crimine, verità o falsificazione. E riesce ad avvicinare con un linguaggio ansiogeno fino al colpo di scena che conclude il percorso narrativo di una macabra fatalità che si ripete nei secoli.

 

Annabella d’Avino, IL MESSAGGERO
– 04/05/1997

Parla il giovane narratore Usa, al suo primo romanzo. Giallo e choc

Knowles: il mondo è una camera oscura

 

Vive a New York, è cresciuto a Chicago, ha abitato a San Francisco, ha studiato musica e scrittura creativa, suona la chitarra e la tromba. David Knowles, venuto a Roma per la presentazione del suo primo romanzo, dimostra meno dei suoi trent’anni e ha l’aspetto di un ragazzo molto tranquillo e normale. Eppure ha scritto una storia ambigua e inquietante, immersa in un’atmosfera claustrofobica e illusoria, che ha raccolto critiche entusiaste in America e anche in Germania: “I segreti della camera oscura” (Fazi, 115 pagine, 18.000 lire, traduzione di Alessandra Osti). All’inizio c’è un omicidio: il cadavere di una donna italiana con la testa decapitata (e scomparsa) è trovato sulla scogliera di una costa della California. “Lo schema del giallo permette di raccontare tante cose, soprattutto le ossessioni”, dice. E lui racconta le ossessioni di un uomo anonimo e solitario, io narrante della storia, gestore di una grande camera oscura vicina alla scogliera, che trascorre le giornate vendendo biglietti ai turisti e scrivendo un diario in cui analizza con allucinata freddezza la morbosa attrazione per la giovane donna e il turbamento per la sua morte. Lei è stata visitatrice abituale in quella stanza buia con al centro uno schermo circolare sul quale, attraverso una specie di periscopio fatto di specchi, vengono riflesse le luci e le immagini dell’ambiente esterno. “E’ un fenomeno che imprigiona la bellezza del mondo ma travolge il senso della realtà” spiega l’autore. Insomma c’è una magia tenebrosa e una forza segreta dentro la camera oscura, che è la preparazione alla macchina fotografica. E il protagonista, nel suo diario, ne insegue il mistero ripercorrendo la storia. Dai due cinesi che l’inventarono, a Leonardo che perfezionò il meccanismo sezionando l’occhio umano, fino a Vermeer che usandola ottenne il prodigio della luce particolare dei suoi quadri. Ma l’invenzione scientifica e la creazione artistica sono le forme luminose che scaturiscono da un nucleo oscuro di tradimenti e di morti, sempre decapitazioni. Così Leonardo assume un aspetto maniacale e stregonesco arrivando fino a uccidere, e con un omicidio si sporca le mani anche un Vermeer meschino e profittatore. “Ho inventato molte cose per spingere a guardare oltre la cosiddetta verità storica. Perché la ricerca della bellezza, della conoscenza comporta come una violenza, una distruzione”, commenta Knowles. “E poi volevo costruire un narratore indegno di fiducia”. Questo narratore indegno guarda la vita nel buio della camera oscura e prova emozioni solo nella scrittura, mentre insegue la complicità fra desiderio e morte, arte e crimine. E perdendosi fra passato e presente, verità e falsificazioni, riesce ad avvincere con un linguaggio ansiogeno e manipolatorio fino al colpo di scena che conclude il percorso di una macabra e folle fatalità che si ripete nei secoli. “Io però non credo in un destino fatale che ci trascina, c’è sempre la possibilità di una scelta”, precisa l’autore. E quale sarà il prossimo romanzo di questo giovane scrittore così saggio e razionale? “La storia di un proprietario di immobili a New York ossessionato dall’arte moderna”. Ancora un’ossessione, naturalmente.

 

Edmondo Dietrich, LA REPUBBLICA
– 03/03/1997

Il giallo del trentenne David Knowles

Misterioso omicidio nella camera oscura

 

“Prima dell’assassinio riuscivo a stare da solo nella camera oscura quasi quattro ore, a scrivere”. Comincia così ‘I segreti della camera oscura’ (Fazi Editore, traduzione di Alessandra Osti, pagg. 115, Lire 18.000), romanzo di esordio e di grande effetto del trentenne americano David Knowles che intreccia la storia di un’invenzione (sia pure romanzata) e la storia di un crimine. Chi narra è persona inquieta, che si lascia volentieri andare, cullare dalla sua leggera follia. Due cose nella vita lo appassionano: la “camera oscura gigante” e i molti diari che riempie mescolando fatti e riflessioni filosofiche con le vicende storiche di quell’apparecchio che, si dice, fu inventato nel XIII secolo da due cinesi, ripreso poi da Leonardo nei suoi disegni, e utilizzato da alcuni pittori, tra cui Vermeer. La camera – avuta in eredità dal padre – è una costruzione quadrata senza finestre, con le pareti coperte da velluto nero e in alto una specie di periscopio che riflette su uno schermo circolare l’immagine capovolta del mondo esterno. Il personaggio la usa come un’attrazione turistica facendo pagare un biglietto d’ingresso per ammirare, all’interno, la scogliera e la nebbia della baia di San Francisco. Un giorno viene trovata, decapitata sulla scogliera, una ragazza italiana. La giovane andava spesso a visitare la camera oscura che restava moltissimo tempo, immobile, con gli occhi fissi sulle immagini riflesse. Come lei, era un assiduo frequentatore anche uno studente americano, un certo Darin. Il proprietario della camera ottica s’era innamorato della bella straniera e quando sa della sua morte cerca di capirne il movente e di scoprirne il responsabile. Ma la sua azione è scrivere sui quaderni. E nella scrittura, il filo che divide la realtà e la finzione è esile. I racconti si confondono e si sovrappongono. L’uomo racconta la storia dei due cinesi che inventarono la macchina e di come la scoperta fosse legata all’omicidio di una donna trovata decapitata. Compare poi Leonardo da Vinci che ridisegnò la camera, migliorandola e poi uccise nei sotterranei del Vaticano, una modella dopo averle cavato un occhio per sezionarlo e scoprire i segreti dell’ottica. Un altro personaggio è Vermeer, presentato come un giovane insicuro e con una moglie cieca, coinvolto in un delitto (sempre per decapitazione che serviva a tenere nascosto il segreto dei suoi dipinti, la splendida luce dei suoi quadri. Infine spuntano la ragazza e quel Darin (che lui sospetta di omicidio) e la scrittura da fredda si fa sempre più agitata, frenetica, ansiosa. Ognuno delle storie che avvolgono la camera oscura e i relativi ammazzamenti hanno al fondo il tradimento e c’è sempre di mezzo una donna. Sebbene si a costruito come un vero e proprio giallo il romanzo, allorché intrigante, risulta un po’ sofisticato. Uno dei suoi pregi è la brevità, stanchi come siamo di certi gialli che si trascinano fiaccamente per pagine e pagine. Altri, da una trama così ingegnosa, avrebbero tirato fuori almeno cinquecento pagine e non tutte godibili come sono invece il centinaio pagine e non tutte godibili come sono invece il centinaio di Knowles. Arricchite, va detto, da una costante atmosfera di mistero e da un sorprendente finale.

 

IL FOGLIO
– 04/02/1997

 

David Knowles, “I SEGRETI DELLA CAMERA OSCURA”, 119 PP. fAZI, lIRE 18.000

 

Una camera oscura su una roccia che dà su una passeggiata a mare, in qualche posto nel nord della California, un posto che spesso di vela di nebbia, si scopre di nubi. Il gestore, un tipo tranquillo, tutto casa, bottega e biblioteca. Un tipo che ama il suo lavoro e che ama scrivere. Un morto. Anzi una morta, decapitata proprio di fronte alla camera oscura. Una testa comparsa. Due personaggi evanescenti, una donna di Firenze e un giovane, frequentatori abituali della camera oscura, osservatori ipnotizzati dello schermo su cui grazie a un sistema a periscopio si disegna lo scintillio del mare o l’ovatta della nebbia e delle nuvole, o immagini fisse degli accadimenti esterni. Su cui, se il cielo è sereno, quando scompare l’ultimo spicchio di sole, si proietta per un attimo il raggio verde. Una dottrina della reincarnazione. Complicata da una teoria del tempo che scorre “nello stesso momento simultaneamente e continuamente, così nel passato, presente e futuro hanno luogo nello stesso istante, ma su diversi livelli di realtà”. Sostenuta da una cinese, amata sia da Chuang Quo, sia da Mo Ti, inseparabili amici e inventori della camera oscura. Una donna che accoglie in grembo la testa dell’amato Mo Ti, spiccata con un colpo d’ascia da Chuang Quo, furente per un groviglio di gelosie e delusioni. Portata a Roma da un prete, sottovalutata dagli uomini di cultura del Papa, la camera oscura finisce nei sotterranei del Vaticano dove vengono accumulate tutte le cianfrusaglie e le opere d’arte donate che non trovano un posto nei Palazzi. Nei sotterranei del Vaticano un Leonardo da Vinci che indossa con disinvoltura un anacronistico tricorno e occhiali d’oro svolge nottetempo le sue ricerche anatomiche Imbattendosi per caso nella camera oscura, incolla il disegno del funzionamento dell’occhio ritagliato dalle istruzioni cinesi su un suo brogliaccio che i posteri conosceranno come Codice atlantico. Poi si fa servire il cadavere di una fanciulla molto bella per sezionarle gli occhi. Il terzo delitto avviene in un altro luogo e in un altro tempo. Tale Cornelius Drebble, sedicente mago, gira per le campagne olandesi stupendo i contadini con un suo aggeggio, naturalmente una camera oscura, che chiama lanterna magica. Si imbatte all’osteria in un autore di croste invendibili, Jan Vermeer. Vermeer, che è pittore pessimo ma uomo sagace, intuisce il beneficio che potrebbe derivare al suo lavoro dalla camera oscura. Chiede quindi a Drebble di costruirgliene una grande come il suo studio. Drebble acconsente. Soprattutto quando scopre che la moglie di Vermeer è cieca. Non può quindi vedere la bruttezza disgustosa che lo spinge per le strade dell’Olanda in cerca di un amore che mon può trovare. Vermeer è soddisfatto della camera oscura che gli consente di dipingere quei quadri con i primi piani scintillanti e i secondi piani sfocati che lo renderanno famoso. Drebble è felice per l’amore che la moglie di Vermeer gli ha donato. Vermeer non se ne accorge o finge di non accorgersene. Tuttavia per amore di riservatezza taglia la testa a Drebble con la vecchia spada militare. Custode della camera oscura, il gestore ne scrive la storia. Ne completa la storia. Raccontando quello che gli autori delle storie già scritte non potevano sapere perché si erano attenuti ai fatti senza coglierne l’ambientazione. Senza intuire il rapporto che legava tra di loro tre delitti, tre teste spiccate in tempi tanto diversi, in luoghi tanto lontani tra di loro. Nei diari che si impilano sulla scrivania il narratore esplora la storia della camera oscura stessa gliela suggerisce. Racconta come la camera oscura gliela suggerisce. Racconta come la camera oscura glielo mostra. Sapendo come la camera oscura glielo mostra. Sapendo oscuramente che la verità è chiusa in una capace cassetta sepolta sotto la sabbia della spiaggia.

 

m.b., L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 07/01/1997

 

I segreti della camera oscura

 

Parecchie trappole attendono il lettore tra le pagine di questo intrigante esercizio di calligrafia post moderna: personaggi sfuggenti, particolari inspiegabili, enigmatici parallelismi tra storie collegate soltanto dal ricorrere di quel singolare apparecchio che è la camera oscura. Il narratore-protagonista gestisce proprio una “camera oscura gigante” su una spiaggia della California: una sorta di bunker di cemento che, attraverso un gioco di specchi, consente agli spettatori di osservare il paesaggio esterno proiettato sullo schermo di una stanza ermeticamente chiusa. Tra i turisti che, per pochi, spiccioli, si concedono il piacere di una contemplazione straniata del mondo in quella magica oscurità, c’è una splendida modella italiana: ma il narratore fa appena in tempo a innamorarsene, che la poveretta finisce decapitata. Il suo destino, d’altronde,non è isolato: ricostruendo la storia della camera oscura nella Cina antica, nella Roma del Rinascimento e nell’Olanda di Vermeer, il protagonista s’imbatte in una sinistra sequela di decapitazioni, che sembrano aver accompagnato nei secoli la scoperta e l’uso di quel sofisticato strumento ottico. U no stillicidio di anacronismi scherzosi invita il lettore a non prendere troppo sul serio le implicazioni scientifico-filosofiche di questa scorribanda nel passato: Leonardo da Vinci porta gli occhiali e beve litri di caffè , mentre i dialoghi di Vermeer con la moglie sembrano usciti pari pari da un giallo di Ed McBain. Troppo poco, forse, per scomodare Borges e Calvino, chiamati in causa come illustri antenati dal caloroso estensore del risvolto di copertina.

 

Mario Turello, MESSAGGERO VENETO
– 03/02/1997

Insolito e curioso romanzo di David Knowles

C’è chi perde la testa con la camera oscura

 

Ricordo d’essere rimasto affascinato, visitando il castello di Fontanellato, dalla camera ottica allogata nella torre d’angolo prospiciente alla piazza: chiusa la porta, fatto buio, un ingegnoso sistema di specchi proiettava sul tavolo centrale le vedute esterne, fino al sagrato della chiesa. Immagini capaci di meravigliare, per nitidezza e naturale luminosità, anche noi della generazione post-televisiva. Nacque, la camera oscura, ben prima della fotografia, e se ne fecero usi svariati. Alcuni capitoli della sua storia, in giusta mescolanza di finzione e realtà scandiscono l’insolito romanzo breve di David Knowles, trentenne scrittore statunitense che ci narra una vicenda gialla in cui l’indagine su un efferato delitto (la decapitazione di una donna, a breve distanza dalla camera oscura gigante che era solita frequentare per ammirarvi, più bello che in visione diretta, il paesaggio costiero della California, soprattutto al tramonto, quando ai più attenti e fortunati può accadere di vedere il rarissimo “raggio verde”) risale nei secoli a cercarne i moventi profondi in analoghi omicidi, tutti connessi con lo stesso congegno catottrico. Ci viene così narrata la storia dei due amici Chuang Chou e Mo Ti, inventori della “Stanza del tesoro nascosto”, colleghi nella scienza e rivali in amore: uno di essi sarà il primo a perdere, letteralmente, la testa. Traccia della loro invenzione, portata dalla Cina in Occidente da un missionario, viene ritrovata secoli dopo nei sotterranei del Vaticano da Leonardo da Vinci che interpretando, in modo genialmente sbagliato, un disegno che la illustra, intraprende lo studio dell’anatomia dell’occhio, sezionando quello estratto dalla testa, all’uopo mozzata, della sua modella preferita. A farsi assassino decollatore è poi Vermeer che, fattosi costruire una camera ottica da Cornelius van Drebbel (il padre della navigazione subacquea), dopo aver per mezzo di essa raggiunto fama e successo, elimina l’imbarazzante testimone dell’artificiosità della sua pittura, nonché bruttissimo seduttore della sua bellissima, ma cieca, moglie. Una schidionata di storie dunque, per dirla con Sklovskij, sullo spiedo del nesso camera oscura-decapitazione. Lo storico-detective è l’io narrante, il gestore della camera californiana, innamorato della vittima, una splendida donna di Firenze, in passato fotomodella, e geloso di Darin, altro suo giovane cliente, che ha avuto, o vanta di aver avuto, una relazione con la defunta. Attraverso il periscopio li ha visti insieme poco prima che lei morisse, attraverso il suo diario giungiamo alla soluzione del caso, che dimostra quanto giusto sia il metodo di ricerca da lui adottato, ma con un rovesciamento finale, il secondo principio, appunto, della camera ottica: per molti versi, e non voglio dire di più, si dovrà constatare che l’indagine precede e prepara il delitto… Agile, ben congegnato, divertente, colto, “I segreti della camera oscura” si legge d’un fiato, ma poi lascia alle prese con inquietanti sovrasensi simbolici.

 

Michele Borsa, PULP
– 04/01/1997

David Knowles

I segreti della camera oscura

 

Ne è passato di tempo da quando Hammett tirò fuori il delitto dal vaso di cristallo, per poi buttarlo in mezzo alla strada. Il suo primo racconto lo scrisse nel novembre del ’22 e dopo di lui, proseguendo per la sua strada, in ordine sparso sono arrivati Chandler, Block, Thompson, Crumley, Spillane, Vian , MacDonald, Homes e la Highsmith. E poi ancora Harris, Ellroy Charin, Algren, Himes, Williams, Thomas, Manchette, Manchette, Malet, Izzi, Leonard, Taibo, Raimond e chi più ne ha più ne metta. Un piccolo esercito di scrittori che, in più di settant’anni, ha riscritto a modo suo le regole noir. Col risultato che, ormai, questo genere letterario ha partorito tanti di quei filoni che è ben difficile tenerne il conto. Visto che c’è chi, come Block e Raymond, segue le orme di Chaldler e chi invece, come Leonard e Vian, preferisce giocare a modo suo all’interno del genere, smontandone i pezzi, col riso sulle labbra. Insomma, più si va avanti con gli anni e più ci si accorge che il noir non invecchia mai e che ha sempre qualcosa da dire. Come accade, anche, nei segreti della camera oscura, opera prima del trentenne americano David Knowles. Scritto in forma di diario, il libro si apre col classico cadavere di una donna, che, lasciata l’Italia, per sfuggire agli uomini, viene poi uccisa su una spiaggia californiana. All’inizio è dei più banali , ma già a pagina 10 ci si accorge che Knoweles vuole sovvertire per l’ennesima volta le regole del noir. Già, perché sostituisce la solita indagine parlandoci dell’antica parlandoci dell’antica Cina, di Leonardo e anche dell’olandese Vermeer, facendoci entrare in un tetro labirinto da cui si esce solo quando si finisce il libro… non ha esagerato chi ha detto che con I segreti della camera oscura Knowles “ha scritto un piccolo capolavoro”. C’è da sperare solo che se ne accorgano anche i lettori, perché libri così è un peccato lasciarli ammuffire il libreria. A chi, poi, è piaciuto Il mangialibri di Huizing, vada sul sicuro. Queste pagine di Knowles non lo deluderanno.

 

Annabella d’Avino, MINERVA
– 05/01/1997

 

I segreti della camera oscura

David Knowles

David Knowels ha meno di trent’anni vive a New York e al suo primo romanzo ha raccolto critiche entusiastiche negli USA. Eppure ‘I segreti della camera oscura’ è una storia molto “europea”: inquietante immersa in un’atmosfera claustrofobica e illusori. All’inizio c’è un omicidio: il cadavere di una donna italiana con la testa decapitata è trovato sulla scogliera di una costa della California. Ma lo schema del giallo è usato per raccontare le ossessioni di un anonimo e solitario gestore di una grande camera oscura vicina al mare che trascorre le giornate vedendo biglietti ai turisti e scrivendo un diario in cui analizza con allucinata freddezza la morbosa attrazione per la giovane donna e il turbamento per la sua morte. Lei era una visitatrice abituale di quella stanza buia con la centro uno schermo circolare sul quale attraverso una specie di periscopio fatto di specchi vengono riflesse le immagini dell’ambiente esterno. Un fenomeno che imprigiona la bellezza del mondo ma travolge il senso della realtà. Insomma la camera oscura (che fu la preparazione alla macchina fotografica) ha una strana magia o un simbolismo tenebroso e il protagonista nel suo diario ne ripercorre la storia. Dai due cinesi che l’inventarono a Leonardo che perfezionò il meccanismo sezionando l’occhio umano a Vermeer che usandola ottenne il prodigio della luce particolare dei suoi quadri. Però l’invenzione scientifica o la creazione artistica scaturiscono da un nucleo oscuro di tradimenti e di morti. Così lo scrittore insegue la complicità ambigua fra desiderio e distruzione arte e crimine, verità o falsificazione. E riesce ad avvicinare con un linguaggio ansiogeno fino al colpo di scena che conclude il percorso narrativo di una macabra fatalità che si ripete nei secoli.

 

Maurizio Bartocci, IL MANIFESTO

Esordi

Velluto nero, segreti e illusioni ottiche. La macchina che cattura la luce

 

Stati Uniti d’America. West Coast. Sugli scogli immoti di fronte alla vastità delle irrequiete acque dell’Oceano Pacifico torreggia imponente un austero edificio beige di cemento, dall’architettura squadrata. Potrebbe essere qualsiasi cosa; per esempio una rimessa o un magazzino. Ma no; la scritta a grosse lettere nere sul muro dice camera oscura gigante. “Velluto nero e spesso fodera i muri e il soffitto, e il pavimento è rivestito di vernice nera. Le porte chiudono perfettamente conservando l’oscurità. In mezzo alla stanza c’è uno schermo circolare, del diametro di tre piedi e mezzo, che funzione da punto focale per la luce che entra nella camera da una specie di periscopio posto nel soffitto. E’ tutto fatto con gli specchi. Quello che si ottiene è l’immagine vivente del mondo esterno”. Si tratta di quell’oggetto che segna l’inizio della fotografia e che Leonardo descrisse nel suo Codice Atlantico. Ma il lettore non si trova alle prese con un trattato di ottica, e i segreti del titolo sono quelli che la voce narrante dell’anonimo proprietario di questo edificio intende svelarci nel corso della narrazione; segreti legati alla misteriosa e macabra morte di una donna italiana, assidua frequentatrice della camera, trovata decapitata proprio su quella scogliera. Chi ha ucciso la donna? E soprattutto, perché? E dov’è finita la testa? Di chi racconta si sa ben poco. E’ un uomo che ha ereditato la camera oscura da suo padre e che conduce un’esistenza eremitica tra il lavoro, la biblioteca pubblica e gli scaffali della libreria locale dove porta avanti le sue ricerche, basate su una logica assolutamente personale. Per risolvere il mistero egli registra su vari quaderni e diari, sua ossessione, ciò che quotidianamente gli succede intorno, intrecciandolo a tre storie chiave strettamente collegate alla macchina. Vengono ripercorse varie epoche storiche, dalla Cina del XIII secolo, che fa da sfondo alla storia di Mo Ti e Chuang Chou, i primi inventori della camera oscura; all’Italia di Leonardo, che nei sotterranei del Vaticano la mise a punto; fino all’Olanda di Vermeer, che attraverso la sua tecnica prospettica poté esaltare la luce. Si tocca un altro livello di realtà, quello che appare sullo schermo della camera oscura e quello che i libri di storia hanno omesso con sfacciata negligenza. Le sue indagini portano alla luce un Leonardo da Vinci dalla doppia vita; un freddo assassino che uccide la sua modella preferita per sezionarle gli occhi e carpire le leggi fondamentali dell’ottica e della prospettiva; e un Johannes Vermeer altrettanto spietato e cruento che, per preservare il segreto della sua tecnica pittorica, fa fuori colui che gli aveva costruito una camera oscura nel salotto di casa. Questi omicidi hanno un comune denominatore: le vittime sono state decapitate proprio come la donna fiorentina. I segreti della camera oscura è il promettente esordio letterario di David Knowles, trentenne americano con alla spalle un corso di scrittura creativa all’università californiana di Santa Monica e un lungo periodo di lavoro presso una camera oscura di San Francisco. Una rievocazione storica che si tinge di giallo e si vena di toni psicologici. Un serrato monologo interiore che sposta continuamente la linea di demarcazione tra realtà e fantasia e sfrutta le qualità visive immediate del linguaggio scarno dell’ordinaria quotidianità per depistare il lettore e scaraventarlo nel vortice della più tradizionale digressione narrativa. Una struttura ingegnosa e agile dal ritmo spigliato, sorretta da capitoli brevissimi montati in sequenza veloce e mozzafiato, che rivela la grande abilità dell’autore nel maneggiare un bagaglio di letture e riferimenti culturali senza però cadere nell’erudizione sterile e nell’insopportabile furbizia stilistica, realizzando invece un’atmosfera ricca di anticipazioni e di rimandi, di pathos e suspense.

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I segreti della camera oscura
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2
Pagine:
120
Codice isbn:
9788881120345
Prezzo in libreria:
€ 10,00
Data Pubblicazione:
21-01-1997

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