Tradurre «Piccolo mondo perfetto» di Kevin Wilson

02-12-2018  •   Il blog di Stoner
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Kevin Wilson

In occasione dell’uscita di Piccolo mondo perfetto, abbiamo chiesto alla traduttrice Silvia Castoldi di raccontarci la sua esperienza con il romanzo di Kevin Wilson.

 

Che cos’è la famiglia? Che cos’è una famiglia che funziona? Quanto incide la famiglia di origine sulle potenzialità di vita di ogni essere umano? Cosa deve fare un genitore per preparare al meglio il proprio figlio a vivere nel mondo? Sono queste le domande che attraversano la narrativa di Kevin Wilson, da Scavare fino al centro della terra a La famiglia Fang, per poi sfociare in questo nuovo romanzo, in cui ancora una volta, come già nei racconti della raccolta di esordio, il realismo psicologico si sposa con l’utopia.

Izzy Poole ha diciannove anni, è povera, senza un futuro, ed è incinta. Il padre del bambino, Hal Jackson, il suo insegnante di arte, ha problemi psichici e non è in grado di starle accanto. Per Izzy, essere contattata dal dottor Preston Grind per entrare a far parte di un nuovo e rivoluzionario progetto educativo rappresenta un’offerta che non è possibile rifiutare. E così nasce il Progetto Famiglia Infinita: nove coppie, afflitte da problemi di varia natura e con un figlio in arrivo, più Izzy, l’unica madre single, trascorreranno dieci anni in un complesso abitativo dove i bambini verranno allevati in una sorta di famiglia allargata, in cui ogni adulto considererà ogni bambino alla stessa stregua del proprio figlio biologico e i bambini stessi considereranno tutti gli adulti come propri genitori. L’idea è quella di azzerare lo svantaggio rappresentato dalle difficili condizioni di partenza e dare a tutti i bambini la possibilità di crescere in un contesto educativo ed emotivo ottimale.

L’ideatore del progetto, il dottor Grind, è un uomo con un passato molto singolare: non solo ha perso anni prima la moglie e il figlio in un drammatico incidente automobilistico, ma oltretutto i suoi genitori erano due psicologi dell’infanzia che hanno sperimentato direttamente su di lui il proprio metodo educativo, basato sulla cosiddetta “frizione continua”: sottoporre il bambino a una continua serie di stress, perdite ed eventi inattesi e spiacevoli per abituarlo ad affrontare le difficoltà della vita, senza proteggerlo creandogli intorno una barriera artificiale con il proprio amore.

Nonostante la pluralità di figure che caratterizza la narrazione, Izzy e Grind sono i due personaggi attorno ai quali ruota la vicenda, al punto che viene quasi il dubbio che l’intero progetto sia stato creato da Grind come un potente strumento terapeutico per se stesso. Alla fine, il suo piccolo mondo perfetto si rivela una fragile bolla, destinata inevitabilmente a esplodere a causa delle tensioni che la minacciano sia dall’esterno, dopo la morte dell’anziana benefattrice che ha finanziato il progetto, sia soprattutto dall’interno. Forse è possibile annullare il passato e far partire da zero l’esistenza di un gruppo di bambini, ma che ne è dei loro genitori? L’ambiguità, l’ambivalenza, la fragilità, il desiderio di possesso, la paura di perdere l’amore, sono solo alcuni dei lati oscuri che ogni essere umano porta con sé, e che finiranno col disgregare la comunità.

Eppure non tutto andrà perduto: nonostante le difficoltà di reinserimento nel mondo esterno alcuni dei protagonisti si manterranno in contatto, e soprattutto Izzy e Preston riusciranno a costruire insieme una nuova famiglia. In un certo senso si può affermare che l’esperimento sia riuscito: Preston ha guarito se stesso, e contestualmente anche Izzy.

Con la sua scrittura nitida, delicata e incisiva, che è sempre un grande piacere rendere in italiano, Kevin Wilson solleva parecchi interrogativi sulle emozioni umane, senza ovviamente fornire soluzioni definitive: la famiglia ha i suoi lati oscuri, ma alla famiglia non si può sfuggire. Forse non esiste una risposta definitiva all’interrogativo su cosa significhi davvero la parola “famiglia”, ma, sembra volerci suggerire Wilson, vale comunque la pena di continuare a porsi la domanda.

 

Silvia Castoldi