Roberto Galaverni

Dopo la poesia

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Saggi sui contemporanei

Il cambiamento degli orizzonti d’esperienze, le nuove modalità etiche e rappresentative, l’apertura sul panorama europeo della poesia italiana degli ultimi vent’anni in un affascinante vagabondaggio tra i luoghi poetici del presente.

In questa raccolta di scritti sulla poesia italiana contemporanea, l’idea diffusa dell’impasse artistica postnovecentesca viene rovesciata nell’indicazione di una possibilità di poesia libera e plurale, priva di orientamenti ideologici o stilistici predeterminati e proprio per questo nuovamente e fortemente responsabile rispetto alle sollecitazioni del proprio tempo. Senza pretese sistematiche, ma proprio per questo in modo estremamente penetrante e persuasivo, l’interpretazione della poesia italiana più recente (con richiami consistenti alle più importanti esperienze secondonovecentesche, in particolare alla terza generazione dei Bertolucci, Caproni, Sereni e Luzi) non procede mai disgiunta da un riferimento al contemporaneo panorama poetico europeo e internazionale. Il linguaggio critico di Galaverni è aperto e comunicativo, appassionato e problematico, alieno da accademismi ma di sicuro rigore morale e interpretativo; il ritratto che dell’attuale produzione poetica viene delineato è di una disciplina feconda e mobile, di singolare ricchezza e varietà di orientamenti.

DOPO LA POESIA – RECENSIONI

Ambra Crociani, LA VOCE DI ROMAGNA
– 31/08/2007

 

Com’è difficile la rima fiore-amore

 

 

Gianfranco Laurentano, IL CITTADINO
– 18/03/2004

 

Galaverni fa i conti con il ‘900

 

La critica letteraria è ancella della poesia e, ogni tanto, si raccoglie in un’opera e una personalità che ne esplora riassume un periodo, una generazione, un percorso. È il caso di questo libro di Roberto Galaverni intitolato Dopo la poesia, il cui titolo fa proprio riferimento al lavoro della critica, che viene dopo la poesia, ma può essere anche inteso come sintesi del pensiero che il libro propone. Si tratta di un volume di saggi nettamente diviso in due parti: nella prima troviamo due testi lunghi, che indagano rispettivamente la poesia della “terza generazione” poetica italiana (Luzi, Caproni, Zanzotto e i preferiti Bertolucci e Sereni) e nel secondo testo, quello eponimo, i poeti analizzati arrivano fino ai giorni nostri, visti sempre sulla scia di quella generazione. Il testo centrale sembra essere il secondo, quello che dà il titolo all’intero libro: si tratta della trascrizione di alcune conferenze svolte da Galaverni in Inghilterra. La lettura è interessante anche perché Galaverni opera un frequente parallelismo coi poeti inglesi, come Heaney, Armitage o Auden, rintracciando dalla comparazione somiglianze e differenze coi nostri. Attraverso questo paragone, ad esempio, Galaverni arriva ad individuare nelle “ironiche, analitiche e diagnostiche” un punto di forza della nostra poesia, di cui poco dopo avverte però “una percezione dimidiata e impoverita delle cose, per un preventivo esilio della poesia in zone ristrette”. Galaverni assume il 1971 come anno di svolta della poesia italiana: in quell’anno escono le raccolte Satura di Montale, Viaggio d’inverno di Bertolucci e l’ultimo libro di Pasolini, Trasumanar e organizzar. Sono tre libri del dopo Montale, in cui le tensioni ermetiche e simbolistiche cedono il passo a una poesia dal tono e dagli argomenti più piani, ai confini con la prosa. È esattamente questo il punto fondante che Galaverni sceglie di seguire, analizzando le poetiche successive alla lente d’ingrandimento di quell’anno e quelle esperienze, anche quando parla di poeti apparentemente lontani, come Sanguineti, del quale cita la frase “il mio stile è non avere stile”. È certamente una precisa scelta di campo, come si dice oggi, del critico Galaverni, una scelta che lo porta a prediligere la linea montaliana a discapito di quella ungarettiana e che vede in Saba; semmai, il prototipo di una poesia della verità e dell’umanità meno invischiata in questioni letterarie e linguistiche. Per questo nei saggi di Galaverni vengono ridimensionati poeti dalla visione più forte, come Luzi e in parte Caproni, e mancano completamente poeti importantissimi per le generazioni successive, come Bigongiari e Betocchi, quest’ultimo così addentro al dibattito letterario di quegli anni. Ma il critico deve giustamente scegliere e questo libro di Galaverni è uno strumento fondamentale per conoscere lo stato dei lavori attuale.

Antonio D’Orrico, SETTE
– 03/10/2002

 

La poesia italiana? È morta

 

 

La poesia italiana è morta. Il decesso è avvenuto ufficialmente nel 1971 quando Eugenio Montale, il maggiore dei poeti nazionali, pubblicò dopo un lungo silenzio, che a qualcuno era parso definitivo, i versi di Satura. Era un gran libro che ebbe successo anche al di fuori del circolo ristretto dei patiti della poesia (quasi una setta), che fu comprato (e letto) da gente normale di solito freddina davanti alla poesia. Il libro accese polemiche sui giornali e ispirò una stroncatura (politica) di Pasolini che accusava Montale di aver gettato la maschera mostrando il suo vero volto di conservatore e di borghese (un borghese piccolo piccolo?). Scrivendo Satura, Montale si comportò esattamente coma Dashiell Hammet e Raymond Chandler che inventando la scuola dei duri rivoluzionarono il genere giallo buttandolo in mezzo alla strada e sottraendolo ai vasi cinesi e alla chincaglieria salottiera del giallo classico all’inglese. Così, usando un linguaggio più vicino alla prosa che alla poesia, adottando gerghi correnti nel giornalismo e nella conversazione quotidiana (seppur ancora molto colta)., Montale rinnegava la tradizione alta e solenne dei poeti italiani (i poeti laureati), quella che lui stesso aveva rappresentato al massimo livello, e faceva traslocare la poesia nazionale dalla torre d’avorio o, almeno dal piano attico, a un più informale e dimesso tinello. Era come se, restando nella metafora del giallo all’inglese, Agatha Christie si fosse messa di colpo a scrivere romanzi hard boiler. Questo accadde nel 1971, un anno che nelle cronache letterarie andrebbe seguito dalle iniziali d. P. (dopo la morte della Poesia, così come si dice d.C. dopo la nascita di Cristo). Ce lo racconta, in un saggio che si legge come di solito non si riescono a leggere i saggi sulla poesia, Roberto Galaverni in un libro che si intitola (a scanso di equivoci) proprio Dopo la poesia.
Il rischio della poesia italiana contemporanea, ci ricorda Galaverni, è sempre stata l’asfissia, la tendenza al rifiuto, la tentazione dell’incomunicabilità, “una poesia rinunciataria molto prossima alla rinuncia della poesia”. Invece in Satura circola una sorta di gas esilarante. Anche per questo il libro di Montale rappresenta, secondo Galaverni, “la raccolta di poesia più innovativa e sorprendente del secondo Novecento italiano”.
Ma nel 1971, anno davvero fatidico, uscirono altri libri importanti. Uscì Viaggio d’inverno di Attilio Bertolucci. Uscì l’ultimo libro di versi di Pasolini, Trasumanar e organizzar, anche questo seguito a un lungo silenzio. E pure Pasolini, in qualche modo, come Montale (pur nell’estrema lontananza culturale, esistenziale, fisica addirittura, dei due) pubblicò un libro che pendeva più dalla parte della prosa che della poesia. Erano quelle che Pasolini spesso definiva “brutte poesie”, quasi pezzi giornalistici, interventi di chirurgia d’urgenza, da pronto soccorso poetico. Anche Pasolini sentiva che qualcosa era successo e di quella sensazione avrebbe poi fatto il tema della sua celebre serie di articoli (sul Corriere e anche sul Mondo) che denunciavano, oltre alla miseria della classe politica italiana, la mutazione antropologica che gli italiani stavano attraversando.

E nel 1971 (formidabile quell’anno!) usciva anche il libro di un ragazzo prodigioso di 28 anni, Dario Bellezza che si intitolava Invettive e licenze. Lo presentava Pasolini in persona e scriveva: “ecco il miglior poeta della nuova generazione”. Così, come accade nei cicli naturali, tutto sembrava procedere dunque per il meglio. Mentre Montale pronunciava “il lungo, amaro congedo da una splendida stagione di poesia che se ne è andata per sempre”, con “il senso della fine, di qualcosa di decisivo che muore”, tagliandosi “tutti i ponti alle sue spalle, con un bilancio che è tutto a sfavore dell’oggi”; Dario Bellezza presentava, con il suo campionario di invettive e licenze, la nuova linea di prodotti poetici. Ma in realtà non c’era passaggio di staffetta, non c’era, pur nella necessaria e fisiologica rottura, continuità di tradizione. Bellezza non avrebbe mai assunto il motto protofuturista “qui la morta poesia resurga”. Come dice bene Galaverni, Bellezza è un poeta postsessantotto che si trova a scrivere versi davanti ad un ammasso di rovine storiche e ideologiche che gli sono estranee. Parla solo a nome di se stesso (mentre Montale e la sua generazione erano stati poeti del “noi”, magari in accezione negativa: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”). Bellezza è un single, una voce sola: “non urlare, Dario, / non urlare, sei pazzo, / un vivente melodramma da strapazzo”. Bellezza scriverà poi un libro intitolato Morte segreta, titolo che dice bene di cosa si nutrissero i suoi versi (fu un grande poeta di grandi versi usati, simile a quei negozi di stracci di lusso che mettono in vetrina gli abiti e i lustrini delle trapassate dive hollywoodiane). Morte segreta che contrasta con la sua morte pubblica (e vera) per aids, la morte di un maledetto del nostro tempo, una morte clamorosa come quella di Pasolini (mentre Montale morì borghesemente: i versi somigliano alla vita).
Abbiamo estremizzato e semplificato il discorso che Galaverni fa sulla poesia italiana del secondo Novecento, ma crediamo di non averne forzato il senso ultimo. A trent’anni dal 1971 le conseguenze sono quelle postulate dalle premesse di allora. Dopo l’autodafé di Satura ( l’abiura poetica di Montale, mentre parallela corre l’abiura di Pasolini che sconfessa l’Italia intera e non solo la sua scuola di versificazione), i poeti hanno naturalmente continuato a comporre. Galaverni ci ricorda, tra l’altro, che è del 1981 Stella variabile di Vittorio Sereni, “il libro forse più enigmatico e affascinante degli ultimi decenni”. Però la poesia e i poeti è come se non esistessero più. Ci fu il periodo quasi sanremese dei festival (Castelporziano e dintorni) dove sembrava che la poesia avesse trovato un suo modo di essere (o non essere?) nella dimensione spettacolare. Una poesia movimentista in cui i poeti salivano sul palco come leader sessantottini o one-man-show. La poesia come ritrovo di massa. Ma anche questo era un vicolo cieco. La solitudine di Bellezza, che faceva parte a se stesso, è il modello obbligato dei poeti che a lui sono seguiti (ma senza il suo genio). Certo ci sono stati tentativi di darsi un ruolo, una funzione, di inventare un personaggio (da parte femminile specialmente): la poetessa a luci rosse, la poetessa saffica, la poetessa fidanzata di Montale. Una sorta di cicciolinismo, qualche trucco promozionale alla maniera dei rotocalchi di gossip. Ma nemmeno queste strategie di immagine e marketing hanno funzionato granché. Il pubblico della poesia è invisibile, irraggiungibile.
Ancora più di quanto paventi Roberto Galaverni, Montale con Satura si è non solo tagliato i ponti dietro alle spalle ma ha anche minato e fatto brillare quelli che si trovava davanti. Così si può anche apprezzare qualche verso qui e là di quelli postumi ma si tratta appunto di particelle volatilizzatesi dopo l’esplosione nucleare (e giocata tutta in chiave bassa, comica) innescata da Montale.
Era da tempo che chi ama la poesia (ma non ne fa professione e non partecipa in nessun modo al suo indotto: recensioni, prefazioni, edizioni, traduzioni ecc.) si chiedeva che cosa fosse successo ai poeti italiani (a parte quelli conclamati: da Giudici a Raboni, da Zanzotto a Luzi) e perché molti dei poeti nuovi dopo buoni esordi sembrano dischi incantati (ma nel senso meccanico del termine). Galaverni, da noi interpellato, dice che il titolo del suo libro è provocatorio ma che “dopo la poesia” vuol dire dopo una certa poesia, quella dell’alta tradizione novecentesca, e non dopo la poesia tout-court. Però il sospetto resta. Tanto che sia Galaverni che chi scrive alla fine fanno, con piena convinzione, un solo nome tra i poeti del dopo: quello dell’elegante, ironico, estroso, epico Valentino Zeichen. L’ultimo poeta?

 

Massimo Raffaeli, ALIAS, IL MANIFESTO
– 19/10/2002

 

Facciamo i conti con la poesia: Brioschi e Galaverni

 

 

Marginalità, opacità, ghetto: sono i contrassegni correnti circa la poesia italiana degli ultimi trent’anni, e i luoghi comuni che sui quotidiani le confermano, al massimo, il posto di una griffe. Né aiuta la sostanziale latitanza della critica, divisa tra pigrizia accademica (l’ultima impresa capace di innovare il senso comune, i Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo, risale al ’78) e una militanza che tradisce i tratti gergali della consorteria. Tant’è, escono in contemporanea due libri che si segnalano alla stregua di eccezioni: il primo, di temperatura davvero alta (Franco Brioschi, Critica della ragion poetica e altri saggi di letteratura e filosofia, Bollati Boringhieri, pp314, euro 28,00), si rivolge agli studiosi; l’altro (Roberto Galaverni, Dopo la poesia, Fazi, pp.294, euro 19,50) mira al pubblico più vasto, dentro una misura espositiva chiara e modulata in forma di conversazione. Il libro di Brioschi raccoglie e coordina interventi stretti attorno al nome-spartiacque di Leopardi, di cui lo studioso milanese ha dato di recente l’edizione dell’epistolario. Era forse dai tempi di Galvano della Volpe che qualcuno in Italia non poneva così nettamente il problema della cognizione poetica. Non un astratto cos’è la poesia?; ma, in concreto, che cosa la poesia conosce e, all’opposto, cosa implica conoscerla? Muovendo dalla nascita del moderno e dalla disputa classicistico-romantica, Brioschi passa al vaglio le parole chiave dello scrivere/ leggere/ interpretare, nonché la dialettica di autore/ opera, inseguendone i passaggi di fase fino alla condizione postmoderna (“Una riconciliazione non con il Padre, ma con il flusso di una modernità con cui ci siamo familiarizzati, e che ha finito col perdere, nell’universo irenico della comunicazione, ogni tratto inquietante”). La pagina di Brioschi è nutrita di filosofia e di apporti logico-matematici, ma nonostante la obiettiva difficoltà, il lettore la percepisce necessaria a sfatare un tabù: la poesia, cioè, non è qualcosa che si smarchi totalmente dal linguaggio comune, non corrisponde alla rigida, e persino autistica, funzione che si apprende dalle tavole di Jakobson. L’averla separata dalla prassi e dalla viva totalità dell’esperienza ha infatti dato luogo a quella metafisica del significante i cui esiti, all’apparenza opposti, sono in realtà coincidenti: lo strutturalismo e annessi strascichi semiologici, ovvero il decostruzionismo come alter ego eretico (“(…) ci troviamo di fronte a una vera e propria prosopopea del linguaggio concepito come primum incondizionato”). Agli abusi di chi riduce la poesia a tautologia linguistica, Brioschi (sulla scorta di Lausberg che parla di “ri-uso”, e delle indicazioni di Nelson Goodman) oppone l’urgenza di una riconsiderazione pragmatica capace di fissare, e dunque non di isolare, il campo mobile dell’espressione poetica: la quale non espelle, anzi ingloba volentieri, i segni della vita quotidiana e ordinaria. Di un ritorno all’esperienza viva, di un problematico e però necessario contatto della poesia con i luoghi e il tempo che le sono dati, dice Dopo la poesia di Galaverni, modenese, nemmeno quarantenne. Si tratta di una raccolta di saggi (d’ordine generale nella prima parte, dedicati a singole fisionomie nella seconda) che sembrano discendere dalle premesse di Brioschi, e infatti negano d’acchitto un duplice luogo comune: non è detto che la poesia italiana del dopo-’68 debba vivere in eterno nel deserto di una condizione esautorata o postuma; non è detto, tanto meno, che debba sopravvivere come magari la vorrebbe l’occhio dei Formalisti da un lato e dei Decostruzionisti dall’altro, cioè divisa tra i neo-qualcosa di stretta osservanza e i battitori liberi del riciclaggio postmoderno. Nella conferenza di Oxford (ottobre 2000) il cui testo dà il titolo al volume, deducendo gli sviluppi della poesia italiana dal suo vero anno zero – il 1971, quando Montale pubblica Satura e Pasolini Trasumanar e organizzar, palinsesti di un autolesionismo espressivo che sembrarono definitivi – Galaverni scrive: “Tutto ciò è spesso diventato il paravento e la giustificazione a una percezione dimidiata e impoverita delle cose per un preventivo esilio della poesia in zone ristrette…È come se gli strumenti conoscitivi, e poetici in particolare, si siano talora bloccati e automatizzati in pregiudizi di realtà, così da allontanare, se non da evitare, il confronto diretto con l’esperienza”. La posta è appunto ritrovare un legame (inevitabilmente, una linea tratteggiata piuttosto che una retta) fra i poeti della piena maturità del Novecento, frutti ultimi di una tradizione che si rinnova senza vergognarsi di se stessa (la Terza Generazione, i Bertolucci, Penna, Caproni), e i poeti del qui-e-ora: quasi tutti periferici, isolati, per così dire residenziali, e tuttavia persuasi che le loro parzialità di lingua, collocazione ed esperienza, se vissute fino in fondo, valgano di più di una totalità volontaristica e astratta. Perciò Galaverni avvalora i poeti che rifiutano l’esecuzione a freddo e quelli radicati in uno spazio-tempo definito e tangibile: Fabio Pusterla, Ferruccio Benzoni, Claudio Damiani, Antonella Anedda, Valerio Magrelli, Gianni D’Elia, Remo Pagnanelli, insieme con alcuni della generazione precedente di cui soltanto adesso si percepisce appieno il valore, Giampiero Neri e Umberto Piersanti. Oltretutto li legge a controcanto dei maggiori coetanei europei, quali Hédi Kaddour, Durs Grünbein e Simon Armitage; nel qual caso, leggerli vuol dire intenderne la parola per successivi accostamenti che infine realizzano la disamina critica e la sua comunicazione, assorbendo in silenzio sia le note a piè di pagina sia il cerimoniale bibliografico. Non a caso Galaverni cita tante volte gli esempi di Auden e Sereni, entrambi convinti che solo la Città degli uomini fosse la destinataria dei versi, e che le parole dovessero restare strumenti umani: “(…) proprio l’estensione eteronoma, l’efficacia espressiva e in sostanza la capacità di dire, e dunque di uscire da se stessa, della letteratura (e ancora: della lingua) passano attraverso la sua vitalità e la sua ricchezza, non si danno nella sua diminuzione ma nel suo approfondimento”. È un credito ulteriore alla poesia, la riprova che la passione critica non rinuncia necessariamente alla

Roberto Carnero, L’UNITÀ
– 02/11/2002

 

I Nostri ultimi Trent’anni di Poesia

 


Il titolo del volume di saggi sui poeti contemporanei di Roberto Galaverni, Dopo la poesia, a tutta prima lascerebbe pensare a uno di quei pamphlet, travestiti da indagine critica, sulla fine o sulla condizione postuma della letteratura, in questo caso delle produzione in versi.
Ma non è così. Dopo la poesia non è una facile formuletta dettata da sfiducia nel lavoro dei poeti degli ultimi anni, quanto al contrario un modo per sottolineare la fine di un particolare tipo di poesia, in vista di nuove soluzioni che vengono guardate dallo studioso con interesse e fiducia.
Il punto di partenza è il 1971, anno di uscita di Satura, il quarto libro di Montale, letto come “la raccolta di poesia più innovativa e sorprendente del secondo Novecento italiano”. Lo stesso anno vengono pubblicati anche altri tre libri di poesia, ciascuno a suo modo importante nel definire una svolta che l’autore si propone di documentare: Viaggio d’inverno di Attilio Bertolucci, Trasumanar e organizzar, l’ultimo volume di versi di Pier Paolo Pasolini, Invettive e licenze, sorprendente esordio di Dario Bellezza. È a partire da lì che inizia il discorso di Galaverni sugli ultimi trent’anni di poesia, che pure ha il merito di essere consapevole della difficoltà di schematizzare in modo eccessivo una tradizione, come quella italiana, caratterizzata, più di altre, da dominanti di molteplicità e complessità. Lo studioso spazia dalla letteratura italiana a quelle straniere, e fa utili riferimenti alla coeva produzione narrativa, superando quello sterile settarismo che tende a separare in compartimenti stagni i diversi generi letterari. Prendendo le mosse, dunque, da Bertolucci, Caproni, Sereni, Luzi – i poeti della generazione “di mezzo” che hanno traghettato la nuova idea di poesia nei territori della contemporaneità – giunge ai poeti più recenti: Anedda, D’Elia, Gibellini, Magrelli, Pusterla, Riccardi. E se il saggio centrale, che dà il titolo al volume, spazia in orizzontale tra le diverse esperienze poetiche seguendo il filo di un discorso unitario, nella seconda parte troviamo degli affondi ermeneutici di tipo verticale su alcuni autori rappresentativi: Neri, Piersanti, Salvia, Paganelli, Damiani e altri. Galaverni non ambisce a un’inarrivabile organicità, ma a individuare alcuni snodi e alcune linee problematiche. Tuttavia, pur in questo understatement delle premesse, ottiene un risultato tutt’altro che trascurabile. Parla con competenza di studioso e di filologo, ma anche con una piacevolezza divulgativa di stampo anglosassone. Se sulla produzione narrativa dell’ultimo trentennio esistono già validi strumenti di analisi, per quanto concerne la poesia questo è davvero un libro nuovo. L’autore ha scritto un capitolo non trascurabile di storia letteraria e chi vorrà occuparsi dell’argomento in futuro non potrà prescinderne.

 

CORRIERE DI ROMAGNA
– 27/11/2002

 

Cosa c’è dopo la poesia?

 

 

Dalla terza generazione di poeti del Novecento (i Bertolucci, i Caproni, i Sereni, i Luzi) ai più “giovani” Magrelli, D’Elia, Pusterla, Anedda, Riccardi, Gibellini. È il vagabondare del modenese Roberto Galaverni, classe ’64, tra le pieghe della poesia contemporanea. Critico e docente, Galaverni ha di recente pubblicato per Fazi una raccolta di saggi sui contemporanei intitolata Dopo la poesia e sarà oggi a Rimini per presentarla, alle 18.30 alla libreria Interno 4 di corso d’Augusto.Ad introdurre l’incontro, un poeta-attore-antropologo campano ma riminese d’adozione, Gianni Iasimone (1958), recente autore di Conta nu cuntu! Il racconto orale come strumento creativo e comunicativo (Caramanica, 2002). Dal libro Iasimone ha tratto uno spettacolo teatrale che debutterà a Pianoterra il prossimo 14 febbraio. Soprattutto negli anni ’80, ha pubblicato su riviste e nel ’91 è uscita la sua raccolta La memoria facile. È autore di video e cortometraggi.Sarà invece Umberto Piersanti (1941), docente, scrittore e poeta urbinate, tra le voci di maggior rilievo della poesia italiana contemporanea, a entrare nel vivo del libro di Galaverni (in cui occupa tra l’altro un interno capitolo). Di Piersanti, Galaverni scrive: “La poesia in Piersanti si protende così originariamente e per sempre verso un territorio pulsionale e liberatorio che si confonde con la giovinezza nel segno di una perenne fertilità […]. È dall’amore per la dimensione terrena che Piersanti muove ogni volta […]. In tutta la poesia di Piersanti, e tanto più nei momenti di maggiore esultanza, scorre un lento fiume di malinconia, qualcosa di grave e cupo, di inamovibile, che nella fase centrale della sua opera appare assai tormentato e difficilmente arginabile, ma che successivamente diventa più composto, approdando infine a una nuova fortezza”.I saggi raccolti da Galaverni sono stati pubblicati in varie occasioni (su riviste o libri in prefazione) o anche scritti, come quello che dà il titolo al libro, Dopo la poesia, per alcune lezioni tenute a Londra e Oxford.Particolarmente interessante risulta Il giovane vampiro e il ragazzo meraviglioso, saggio con cui si chiude il volume, già pubblicato quest’anno su «Nuovi Argomenti». In esso Galaverni abbandona momentaneamente gli orizzonti italiani per dedicarsi, con uno sguardo europeo, a due giovani promesse della poesia internazionale. Si tratta dell’inglese Simon Armitage (1963, di cui si possono leggere le Poesie pubblicate da Mondadori nel 2001) e di Durs Grünbein, tedesco (1962, si legga A metà partita, Einaudi ’99). “temperamenti poetici diversissimi” tratteggiati con cura.
v.b.

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Enzo Siciliano , L’ESPRESSO
– 31/10/2002

 

Il bello viene dopo

 

Non tragga in inganno il titolo del bel volume di Roberto Galaverni dedicato “ai contemporanei”, ai trenta-quarantenni, con più di un affondo sui “classici” Sereni, Bertolucci, Zanzotto, Luzi. Il titolo è “Dopo la poesia”. L’inganno potrebbe esser quello di vedere Galaverni dannare questa poesia nuova, da Magrelli alla Anedda, da D’Elia a Damiani e Pagnanelli, da Gibellini a Riccardi, a un punto morto: un “dopo la poesia” pari a una “morte della poesia”. Il titolo, letto il libro, indica invece in quel “dopo’ l’“oltre” di un testo, lo spazio che un lettore attento e devoto, un critico “di razza”, ritaglia per sé, lo spazio conoscitivo che egli affida al proprio lettore. Galaverni non legge facendo riferimenti a schemi prefabbricati, al bignamino ideale che molti hanno in tasca e sulla base del quale leggono solo quel che ci ricade dentro e il resto via, si butta: piuttosto, legge secondo una indicazione peculiare su cui Giacomo Debenedetti non ha mai mollato. Un testo è una rete di relazioni spontaneamente creatasi e che va rintracciata nella sua dinamica vitale, anche segreta, intellettiva e psicologica. Così, non sarà anomalo accorgersi come uno dei profili disegnati sia controtipato sulla poesia europea d’oggi, nei nomi anche di Heaney, Armitage, o Brodsky, Celan, Auden.

Dopo la poesia - RASSEGNA STAMPA

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Dopo la poesia
Collana:
Numero Collana:
41
Pagine:
296
Codice isbn:
9788881123667
Prezzo in libreria:
€ 20,00
Data Pubblicazione:
27-09-2002

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