Gabriella Sica

Poesie familiari

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Gabriella Sica, protagonista negli ultimi venti anni di quella poesia che torna a credere nella parola dopo tanto “moderno”, ci offre il suo libro della maturità. Poesie nate dalla “familiarità” e diventate forse adulte da “bambine” che si configurano intorno a due immagini cardinali, quella della madre col bambino e del padre morto. Scritto tra il 1991 e il 2001, è il libro del difficile percorso dell’umanità, dall’Italia povera e contadina degli anni Cinquanta alla Roma di un nuovo millennio. Sono poesie intime e amorose; poesie còlte, nel solco della tradizione lirica italiana, ma tuttavia semplici e con una segreta musica popolare. L’infanzia e la maturità, l’innocenza e il classico sono espressi in una lingua limpida e comunicativa, mai astratta o retorica, profondamente fraterna.

POESIE FAMILIARI – RECENSIONI

 

Valentino Zeichen,
– 07/09/2002

 

La terra della poesia. Presentazione di Poesie familiari finalista al Premio Letterario “Camaiore”

 

Dalla plastica sintassi di Poesie familiari emerge la Tuscia, territorio fertile di acque e ricco di selve che ricoprono tufacei sepolcri etruschi, e selvaggina pietrificata negli stemmi araldici delle signorie del Lazio; che l’autrice, come una Diana cacciatrice insegue lungo i versi, e poiché dotata di pietas poetica, sa catturare e addomesticare simbolicamente. 

Le va riconosciuta la capacità di soggiogare nelle sue „stanze” metrico compositive i vari motivi d’un bestiario poetico: quello familiare, il paesaggistico, e quello estetico-esistenziale, che esalta un Caravaggio emblematico, modello originale di ogni meditazione profonda sul binomio arte-vita.

Non trascurerei il sentimento religioso che sorveglia come un angelo custode le mosse poetiche dell’autrice. In senso figurato, la Sica sembra coltivare un giardinaggio dei versi, evidente nelle “colture” dei sonetti, bilanciati dai sapienti contrappesi delle rime; composizioni governate ad arte, con fine manierismo e anche vispa autoironia.

 

Bianca Garavelli,
– 03/11/2002

 

La terra della poesia. Presentazione di Poesie familiari finalista al Premio Metauro in Sant’Angelo in Vado

 

In questo nuovo libro di Gabriella Sica si delinea un percorso poetico che nasce da un passato definito in un verso “delle cose ormai morte”, ma che in realtà è un punto di partenza per la proiezione verso un futuro ancora sconosciuto, ma per certi versi immaginabile. Il futuro di una “famiglia poetica” che si è ingrandita e si è arricchita di elementi sempre più stabili, in un certo senso monumentali. Non più solo la famiglia, la terra d’origine, la campagna di Vetralla e le merlature medievali di Viterbo, ma i personaggi incontrati nell’esistenza, e soprattutto altri luoghi, luoghi nuovi che si fissano granitici nel presente e sembrano, appunto, proporsi come punti fermi per il futuro. C’è una ricerca di identità attraverso ciò che è familiare, in questo libro: un’identità non solo poetica probabilmente. Quindi, oltre ai riferimenti culturali che appaiono evidenti e sono dichiarati nel risvolto di copertina, cioè Petrarca e, forse, la natura di Pascoli oltre a quella classica, ancora più antica, di Virgilio, c’è qui una necessità: di stabilire, anche, che cosa significhi “familiare”. Ed è un bisogno di “fondare”.
Infatti il libro si apre sulla dimensione della fedeltà: è la virtù più esaltata, a partire dai “Versi viterbesi” iniziali. Carattere ancora più rimarchevole in tempi di disincanto sentimentale e di scarso ricorso alle virtù: la fedeltà non è certo una virtù alla moda. Ed è, non a caso, la virtù della fondazione e della stabilità.
Ecco dunque aprirsi progressivamente l’orizzonte: dalla famiglia materna e paterna alla patria, contadina, identificata col luogo della terra abitata e lavorata, che produce come ricompensa della fatica, senza mai regalare. In questo insieme di certezze si instaura un’atmosfera di religiosità semplice, eppure solenne: attori di un grande rito collettivo sono per esempio i buoi che ruminano “erba e salmi ” a p. 11; oppure nel grande coro composto dai gesti e dai rumori del lavoro nei campi della poesia Canti a p. 23.
Si configura dunque un’arcadia rustica, italica, per la quale è impossibile non pensare alla “scontrosa grazia” della Trieste di Saba: qui è Viterbo a essere dotata di “severa grazia” attraverso l’immagine positiva della madre dell’autrice. E’ una dimensione sabiana del mondo bucolico, in cui anche l’artigianato retorico della parola (che in un volume critico proprio curato da Sica è, non dimentichiamolo, “ritrovata”) passa attraverso il classicimo e l’arcaismo, e ricorre di nuovo frequentemente alla rima. La parola poetica è ruvida, adeguata all’ambiente agreste, ma è pur sempre “verbo” maestoso, a cui consegnare una tradizione secolare che non si può perdere. Così, in questa prospettiva, Sica può permettersi di usare lessemi come peperino, nenfro, forre, cerri, aggettivi virgiliani e legati all’epica della famiglia come mite e pio, senza turbare l’impianto di serena, oltre che severa, grazia, di queste poesie ariose, piene di aperture alla luce e ai vasti spazi. La parola antica, va sottolineato, non è astrattamente colta, ma è come scavata nella terra, va in profondità alle radici, è “tradizionale” nel senso più puro e onesto.
Mi piace pensare che l’intero libro, anche nelle sue parti centrali e in quella conclusiva, in cui appaiono soprattutto persone e luoghi del presente, sia comunque impostato su queste coordinate, rappresenti comunque la costruzione di una grande arcadia che riconquista del passato attraverso il ricordo, e la sua sacralizzazione nel presente. Dunque rimangono, come fondamenta, questi aspetti centrali, anche nella parte finale del libro, in cui le presenze umane, così intensamente frequenti nella prima parte, si diradano progressivamente: le “portercolesi” sono costruite su paesaggi rarefatti, su monumenti della memoria personale e collettiva che si fissano, si cristallizzano negli elementi del paesaggio e nei suoi punti di riferimento architettonici, come nel mito antico gli eroi si trasformavano in costellazioni.
Questa conquista passa da una già salda identità femminile a una faticosa appropriazione della figura maschile. Questo aspetto è evidente dai personaggi femminili folti e svettanti della prima parte, che sono dei veri e propri esempi di un “genere” poetico: il ritratto in versi. E poi, in senso speculare, nei personaggi maschili, tutti familiari eppure spesso più distanti, della parte centrale. I personaggi femminili culminano facilmente, naturalmente, nella dimensione sacra. Quelli maschili sono sfuggenti e indocili, eppure amatissimi.

 

Gabriella Musetti, LEGGERE DONNA
– 01/05/2003

 

Gabriella Sica, Poesie familiari

 

La prima poesia, Poesia a forma di cometa, data in esergo al libro, è quasi una dichiarazione di poetica. Sono presenti in questo testo molti temi proposti nel libro. Innanzi tutto il legame con la classicità (proposto nella poesia attraverso il mito di Enea), rivissuta nella forza quotidiana di un lavoro legato alla terra, di un ritmo di vita scandito dai naturali passaggi delle stagioni, dall’attaccamento ai valori di una tradizione sentita come forza da recuperare, su cui far conto, e propositiva per il futuro. Poi la funzione orientante delle poesia, che come una cometa lascia una scia visibile, segna un cammino, fa uscire dalle secche di un’età troppo franta e disgregata, riporta la speranza:” Nel tragitto del nuovo millennio i bambini ti cercano/ dissodano il cielo come l’agricoltore fa con la terra/ …/ E ancora una volta una profezia aspettano da te,/ nuova tra le stelle antiche, immortale nell’epifania.”. Una visione positiva, attiva, della poesia, una poesia che possa farsi dialogo ma soprattutto ascolto e relazione con le cose. Si può essere d’accordo o non d’accordo con questa linea di poesia, ma occorre riconoscerne la forza morale, la costanza di un impegno che si dispiega da lontano, dai tempi della rivista Prato Pagano (1980-1987), diretta da Gabriella Sica, che è stata ed è una viva voce nel panorama della poesia contemporanea italiana. Una voce che non ha temuto di mettersi in polemica con altre ipotesi (sentite come disgreganti, distruttive, desolate, nichiliste, o, di converso, fatue, estetizzanti, in cui lo scarto tra la parola e la cosa diventa un baratro). In questo libro c’è un’idea di poesia ancorata a quelli che sono i bisogni essenziali degli esseri umani, temi ricorrenti della grande poesia: la famiglia, gli affetti, l’amore, i legami, la natura, i luoghi cari, primo tra tutti il luogo natio; anche il dolore, la solitudine, la perdita di persone care, la morte, sono presenti, ma accostati sempre nel segno di una convivenza matura e responsabile, di relazioni fondate sulla reciproca consapevolezza di una condivisione di valori, sulla misura tranquilla di una forza non effimera. Su tutto si apre la bellezza come idea guida su cui orientare la propria dimensione soggettiva, una bellezza che deriva dalla tradizione, dalla scelta della misura di segno classico, dall’apertura della mente e del cuore alla concretezza del vivere comune, senza falsi abbagli e senza illusioni devianti. E il tono della poesia si muove pacato anche di fronte a tematiche di sofferta indagine individuale, anche di fronte a lacerazioni, e non diviene mai scatto, impeto, violenza. C’è un’autodisciplina nel verso, che è soprattutto rigore morale di una scelta meditata e seguita con consapevolezza come proprio obiettivo di vita. Allora la poesia, pur non trattando mai direttamente temi civili, diviene poesia civile nel senso di una educazione al vivere comune. Son presenti i luoghi amati, si è detto: primo tra tutti Viterbo, luogo dell’infanzia ma anche esempio di una schiettezza di relazioni legate al faticoso lavoro dei contadini, che è contatto con le cose concrete, i campi, l’aratro, i cicli del tempo. Poi Roma, data in una sorta di litania di distici di caproniana memoria. Queste due sezioni legate ai luoghi racchiudono come in una specie di vaso, le altre sezioni, più personali, che riguardano gli affetti della propria famiglia, il figlio, i ricordi del padre e della madre, il marito, la solitudine. Una grande parte delle poesie finali è legata direttamente al tema del lavoro dei campi, ai ritmi della terra, è la sezione intitolata Calendario del contadino. In essa la strofa iniziale de La notte di San Giovanni, : “Brucia ai fuochi di San Giovanni/ la vita che sempre si fa cenere/ e brace per l’intenso suo ardere/ come cicchi nel camino gli anni./” rivela un sentimento profondo di accettazione di quelle che sono le reali dimensioni della vita umana. C’è una passione che si lega alla misura, c’è una conoscenza non superficiale del fondo opaco della vita e, insieme, appunto, una accettazione lucida dei ritmi naturali della realtà.

 

 

Loredana Magazzeni, LE VOCI DELLA LUNA
– 01/09/2003

 

Poesie familiari

 

Sanno d’erba e di vento le poesie familiari di Gabriella Sica, dedicate a luoghi, animali, persone che si avvicendano nella memoria della “bambina fra gli stridi”, a inseguire figure etrusche di donne (Candida, Felicetta, la Liona, Primula, Rosa), a “divinare” il senso del tempo e della vita tra “luoghi sacri come cattedrali” dove si danno appuntamento le “canzoni uccellette”, i canti per il padre, i sonetti per la nascita del figlio, le dediche, i rimari per Roma, nella felicità di una forma compiuta e antica che canta il suo darsi come sgorga il “succo dell’estate e il Bulicame”, verso la lingua del padre e i cari morti.

 

LA NAZIONE
– 09/09/2002

 

Vincono le ‘Poesie familiari’

 

LIDO DI CAMAIORE — Parole chiare. Mai retoriche. Un tuffo nel passato, ricco di fatti, situazioni, paesaggi e personaggi della Toscana. E’ questo il filo condittore di «Poesie familiari» (edizioni Fazi) scritto da Gabriella Sica, vincitore della 16′ edizione del premio letterario «Camaiore». Il verdetto è arrivato poco prima della mezzanotte, al termine della cerimonia conclusiva della rassegna svoltasi nella sala convegni dell’hote «Le Dune» di Lido di Camaiore. Nella classifica finale — redatta in base ai voti della giuria popolare: ecco una delle peculiarità del premio «Camaiore» — la poetessa romana (che ha avuto 25 preferenze, il 50% dei consensi dei votanti) ha preceduto nell’ordine Ennio Cavalli con «Bambini e clandestini» (Donzelli), 10 voti; seguono Renato Minore, «Nella notte impenetrabile» con 6, quindi Loretto Rafanelli, «Il silenzio dei nomi» 5; infine, Giancarlo Majorino «Gli alleati viaggiatori» con 1.
«Poesie familiari», l’opera vincitrice del premio «Camaiore» è già in via di ristampa. Soddisfattissima l’autrice che al momento della premiazione è apparsa anche commossa. Soddisfatti anche gli organizzatori, la giuria tecnica presieduta da Francesco Belluomini. Imponente anche la risposta del pubblico che indubbiamente ha incorniciato al meglio la serata conclusiva presentata da Walter Maestosi e Daniela Barra.
«Le ‘Poesie familiari’ — ha sottolineato Gabriella Sica — cominciano con quelle dedicate alla terra della mia infanzia, la Tuscia per i boschi e i monti Cimini dove predomina il verde. E si chiudono con le poesie dedicate a Porto Ercole, dove predomina l’azzurro».
Nel corso della serata sono stati consegnati anche gli altri riconoscimenti: il «Camaiore proposta-opera prima» è andata ad Anila Hanxhari con «Assopita erba dell’est»; i premi speciali della giuria sono stati assegnati a Biagio Arixi con «Cayba d’amor», a Maurizio Cucchi con «Poesie 1965-200o» e Cristina di Lagopesole con «ad Crucem». Il premio internazionale è invece andato all’autore indiano Ghanshyam Singh con «Profili in versi».

 

IL TIRRENO
– 09/09/2002

 

Gabriella Sica trionfa con merito

 

 La poetessa ha ricevuto 25 voti su 47 espressi dalla giuria popolare Una edizione super
LIDO. Quasi un plebiscito. Gabriella Sica ha vinto la XVI edizione del premio letterario Camaiore. Il suo «Poesie familiari», edito da Fazi, ha colpito al cuore la giuria popolare: per lei 25 dei 47 voti disposnibili sabato sera nel gran finale nella sala congressi dell’Hotel le Dune di Lido. Una affermazione netta sin dallo spoglio in diretta (una delle particolarità che rendono affascinante questo premio dove è impossibile l’accordo nelle segrete stanze) delle prime schede voto. Sica, Sica, Sica…e per gli altri quattro finalisti scelti dalla giuria tecnica presieduta da Francesco Belluomini c’è stato ben poco da fare.
Gabriella Sica ha trionfato davanti a Ennio Cavalli “Bambini e clandestini” Donzelli 10 voti; Renato Minore “Nella notte impenetrabile” Passigli 6 voti; Loretto Rafanelli “Il silenzio dei nomi” Jaka Book 5 voti; Giancarlo Majorino “Gli alleati viaggiatori ” Mondadori 1 voto.
Sono inoltre stati assegnati altri premi. Il «Camaiore proposta – opera prima» è andato a Anila Hanxhari “Assopita erba dell’est”, Noubs.
Lo «speciale giuria» a Biagio Arixi “Cayba d’amor” Edizioni del Leone; Maurizio Cucchi “Poesie 1965-2000” Mondadori; Cristina di Lagopesole “ad Crucem” Lacaita.
Grandi applausi hanno poi accolto il poeta anglo indiano Ghanshyam Singh, vincitore del Premio Internazionale con l’opera “Profili in versi”, Campanotto.
Gabriella Sica è nata a Viterbo e vive a Roma, sua città d’adozione, dall’età di dieci anni. Dopo alcune pubblicazioni su riviste e antologie, tra cui l’Almanacco dello Specchio nel 1983, ha esordito nel 1986 con il libro di poesie “La famosa vita”, seguito da “Vicolo del Bologna” nel 1992 e “Poesie bambine” nel 1997. In prosa ha pubblicato “Scuola di ballo” (1988) ed “E’ nato un bimbo” (1990). Ha lavorato sulla poesia contemporanea dirigendo dal 1980 al 1987 la rivista “Prato pagano” e curando per Marsilio nel 1995 l’antologia “La parola ritrovata Ultime tendenze della poesia italiana” (’95). Ha riletto la tradizione poetica italiana nel libro “Scrivere in versi Metrica e poesia” (Pratiche, 1996). Ha realizzato per Rai Educational, perché la memoria della poesia fosse reale e concreta anche visivamente, sei filmati sui grandi poeti del Novecento, Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna e Caproni, i cui primi tre sono stati pubblicati in videocassetta da Einaudi nel 2000 e nel 2001. E’ uscitoda poco “Sia dato credito all’invisibile Prose e saggi” (Marsilio, 2000), libro che è un”controcanto in prosa” delle poesie, scritte negli ultimi dieci anni, che sta raccogliendo in un volume di prossima uscita. Al Premio Camaiore si è presentata con “Poesie familiari” (Fazi), un canzoniere in novanta componimenti incentrato sulla casa e la famiglia, la terra d’origine e d’appartenenza, il tutto espresso in una lingua chiara e non retorica, comunicativa e quasi affettuosa, come a voler coinvolgere più profondamente il lettore.
«Poesie familiari» ha avuto un notevole interesse di critica e successo di vendite poiché è stata appena ristampata la seconda edizione.

 

Manuela Camponovo, GIORNALE DEL POPOLO
– 20/08/2002

 

Poesie familiari al Meeting

 

Davvero una poesia familiare, nei diversi, possibili significati del
termine, quella che Gabriella Sica ci offre in questa sua ultima raccolta (Poesie
familiari, Fazi Editore, Roma: il libro sarà presentato domani, mercoledì, al
Meeting di Rimini, Piazza Fellini, ore 20,nell’ambito degli Incontri con
l’autore, curati da Luca Doninelli).
Una poesia improntata ad una limpida e schietta semplicità di stile e
contenuti, nei quali si può individuare l’intrecciarsi di due filoni
tematici principali, l’autobiografismo e l’evocazione-citazione letteraria: su
tutto, un profondo spirito etico-religioso che pervade cose e sentimenti. Sono
restituiti, in fresche immagini, paesaggi, luoghi e figure; in particolare,
la galleria di personaggi mette in luce un garbato talento ritrattistico;
utilizzando anche amabili giochi di parole, l’autrice rende omaggio ad un
mondo contadino, arcaico, recuperando una dimensione ancestrale, dove s’incontrano
il mito o la storia di un’Italia «povera e amena» (c’è un indulgere in diminutivi
ma di stampo più provenzale che arcadico). Sono visioni legate alla terra
d’origine e all’infanzia dell’autrice, al suo «tempo bambino», in una continua
oscillazione tra universo collettivo e privato («Versi viterbesi»). Con la
medesima cadenzata e rimata musicalità, Gabriella Sica ci guida in un percorso
che spazia dalle atmosfere della lirica stilnovista e cortese a Leopardi
e Pascoli, fino all’amato Saba e alla poesia più recente. Si passa da Viterbo
all’album di famiglia, con i figli (una sincera meraviglia per la grazia
e l’inconsapevolezza infantile, ignara «di pene e di spine» percorre «Nascite»
e «I sonetti della lode»), la madre, il padre, il marito…
Quadri di famiglia interrotti solo dalle «Dediche» agli amici poeti (e ad
un albero). Alla base c’è il pensiero unitario dell’ideale staffetta che
passa da una generazione all’altra, dalla sognante e sacrale serenità del
passato per arrivare ad un presente oscurato dal dramma (personale quanto
simbolico) dell’unione spezzata. Sullo sfondo di fine millennio e di una
natura non matrigna ma che, leopardianamente, al di là dei temporali affanni
umani, continua il suo eterno ciclo, l’autrice non cessa di sperare, desiderare
l’«intero» di una nuova, ricostituita armonia.

 

IL TIRRENO
– 05/09/2002

 

Porto Ercole è la musa di una poetessa

 

 

PORTO ERCOLE. «Le Portercolesi» spopolano in tutti i sensi, ma sopratutto in campo letterario e portano fortuna a Gabriella Sica, poetessa e scrittrice di spicco nel panorama della poesia italiana, autrice tra l’altro di fortunati video sui maggiori poeti del Novecento, alcuni dei quali già pubblicati da Einaudi.
Gabriella, dopo aver vinto il premio: «Una finestra sulla poesia – Argentario Donna» con il suo ultimo libro «Poesie Familiari», edito da Fazi editore, con lo stesso libro è anche finalista al premio «Camaiore» che verrà assegnato sabato sette settembre. «Poesie Familiari», dove Porto Ercole entra implicitamente ed esplicitamente è in via di ristampa, cosa davvero insolita, oggi, per i libri di poesia e la cosa dimostra il successo dell’opera.
Romana d’adozione, Gabriella Sica trascorre da quasi vent’anni le vacanze a Porto Ercole, e proprio alla famosa località del Promontorio è dedicata la sezione del libro intitolata: «Le Portercolesi».
«Le poesie familiari cominciano con le poesie dedicate alla terra della mia infanzia – sostiene l’autrice nell’illustrare la sua opera – la Tuscia con i boschi e i Monti Cimini in cui predomina il verde, e si chiudono con le poesie dedicate al mare di Porto Ercole, dove predomina l’azzurro. La campagna e il mare dunque come estremi della natura. Poi ci sono nel libro tanti uccelli e l’azzurro è una speranza o un sogno, il desiderio di diventare leggeri nella gravità della vita ed è anche una chiusura. E’ bello avere il desiderio e il progetto di vedersi un giorno in cielo».
«Non so se Caravaggio che è morto quì a Porto Ercole – termina – l’avesse, certamente c’era nelle sue opere il desiderio di un salto, di un volo verso il cielo, ma anche la paura della morte».

 

Gianni D’Elia, L’UNITÀ
– 22/07/2002

 

Estate, tutti in viaggio coi poeti

 

Di un classicismo metrico, tipico della scuola romana, sono le Poesie familiari di Gabriella Sica, che pubblica da Fazi un canzoniere parentale di buona forza, dove la speranza della vita assidua, con qualche enfasi materna, sacrale, risuona tra Betocchi e Saba, nel ricordo molto bello di Dario Bellezza: “così ti sento dire mentre tutti/noi e un secolo di morte saluti”.

 

Filippo La Porta, CAPITOLIUM
– 01/03/2002

 

In libreria. Gabriella Sica Poesie familiari

 

 

“(…)/ Roma dove morire / qui posso scrivere e i giorni addolcire. / Roma amen e giubileo, / oh me martire del tempo, Colosseo./ Roma che non si cancella, / oh Roma mia, sarai ancora bella. / Roma e così sia, / nei secoli dei secoli che tu sia”. La nostra città è al centro del canzoniere di Gabriella Sica, come testimoniano i versi finali di questa poesia, quasi una parafrasi di celebri versi di Caproni. E del poeta livornese la Sica sembra trattenere tutta la grazia antinovecentesca, la trasparenza melodica, il gioco affettuoso e divertito della rima. Anche se questo universo inerme di cardellini su fragili rami, di peonie piegate dal vento, di bimbi che sembrano puttini di cera, di umile Italia “fatta di stracci e luce”, è come angosciosamente esposto ad una minaccia incombente.

 

 

Elisabetta Nicoli, GIORNALE DI BRESCIA
– 24/05/2002

 

Il poeta, contadino che scruta il cielo

 

 

Gabriella Sica, o la poesia delle radici. Radici tirreniche o, per meglio dire, etrusche. È stata la poetessa viterbese, romana d’adozione, la protagonista dell’ultimo incontro al Sancarlino del ciclo dedicato ai Poeti dell’oggi da Città Europa. Sono state tratte dall’ultimo dei suoi libri, Poesie familiari, le letture che hanno scandito la conversazione condotta da Paolo Campoccia. Letture evocatrici del mondo contadino in un’infanzia degli Anni ’ 50. “Mi è sembrato importante tornare a riprendere la memoria, a livello personale e culturale – dice Gabriella Sica -. La modernità ha lasciato una specie di deserto, che va ripopolato”. I versi che parlano di querce e cipressi, di grilli e di grano, facendo rivivere immagini definitivamente perse come quella di un carretto tirato dai buoi lungo la via Cassia, hanno il pregio di essere facilmente compresi, osserva Campoccia, ma sono frutto di un lavoro impegnativo per chi scrive. È una facilità difficile, conferma l’autrice, ritrovata dopo un percorso che porta a dismettere i panni inutili e asfissianti per ritrovare la purezza della parola: “È difficile dire con parole semplici che non siano banali, è un rischio continuo”. Si tratta di “ritrovare la parola che è stata alterata, manipolata, in una catena di impoverimento dei sensi. Ritrovare la parola piena cui corrisponde il reale: un luogo, una persona concreta. Da questa integrità della parola nasce la poesia”. Reale è il poggio verde al quale rimanda il gruppo dei Versi viterbesi , luogo interiorizzato nel ricordo come il “Sinai presente e dolce dei comandamenti a cui mi affido”. Era nelle consuetudini degli etruschi scrutare il cielo per conoscere i destini, anche la poesia può essere praticata come un modo per “trovare sensi da qualcosa che non è ancora definito”. Gabriella Sica paragona il poeta al contadino: legato alla terra, alle radici dell’infanzia e delle tradizioni. Perché “non siamo niente senza la memoria. Tutto in realtà è stato già detto dagli antichi, oggi vanno fatte tornare a vivere alcune cose del passato: questa è la cosa più innovativa oggi, far rivivere la tradizione così negata, dopo che tutti abbiamo letto i poeti europei e americani.
A 16 anni – ricorda – leggevo Saba, Ungaretti, i greci e i latini, ma negli A nni ’70 c’era una specie di vergogna della poesia: ho dovuto ritrovare più tardi la semplicità dei miei 16 anni. Oggi ancora si legge molta poesia accademica fine a se stessa: partita come rivoluzionaria, l’avanguardia si è rinchiusa in conventicole culturali non creative”. Saba proponeva ai poeti di scrivere una poesia onesta, Gabriella Sica aggiunge l’aggettivo umana. Bisogna “essere controcorrente rispetto all’assenza di senso, in un mondo che tiene ai margini la poesia”. È sempre stato così, “nessun tempo ha amato la propria poesia”. C’era, in passato, una trasmissione della memoria attraverso i libri, nel recente passato anche attraverso la tv. Adesso “certe cose bisogna cercarsele: se accettiamo quel che ci viene dato, è estremamente misero. La poesia va trasmessa, se non vogliamo far tabula rasa. Per dire il reale, non bisogna essere mimetici, si deve risalire la corrente per trovare un barbaglio di luce. I poeti sono inermi, non hanno niente da scambiare sul mercato, ma la poesia può riparare certi danni. Leggere, etimologicamente significa scegliere, decidere di render vivo il poeta”.

 

 

Giovanni Tesio, TTL – LA STAMPA
– 13/07/2002

 

Gabriella Sica. Occasioni familiari, figure d’infanzia

 

 

Tra una cometa introduttiva – ma “immortale nell’epifania”- e una stella finale, che può “la vita dire”, corre il filo delle “occasioni” che legano l’ultimo libro poetico di Gabriella Sica, Poesie familiari (Fazi editore). A fare da connettivo la patria viterbese, le presenze dell’infanzia (madre, padre, siti, figure), la famiglia propria ( il miracolo di un figlio, il marito fuggiasco e indelebile, immagini di poeti come Bertolucci o Bellezza). E poi i giorni, i totem, i rituali, gli altri luoghi ( Roma, Porto Ercole). Anche se poi ciò che conta è il “modo” del dire, e del resto siamo di fronte a una poetessa che scrive poesia con la consapevolezza critica di chi continuamente s’interroga sugli statuti dell’”arte”.
In questo caso ripercorrendo ( ma non ricalcando) le tracce della tradizione poetica italiana che sta tra i primi documenti del volgare e il dolce stil novo per arrivare ad attingere a un Novecento che dal Pascoli pasoliniano arriva al Saba della parola “onesta”, al Caproni della parola-cosa, al Penna della parola-luce. Una sorta di natività perduta, di grazia di ritorno, di umiltà espressiva che fa conto d’un fitto reticolo di reminiscenze o spigolature colte, di scarti interni, d’usi metrici e prosodici trompe-l’oeil. Versi che tendono al “vero” andando angelicamente in cerca del senso “che non si cela”.

 

Alessandro Fo, L’INDICE
– 01/05/2002

 

Gabriella Sica, Poesie familiari

 

 

Oltre che autrice di poesie, Gabriella Sica è studiosa di letteratura italiana contemporanea (ha realizzato per la Rai alcuni video su grandi poeti del nostro Novecento, tre dei quali da poco usciti presso Einaudi) e critico militante: tanto che il risguardo della sua nuova silloge di liriche, Poesie familiari, definisce la sua recente raccolta di interventi e saggi Sia dato credito all’invisibile (Marsilio 2000) come “controcanto in prosa” di questi spaccati che aggettano, in diacronia, sulla rosa degli affetti. La terra d’origine (Viterbo e le sue campagne), le case in cui si è vissuto con i propri familiari, gli ambienti dell’esistenza feriale e poi delle vacanze (Le Portercolesi), le singole minime avventure umane che si sono accompagnate negli anni a quella della ‘voce recitante’ costituiscono il piccolo teatro animato da questa collana di ricordi e improvvisi. La ‘storia del mondo’ vi si distende fra le figure del padre scomparso, figura fasciata di tempi e di tradizione, e quella, carica di future promesse, dei propri figli. Il libro, dalla sobria ed elegante confezione tipografica, fin dal titolo si ispira programmaticamente alla semplicità. Sempre diretto e trasparente è il linguaggio. La stessa elaborazione metrica è talora disadorna: la piena cantabilità cede qua e là a ritmi perfino disarmonici nelle pausature, e ricorrono tecniche che rischiano, almeno a mio vedere, di sconfinare in un eccesso di naïveté (penso all’alta frequenza di rime grammaticali, spesso perseguite con violenti iperbati a rigettare il verbo a fine frase). Queste asperità non polite, ed evidentemente intenzionali (la Sica è autrice anche di un manuale Scrivere in versi. Metrica e poesia, 1996), evocano esse stesse l’immagine dei modesti oggetti rurali, degli arredi d’arte povera che accompagnarono con calore la rievocata intimità degli ambienti, come La madia di p. 32 (“Ah potessi con le mie mani fare/ buone le persone come il pane!”), aprendosi qua e là in melodie o felici macchie di colore (“i miei dispersi versi sono viti”, p. 14; “e gli uccelli al cielo azzurro affrescati”, p. 22; “e pulcini gialli come ai bei giorni”, p. 33). Il bilancio sembra far prevalere stupore e felicità di esistere, ma vulnera il centro della raccolta la dolente sezione È solo un uomo ed è un marito. Forse (p. 99), di là da abbandoni e incomprensioni, “verrà un giorno da questo diverso,/ quando nessuno sarà separato/ da chi ama”.

 

IL MATTINO
– 21/04/2002

 

“POESIE FAMILIARI” DI GABRIELLA SICA Canzoniere della vita semplice

 

 

Gentilmente elegiaca, e caratterizzata dal recupero di forme tradizionali (il sonetto in primo luogo), la poesia di Gabriella Sica, autrice romana molto apprezzata anche per le iniziative che ha promosso negli anni scorsi (la rivista Prato pagano, l’antologia La parola ritrovata). Il nuovo libro della Sica, Poesie familiari edito da Fazi editore (pagine 154, euro 14,46) è stato presentato giovedì sera a ”la Feltrinelli” di piazza dei Martiri, nel corso di un incotnro sulla poesia da Andrea Di Consoli, Silvio Perrella, Felice Piemontese e Gino Trucillo.
Si tratta di un cospicuo canzoniere che raccoglie la produzione della Sica degli ultimi dieci anni, caratterizzata dalla esibita ricerca di temi semplici, quasi elementari: la nascita dei due figli, la delusione amorosa, il rapporto col padre, la riscoperta dei luoghi dell’infanzia viterbese. Una sorta di ritorno alle origini, tanto più rimarchevole perché compiuto da una poetessa che ha attraversato i luoghi letterari della modernità trovandovi aridità e disincanto, freddo tecnicismo e disamore, in primo luogo per la poesia stessa. Poesie familiari è un libro che tratta in versi, familiarmente e realisticamente, di cose comuni e diverse, scritto tra il 1991 e il 2001. Poesie “familiari”, prossime alla terra d’origine d’appartenenza, alla casa e alla famiglia, all’Italia e alla sua lingua. Gabriella Sica, protagonista negli ultimi venti anni di quella poesia che torna a credere nella parola dopo tanto “moderno”, ci offre il suo libro della maturità, libro della natura e degli uomini, del difficile percorso dell’umanità, dall’Italia povera e contadina degli anni Cinquanta alla Roma all’alba di un nuovo millennio, dalle radici e dalle cose morte ma non dimenticate del passato alla nuova vita dei bambini e della campagna.
Sono poesie colte, nel solco della tradizione italiana, e tuttavia semplici e con una segreta musica popolare, in una lingua limpida e comunicativa, mai astratta o retorica, profondamente fraterna, in confidenza con la lingua che già c’è, quella della realtà.

 

Giuseppe Rescifina, CORRIERE DI VITERBO
– 28/09/2001

 

GABRIELLA SICA POETESSA DELLA TUSCIA

 


“Poesie familiari” è il titolo del volume di liriche della poetessa Gabriella Sica che verrà presentato in anteprima assoluta, nel giorno dell’uscita in libreria, oggi alle 18 a Palazzo Brogiotti. Alla presentazione del libro, organizzata dal Comune di Viterbo con la Fazi editore, prenderanno parte il sindaco di Viterbo, Giancarlo Gabbianelli, Raffaele Manica, Francesca Petrocchi.
Molti i riferimenti alla Città dei Papi e a Vetralla in queste poesie che raccolgono testimonianze del vissuto o individuano angoli caratteristici di una terra che Gabriella Sica conosce bene. Non mancano gli accenni ai riti, come al famoso “Sposalizio dell’albero” che si svolge ogni anno a Vetralla nella zona di Monte Fogliano. Un’occasione, dunque, per dare uno sguardo alla Tuscia vista attraverso l’ottica dell’autrice, a volte incantata, a volte celebrativa, quasi sempre innamorata di questo angolo di architettura medievale.

 

Alberto Cappi, LA GAZZETTA DI MANTOVA
– 04/10/2001

 

LA BIBLIOTECA DI WRITER

 


Gabriella Sica, nella bella collana di Fazi editore, legge le Poesie familiari. Il suo è un testo radicato alla continuità dell’origine, quasi un canzoniere che dal nido alza e orchestra i segni. Le novanta poesie sono tessute e intessute tra figure materne, infantili, paterne, tra presenza e assenza, voce sorgiva e accento del rammemorare. Negli spazi, negli interni del rigo, nella cadenza, nello sguardo come nell’agnizione, il tempo passa e veste sostanza e forma del significare. Libro della terra temporale dell’umano, questo di Gabriella Sica ci avvicina agli incontri tra le fondazioni dell’io, il fare e il destino.

 

David Fiesoli, IL TIRRENO
– 01/10/2001

 

Il canto della memoria

 


E’ una nostalgia che non si chiude al mondo, ma recupera ciò su cui ancora il mondo si regge: gli affetti familiari, la memoria, la fede, la natura. I versi di Gabriella Sica trasudano musicalità popolare, ma è in agguato un classicismo moraleggiante che toglie forza: le cose morte non sempre erano le migliori o le più autentiche, né da un punto di vista formale né del contenuto. Qui la vita di provincia sembra quasi un idillio, la natura è idealizzata e antropocentrica, l’abbandono dell’amato diviene elogio della famiglia tradizionale, l’infanzia è innocente gioia quotidiana. E la “Roma rimario” della Sica è molto lontana dalla Genova della “Litania” di Caproni.

 

Francesco Troiano, RAI INTERNATIONAL ITALICA
– 13/10/2001

 

BALLO DI FAMIGLIA

 


Dopo le raccolte di versi de “La famosa vita” (1986), “Vicolo del Bologna” (1992) e “Poesie bambine” (1997), l’uscita di “Poesie familiari” (Fazi Editore, p.150, L.28.000) segna l’approdo alla maturità per la viterbese Gabriella Sica, limpida voce del panorama poetico contemporaneo ed instancabile operatrice culturale (ha diretto la rivista “Prato pagano” dal 1980 al 1987 e curato nel ’95 l’antologia “La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana”; ha, inoltre, realizzato per la Rai sei video sui grandi poeti del Novecento, i primi tre recentemente pubblicati da Einaudi).
Sin dal titolo, ci è chiaro l’argomento delle sue rime: un canzoniere in novanta componimenti incentrato sulla casa e la famiglia, la terra d’origine e d’appartenenza, l’Italia e la sua lingua.
Intorno a due figure centrali, quella della madre col bimbo e del maschio-padre scomparso, scorrono immagini vivide e sentite: svariando dall’Italia povera e contadina degli anni Cinquanta alla Roma dei primi bagliori del nuovo millennio, esse compongono l’appassionante ritratto d’un percorso umano che per un attimo s’interrompe al fine di riflettere su se stesso.
Il tutto, espresso in una lingua chiara e non retorica, comunicativa e quasi affettuosa: come a voler coinvolgere più profondamente il lettore, rendendolo partecipe del sentimento che pulsa in queste pagine belle ed intense.

 

PANORAMA
– 18/10/2001

 

In libreria Poesia

 

 

Voce matura di una poetessa che rivendica radici italiane e popolari. Scegliendo
come materia di canto la quotidianità, tocca corde di straordinaria dolcezza
e verità con un parlare quieto, appena rimato.

 

 

Alessandra Masu, GRAZIA
– 30/10/2001

 

CANZONIERE INTIMO POESIE FAMILIARI

 

Novanta tra sonetti, canzoni e rime sparse dell’ultimo decennio (1991-2001) documentano la maturità personale e creativa di Gabriella Sica, poetessa e studiosa di poesia ( ha diretto anche la rivista specializzata “Prato pagano” e firmato numerosi saggi). Un’antologia di luoghi (Viterbo, Roma, Porto Ercole ), incontri (Attilio Bertolucci, Caravaggio, Hokusai), esperienze della natura e dell’umanità.

 

Andrea Di Consoli, L’AVANTI!
– 21/11/2001

 

LE POESIE CELESTI DI GABRIELLA SICA

 

 

Le poesie di Gabriella Sica sono poesie “familiari”, cioè poesie d’amore, di maternità, di ricordi, di religione, di natura e di altre cose. Sono poesie “familiari” nella misura in cui non si allontanano mai dai gesti, dalle emozioni e dalle tensioni di un’umanità domestica, circoscritta, verificabile, in carne e ossa. Sono poesie semplici perché la semplicità è un valore per Gabriella Sica.
La sua ultima raccolta è “Poesie familiari” (Fazi Editore, 131 pagine, 28.000 lire) e la mole di temi affrontati è copiosa: le origini viterbesi, la figura paterna, i riti degli uomini a contatto con la natura, l’amore perduto e l’amore di ogni giorno, l’amore per i figli, l’amore per i luoghi, per la religione, per il dono della vita ecc.
La sezione a nostro modesto avviso più bella è quella dal titolo “E’ solo un uomo ed è un marito”. Qui il discorso si fa massimamente concreto e, allo stesso tempo, massimamente sgomento. Vi si parla, in questa sezione, di un marito fuggito, di una famiglia ferita, di un nido familiare abbandonato. Qui, concretamente e mirabilmente, ferita e desiderio di amore si fondono in un intreccio riuscito di candore e di dolore nero, cioè di intimità religiosa e di realtà esistenziale.
Gabriella Sica usa la rima. Negli ultimi anni la rima (che viene usata sempre più spesso) è un vero rompicapo per lo studioso di poesia contemporanea. La rima ha tre matrici differenti: la prima è restaurante (la forma specifica della poesia tradizionale è la rima e con essa si fa riconoscere, e quindi va preservata da forme prosastiche o “distruttive”); la seconda è costringente (si riesce a dire con maggiore intensità un pensiero, o una sensazione, se il poeta è costretto da una griglia a sintetizzare la propria emozione e, in qualche modo, a controllarla); la terza è citante (si cita una forma della tradizione con scopi intellettualistici, parodistici, comici, ecc.). Gabriella Sica rientra nella prima categoria. Lei è, senza mezzi termini, una poetessa della tradizione poetica italiana. Per quanto possa risultare “rivoluzionario” il suo predicare armonie in un mondo di guerre, la sua è una poesia della tradizione aulica (ma anche, come recita bene il risvolto di copertina, segretamente della tradizione popolare). In un’epoca di annullamento della storia, di dimenticanze, di rimozioni, di ironie su ogni forma del passato, dire ad una poetessa di rifarsi alla tradizione equivale a farle un complimento.
Eppure, come spesso abbiamo fatto recensendola, qualche riserva sulla sua poesia ce l’abbiamo. E scaturisce, questa riserva, dalla constatazione che il discorso delle sue poesie, magari inconsapevolmente, è esageratamente troppo candido e puro. Nessuno, ovviamente, può dire a un poeta di non essere puro laddove lo dichiari. E certo non lo faremo noi. Ma, come avemmo modo di dire sui suoi libri precedenti, la nostra riserva scaturisce da una certezza di cui non ci siamo ancora liberati, e la certezza è questa: il candore, la purezza, il biancore, il lindore del dettato, la rima semplice e gli accostamenti “elementari” delle poesie di Gabriella Sica sono tutte “reazioni” ad una letteratura che pure fa della violenza, dell’arbitrio, del rifacimento della guerra, dei conflitti, della “banalità del male” il proprio procedere poetico.
E’ questa “esagerazione” a non convincere (quest’esagerazione è, precisamente, l’ideologia della Sica). Lei, chiaramente, negherà queste nostre affermazioni e si dichiarerà immune da ogni ideologia. E allora noi, per dividere la parte buona della sua raccolta (la parte misurata, equilibrata, concretamente umana) dalla parte esagerata (ideologica, candidamente rabbiosa), citeremo due poesie emblematiche. Saranno i lettori a giudicare queste nostre affermazioni.
Poesia “esagerata”: “Ali vorrei immortali degli angeli / e una tunica bianca come vela / e senza memoria nei vasti cieli / trovare il senso che non si cela. / Ali vorrei d’uccelli in rosso e in verde / e piume morbide da stare al caldo / e il cuore dolente per quel che perde / portare in alto con i versi e il canto. / Due angeli ho visto dolci e umani, / dei miei trascorsi anni custodi e ali, / veloci andare via come luce. / A me come ai pastori in tanti mali / parole hanno annunciato di luce / e il tempo della gioia a piene mani”.
Poesia misurata: “Non sentirai l’usignolo che piange / i suoi amati figli e la cara consorte, / non osserverai la dolce famiglia / di fiori e erbe nei prati a primavera. / Ora che hai voltato il bene in male / e solo a separare ti sei mosso, / ora l’amaro strappo assapori / senza un dubbio, né una pena t’assale. / Tu che hai lo stesso male oscuro / del secolo che lento e arido muore, / tu che fuggi una forma onesta e vera / e non t’accorgi quanti errori fai, / tu il tuo male solo diffondi intorno / né lingua hai per il secolo nuovo”.
La differenza è tutta nel tono. Il lettore se ne accorgerà. Perché non sempre una poesia “celeste” equivale a una poesia umile. A volte, magari senza saperlo, parlare di angeli imprime un tono iniziatico, di chi è privilegiato. Umiltà è anche familiarità; e, sia detto con chiarezza, queste poesie non sempre sono “familiari”. Però la buona fede annulla, come si sa, ogni critica possibile.

 

Laura Pugno, RAISATZOOM
– 06/12/2001

 

SEGNALIBRO / VERSI DI DONNE NEL TEMPO

 


Ci sono, anche se non sono ancora molto visibili, delle strade per cui va la poesia italiana che continua, o riprende, dal Novecento. Probabilmente, anche se è ancora presto per dirlo, sono strade che non s’incontrano. Due cominciamo a segnarle più nettamente, sono la via del ritorno all’ordine (e si prenda la parola con approssimazione necessaria) e quella della ricerca del classico. Ci vorrebbe una nottata di discussioni o un articolo tutto intero per dirne di più, lasciamo la loro distinzione all’intuito, alla sapienza di chi legge, al sapore delle parole, che il Novecento ha modificato. Ma – è chiaro che – non sono la stessa cosa, l’età dei poeti non conta.
La différence, conta? Eludiamo la risposta troppo lunga e troppo breve affidandoci ai testi delle donne: escono nel 2001 la scelta – la sorte di Mariella Bettarini (Gazebo), Le barricate misteriose di Silvia Bre (Einaudi), Poesie familiari di Gabriella Sica (Fazi) e, last but not least, Miele e sangue di Erica Jong, che riuniamo qui, anche per la cura appassionata di Rosaria Lo Russo: che dichiara subito quanto anche della sua prima persona ci sia in questo libro, nella prefazione: “Ma il discorso intorno alla cosa poetica femminile si limiterebbe alla cronaca, all’attualità? Sarebbe una nuova salottizzazione per signore? No, non per Erica, non per me”. E nemmeno per chi sta scrivendo in questo momento.
Contro la cronaca, forse, uno dei componenti essenziali di questi quattro libri – così diversi – il tempo: scritti lungamente e lentamente, sottolineano più e più volte le loro date limite: dal 1994 al 1997 vanno le poesie di Bettarini, e ce lo racconta subito il sottotitolo; escono a distanza di undici anni da I riposi, Le barricate di Bre ; anche Sica data poesie, singole sezioni, indietro fino al ’91; e la bandella di Miele e sangue ci ricorda che il libro di Jong raccoglie una scelta di testi usciti su varie raccolte, negli Stati Uniti, dal 1971 al 1983: praticamente scritti nel tempo di un altro mondo.
Cominciamo da Sica. Scegliamo il verso: Tutto è ora distrutto e tutto è intero. Questo forse è il libro in cui la volontà di elaborare e dire secondo una poetica d’intenzione – per la strada del ritorno all’ordine, diciamo – è più forte. Si tenta il recupero di un luogo da cui parlare, la famiglia, la casa, addirittura la patria: la forma: ma il discorso è riappropriato al femminile. Così ci sarà spazio per i sonetti al figlio piccolo, per la lode articolata di un padre e della sua bellezza, per il dolore quotidianamente metabolizzato di una separazione coniugale. Il nume tutelare evidentissimo – si pensi all’omaggio di Roma Rimario – è Caproni, ma mutato in un poeta diverso, in un poeta solenne.
Un tutt’altro lancio di dadi lascia cadere sulla tavola Bettarini, che sceglie una costruzione del verso continuamente fratta quanto Sica si aggira sopra e sotto il canone della cantabilità: il trattino regge la sintassi dell’opera intera, regge una voce che si vuole sottratta, moltiplicata e funebre. Qui siamo distanti dai due tracciati che abbiamo indicato più sopra, e piuttosto nel solco di una sopravvivenza sperimentale…

 

 

Angelo Crespi, SOPRATTUTTO
– 18/12/2001

 

LIBRI DI POESIA

 

Se è vero che nella poesia moderna si assiste a un ritorno alla metrica classica, di certo Gabriella Sica è uno degli esponenti di punta di questa corrente. La sua è infatti una poesia che, nel solco della grande tradizione italiana, guarda alla modernità senza inseguire facili mode. “Poesie familiari” è il libro della maturità, nel quale il verso incarna alla perfezione il percorso umano ed esistenziale della poetessa romana.

 

 

Pierangela Rossi, L’AVVENIRE
– 19/12/2001

 

Parole come zolle nel canzoniere agreste di Sica

 


Una poesia di Gabriella Sica scritta per il Natale del 1995 esordisce “Delle cose italiane lamentarmi / e di tutti i mali vorrei anch’io, / delle virtù d’un tempo consolarmi / non posso nel presente contrario” e a chi semina “scompiglio e guerre” oppone una notte antica, di ciaramelle e vischio sacro: “(…)una novella rapida m’è giunta”. La poesia è collocata infine nella campagna, che è il vero ambiente – nel viterbese – per tutta la prima parte del libro di queste “Poesie familiari”. Sono poesie agresti, che celebrano la semplicità della vita dei contadini, gente “a una campana dell’Ave felici / e a un serpente nell’erba avvezzi”. Poesie scritte tra il 1992 e il 2001, dove nell’andare degli anni “si fa” uno spazio per le realtà più diverse – una splendida poesia ad esempio elenca la virtù di Roma (“Roma d’amor, / tu dolce palindromo cristoforo”), nel ricordo inevitabile della Genova di Caproni. Dai versi viterbesi e contadini, alle nascite, dai sonetti della lode alle dediche ( una per Attilio Bertolucci, una “per Dario”), per i figli, per il padre morto, per il marito, per “i giorni della merla bianca” e per dei pappagallini, per le lucciole e per gli angeli. E ancora: per Roma, come s’è detto, e per Porto Ercole, e non mancano “poesie giapponesi”… Un canzoniere, insomma, dove i tasti vibrano ogni volta completamente, a seconda dell’argomento. Ma una poesia, in senso nobile, arcadica e religiosa è quella che più si conviene a Gabriella Sica, che ha riferimenti colti, che qui e là si avvertono, ma aspira a una grazia “primitiva”, a “parole come zolle / di terra dura, ma buona e fedele” e non si lascia sgomentare dalle tragedie che nella vita di questi anni ha incontrato. Così, su questo doppio registro, l’aspirazione a una umana religiosità è ciò che fa la bellezza del libro, di queste “Poesie familiari” edite da Fazi ( pp.150, L.28.000). E se tutto “il” mondo è nel viterbese dell’infanzia, e poi la vita adulta impone le sue scadenze, anche gravi, l’approdo è proprio alla Roma cristiana e al cosmo. Il libro si apre con una “poesia in forma di cometa” e si chiude su “Forte Stella”: “Stella di terra e di fortezza, / a brillare continui e non t’arrendi”. Terra, e fortezza, sono gli attributi di cui si riveste, con la luce, Gabriella Sica. Chiudiamo con una citazione da “Canti”: mentre uomini pregano e zappano “Si sente un verso quando s’abbuia / e al sole bevuto come il Dio e mangiato, /frusciare serpi e l’erba dell’alleluia: / di frasca in frasca un fru fru interminato”. La Sica ha una lunga biografia poetica, tra i suoi libri ricordiamo “La famosa vita”, “Vicolo del Bologna”, “Poesie bambine” e “Scrivere in versi Metrica e poesia”. L’anno scorso è uscito “Sia dato credito all’invisibile”, di prose e saggi.

 

 

Michele Trecca, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
– 30/12/2001

 

Un imprevedibile labirintico disordine familiare

 

 

Nelle “Poesie familiari” di Gabriella Sica due motivi forti si sostengono l’un l’altro: la concretezza dei temi, la classicità della forma. Basta scorrere un attimo l’indice oppure sbirciare un testo qualsiasi per verificare la cordialità domestica del contenuto e il carattere tradizionale dell’impianto metrico. In quartine e terzine di endecasillabi (spesso veri e propri sonetti) si susseguono, infatti, le figure care del padre (“Padre che pio sei stato con tuo padre… solo questo possiamo ormai darti”), dei figli (“O bimbo mio, che un’allegrezza grande / dentro il cuore amaro e solo mi metti”), del marito (“È solo un uomo ed è un marito / che sempre meno spazio occupava / nella casa, ora è del tutto sparito”) oppure immagini del paesaggio di Viterbo (città d’origine dell’autrice, da tempo ormai romana d’adozione) e Porto Ercole (suo luogo d’elezione).
Come una serena ma ambigua e imperscrutabile dea madre, dall’alto d’una apparente compostezza Gabriella Sica, quindi, scandisce la regia d’un calendario dei giorni in bianco e nero, umile e popolare, mesto e lieto. Tra le dita delle sue parole scorre quel tempo ormai remoto che aveva il ritmo quieto della terra e delle stagioni. Mentre tutto, però, sembra convergere in perfetto accordo verso una tonalità melodica, sempre o quasi una dissonanza sintattica (perlopiù in fin di verso) scombina i giochi introducendo con la propria esibita artificiosità un elemento ironico di straniamento. Come se qualcuno per farti dispetto continuamente allontanasse quel premio che credevi ormai raggiunto spingendoti via via sempre più lontano dall’equilibrio d’avvio per precipitarti in un imprevedibile e labirintico disordine… perché quel colore (come “L’azzurro di Caravaggio”, la poesia più bella) è del mare e del cielo ma non di questa terra, e perciò fa male al cuore.

 

LA REPUBBLICA
– 28/01/2002

 

La poesia corre sulla parola Roma

 

Questa raccolta legata a situazioni familiari parte da lontano, dall’infanzia vissuta a Viterbo ( “Versi viterbesi”), alla celebrazione delle nascite fino al rapporto con il padre. Non mancano alcuni brevi versi giapponesi e un grandioso “Roma rimario” sorta di esercitazione virtuosistica sul tema della parola “Roma”. Nata a Viterbo, ma da molti anni residente a Roma, Gabriella Sica è una delle voci più interessanti del panorama della poesia contemporanea. Ha curato una serie di documentari sui grandi poeti italiani del secolo scorso.

 

Marco Maugeri, LA SICILIA – STILOS
– 05/02/2002

 

La terra dell’oro di Gabriella Sica

 

 

Ci sono libri che non esauriscono in sé la loro storia. Qualche volta questa li precede, qualche altra la loro apparizione è una premessa, un antefatto, a una più lunga vicenda che è ancora da venire. Ci sono libri insomma che sono satelliti, pianeti fuori rotta, che valgono solo nella misura in cui rimandano a una precisa costellazione di intenzioni, di idee, cui fanno riferimento. In questo continuo rimando a altre storie, altre vicende, hanno la loro legittimità. E qualche volta, nella sottomissione a quelle vicende, nella devozione a un vissuto altrui, trovano la loro grandezza. E’ soprattutto in quest’ottica allora che è possibile leggere l’ultima raccolta di versi di Gabriella Sica, “Poesie Familiari”, edito da Fazi, libro che ci ragguaglia sullo stato di salute di una certa poesia romana, e su un’ossessione che quella generazione ha nel giro di vent’anni maturato con riservata, ma incredibile, coerenza. La generazione, per intenderci, è quella che all’inizio degli anni ottanta si raccoglieva dietro piccole riviste, e coraggiosi ciclostilati, come potevano essere “Braci”, e “Prato pagano”, e che al di là delle diverse personalità artistiche ha da subito tenuto fede a un credo poetico riconoscibilissimo e delicato con una lealtà di intenzioni che a qualcuno è costato la scomparsa dalla scena editoriale. La storia di quella generazione è una storia che dev’essere ancora raccontata. Ma è una storia che ha già, nella memoria di chi l’ha attraversata, e di chi la conserva, un corredo implacabile dei nomi di chi gli è sopravvissuto, e di chi invece ne è rimasto travolto: i nomi di chi ha raggiunto un suo status di scrittore, o di poeta (Marco Lodoli, Claudio Damiani), e di chi ne ha dimesso gli abiti, e si è perso in un “vagabondaggio dell’animo” che non ha da tempo più niente di poetico. E’ una storia che vanta trionfi e cadute, rancori e rarità, che ha dalla sua perfino una scorta e un culto di martiri che in quella battaglia sono morti. Anche perché più passano gli anni e più le figure degli scomparsi Beppe Salvia, e Pietro Tripodo, assumono nella mente di chi li ricorda le fattezze di due martiri della poesia, due numi protettori, due sacri custodi di un edificio che attende ancora, e da tempo, il suo vero difensore. Perché questo in fondo è l’unico limite di quella generazione: non aver trovato il proprio cantore. Non aver trovato il loro divulgatore, non aver trovato la persona che ne raccogliesse al meglio le intenzioni. Può sembrare poco, ma quando Allen Ginsberg nell’estate del ’55 dà la sua prima lettura di “The howl” per i tipi della City lights di Lawrence Ferlinghetti, il suo amico e coetaneo Jack Kerouac, che quella sera gli siede accanto, ha già scritto tutti i romanzi che più tardi ne decreteranno il successo e che forse vedranno la luce proprio per la riuscita di quella strana serata estiva. Ginsberg ha dalla sua la comunicatività necessaria, e riesce a tirarsi dietro tutta un’umanità di scrittori, ubriaconi, e falliti, che altrimenti non avrebbe mai visto la luce: in quel momento è il liberatore di un’umanità, il condottiero di un’armata di “emarginati delle lettere” che altrimenti sarebbe rimasta sommersa nei sotteranei della metropoli. Potrà sembrare azzardato il paragone, ma davvero l’assenza di un reale cronista di quella generazione di poeti buoni, dal sangue dolce, ha impedito all’Italia di avere una sua beat-generation; ha costretto una leva di “miliziani del verso” a una vita a metà, una cosa a mezzo, a un’esistenza che è più forte nel racconto di essa, dove alla vita stessa si sostituisce il racconto che se ne fa. Una generazione costretta a una poesia che vale anche se non viene edita: a una poesia anzi che vale di più proprio quando non è edita. Ed è da qui che nasce il gusto per la poesia giovane, immortale, il culto assoluto per tutto ciò che nella tradizione poetica, e non solo italiana, in qualche modo ci suona come “giovane”, ma nel senso di “incorruttibile”, “incedibile al tempo”, fermo in un’intransigenza di propositi che non può conoscere nessuna corruzione; in una “risoluzione di giovinezza” che non lascia spazio ad alcuna vecchiaia. O non si muore affatto o non si vive mai. Ma non potendosi perdere in un tempo inesistente, tanto vale ostinarsi dentro uno impossibile. Per esempio quello dell’infanzia. Ed è l’infanzia, infatti, il maggiore polo di attrazione di una costellazione poetica in cui è coinvolta anche Gabriella Sica. Ma non si tratta di un’infanzia biologica, degli uomini, delle cose della carne, quanto di un’infanzia delle lettere: il verso quando è giovane, la scrittura come personale gesto di rivalsa, come momento di massima rivelazione personale. L’infanzia non di chi gioca, di chi si nasconde dietro la madre, ma quella di chi trova la parola, di chi la scopre: la minuscola età di chi la pronuncia per la prima volta, di chi tuona la prima parola dentro due labbra quando queste non sanno ancora cosa è una parola. Di quale sostanza è fatta. L’infanzia allora di Petrarca, ma come di Pascoli, la piccola età di Shelley, ma come poi quella di Keats, quella per intenderci (a proposito di poesie familiari) di “ ma che sarebbero i prodigi in mare e cielo / senza averti compagno al mio pensiero”. Questa l’infanzia di questa generazione romana, questo, per riprendere il titolo di una precedente raccolta di saggi della stessa Sica, “l’invisibile cui dare credito”, il familiare cui assomigliare, il luogo dove forse non si è mai stati, ma a cui tocca assolutamente fare ritorno. Questa la nuova “terra dell’oro”. Il familiare. Anche quando il familiare, l’infantile, è magari una vigliacca scusa per non prendersi mai sul serio, per aggirare il giudizio, il rendiconto: per non dover mai vivere il terrore di scoprire un giorno di non aver abbastanza da dire, o di non farlo abbastanza seriamente. Il terrore sempre vivo di non scoprirsi uomo, di non scoprirsi poeta. O comunque mai abbastanza. Ed è su questo crinale qui che si colloca la poesia di Gabriella Sica. Da un lato c’è la poesia dei padri, dei “grandi”, ci sono tutti i versi dei giganti dell’Accademia; dall’altro c’è l’urlo straziante di tutta quella poesia che non ha quasi mai visto una pubblicazione. E’ un oceano di parole, terrificante all’ascolto, che invita sempre a gettare il foglio, a strappare la pagina, a non prendersi mai troppo sul serio: è la folla di chi non ha mai visto il proprio libro dignitosamente pubblicato. Le loro iniziali spesso valgono poco, o addirittura sono anonime come le sigle dei reclusi sopra le pareti delle prigioni. C’è una generazione che da quel crinale raramente si è allontanata, e che spesso ci ritorna anche per onorare i più deboli, e all’occasione i martiri: la folla rimasta anonima di tutti coloro che non sono riusciti a superare il varco. Gabriella Sica da sempre di quella generazione rappresenta la voce più gracile, infantile, la voce dove tutto questo desiderio di rivalsa, ma al tempo stesso di rinascita, rimane per lo più a un valore nominale, è cioè fortemente auspicato, volitivo. Ma ha in questo una sua grazia che, nella migliore delle tradizioni, nasce da un vivo terrore: ancora una volta quello di non scoprirsi abbastanza poeta, abbastanza uomo. Di non esserlo mai del tutto. Mai a sufficienza.

 

 

Gemma Gaetani, POESIA
– 01/02/2002

 

Poesie familiari

 

 

Gabriella Sica è poetessa, ricercatrice universitaria presso “La Sapienza” di Roma e attiva miliziana nel campo della critica letteraria italiana. Ha curato l’antologia La parola ritrovata (1995, con Maria Ida Gaeta) con l’intento di dare sistemazione critica e seriamente divulgativa alle maggiori tendenze poetiche italiane post-anni Sessanta, indagando sulle tracce dei nuovi rapporti instaurati tra poesia e parola, mito, lingua, metro. Altrettanto importante il lavoro svolto per realizzare sei video per Rai Educational ( su Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna, Caproni), finalizzati a ripristinare una presenza popolare e (tele)visiva della poesia, come accadeva ancora in Italia fino agli anni Sessanta. Sul piano ancora critico, il testo che più parla della sua idea di poesia è Scrivere in versi (1996), dalla cui introduzione si riporta quella che sembra la poetica fondante di Gabriella Sica: “La poesia può dare alla nostra vita, alla vita di tutti gli uomini, misura e ritmo, come sgranare tra le mani un rosario o recitare i mantra indiani, come fare entrare il divino in noi o, soltanto, respirare”.
Poesie familiari, ultima pubblicazione in versi, che segue le Poesie bambine del 1997 ( e di cui il “controcanto in prosa” è sia Sia dato credito all’invisibile, 2000), è la prova artistica dell’ideologia poetica sopra citata. I componimenti della Sica vivono proprio sul crinale di un’autobiografia universalizzabile, nello stile di una “facilità difficile”, apparendo a una prima lettura poesie confessional non pericolose, pacificanti, celebrative di un mondo che è quello etrusco (Viterbo, Roma, Porto Ercole sono le città simboliche) visto con gli occhi di una contemporaneità connotata in senso classicamente femminile. Ma una rilettura di questi versi non potrebbe non rivelare che la quotidianità, la leggerezza dei temi e del dettato poetico si radicano in un passato storico, antico e moderno, e in una concezione laboriosa della scrittura. La famiglia, filo conduttore della raccolta, è un nucleo di riferimento autobiografico ampliato però prima a spazi geografici regionali (“In principio più che Roma Viterbo, / ruvida rima e dimora del verbo” e ancora “Somiglia Viterbo alla mia mamma / che vive senza un tono superbo, / la stessa severa grazia hanno”), poi a tempi storici di accento epico (“col senso vivo della famiglia / e dai propri morti consolata / coltivando la terra sui loro corpi … E’ questa la patria in ch’io mi fido / e una comunità si riconosce”), infine a luoghi artistici (quanto omaggio al “fru fru fra le fratte” di Pascoli c’è in “di frasca in frasca un fru fru interminato”?). Pilastro – quantomeno biologico – di ogni famiglia, d’origine e d’arrivo, è l’uomo, nelle declinazioni di padre e marito. Anche a questi uomini è dedicato il canto della poetessa (quasi un aforisma laico “La catena di Antonio” per cui “Antonio è il bel nome antico / del padre e del marito di mia madre.// Antonio è lo stesso nome antico / del mio strano marito e di mio padre”); il canto poi diventa richiamo del padre e del marito, ancora freudianamente simili perché ambedue lontani (“E’ solo un uomo ed è un marito / che sempre meno spazio occupava / nella casa, ora è del tutto sparito … Nella sua casa con pazienza antica / aspetto il ritorno senza che mi dica / perché si sia così tanto smarrito. / E’ solo un uomo ed è un marito”). La limpidezza dello stile e della lingua della Sica è il frutto dolce di un dolce amore per i temi che canta e per la poesia che coltiva ma è, insieme, risultato di un lavoro impegnato a musicare spartiti in un modo solo all’apparenza facile e delicato. Lo stile compatto e deciso si radica sulla forma preferita dell’endecasillabo: distici unici o gruppi di distici (il rimario dedicato a Roma, con molte rime davvero felici), doppie quartine (a comporre sonetti senza coda), sonetti completi e piccoli poemi composti di lunghe strofe.

 

 

Renato Minore, IL MESSAGGERO
– 26/02/2002

 

QUOTIDIANITÀ DOMESTICA TRA DOLORE E STUPORE

 


L’ultima raccolta di Gabriella Sica, Poesie familiari (Fazi, 150 pagine, 14,46 euro), si costruisce intorno a temi e figure di una domesticità quotidiana, familiare, vissuta con stupore e sotterraneo dolore. Ci sono i riti della campagna di Viterbo, che è la terra d’origine della Sica, c’è un “omaggio” alla figura paterna, c’è l’amore perduto e l’amore per i figli. Sono poesie “classiche e popolari” allo stesso tempo, dove i volti dell’umile Italia vengono raccontati con un linguaggio limpido, semplice e severamente classico.

 

Maurizio Cucchi, LA STAMPA
– 06/03/2002

 

IL LIBRO DELLA SETTIMANA

 

 

Gabriella Sica scrive Poesie familiari (Fazi Editore, p.150, € 14,46), cioè poesie nelle quali si affida alla rappresentazione di un mondo di cose domestiche e semplici, di una realtà che riguarda peraltro momenti essenziali dell’esistenza: la nascita di un figlio, il pensiero del padre, la figura della madre, la terra d’origine, altre persone amate. E’ come se l’autrice rivendicasse, giustamente, il diritto di potersi occupare della verità degli affetti, delle cose e dei luoghi cari, di un paesaggio come quello della sua città natale, Viterbo, e della campagna laziale, vista e liricamente descritta come ancora immersa in una dimensione senza tempo, arcaica e intatta.
Il linguaggio e la forma di Gabriella Sica corrispondono con piena coerenza ai contenuti. Fin dagli esordi, infatti, fin dalla rivista da lei curata negli anni Ottanta (“Prato Pagano”), questa poetessa ha impostato il proprio lavoro (e la propria idea di poesia in generale) sull’esigenza di un ritorno (o meglio: di una nuova apertura) a una lingua piana e comunicativa, limpida e non ambigua, persino volutamente elementare. Nelle poesie familiari (in cui sono raccolti e organizzati testi scritti nell’arco di un decennio) il suo progetto si perfeziona in un libro che è il suo più maturo, e probabilmente il migliore, e si fa strada l’uso di forme metriche tradizionali, come il sonetto, con la ripresa della rima, intesa come dolce malìa e requisito indispensabile al canto. Ne escono versi in cui si intrecciano cadenze popolari e della poesia più illustre, dove spesso si vedono in trasparenza i maestri prediletti, i modelli per Gabriella Sica più autorevoli: come Umberto Saba, come Giorgio Caproni, specie quello del Passaggio d’Enea o del Seme del piangere. Ma si potrebbe andare fino al grandissimo Giovanni Pascoli. Ecco un esempio di queste familiari tratto dalla sezione E’ solo un uomo ed è un marito:
Noi siamo pietre vive dall’amore
raccolte e dolcemente smussate,
per edificare una casa bella
e nuova con lo stesso cemento
e tante piante tutto intorno e l’orto
e le finestre per prendere aria,
dove una festa di gioia celebrare
nella grazia della comunione.
Ora siamo pietre morte e sconnesse
di una casa che non sta in piedi,
sole e lontane le une dalle altre
finché ci troveremo di nuovo uniti
alla fontana d’acqua pura e chiara,
su un verde prato in pace adagiati

 

 

Paola Azzolini, L’ARENA DI VERONA
– 07/03/2002

 

Il Canzoniere di Gabriella Sica centrato sul tema delle radici

 

 

Dopo le raccolte di versi La famosa vita (1986), Vicolo del Bologna (1992), Poesie bambine (1997), quest’ultimo libro di Gabriella Sica, Poesie familiari,(Fazi editore, 2001) riprende e sigilla con le note di una compiuta maturità lo stile poetico di questa autrice dal timbro inconfondibile.
Vi sono autori/ autrici che, come la Sica, nascono fuori dal solco maestro tracciato dall’ermetismo nella nostra lirica novecentesca, felicemente chiusi in una loro cultura linguistica, vibrante di musicale realismo e continuamente tentata dai toni di una libera e ingenua narratività. Il titolo rimanda all’argomento dei versi: un canzoniere in novanta componimenti centrato sui temi della terra d’origine, il viterbese, la casa, la famiglia, il padre, il proprio bambino, il marito e le memorie della cultura italica, ivi comprese le atmosfere della Roma, in cui l’autrice vive. E’ avvertibile in questo stile poetico, impastato di tradizione, l’eco precisa dei capisaldi della nostra tradizione letteraria, dagli stilnovisti, a Dante, a Leopardi, a Pascoli e al più volte evocato Caproni, poeta novecentesco cui la avvicina una sorta di melodismo e di prosaicità autobiografica. Basterà leggere le strofe di Roma rimario, così vicine a la Litania su Genova del poeta ligure.
I Versi viterbesi evocano un paesaggio scabro, terra della memoria e dell’infanzia, tutto segnato da un passato storico mitico, su cui si inseriscono, ma con gli stessi gesti antichi, gli uomini e le donne di oggi, apparizioni fraterne in cui l’autrice si riconosce.
“E’ un paese con strette antiche vie,/ a volte erte, a volte calme piane/ e cieli aperti e campagne larghe./ Una ragazza spontanea e bella/ pare, coi nobili tratti e antichi/ degli etruschi l’aria innocente.
Gabriella Sica non teme le tentazioni arcaiche e popolaresche della rima, delle assonanze facili, la strofe costruita, memore del sonetto della tradizione
petrarchesca, ma anche aperta ad una cantabilità facile, quasi da canzonetta. Il passato della terra natia si lega al presente di una Roma popolare, agli scorci marini di Porto Ercole e si popola di figure che conservano la grazia di ombre evocate da antichi bassorilievi, anche se corrono in bicicletta come Felicetta, la cucitrice, o Candida, la dea madre terrestre.
Un po’ tutte le poesie famigliari sono percorse da una vena di narratività che si organizza senza sforzo nelle strutture iterative, le forme chiuse, i refrains e scandisce, in opposizione, almeno così ci pare, un senso della vita in cui si fissa una sorta di compresenza dei momenti. Il presente ripete il passato e lo rifà vivo in una sorta di ciclica immobilità.
Si veda il Calendario del contadino, una sorta di Mirycae, ma più aspre e come scomposte: ”Ora è febbraio corto e amaro/per l’aia per il poggio è tormenta/e la guazza all’alba, né la sementa/ spunta o c’è per gli uomini riparo”.
Così anche i temi più autobiografici si atteggiano nelle forme antiche della lode o della lamentazione, il dolore è dolore da sempre e così la gioia. Piene dell’eco mediata e come trasposta delle antiche rime sono i versi di E’ solo un uomo ed è un marito, che ritmano il tema dell’abbandonata dentro le categorie stabili del matrimonio, così sensibili nel termine marito, memore dell’altrove di un mondo lontano, in cui valgono semplicemente gli eterni rapporti famigliari. E anche il tema della maternità trova i suoi modi dentro lo schema religioso della lode, anche quella ben nota di Jacopone, ma con una gioia ancora non offuscata che erompe nelle cadenze e nei ritmi liberi e facili.

 

Stefano Lecchini, LA GAZZETTA DI PARMA
– 26/03/2002

 

SULLA SOGLIA DELLE COSE: POESIE DI GABRIELLA SICA

 

 

Non si dovrà credere che l’attributo “familiari” accampato nel titolo dell’ultima raccolta di Gabriella Sica (viterbese, già direttrice di “Prato pagano”, la rivista di poesia che, con “Braci”, fece da portabandiera al neoromanticismo, fra quotidianità e visione, della “scuola romana” anni ’80: Lodoli, Bre, Salvia, Damiani, Scartaghiande…) stia a veicolare una mera denotazione contenutistica. Certo, la famiglia – dal padre al marito ai bambini… – è protagonista pressoché assoluta di queste “Poesie familiari” (Fazi Editore) – e con essa i dintorni domestici (comprese le presenze vegetali e animali che ne vivificano la scena).
Ma è altrettanto vero che al fondo di un tale attributo risuona patentemente un altro rintocco: perché “familiare” è, anche, la voce che ci viene incontro dalla pagina. La sentiamo vicina, come se ci parlasse all’orecchio. La sua pronuncia è, all’apparenza, quanto di più classico si possa immaginare: tutta la tradizione della nostra poesia lirica – dallo Stil Novo a Petrarca a Saba a Penna a Caproni, soprattutto a Valeri – vi si rispecchia naturalmente; mentre le sue forme e i suoi metri (sonetti, ballate, endecasillabi) imbrigliano quasi senza parere le “feste” di un cuore innamorato della vita.
Eppure, come già nelle precedenti raccolte (“La famosa vita”, “Vicolo del Bologna”, “Poesie bambine”), questo timbro amoroso e fluente sembra incrinato da una disarmonia che lo sfida senza sosta: rime, assonanze e consonanze slittano spesso e volentieri in controtempo, vuoi a causa della dislocazione dell’accento, vuoi perché vengono anticipate all’interno del metro; lo stesso metro subisce torsioni e dissonanze (endecasillabi accentati sulla quinta, “blank verses”…) La lezione di Diego Valeri sembra portata alle estreme conseguenze. Questo perché la “dolce misura” non aliena da “severa grazia”, in cui si incarna questa poesia (si notino gli haiku…), deve fare i conti con il male ed il disordine del mondo. Ma non sono che istanti: giacché il poeta sa raccogliere, oltre l’ombra, tutta la luce che venendo dalle cose le trasforma; scende dolcemente negli abissi; muore nelle cose, deponendo sulla soglia delle cose il proprio Io – e in questa morte felice, mentre si affida al trascorrere del tutto, riesce a fermare sulla carta il tempo irripetibile della vita che ci colma.

 

Alberto Toni, LETTURE
– 01/04/2002

 

CANZONIERE DI DONNA CON TANTI AFFETTI

 

 

Il titolo del libro di Gabriella Sica, Poesie familiari, riconduce a un mondo conosciuto e amato, il mondo delle origini e quello di un percorso di vita, i luoghi dei “Versi viterbesi”, Roma, Porto Ercole, un attraversamento a tutto campo di quest’umile Italia, per dirla con Pasolini. L’idea di fondo della Sica sta in una fiducia salvifica nella poesia, dar credito all’invisibile, com’è scritto con passione nel suo precedente volume di saggi, “controcanto in prosa” di questo. I numerosi riferimenti, che vanno da Petrarca a Pascoli, a Caproni (la sua “Litania” su Genova fa da modello a “Roma rimario”) sono filtrati da una sensibilità per niente letteraria; si può parlare casomai di poesia sentimentale nell’accezione leopardiana. L’amore, il dolore, l’appartenenza, il ricordo: tutto concorre a rendere “familiare” l’esperienza vissuta. Di questo senso alto delle cose si nutre la poesia di Gabriella Sica. E anche l’uso della rima, delle forme chiuse (il sonetto ad esempio), talvolta il ricorso all’enfasi, sono strumenti naturali, spesso anzi attenuati da una “lingua limpida e comunicativa”. Affiorano personaggi come in un romanzo e per ciascuno c’è una stazione di sosta: le donne di paese, il padre, un uomo-marito che se n’è andato, i figli, gli amici. Nel canzoniere della Sica, libro di affetti soprattutto, il tempo scorre dall’infanzia a oggi e l’autrice vorrebbe fermarlo, farne icona, ricavarne qualche possibile insegnamento. C’è una sfida e il poeta è al centro, “con la torcia in mano”. Il tempo è “amato” e “sacro”, proprio perché regala sorprese, è vivo nella storia di tutti, oggi e nel futuro quando “ancora torneranno le rondini”. Il tempo è speranza di continuità.

 

Gianfranco Ravasi, AVVENIRE
– 30/04/2002

 

Le stagioni dell’amore

 


Noi siamo pietre vive, dall’amore/ raccolte e dolcemente smussate,/ per edificare una casa bella/ e nuova con lo stesso cemento/ e tante piante intorno e l’orto/ e le finestre per prendere aria,/ dove una festa di gioia celebrare/ nella grazia della comunione./ Ora siamo pietre morte e sconnesse/ di una casa che non sta in piedi,/ sole e lontane le une dalle altre/ finché ci troveremo di nuovo uniti/ alla fontana d’acqua pura e chiara,/ su un verde prato in pace adagiati.
Questa è la storia di un matrimonio, sbocciato a primavera, tempo e metafora di un amore intenso e dolce, fiorito “nella grazia della comunione” e quindi in mesi e anni di festa, di donazione, di gioia. Ma poi è giunto anche l’inverno; le pietre dell’edificio costruito con tanta passione da vive si fanno morte, da compatte diventano sconnesse e si disperdono, facendo crollare la casa dell’amore. Alla fine c’è solo la pace della morte che tutto riconcilia (ma forse questa potrebbe essere anche l’immagine d’una risurrezione dell’amore, di un ritorno a quella “fontana d’acqua pura e chiara” che aveva alimentato i giorni di festa).
Così la scrittrice Gabriella Sica interpreta la sua storia d’amore nelle Poesie familiari (ed. Fazi). Nei suoi versi è facile scoprire il filo delle esperienze che tutti viviamo. La sua parabola dell’amore è, infatti, aperta a ognuno di noi perché in essa ci si rispecchi. In ogni storia personale, infatti, c’è la bellezza dell’inizio, il turgore della pienezza ma c’è anche il disincanto e la delusione. Bisognerebbe avere allora il coraggio di risalire contro corrente alla “fontana d’acqua pura e chiara”.

 

Gino Trucillo, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
– 18/04/2002

 

La famiglia “cosmica” di Gabriella Sica

 


Anche in poesia il concetto di famiglia ha sempre a che far con un’appartenenza: a una storia; al mondo che va rinominato; a una tradizione. Ne è stata ben consapevole Gabriella Sica, intitolando la sua recente, più tersa raccolta Poesie familiari (il libro si presenta oggi, alle 18.30, a la Feltrinelli). Non inganni il minimalismo del titolo: la famiglia della Sica non è quella, pure evocata, degli affetti e dei luoghi di una vita privata (si pensi ai versi per il padre napoletano “ti ascolto mentre parli con gli accenti/del tuo allegro canto napoletano/cchiù ddoce, cchiù lente turnateme a mente/chiano chiano” o l’atmosfera di “Campi Flegrei”); è più estesa, confessa una consanguineità con l’ethos silente dell’intero creato assunta nell’innocenza delle parole appena inaugurate. Non a caso i suoi sonetti e le sue ottave in questa ricerca della parola originaria scelgono spesso a mo’ di paladini i merli, le rondini, i gabbiani, insomma la progenie alata del parlar per glosse, la lingua misteriosa di cui non si conosce il senso, ma che dispensa purezza. E altrettanto non a caso scelgono a mo’ di mastice semantico per la propria semplicità raddensata il primitivismo aulico di una lingua madre che tasti l’interezza. Scorrendo per un’Etruria mitica, intessuta di fratte e radici impastate di echi, queste poesie ci fanno riflettere sulla relazione sotterranea tra religiosità e classicismo, congiunti dalla limpidezza di una medesima accettazione del tempo e delle strutture. Cioè delle famiglie più profonde. “La poesia è la madre, la poesia è la bambina che fu la madre” ha scritto la Sica in un altro libro: cioè i padri e le parole sono e saranno sempre anche figli, legati a un’aderenza alle proprie radici che si potrebbe quasi definire “taoista”. Talmente immersa nella spontaneità di un significante che aderisca in pieno al proprio fondamento da ritornare, senza sforzo, natura.

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Poesie familiari
Collana:
Numero Collana:
32
Pagine:
156
Codice isbn:
9788881122004
Prezzo in libreria:
€ 14,00
Codice isbn Epub:
9788876254253
Prezzo E-Book:
€ 4.99
Data Pubblicazione:
01-09-2001