«Le furie di Hilary Mantel» di John Banville

19-02-2016  •   Il blog di Fazi Editore
A A A
John Banville

Pubblichiamo un articolo di John Banville scritto in occasione dell’uscita del romanzo Al di là del nero di Hilary Mantel. 

 

Il male è sempre con noi, eppure per molti esiste solo in teoria. Il male è quello che succede agli altri, e in qualche modo i responsabili non sono mai persone che conosciamo.

Tutta l’opera di Hilary Mantel riguarda, a un livello o un altro, cause, nature e conseguenze del male; Dio non si degna di avventurarsi nel mondo concepito da lei. Le vicende della sua biografia, i suoi gravi problemi di peso, il fatto che abbia divorziato dal marito per poi risposarlo, perfino il racconto di come la coppia comprò e poi rivendette la propria casa di campagna, trovano ampio spazio nel suo nuovo romanzo. «Se, come me», ha detto a un giornalista, «hai avuto un sacco di problemi di salute nel corso della vita, cerchi di trasformare le tue debolezze in forze e le privazioni subite in materiale per il tuo lavoro». A parlare potrebbe essere stata Alison Hart, l’eroina di Al di là del nero.

Alison è una medium che esercita nelle fatiscenti periferie di Londra, in viaggio verso Nord – «A Enfield è l’ora del tè, a Potters Bar cala la notte» con lo scopo di portare un po’ di spirito in quei luoghi che di spirito sono del tutto privi. In una serie di teatri malmessi e sale comunali raduna attorno a sé gli smarriti e i solitari, gli ammalati, i menomati, ma anche i semplici curiosi: «Erano di tutte le età. Gli anziani si erano portati un cuscino per gli acciacchi alla schiena, i giovani avevano la vita scoperta e i piercing». Il suo pubblico, costituito quasi esclusivamente di donne, si aspetta molto da Alison, e spesso lei riesce a soddisfarlo, anche se i segreti di cui lei è a conoscenza raggiungono un livello più alto, o molto più basso, degli umili bisogni di queste vedove, madri sole, ragazze non amate. Alison è un’abile performer, ma non un’imbrogliona. La sua testa è animata dalle voci dei morti, e ha un contatto diretto con il mondo degli spiriti tramite il suo spirito guida, Morris Warren, in passato un pagliaccio del circo – «segava le donne in due» – oggi un tormento che grava sulla sua vita.

Il diabolico Morris è solo una delle tante meravigliose invenzioni in questo strano, divertente e toccante romanzo. Prova del talento di Mantel è il fatto che sin dalle prime pagine il lettore viene risucchiato in un mondo assolutamente impossibile eppure assolutamente credibile: in questo posto al di là del nero crederete ai fantasmi e accetterete la prosaica e quotidiana professione di Alison, un modo come un altro di guadagnarsi da vivere in un’Inghilterra che non è più quella dei tempi d’oro da un pezzo. Nei confronti del proprio dono, se così si può chiamare, Alison mostra un atteggiamento compiaciuto che confonde e spesso fa infuriare la sua assistente, manager e complicata amica, Colette Waynflete. A ben vedere, confusione e furia riassumono la vita di Colette e il suo carattere. Il tratto più significativo di Alison, oltre i suoi poteri psichici, sono le sue «dimensioni poco pratiche», le sue «grosse spalle di carnagione chiara, i polpacci tondi, le cosce e i fianchi che debordavano dalla sedia», e contro tale opulenza carnale Colette non può competere, Colette lo stecchino, i cui segni distintivi sono uniformemente incolori, i suoi vestiti, la sua pelle, i suoi capelli, persino i suoi occhi sono di una sfumatura più o meno sbiadita di beige.

Ma Colette è irrinunciabile per Alison, le organizza gli appuntamenti inserendoli in tabelle fatte al computer, le compila la dichiarazione dei redditi, investe i suoi guadagni. Ciò che conferisce a Al di là del nero la sua potenza e la sua unicità è il modo magistrale con cui Mantel intreccia la vita quotidiana di Alison e la sua balia – le due potrebbero facilmente essere vissute in uno di quei romanzi sulla classe operaia ambientati nell’Inghilterra del Nord degli anni Cinquanta di Alan Sillitoe o Stan Barstow – con le terrificanti buffonate di quell’accozzaglia di fantasmi e demoni che affligge Alison e i suoi colleghi sensitivi. È la concretezza del realismo sociale di Hilary Mantel che ci costringe a sospendere la nostra incredulità verso i fantasmi: «Se ci credete», sembra dirci, «allora farete bene a credere anche a questo, diamine».

Nel modo più sottile, più innovativo e più bizzarro, Al di là del nero è un romanzo molto inglese. La lotta di Alison per riconciliarsi con gli orrori di un’infanzia trascorsa – patita – in quella che oggi si definirebbe una famiglia disfunzionale, e la determinazione di Colette nel vivere una vita degna nonostante il suo grigiore e il suo pessimo marito compongono una cronaca di vita inglese contemporanea che è al tempo stesso deprimente nella sua accuratezza ed esilarante per l’arte con cui è costruita. Mantel ha l’occhio lugubre e penetrante di Philip Larkin per la poesia del luogo comune, e a tratti la sua prosa raggiunge una cupezza sublime che il maestro poeta inglese potrebbe aver invidiato.

Il mondo degli spiriti è un’altra versione dell’Inghilterra. È un luogo «privo di avvenimenti, né caldo né freddo, né montuoso né pianeggiante, dove i morti trascorrono i secoli dei secoli nella loro età migliore, abbandonati in un eterno pomeriggio folto d’erba e di edera». I morti hanno «un’aria anni Cinquanta, forse primi Sessanta, sono immacolati e rispettabili e non puzzano di fabbrica, come se venissero dopo le camicie bianche di nylon e i servizi igienici in casa ma prima della satira e senza dubbio prima dei rapporti sessuali», un’allusione alla disincantata Annus Mirabilis del poeta. Quelli che se ne sono andati sono, come noi, soggetti a malesseri, ritardi, delusioni, confusioni.

I morti di Hilary Mantel sono sciocchi e sventurati e pedanti quanto i vivi, costantemente indaffarati in frastornate ricerche di bottoni smarriti, monete cadute, amici perduti. Fra le molte furie, più o meno goffe, che seguono Alison, c’è una donnina che continua a spuntare chiedendo della sua amica Maureen Harrison, che sta cercando da trent’anni e che, nelle pagine finali del libro, riesce a trovare. Ci sono imitatori di Elvis e sosia della principessa Diana. La maggior parte della gente che sta dall’altro lato è banale quanto lo era in vita. «Da morto non ti fanno mica un trapianto della personalità, non ti danno all’improvviso una laurea in filosofia». Quelli che sono «passati dall’altra parte» non si sono trasformati in angeli: «non diventano brave persone soltanto perché sono morti. Se vi capita qualcuno che da vivo si è comportato male – che so, una persona crudele, pericolosa –, perché credete che da morta sia migliore?».

Il problema dunque è il male, e come rappresentarlo. I lettori sono notoriamente assetati di sangue, e ben presto si stancano anche delle rappresentazioni più estreme di crudeltà e violenza. Mantel ne è consapevole, e cerca di evitarlo adottando un tono leggero, col quale ci culla donandoci un senso di sicurezza, all’infuori del quale le rivelazioni sulle sue debolezze gradualmente dispensate ci farebbero sussultare.

Che scrittrice, Hilary Mantel. Possiede una prosa senza eguali. Quale altro romanziere di oggi avrebbe saputo creare un incipit poetico e preciso come questo?

«In viaggio: i giorni umidi e oleosi dopo Natale. L’autostrada, le terre desolate che circondano Londra: l’erba ai margini si accende dell’arancione dei fari e le foglie degli arbusti avvelenati si striano di giallo-verde come i meloni. Quattro del pomeriggio: sulla grande tangenziale tramonta la luce. A Enfield è l’ora del tè, a Potters Bar cala la notte. Ci sono delle sere in cui non ne hai voglia ma devi farlo lo stesso. Sere in cui, guardando giù dal palco, vedi stupide facce ottuse. I messaggi dei defunti arrivano a casaccio. Non li puoi rispedire indietro neanche volendo: i defunti non si lasciano né blandire né costringere. Il pubblico però ha pagato il biglietto e intende vedere dei risultati».

John Banville