Di donne e consapevolezza: «Company Parade» di Margaret Storm Jameson

30-09-2019  •   Il blog di Stoner
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Margaret Storm Jameson

Aspettando l’uscita di Company Parade, il primo volume della trilogia Lo specchio nel buio di Margaret Storm Jameson, vi proponiamo una riflessione sul romanzo di Alessia Ragno.

 

Nell’incipit di Company Parade Hervey Russel arriva a Londra. Ha 24 anni, un marito assente e un figlio ancora piccolo, Richard, che lascia dietro di sé quando decide di trasferirsi per cercare fortuna e realizzazione nel lavoro. Cosa lega questa giovane donna del 1918 alla contemporaneità? E come è stato possibile scrivere un personaggio che a distanza di 100 anni continua a raccontare, in maniera ancora squisitamente moderna, la necessità delle donne di conquistare indipendenza intellettuale e lavorativa nel precario equilibrio lavoro-famiglia? È complice la lentezza esasperante della storia contemporanea nell’assicurare queste conquiste, ma d’altra parte c’è la voce distinta di una scrittrice, Margaret Storm Jameson, fulgido esempio del migliore modernismo inglese, che già nel ventesimo secolo disquisiva di femminismo e riforme sociali.

Primo romanzo della saga Lo specchio nel buio, Company Parade è una carrellata di personaggi, come la stessa autrice dichiara nella sua introduzione; tutti giovani, acculturati e reduci, ciascuno a modo proprio, della Grande Guerra. La società sta cambiando, «Londra era un cumulo rumoroso di macerie» e Hervey è alla ricerca di un lavoro che le permetta di sopravvivere e mantenere il figlio lontano. Hervey scrive romanzi, la sua vera vocazione, ma per mantenersi deve lavorare come copy per la pubblicità. Lavora con David Renn, conoscente, a sua volta, di altri amici di gioventù di Hervey che la raggiungeranno a Londra poco dopo, T.S. e Philip. Gli uomini, compreso il capriccioso marito della protagonista, Penn Vane, hanno ancora la divisa e si ritrovano, nel pieno dei vent’anni, a doversi ricostruire una vita che sia distinta dal passato di guerra feroce. Nella sua rappresentazione della contemporaneità, Jameson fotografa una generazione che conoscerà più di una guerra – anche se nel 1918 sono ancora inconsapevoli di quello che verrà –, e dona loro tutte le insicurezze che gioventù e incertezza del futuro sanno produrre. Scrive di Hervey:

            Era troppo insoddisfatta, posseduta dal demone dell’energia e dell’ambizione. Di fronte alla vaga prospettiva di una rinuncia, subito pensò che non poteva tornare nello Yorkshire, vivere nel completo anonimato. Doveva pur avere qualcosa da dimostrare al mondo.

La singolarità di questa ferma ambizione è importante, nonché una precisa scelta “politica” di una autrice professatasi femminista e sostenitrice, sin dagli anni ’20, dei diritti delle donne. Margaret Storm Jameson, allora, dona a Hervey ambizioni letterarie e insicurezze, attribuendole non solo il ruolo di protagonista attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi, ma anche dibattuti monologhi interiori in cui la donna mostra contemporaneamente fragilità e ostinazione. Per tutto il romanzo, Hervey rimane ai margini dei fasti della vita letteraria che si sta lentamente ricostruendo a Londra, dubita delle sue capacità, eppure conquista il suo posto nel mondo nonostante gli intoppi del marito inconcludente. Come accade anche in altre saghe letterarie del ventesimo secolo con protagoniste femminili – gli Aubrey di Rebecca West, i Cazalet di Elizabeth Jane Howard e, marginalmente, anche in Alayne Archer di Jalna di Mazo de la Roche – ci troviamo di fronte a donne distanti decenni e profondamente radicate nel loro tempo, che però mostrano una modernità inattesa e ricca di suggerimenti per i lettori. Seppure intrise di manierismo d’epoca Edoardiana (le ragazze Aubrey di Rebecca West) oppure travolte da amori e strazianti vicende personali (le Cazalet di Elizabeth Jane Howard), oppure ancora lontane nel luogo e nel tempo, ma sempre dibattute tra amore e realizzazione personale (Alayne in Jalna), ci si ritrova davanti a percorsi di crescita di donne che ottengono quasi sempre ciò che vogliono e affrontano le sconfitte e gli errori senza risultare stereotipate. Un carriera nella musica con un talento innato per Rebecca West, l’amore e la successiva disillusione per Mazo de la Roche, l’indipendenza e diritti per E.J. Howard; e per Margaret Storm Jameson, infine, una vita intellettuale degna di essere vissuta, un romanzo di successo e, al contempo, la garanzia di un futuro. Nelle tre autrici britanniche di questo quartetto, in più, è ricorrente il tema della riconquista della propria identità dopo la guerra, una sospensione della vita civile ed intellettuale che stravolge i loro piani, trasforma le loro personalità e segna le eroine, talvolta anche in maniera fatale.

«La guerra nobilita i pochi che non uccide» scrive in Company parade, raccontando non solo degli ex soldati che faticano a ritrovarsi e portano su di sé le ferite della Grande Guerra, ma pure di coloro che con la guerra persero «il cuore o la rispettabilità, o semplicemente il senno». Sono tutti dei sopravvissuti e aspettano il futuro con la convinzione, inaccettabile nel nostro tempo, che la guerra abbia comunque «dato loro qualcosa» pur togliendo quattro preziosi anni della loro vita. Margaret Storm Jameson scriveva questo nel 1934, anno di pubblicazione del romanzo, consapevole della svolta populista di molti movimenti politici europei – movimenti che descriverà anche in un suo successivo romanzo distopico, In the second year, racconto di una immaginaria Gran Bretagna fascista – e immersa in una normalizzazione del concetto di guerra tipico di quella generazione. E l’impronta della guerra sulla sua generazione è stata una delle sue urgenze narrative, nonostante l’attivismo pacifista che ha sostenuto per tutta la sua esistenza.

Le donne sono centrali, per scelta dichiarata e, al contempo, inevitabile. Gli uomini, persi e feriti, lasciano così spazio alle donne come Hervey, timide e in crescita personale e professionale, alle altre sopravvissute come Delia, che lascia un marito agli albori del ventesimo secolo perché la picchia, oppure Evelyn Lamb, editor della “London review”, autorità indiscussa nel mondo letterario in cui Hervey ambisce ad entrare. Questi e altri personaggi femminili del romanzo si «accorsero di vivere in una nuova epoca», che presto sarebbe stata distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, ma che non impedisce loro di fiorire nel posto che gli spetta. Tra testi per la pubblicità, romanzi, articoli e critiche letterarie, Company Parade è immerso nello spessore letterario del tempo e Hervey è lì, fissata per sempre in questo spessore, a odiare la sua vita quando i primi romanzi non hanno successo, che pensa al figlio lasciato ad una balia, che sperimenta il tradimento e l’amore, ma che comunque darà sempre e solo priorità alla sua crescita e affronterà Londra da sola, così come tutto quello che avverrà in seguito. In lei il dilemma famiglia-lavoro, mai sopito nemmeno nella nostra epoca, è continuo e difficile, ma non sarà mai un ostacolo verso i suoi obiettivi. Company parade è un romanzo femminista come sarebbe stato inteso negli anni ’30, ma mantiene ancora intatta la sua identità in questo ventunesimo secolo in cui quel dilemma famiglia-lavoro non si è ancora risolto. La soluzione è, però, cristallina: mettere a fuoco l’obiettivo e inseguirlo, come fa Hervey per tutto questo primo romanzo de Lo specchio nel buio. Qualsiasi sia l’età e qualsiasi sia l’epoca, le donne devono lottare sempre per i loro diritti di madri e lavoratrici, e ovviamente Margaret Storm Jameson all’epoca l’aveva già intuito.

 

Alessia Ragno