Perché Villette è meglio di Jane Eyre

15-01-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo la traduzione di Valentina Bortolamedi dell’articolo di Lucy Hughes-Hallett uscito il 4 gennaio 2014 sul «Telegraph».

Tutti conoscono Jane Eyre, ma il più grande romanzo di Charlotte Brontë, e il più originale, è l’ultimo: Villette.

 

Charlotte Brontë ha scritto non uno, ma due capolavori. La maggior parte dei lettori conosce Jane Eyre. Anche i non lettori hanno la sensazione di conoscerlo, perché hanno visto la versione cinematografica o semplicemente perché è parte della nostra cultura condivisa. Invece Villette, l’ultimo e – secondo me – il più grande romanzo di Brontë, è meno popolare, forse perché è così intransigente e originale. Era ora che fosse riconosciuto per il libro travolgente che è. Nel leggerlo si entra in un’area dell’esperienza – la passione, la delusione e il violento ritorno di ciò che è stato rimosso – che raramente è stata articolata in modo tanto lucido.

È anche scritto in maniera sbalorditiva, un libro in cui brani d’ambientazione fantasmagorica si alternano a passaggi di minuziosa esplorazione psicologica, e in cui la prosa meravigliosamente flessibile di Brontë oscilla tra l’umorismo sardonico e il flusso di coscienza, in cui la sintassi si piega e fluttua e minaccia di dissolversi completamente nel calore della follia, delle allucinazioni indotte dai farmaci e del desiderio disperato.
«Villette! Villette!», scrisse George Eliot. «È un libro ancora più incredibile di Jane Eyre. C’è qualcosa di quasi sovrannaturale nella sua energia». Non era proprio da Eliot, così risoluta, ridursi a punti esclamativi e parlare vagamente di «qualcosa». Ma Villette era tanto innovativo per la sua epoca, e tutt’oggi rimane tanto strano, che i critici hanno faticato a trovare le parole per descriverlo. «Ci sono così pochi libri, e così tanti volumi», scrisse il compagno di Eliot, G.H. Lewes. «Villette è uno dei pochi». Lewes lo considerava unico. Gli autori minori non facevano altro che «riverberare il vago rumore di altri». Brontë parlava forte e chiaro, con una voce tutta sua.
Villette è il più autobiografico fra i romanzi di Brontë. L’autrice parte dalla storia vera del suo amore non corrisposto per un professore sposato, Constantin Héger. Nel 1842 l’allora ventiseienne Brontë si recò a Bruxelles con la sorella Emily. Lì lavorarono come studentesse-insegnanti presso la scuola di Héger allo scopo di perfezionare il loro francese e tornare a casa per aprire una scuola propria.
Emily, in preda a una terribile nostalgia delle brughiere dello Yorkshire, se ne andò per prima. Charlotte rimase per due anni e in seguito scrisse una serie di lettere a Monsieur Héger alle quali lui, probabilmente obbedendo alla moglie, non rispose mai. Brontë lo vedeva come un mentore, ma dal tono struggente delle sue lettere, nonché dai due romanzi per i quali l’esperienza a Bruxelles le fornì la materia prima, emerge in modo evidente che era innamorata di lui.
Ne Il professore, il suo primo romanzo, scritto poco dopo il ritorno dal Belgio, mascherò la relazione utilizzando un uomo come personaggio principale. In Villette rovescia il cambio di sesso e scrive da una prospettiva molto vicina alla propria. Ma a quel punto si tratta di una persona che è ben lontana dall’essere semplicemente l’alter ego romanzesco di Charlotte Brontë. Distaccandosi dall’ordinaria storia dell’amore di una donna per un uomo irraggiungibile, Brontë dà vita a un romanzo che è allo stesso tempo una vicenda amorosa fortemente erotica, un attacco accanito alle convenzioni che condannavano così tante donne del xix secolo alla sottomissione e alla frustrazione e una bellissima e ingegnosa opera di narrativa poetica.
Come scrisse Virginia Woolf, Brontë era una di quegli scrittori la cui «personalità irrefrenabile» fa sì che «basta che aprano la porta per far sentire la propria presenza. In loro c’è una forza prorompente perennemente in guerra con l’ordine accettato delle cose». Il mito Brontë tenderebbe a inquadrare Charlotte e le sue sorelle come zitelle timidamente nascoste dietro pseudonimi maschili. Chiunque abbia letto Villette sa che Woolf si avvicina molto di più alla verità. È un libro aggressivo e irresistibilmente convincente.
La sua eroina, Lucy Snowe, è un narratore che stuzzica il lettore con tutto il virtuosismo tecnico padroneggiato da Brontë – modernista prima che il termine fosse coniato. Raramente si è vista un’eroina tanto insignificante fisicamente e frustrata emotivamente, eppure tanto sensuale, intelligente e appassionata. Raramente si è vista una narrazione in prima persona che concedesse così poco ai suoi lettori, eppure comunicasse emozioni così angoscianti e così intime.
Lucy arriva a Villette (una Bruxelles romanzata) in cerca di un paradiso sicuro. Ventenne, senza amici né famiglia, a un passo dalla povertà. I suoi primi anni di vita sono stati traumatici in un modo che non viene mai raccontato, ma che l’ha resa determinata a schivare ulteriori problemi tramite un rigoroso autocontrollo. «Nella catalessi e nel coma mortale, chiudevo accuratamente tutto ciò che di vivo era nella mia natura», scrive. D’un tratto scopre che il riparo che si è scelta è pericoloso quanto il suo passato. La prima notte in città si perde nel buio e viene salvata da un bello sconosciuto che all’improvviso l’abbandona – un assaggio di quello che accadrà in seguito. Diventa un’insegnante, ama prima un uomo – che è fuori dalla sua portata – e poi un altro, che è più adatto a lei ma ancora troppo difficile da incastrare – e per questo molto allettante.
Queste relazioni sono delineate con una delicatezza meravigliosa. Ma ancora più affascinante dell’alternarsi delle maree della complessa vita sentimentale di Lucy è l’ambientazione sociale in cui essa è incastonata. Villette è piena di personaggi minori disegnati in modo superbo. Incontriamo la direttrice della scuola, Madame Beck – subdola, furba, governante generosa e edonista con un corpo da «minuscolo piccolo pony», che poi si rivela una formidabile cattiva. Incontriamo Ginevra, la giovane donna egocentrica e approfittatrice che attrae tanto facilmente il tipo di felicità a cui aspira Lucy (le relazioni amorose farsesche di Ginevra sono celate dietro la figura della suora spettrale che conferisce un tocco di horror gotico al romanzo). Incontriamo Paulina, la bambina curiosamente adulta che crescendo diventa un’adulta inspiegabilmente infantile. Il suo ambiguo personaggio è la considerazione di Brontë sul modo in cui le donne sono obbligate a negare la propria maturità se vogliono compiacere gli uomini, che le desiderano dolci e innocenti.
Ma oltre a essere un romanzo realista divertente e dotato di uno spirito di osservazione penetrante, Villette è il ritratto visionario e fantasioso di una sequenza di stati emozionali estremi. La storia progredisce per mezzo di una serie di brani-chiave costituiti da descrizioni di eventi mondani: una serata a teatro, la festa di compleanno della direttrice, un picnic al parco durante un giorno festivo. Ma Brontë, uno dei primi romanzieri vittoriani a sperimentare con l’autobiografia romanzata, non si sarebbe confinata all’evidenza e all’ovvietà. Questi brani-chiave – realizzati con la stessa efficacia di un dipinto del contemporaneo di Brontë, William Frith – si alternano a lunghi passaggi che vedono Lucy Snowe sola, nei quali la narrazione segue i suoi pensieri turbinosi, le sue emozioni represse ma palpabili, e il modo in cui la sua mente vacilla sottoposta a pressioni sia immaginarie sia reali.
Villette è una storia d’amore con un eroe delizioso – ogni lettore adora Monsieur Paul. Ha una conclusione straziante che è anche una presa in giro. (Brontë usò l’espediente del doppio finale un secolo prima che John Fowles utilizzasse lo stesso trucco ne La donna del tenente francese). È una polemica accesa. Racconta la storia di una donna socialmente emarginata che persegue l’indipendenza economica.
Per quell’epoca, si tratta di un’opera schiettamente femminista. Ma è anche un’opera che supera la narrativa tradizionale per parlare in modo diretto di cose che rimangono tutt’oggi, un secolo e mezzo più tardi, difficili da trattare. Ciò che ci dice è che anche una donna poco desiderabile può essere capace di un desiderio esorbitante. Lucy Snowe, fredda perfino nel nome – in una bozza precedente si chiamava Lucy Frost [corrispondente italiano di ‘gelo’, ndt] – è più focosa di qualunque altra eroina più dichiaratamente romantica. Come il suo amato, l’irascibile Monsieur Paul, è una «tempesta imbottigliata».
La ferocia del suo ardore messo a tacere ha allarmato alcuni lettori. «Non mi piace l’amore, né di quel tipo né di quel grado», scrisse la sua contemporanea Harriet Martineau, che era orgogliosa di mantenersi facendo la scrittrice, senza dipendere da un uomo.
La brama di Lucy per l’amore erotico repelleva Martineau tanto quanto chi era di mentalità più convenzionale e lo trovava poco adatto a una signora e contrario ai principi cristiani. Matthew Arnold definì Villette «un romanzo detestabile, disgustoso, contorto e limitato». Contorto e limitato lo è: contorto dall’amore di Lucy, prima verso il bel Dr. John e poi verso M. Paul; limitato dalla sua lotta disperata per negare e nascondere quella passione.
Ciò che Arnold non fu in grado di apprezzare è il fatto che questo conflitto è il cuore del libro e che il modo in cui la struttura narrativa lo esprime è brillante. Lucy paragona la propria natura – da una parte piena d’amore e desiderio, dall’altra severamente devota all’autocontrollo – alle figure bibliche di Giaele e Sisara.
Nella storia del Vecchio Testamento il guerriero Sisara viene ucciso da Giaele, suo nemico e donna, che gli conficca un piolo nella testa. Da un punto di vista psicologico, Lucy infligge a se stessa una violenza simile. La componente Sisara è il suo desiderio (in quanto eroina) d’amore e il desiderio (in quanto narratore) di ammetterlo in modo sincero. La componente Giaele la tortura incessantemente e la zittisce. È questo conflitto che rende Villette tanto intenso e gli dona una stranezza sfavillante.
Come un dissidente che scrive sotto un regime repressivo, Lucy può solo parlare indirettamente e così – al pari di Bulgakov e Kafka nel xx secolo – Brontë inventa un linguaggio metaforico con cui raccontare la sua storia, rendendola, come disse Eliot, «qualcosa di… sovrannaturale».
In un punto di svolta nella storia di Villette, Lucy sotterra delle lettere. Le aveva precedentemente messe da parte, avvolte in carta d’argento, in uno scrigno, in una scatola chiusa, in un cassetto, in una stanza chiusa a chiave. E poi esce a comprare ancora un altro contenitore. «Feci allora un piccolo rotolo delle mie lettere, le avvolsi in un pezzo di seta oleata, le legai con uno spago e, dopo averle infilate nel barattolo, persuasi il vecchio ebreo a tapparlo, sigillarlo e chiuderlo ermeticamente». Questo contenitore lo ripone al sicuro in un incavo profondo coperto con una lastra di lavagna, uno strato di cemento, della terra scura e, alla fine, l’edera. Ma nonostante la sua attenzione ossessiva, la “tomba” non le sembra sicura. «Vedevo stranamente in sogno la terra agitata e una chioma ancora viva e dorata che spuntava dalle fessure della bara». Il tentativo di Lucy di occultare le lettere (sono di un uomo che lei amava ma che non era interessato a lei) è tanto metodico quanto folle, ma allo stesso tempo l’energia delle cose nascoste – del desiderio erotico, e della scrittura stessa – si dimostra irrefrenabile.
Villette deve la sua tensione, e la sua straordinaria potenza, a una sepoltura parimenti infruttuosa – al tentativo del suo narratore di negare la storia che sta raccontando. Lucy Snowe è un personaggio appassionato e determinato quanto ogni altra eroina creata dalle sorelle Brontë – come l’indomabile Cathy di Cime tempestose, o come Jane Eyre, la governante apparentemente riservata che è descritta da chi la conosce bene come una «bestia cattiva».
Ciò che rende unico Villette è che Lucy usa il proprio potere contro se stessa – e contro di noi. Non cederà. Non si fiderà di noi. Eppure – cosa fantastica per i lettori del romanzo – il suo tentativo di nascondere l’agonia della propria solitudine, la forza della propria personalità e la profondità del proprio amore alla fine fallisce. Il fallimento è il più grande successo di Brontë. L’autrice è fedele all’urgenza di Lucy di nascondersi da noi, ma – con duplicità magistrale – si rifiuta di permetterlo. Nonostante lei cerchi, per quanto le è possibile, di farsi passare per una persona sciocca, modesta e piccola, il vigore della vera natura di Lucy Snowe continua a rivelarsi attraverso la narrazione che Brontë le attribuisce.
Non esiste sepoltura per una storia d’amore tanto forte, né per una protesta tanto veemente contro la convenzione che istupidisce. In questo libro di grandiosa vitalità la storia di Lucy esplode uscendo dai propri confini, tanto scioccante e bella quanto una chioma dorata che spunta dalle pareti di una bara.

Lucy Hughes-Hallet – «Telegraph»
Traduzione di Valentina Bortolamedi