La genesi de «Il cane di Falcone» di Dario Levantino

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Falcone

In occasione dell’uscita de Il cane di Falcone, Dario Levantino racconta la genesi del suo nuovo romanzo. 

 

Qualche anno fa, in un ciclo di lezioni di Educazione civica nel mio liceo, ho tenuto un corso sulla storia della mafia.

Gli alunni erano entusiasti: esiste negli adolescenti una certa fascinazione del male, forse per influsso della spettacolarizzazione che la televisione fa della criminalità. Non bisogna pensare che gli studenti amino la mafia, sono soltanto attratti dalle trame e dalle dinamiche narrative con questi loschi personaggi.

Durante il corso i ragazzi mi fecero molte domande sul traffico di eroina che Cosa nostra gestiva negli anni Ottanta, e su come il Pool antimafia avesse agito per intercettarlo. Ricordo come fosse ieri il momento in cui lessi un passo di Cose di Cosa nostra, il saggio-intervista a Giovanni Falcone: gli studenti presero appunti compulsivamente perché il magistrato palermitano stava spiegando come – grazie a una rivelazione del pentito Francesco Marino Mannoia – fosse riuscito a stabilire l’origine precisa delle partite di eroina sequestrate in varie parti del mondo (i laboratori di Cosa nostra tagliavano la morfina con benzoil-tropeina per abbassarne il grado di purezza: questo l’indizio chiave di volta).

Il loro entusiasmo, poi, divenne incontenibile quando affrontai il capitolo della collaborazione di Buscetta con Falcone, nell’estate del 1984. Volevano sapere, al netto della narrazione, se Falcone e Buscetta fossero involontariamente diventati amici e come mai Buscetta avesse scelto proprio lui e non un altro magistrato.

Quel ciclo di lezioni di Educazione civica si concluse, com’è normale, con un elaborato. La traccia era: «Alla luce delle lezioni sulla mafia degli anni Ottanta e degli anni Novanta, scegli un qualsiasi personaggio della lotta alla mafia e commentane l’operato».

Portai gli elaborati a casa per correggerli in santa pace. Da regolamento d’istituto non si potrebbe, ma mettersi a letto con una tisana calda e i compiti dei tuoi ragazzi ha un prezzo incalcolabile, per ogni insegnante sincero.

Corressi i primi elaborati. Niente male. Qualche errore, qualche sbavatura lessicale, qualche virgola messa a caso, ma niente male. L’ultimo compito, gioco della sorte, era di un’alunna a cui darò, come nome di fantasia, Rosalia.

Rosalia aveva scelto come personaggio di cui parlare il giudice Falcone. Il suo elaborato era ben strutturato, con un buon registro lessicale e con delle dignitose strutture sintattiche, ma fu il contenuto quello che mi gelò il sangue. A chiosa del suo compito, infatti, Rosalia aveva scritto una cosa terrificante, che ancora ricordo alla lettera: «In conclusione possiamo dire che il sacrificio di Giovanni Falcone è stato inutile, perché la mafia esisterà sempre. Falcone poteva fare come tutti gli altri e oggi vivere serenamente».

Rimasi paralizzato. Dove avevo sbagliato? Perché una ragazzina di quattordici anni pensava quelle cose lì? Perché tutta questa sfiducia? In quel preciso momento capii che – in qualità di insegnante ancor prima che di autore – avrei dovuto riscrivere la storia di Giovanni Falcone, ma in maniera diversa, più semplice e senza toni retorici, perché anche un ragazzino la capisse.

È stato poi tutto merito del destino. Nell’agosto del 2018, mentre sfogliavo il quotidiano al bar, mi sono imbattuto in una notizia di cronaca che mi ha emozionato. Morto Uccio, il cane randagio che da anni aveva scelto come casa la statua di Falcone e Borsellino al tribunale di Palermo. Il randagio, che dormiva ai piedi del bronzo di Falcone, era stato adottato dai giudici e dagli avvocati che ogni giorno frequentano il Palazzo di giustizia di Palermo ed era stato soprannominato, a ben ragione, Il cane di Falcone.

È stato un attimo: l’articolo riportava la foto di questo cane ai piedi della statua: malconcio, magro, col pelo sporco, ma fiero e guardingo, come se facesse la guardia alla memoria della nostra storia. Il suo sguardo mi rapì.

Avevo tutti gli ingredienti che mi servivano. Un motivo per scrivere di Falcone, una storia da proteggere dall’oblio, e un punto di vista autentico. La storia del giudice l’avrebbe raccontata proprio lui, Uccio. Da qui il romanzo che non poteva avere altro titolo.

 

Dario Levantino

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