Tradurre «La fortuna di Finch» di Mazo de la Roche

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Finch

In occasione dell’uscita di La fortuna di Finch, Sabina Terziani racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo di Mazo de la Roche.

 

Arrivata al terzo romanzo della serie di Jalna osservo la famiglia Whiteoak con lo sguardo affettuoso e critico che ho per amici e conoscenze di lunga data. Chi non mi è mai stato simpatico continua a irritarmi, e seguo i personaggi a cui tengo di più con una certa trepidazione, ma oltre i sentimenti che possono suscitare in me come traduttrice/lettrice, una cosa è certa: rendere in italiano il lavoro di costruzione dei personaggi da parte di Mazo de la Roche significa prestare continua attenzione anche all’aspetto linguistico delle descrizioni che li presentano, che li rendono vividi agli occhi del lettore.

Di romanzo in romanzo, l’autrice scolpisce l’aspetto esteriore di Renny, Finch, Meg — e di tutti gli altri — avvalendosi di uno degli strumenti stilistici di cui dispongono i narratori di lingua inglese, ovvero la descrizione dei tratti somatici e dei tic espressivi applicata al personaggio quasi ogni volta che riappare sulla scena. Se il lettore italiano di Jalna ha l’impressione che questo sia uno strumento secondario, c’è una ragione precisa, e risiede nel lavoro di potatura del traduttore e del revisore. Infatti, rendere in italiano la fisicità dei personaggi di Mazo de la Roche significa non perdere mai di vista il fatto che stilisticamente la lingua italiana sopporta poco le ripetizioni, e quindi cerca di evitarle tutte le volte che non sono indispensabili. Quante sopracciglia ispide, quante lunghe ciocche di capelli biondi sulla fronte, quanti bagliori rossi dai capelli di Renny, quante mani abbronzate sono state sacrificate in nome della scorrevolezza della narrazione e della buona memoria del lettore? Tantissime, più di quante si possa immaginare. Queste ripetizioni sarebbero dunque un brutto vezzo della nostra autrice? Certo che no, anche se non tutti i romanzieri di lingua inglese ne fanno un uso altrettanto sistematico. In ogni caso, nell’ambito dello stile descrittivo anglosassone questo genere di ripetizione costituisce una sorta di “allitterazione cognitiva” che secondo me trova un parallelo nell’allitterazione fonetica connaturata alla prosodia delle lingue germaniche, espressa in origine in poemi epici come Beowulf e l’Inno di Cædmon. Insomma, se il testo è una tessitura musicale, per gli inglesi la ripetizione è melodia, per noi neolatini è fioritura.

Quanto all’aspetto interiore dei personaggi, da un romanzo all’altro l’autrice non si mostra mai compiaciuta delle sue creature, e di fatto ci impedisce di provare simpatia per una a scapito delle altre (anche se a mio parere Piers dovrebbe abbassare un po’ la cresta). Pensa le sue creature come individui attraversati da linee di frattura lungo le quali le forze contrastanti del loro carattere si scontrano come zolle tettoniche, generando ciò che percepiamo come conflitto famigliare. E forse sono tutti troppo vividi, la loro faglia è troppo visibile, le contrapposizioni troppo spiegate… ma poi penso a Finch, il protagonista di questo terzo romanzo della serie e vedo finalmente un personaggio disarmonico e imprevedibile. Povero Finch, quanto lo abbiamo disprezzato e incoraggiato, quanto abbiamo sperato per lui e quanto ci ha deluso. Finch è un personaggio beckettiano nel fisico e nello spirito. Ridicolo, geniale, grottesco, mistico e nichilista, con un talento speciale per cacciarsi nelle situazioni più assurde. Anche stavolta ci deluderà, ma in modo beckettiano, fallendo ancora, fallendo meglio.

 

Sabina Terziani

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