I luoghi di «Non esistono posti lontani» di Franco Faggiani

29-07-2020  •   Il blog di Fazi Editore
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Vista sull’isola di Ischia dal Monte Epomeo

Secondo lo Scrittore americano Willis George Emerson (1856/1918), esiste un regno leggendario, Agharta, nascosto nelle profondità della terra, in cui si può accedere solo da pochi luoghi: dal Polo Nord e dal Polo Sud, dal deserto del Gobi, dalle Piramidi d’Egitto, dal Monte Everest e dal più modesto – appena 789 metri d’altezza – Monte Epomeo, che si eleva nel cuore dell’isola d’Ischia. Un piccolo e antico vulcano dove il professor Filippo Cavalcanti, uno dei due principali protagonisti di Non esistono posti lontani, conclude il suo lungo viaggio in compagnia di Quintino Aragonese, giovane, scapestrato e geniale ischitano doc.

Anche se non siete appassionati di esoterismo, mitologia o vulcanologia, se capitate a Ischia un’escursione ’n coppa a questo monticello nato dal mare circa 100 mila anni fa dovreste farla (ci sono diversi sentieri che attraversano i boschi e incidono le pareti di tufo). Per rivedere quel bellissimo panorama che Cavalcanti aveva descritto, per ricordare le confessioni e le speranze di Francesca, Checca, una delle sorelle di Quintino, desiderosa di andare lontano, oltre quel lucente mare sottostante.

Nel romanzo c’è chi desidera arrivare, come il professore, e chi vorrebbe andare, come Checca; questo è il ritmo delle nostre esistenze.

A dire la verità dovreste andare a vedere anche altri piccoli posti descritti nel romanzo, poiché, nel tempo, alcuni di loro saranno destinati a scomparire dalle carte geografiche e probabilmente anche dalla memoria. Perché i giovani se ne vanno, non ci sono più attività che fanno da collante economico e sociale, le case sono vuote e i campi non vengono quasi più coltivati. Scarsa manutenzione, eventi climatici avversi e terremoti ci aggiungono il loro pesante carico. Resistono alcuni anziani che hanno messo lì radici profonde, ma il tempo finirà per estirparle.

Abbazia di Novacella (Bressanone)

L’abbandono umano, l’isolamento, hanno permesso comunque alla natura di riappropriarsi del proprio territorio. Questo, per esempio, ha reso tutta la dorsale appenninica una miniera inesauribile di paesaggi magnifici, di orizzonti ridisegnati, di ambienti diversi, di luoghi dove il tempo sembra avanzare con un passo diverso, lento, accompagnato da un silenzio spesso mistico, protettivo. Come quello che ancora si respira nelle pievi e abbazie distribuite tra Emilia (Bobbio), Toscana (Camaldoli) e Marche (Fonte Avellana), dove la vita monastica ha concesso poco alla modernità e alla tecnologia e, per quanto “il turismo della fede” non manchi, specie in alcuni periodi dell’anno, un modo di vivere spirituale che ancora cattura e affascina. Per esempio, nel mio lungo viaggio effettuato per disegnare il percorso poi seguito dai protagonisti del romanzo, sono approdato all’eremo di Camaldoli, a oltre mille metri d’altezza, nel Parco delle foreste casentinesi, in un tardo pomeriggio gocciolante di pioggia e nuvole basse e panciute. Le mura antiche, le vaste e fitte faggete intorno, gli eremi proibiti al visitatore occasionale, il silenzio assoluto interrotto solo dai fruscii di bianche vesti monacali che andavano a confondersi nella foschia. Era il 2019, ma avrebbe potuto essere il 1119, quando l’eremo aveva già solide fondamenta.

A proposito di abbazie, da non perdere nemmeno quella di Novacella, a Bressanone, luogo di partenza del viaggio a bordo di o’rinoceronte, come Quintino ha ribattezzato il suo automezzo. Novacella, a differenza delle altre, non è isolata ma è alla porta nord di Bressanone, tra masi e vigneti che i monaci “sfruttano” dal 1142. La cantina dei monaci, funzionante, è tra le più antiche del mondo e i suoi vini (che si possono acquistare) sono molto blasonati. Poi a Bressanone il cavallefante, l’opera ammirata da Filippo Cavalcanti, c’è davvero, affrescata in una delle arcate del chiostro del Duomo costruito intorno all’anno Mille. I pittori incaricati di illustrare scene di una battaglia esotica, non avevano mai visto un elefante; così dipinsero l’animale più grande di loro conoscenza, il cavallo, e vi aggiunsero orecchie grandi e una lunga proboscide, secondo i racconti orali di chi un pachiderma lo aveva visto davvero.

È solo una delle tante curiosità che si incontrano lungo il percorso ma ce ne sono moltissime, da riempirne un quaderno. Posso dire che ogni luogo ha la sua attrattiva, che ho scoperto strada facendo.

Avevo fatto cenno al mio viaggio esplorativo: ho scelto di farlo come poi l’avrebbero fatto i due protagonisti, ovvero su strade secondarie, nascoste, e senza nessuna indicazione o aiuto esterno. Come loro, anche io avrei chiesto indicazioni alle persone incontrate lungo le strade.

Alla fine avevo percorso, compreso il ritorno a casa, oltre 2600 km, a volte perdendomi e a volte girando perfino in tondo. A questi ci sono poi da aggiungere i chilometri fatti a piedi. Dove l’orizzonte era ristretto e le strade si stemperavano improvvisamente in un campo o in un pascolo, sono salito su cocuzzoli, colline e montagne, dove la vista poteva spaziare verso sud, per trovare nuove rotte. È questo il fascino della scoperta.

C’è ormai chi fa ricerche nelle biblioteche online o nei grandi archivi interattivi e chi fa ricerche camminando. Perché è così che nascono gli incontri che lasciano il segno e che vale la pena raccontare.

 

Franco Faggiani

 

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