Ekkehart Krippendorff

L’arte di non essere governati

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Politica etica da Socrate a Mozart

Traduzione di Vinicio Palma

Gli effetti della separazione tra azione e morale – dal punto di vista economico, sociale, ambientale e delle relazioni internazionali – sono evidenti e preoccupanti ormai in tutto il mondo. Secondo Krippendorff, rifondare la politica su basi etiche è ormai un dovere imprescindibile e per adempiere a questo compito epocale abbiamo bisogno di modelli. In particolare tre sono i “paradigmi” privilegiati dall’autore: Socrate, con il suo atteggiamento di continua “autocritica etica” e di critica delle virtù pubblicamente sancite e autorizzate; Goethe, che come ministro a Weimar dimezzò l’esercito del granducato; Mozart, nelle cui sinfonie gli strumenti dialogano “liberi dal dominio”, rendendo così “udibile” una prospettiva di libertà per l’intero genere umano. Queste figure – e altre di pari spessore, da Buddha a Nelson Mandela, da Lao-tse a Max Weber, da Platone a Rosa Luxemburg a Giuseppe Verdi – possiedono qualità concretamente in grado di guidare le nostre scelte esistenziali e politiche: in particolare, l'”arte di non essere governati”, ovvero di svolgere il proprio ruolo etico, al contempo solidale e indipendente, all’interno della comunità, sottraendosi ai meccanismi paralizzanti del potere costituito. Con questo titolo Fazi Editore ha lanciato la nuova serie “Pensiero” della collana Le terre, che ospita testi dedicati alla riflessione teorica.

«Mai come ora è indispensabile che la politica torni ad essere anche morale. Se non succede siamo persi. I farabutti prenderanno sempre più il potere e l’umanità si imbarbarirà sempre di più. Il libro di Krippendorff è una stupenda indicazione della via da seguire se vogliamo salvarci. È un incoraggiamento a riscoprire, attraverso la nostra stessa storia, il meglio dell’uomo. Questo libro mi ha ridato speranza».
Tiziano Terzani

L’ARTE DI NON ESSERE GOVERNATI – RECENSIONI

 

Renato Minore, IL MESSAGGERO
– 30/12/2003

 

Mozart, un modello per i politici

 

Dice Ekkehart Krippendorff che “la politica è troppo importante perché sia lasciata nelle mani dei politici oppure dei politologi”. E lui, che è un politologo tra i massimi europei con cattedra a Berlino dopo una lunga stagione di insegnamento a Bologna, ha scritto “L’arte di non essere governati” (Fazi), un libro corposo e complesso che ha, come ambizione fondamentale, quella di riflettere sul difficile, molto spesso rapporto tra etica e politica. Sembrerebbe che la politica si sia definitivamente arresa al pragmatismo spicciolo, ai piccoli interessi sganciati dal tutto, e per questa ragione Krippendorff, che con questo saggio ha vinto a Roseto il Premio “Città delle Rose” per la saggistica, critica impietosamente la misera “politica dei politici”. Sono tre i grandi personaggi che vengono presi come esempi per un cambiamento possibile della politica: Socrate (per l’autocritica continua del suo insegnamento), Goethe (nell’insolita veste di ministro a Weimar che si oppone alle spese militari) e Mozart (per la prospettiva di libertà che nasce dall’ascolto della sua musica).
Per Tiziano Terzani “L’arte di non essere governati” è un “incoraggiamento a riscoprire, attraverso la nostra stessa storia, il meglio dell’uomo”.

Professor Krippendorff, Socrate dialogava con la gente, sostenendo di non sapere. Oggi, invece, tutti rinunciano a fatica alle proprie presunte certezze. Avere certezze è segno di mediocrità oppure è una manifestazione umana della difficoltà di non avere un sistema in cui rifugiarsi?
“Non avere certezze e ammetterlo è una virtù. Anzi: è necessario per la sopravvivenza dell’uomo. La tecnologia moderna ha dato all’uomo un potere senza precedenti ma per molte decisioni a breve termine non sappiamo quali saranno gli esiti a lungo termine. Una classe dirigente (o politica) responsabile dovrebbe rinunciare a decisioni di cui non si può essere al cento per cento sicuri. Non sapere, cioè ammettere dubbi è una virtù essenziale per un futuro sicuro (o meno insicuro). È uno dei messaggi del metodo di Socrate: il dubbio”.

Lei sostiene che la sinistra ha sostituito al principio della speranza l’insoddisfazione. Essere insoddisfatti, però, significa anteporre le aspettative alla realtà è una forma di antipolitica? La sinistra di questi anni è antipolitica?
“La bipolarizzazione è la conseguenza ultima del processo decisionale. Su quasi tutti i problemi si può avere una varietà di soluzioni e risposte, poi poche soluzioni ed – infine – due, per renderle votabili. Contano i valori su cui si basano i giudizi, cioè la conservazione e il cambiamento. Nella storia hanno avuto contenuti diversi. L’Ottocento e il Novecento hanno opposto le classi sociali: aristocrazia e borghesia, poi borghesia e classe operaia. Oggi troviamo altri contenuti. Ma sotto, strutturalmente, rimangono contrapposizioni simili. La sinistra di oggi, quella che insiste sulla solidarietà con le classi sociali disagiate, è ancora in grado di distinguere e sta dalla parte dei più deboli. Ciò significa, oggi, difendere i diritti umani a livello nazionale e internazionale”.

L’etica e la morale non si coniugano perfettamente con la politica. Lei sostiene che la pubblicità degli atti è la garanzia dell’eticità delle azioni politiche. Però non tutto è verificabile e a volte la conquista del consenso avviene in forme selvagge e ricattatorie.
“I diritti umani, nati con la rivoluzione americana e francese, sono il risultato di questa secolarizzazione. L’etica è tutta qui: rispettare la dignità dell’uomo in ogni aspetto. Dignità che vuol dire anche il diritto di essere informato, e di partecipare alla vita del proprio comune. La “pubblicità” e la trasparenza sono precondizioni di una società libera di uomini liberi”.

Lei propone, alla fine del bel saggio su Mozart, la fondazione di un partito mozartiano. Per lei, i grandi temi potranno essere risolti solo se affrontati in un orizzonte teologico. Ma come è possibile pensare di farlo solo in assenza di una visione sistematica dell’uomo?
“La musica (di Mozart) produce un discorso di libertà. Libera la mente verso discorsi non pragmatici e materialistici, apre i sensi a verità spirituali, al di là dei problemi socio-economici oppure di potere. L’arte ha la capacità di illuminare su ciò che è essenziale nella vita e ciò che è solo apparenza, superficie, come ci ricorda Socrate con le sue domande… Nell’arte, nella filosofia, e nella musica stessa si rappresentano visioni dell’uomo anche in un orizzonte religioso”.

Non crede che l’assimilazione dell’intellettuale all’interno del sistema economico porti a forme di silenzio interessato? Come si può pretendere dagli intellettuali una funzione maieutica, se non addirittura critica?
“Il dovere degli intellettuali resta di essere critici nei confronti del potere che non vuole mai essere disturbato dalla gente, dagli elettori. Sono, in genere, ben pagati e devono quindi ripagare la società con questi servizi: illuminare l’ombra dei governanti, mettersi dalla parte dei più deboli, dei poco informati, saper giudicare e far giudicare le questioni pubbliche”.

Avere sogni in politica, essere trasparenti e onesti, sono doti che si acquisiscono culturalmente o sono innati nella natura umana? Professor Krippendorff, l’etica si può imparare? E, se sì, perché la si deve imparare?
“Se non fossi convinto che si può imparare l’etica e la morale non avrei scritto questo libro. Ma il problema è dove si impara, chi sono i maestri. La mia risposta è che si trova soprattutto fra i grandi scrittori, artisti, musicisti, filosofi. Per natura del loro linguaggio e dei discorsi estetici non sono né cinici e né furbi, ma si muovono in un mondo etico e di valori umani-umanistici”.

 

Anna Elisabetta Galeotti, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 01/03/2004

 

Contro il vantaggio del più forte

 

Non lasciatevi sviare dal titolo: il piacevole volume di Krippendorff non è un manuale per disobbedienti, anarchici e insurrezionalisti; è invece un invito, ben scritto e argomentato, a riflettere sulla condizione di cittadini di stati democratici e a non abdicare alla propria autonomia di pensiero e giudizio critico di fronte a chi ci governa. La politica, ossia l’insieme di regole, norme e decisioni concrete che costituiscono la vita comune, non può fare a meno del politico, ossia dell’atteggiamento critico e viglie di chi alle norme e decisioni dell’autorità è sottoposto: questa è, secondo l’autore, la condizione concreta per un governo legittimo, trasparente e aperto allo scrutinio pubblico.
Krippendorff non propone una teoria o un criterio per la legittimità politica, un criterio che l’autorità e i suoi rappresentanti devono soddisfare per potersi ritenere legittimi; le sue considerazioni non si rivolgono al potere, ai governanti, ma ai governanti che in una democrazia sono cittadini e, di diritto, autori dell’autorità. In altri termini, si rivolge a tutti noi per richiamarci alle responsabilità della comune vita politica da cui nessuna ingegneria costituzionale perfetta, nessuno stato ottimo, nessun governante sraordinario potrà mai assolverci. La legittimità di una democrazia è data dall’esercizio delle capacità di giudizio critico dei cittadini e dalla discussione pubblica in cui le scelte politiche, le leggi e le forme di vita vengono vagliate nella loro dimensione etica e di giustizia. Il bersaglio critico dei cittadini dalla discussione pubblica in cui le scelte politiche, le leggi e le forme di vita vengono vagliate nella loro dimensione etica e di giustizia. Il bersaglio critico di Krippendorff è la sottrazione della politica alla discussione pubblica e la sua appropriazione da parte dei ceti professionali dei politici e degli scienziati politici e sociali, che sarebbe responsabile dell’atteggiamento programmatico a scapito della riflessione etica.

Se la politica è troppo importante per essere lasciata ai politici, l’alternativa viene suggerita recuperando nella storia atteggiamenti diversi, sia nella ricostruzione genealogica di ciò che è la politica, a partire dalla storia di Caino e Abele e dai miti greci, sia in figure storiche esemplari, da Socrate a Gandhi, da Confucio a Goethe, che rappresentano un’appropriata interpretazione dell’ideale kantiano dell’autonomia e dello spirito critico, da una parte, e del rispetto eguale per gli altri, dall’altra. Il volume si compone così di una serie di capitoli, in origine lezioni o conferenze, dedicate ciascuna a una fase storica, a un problema o a un personaggio, da cui l’amore proprio della cultura tedesca per la Grecia classica e la musica balzano in primo piano. Pur dotta e ricca nei suoi riferimenti enciclopedici, la scrittura non è mai un esercizio di erudizione, ma rimane avvincente e accessibile tanto da consigliarne la lettura per l’educazione civica delle scuole superiori. L’intento di motivare la necessità dell’impegno per la politica e di evidenziare le basi etiche della stessa è fondamentale e assolto in maniera persuasiva.
Ci sono tuttavia alcune affermazioni problematiche che nella discussione più tecnica della filosofia politica non si possono tralasciare. Innanzitutto l’atteggiamento di separazione della politica dall’etica non è frutto di una recente degenerazione postmoderna del ceto politico, ma vanta una tradizione millenaria, ha un nome tecnico, realismo politico, e una data d’inizio col discorso di Trasimaco nel I libro della Repubblica platonica. Curioso che un fine conoscitore della cultura classica che pure dedica tanto spazio a Socrate, Sofisti e Platone dimentichi Trasimaco, definì la giustizia il vantaggio del più forte, inaugurando così la influente concezione imperativistica del diritto che tanto peso avrà da Hobbes in avanti.

Secondariamente, se ci sono buone ragioni per criticare il realismo politico in nome dell’importanza dell’etica, resta da esaminare che cosa si intenda per etica. Non vivendo più nel medioevo cristiano, dove l’etica era una, universale, con la Chiesa come interprete ufficiale, il poblema non è di poco conto ed è, in realtà, ciò che ha decretato nel Novecento il successo del realismo politico. Da più di trent’anni la filosofia politica normatica (cioè non-realistica) si occupa del problema di disegnare un’etica pubblica che sia ragionevolmente accettabile e giustificabile da parte di tutti i cittadini, anche quelli potenziali, a dispetto della pluralità delle convinzioni, delle tradizioni morali e religiose presenti nella nostra società. Certamente i principi e le regole cui Krippendorff si richiama, ossia l’eguaglianza, il rispetto, l’autonomia, la terziarietà del giudizio, la disponibilità all’ascolto, la cosapevolezza della propria imperfezione, il senso di giustizia, sono esattamente gli ingredienti di quell’etica pubblica, che tuttavia non si possono dare per scontati, ma richiedono sia di essere interpretati, sia di essere giustificati per avere la portata universale che egli assegna loro.
Infine, altro punto centrale e assai controverso, è la distinzione e priorità della giustizia sul bene che la politica classica non distingueva, ma che Kant ha introdotto con forza; distinzione che diventa particolarmente strategica nel pluralismo contemporaneo. Ci sono tante idee su che cosa sia bene, come si debba vivere una vita degna, e cosa sia virtù, ma principi e norme di giustizia dovrebbero esser trasversali: eguali diritti fondamentali, rispetto, tolleranza, imparzialità e antidiscriminazione dovrebbero attraversare le diverse e spesso incompatibili visioni del mondo e religioni e unire politicamente l’umanità.

 

Gianfranco Pâsquino, IL SOLE 24 ORE
– 16/11/2003

 

Mozart e il senso della polis

 

Che cosa motiva un grande politologo tedesco, come Ekkehart Krippendorff, a lungo professore alla Freie Universitat di Berlino, a una movimentata esplorazione, che va dai drammaturgi greci a Beethoven e Mozart, da Socrate e Platone a Goethe e Kant, di che cosa è stata, può essere, deve essere “politica”? La risposta, apparentemente semplice, è “la ricerca del senso della politica” nel mondo occidentale. E’ una ricerca che, distratti dalla globalizzazione, molti non fanno più, mentre i cultori della antipolitica, della fine della politica e della postpolitica al massimo si occupano del nonsenso della politica. Krippendorff è da lodare non soltanto perché affronta un grande tema, ma soprattutto perché lo fa con straordinaria cultura, con impegno analitico e passione civile, quel desiderio di costruire un’identità politica democratica e di rappresentare le esigenze e le preferenze della polis, di un popolo, ovvero, addirittura, di un mondo che l’autore cerca e trova nei drammi greci, di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, negli scritti di Schiller e Goethe, e nella musica occidentale, tanto in quella di Beethoven, quanto, soprattutto in quella di Mozart, ma importantissimo è il confronto che Krippendorff propone nell’analisi dei ruoli interpretati da Wagner e da Verdi nella storia di Germania e Italia. Se la politica deve essere etica, per quanto i drammaturghi e i compositori riescano a dare un contributo di rilievo, alla fine sono i filosofi che delineano il quadro e stabiliscono i criteri. Facendo riferimenti a Socrate e all’Accademia platonica, l’autore precisa che la politica deve essere valutata sulla base dei parametri “del vero, del buono e del bello” e deve investire l’uomo di Stato “del compito di occuparsi in primis della propria formazione spirituale quale presupposto per l’assunzione di incarichi di governo”(p.198). Questa posizione è variamente motivata e rafforzata con riferimento ad alcuni classici: Hannah Arendt, per la quale il “male” è caratterizzato “dal tirarsi indietro dalla dimensione pubblica” (p.204); Henry David Thoreau, secondo il quale “in tempi di ingiustizie pubbliche e di ipocrisie è la prigione l’unico luogo onorevole per un cittadino per bene”(p.204); e, soprattutto, Immanuel Kant.
“Comportarsi politicamente” scrive Krippendorff, “significa formulare giudizi. L’atteggiamento politico consiste in primo luogo e soprattutto in un modo di porsi critico e giudicante”(p.24). Questa affermazione è condivisibile, ma assolutamente problematica poiché richiede una chiara formulazione dei criteri che sovrintendano al giudizio critico. Allora, è ai principi articolati da Kant, in particolare quello dell’uso pubblico della ragione, oggi diremmo della assoluta trasparenza, e della rinuncia all’uso della forza, che Krippendorff rende ammirato omaggio poiché su quei principi soltanto è possibile costruire una politica “vera”. Nelle parole di Kant “la vera politica non può procedere di un passo senza aver prima reso omaggio alla morale”. Se i filosofi articolano i principi, nella sfera pubblica, da Atene a Vienna (ovvero nel mondo culturale tedesco ed europeo), i drammaturgi e i compositori hanno la possibilità di raggiungere un pubblico più vasto e di convincerlo, anche facendo affidamento sulle emozioni e sui sentimenti, sulla “catarsi”. Alla fine, il vero eroe della politica etica di Krippendorff è il Mozart nel cui universo operistico non esistono divisioni di classe, vengono cancellate le disuguaglianze fra uomini e donne, viene lanciato un messaggio all’umanità. Dunque, conclude l’autore, senza avere rinunciato in un capitolo tutto politologico, a mettere in rilievo quelle che per lei sono le enormi differenze fra destra e sinistra, ciò di cui oggi abbiamo bisogno è un “partito mozartiano”.

 

IL CENTRO
– 23/05/2003

 

Giovagnoli e Krippendorf i vincitori del premio di saggistica Città delle Rose

 

 

Sono lo storico Agostino Giovagnoli ed Ekkehart Krippendorf, autore di un testo sulla necessità che la politica torni a essere morale, i vincitori del primo Premio di saggistica “Città delle Rose” promosso dal Comune e dalla Provincia di Teramo, e riservato a opere sulla condizione dell’uomo contemporaneo nella letteratura e nelle scienze umane e sociali. Giovagnoli si è classificato primo con il libro, edito da Laterza, Storia e globalizzazione, nella sezione riservata agli autori italiani, mentre tra gli stranieri Krippendorf ha vinto con L’arte di non essere governati, edito da Fazi. Oltre cinquanta i testi inviati dalle case editrici e valutati dalla giuria che, presieduta da Vincenzo Cappelletti e con presidente onorario Mario Luzi, è composta, oltre che dal sindaco di Roseto, Franco Di Bonaventura, da Paolo Crepet, Daniele Cavicchia, Franco Ferrarotti, Umberto Galimberti, Dante Marianacci, Walter Mauro, Renato Minore, Alberto Oliverio e Ruggero Piarantoni. La cerimonia di premiazione si è tenuta ieri pomeriggio, nella sala convegni Piamartino, in piazza Sacro Cuore. I finalisti della sezione dedicata alle tematiche giovanili, che prossimamente saranno valutati da una giuria di cinquanta studenti, sono Marina Mizzau, con il libro E tu allora?, edito da Il Mulino; Paolo Ragazzi con Vertigo (edizioni Archinto); Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi con E’ da tempo che volevo dirti (Einaudi).

 

 

F. Ce., IL CENTRO
– 21/05/2003

 

Oggi concerto alla Villa. Celebrazioni per i 143 anni di Roseto

 

 

ROSETO. Entrano nel vivo i festeggiamenti per il 143º anniversario della fondazione di Roseto, che risale al 22 maggio 1860. La giornata di ieri è stata caratterizzata dalla celebrazione di Vincenzo Filippone Thaulero, filosofo e poeta rosetano, la cui opera è stata ricordata in un’intensa giornata di studio promossa dalla sezione teramana della Società filosofica italiana. I lavori sono stati presieduti da Gabriele De Rosa, per il coordinamento di Vincenzo Cerulli Irelli, entrambi dell’università La Sapienza di Roma, e la supervisione di Luciano Russi, rettore dell’università di Teramo. Molto apprezzata la relazione di Francesco Mercadante, presidente della fondazione Capograssi di Roma, incentrata su “Poesia, filosofia, preghiera”. Oggi pomeriggio sarà la musica a farla da padrona. A partire dalle 18, alla villa comunale, si terrà una conferenza-concerto curata da Walter Mauro, dal titolo “Il jazz: dal mito all’avanguardia”, cui seguirà un’esibizione del gruppo musicale i “Ciccon’ dela”. La giornata di domani si aprirà con un incontro al centro giovanile piamartino, dove si concluderà il premio letterario “Città delle Rose”, che la giuria ha attribuito ad Agostino Giovagnoli per Storia e globalizzazione (Laterza) nella sezione riservata agli autori italiani e, per la sezione stranieri, a Ekkart Krippendorf con L’arte di non essere governati (Fazi). Nel pomeriggio (ore 16) si terrà una seduta solenne del consiglio comunale, all’interno del quale è previsto un intervento strordinario del professor Antonio Di Felice su “Aspetti della storia e della cultura di Roseto nel primo Novecento”. Intanto lo scultore Giuseppe Spagnulo ha esposto alcune sue opere nel parco della villa comunale, dove resteranno in mostra fino a settembre.

 

Carlo Correr, AVANTI!
– 15/03/2003

 

Più etica in politica

 

“Le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno e assassinio sono divenute armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia”. Insomma come dire che in certi casi ha poco senso stare a guardare quali sono i mezzi per raggiungere il fine e nel caso dell’Italia aveva ragione Niccolò Machiavelli e non chi sosteneva comunque che in politica occorre conformarsi al “bene” e alla “virtù” in se stessi e in astratto –e cioè da punto di vista di una moralità soggettiva o in riferimento alla trascendenza di un ordinamento divino del mondo. Hegel commentava così Machiavelli e interpretava il Principe non come teorizzazione dell’esercizio del potere fine a se stesso ma piuttosto come un episodio della presa di coscienza dell’Italia in quanto nazione, nel prefigurarsi di quello che poteva essere e sarebbe stato, una “lezione” destinata a chi esercitava il potere per esercitarlo al meglio. Così facendo anche Hegel riproponeva un tema antico come il mondo, il mondo conosciuto e civilizzato s’intende, quello nato nella Polis: lo scontro irrisolvibile e irrisolto tra etica e politica. Anche Benedetto Croce aveva visto nel fiorentino lo scopritore dell’autonomia della politica: “La politica è al di là, o piuttosto al di qua, dal bene e dal male morale (…) essa ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi (…) non la si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta”.
Ricordiamo tutto questo perché il tema, lungi da essere materia di speculazione filosofica, è invece questione attualissima. Nel momento in cui il movimento pacifista innalza cartelli su cui ha scritto “pace senza se e senza ma”, non fa altro che rivendicare il primato dell’etica sulla politica; asserisce una priorità morale che non ammette deroghe di alcun genere. Si vuole, si pretende, si inneggia alla vittoria dell’assoluto così come per secoli e secoli ha fatto la religione cristiana, anzi tutte le religioni, secondo cui la verità del bene non ammette certo compromessi.
Ora si può tranquillamente utilizzare questo schema interpretativo per sovrapporlo all’agire politico quotidiano e si scoprirà che mentre vi sono un’infinità di cantori di questa teoria etica della politica, non si troverà viceversa nessuno che poi vi corrisponda nella prassi. Anzi, questo sembra essere il maggior vizio italico, condensato e racchiuso nel popolarissimo “predica bene e razzola male”. Perfino la Chiesa di Pietro che ha esportato il Verbo sulla punta della spada dalla Terrasanta alle Americhe, anche recentemente, ai tempi della guerra del Kosovo, ha spiegato ai fedeli che sì, in fondo vi sono anche le guerre giuste, che in alcuni casi bombardare e mitragliare non è poi un peccato così grave. Ora non vorremmo rinsaldare il cinismo utilitaristico della vasta schiera di politici nostrani, spesso adusi a badare più al bene proprio che a quello pubblico fino a ridurre, in qualche caso, anche il proprio partito, come ebbe felicemente a chiosare Rino Formica, in un convento povero ma abitato da frati ricchi. Questi nostri politici dovrebbero forse prendere di più a modello Socrate e Platone, e dimenticare un po’ Machiavelli.
Proprio per questo, e nonostante contenga una tesi di fondo che troviamo irrealistica, ovvero di una rifondazione della politica su basi etiche, ci sembra utile suggerire la lettura dell’ultima opera di Ekkehart Krippendorff: “L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart”.
Il filosofo che ha insegnato a lungo scienza della politica nell’università di Bologna e di Berlino, parte da Socrate e passando per Buddha, Mozart, Nelson Mandela, Lao-tsu, Weber e altri, ricostruisce il disegno totalizzante, ipotizzato da Platone, del re-filosofo, ovvero della sintesi definitiva e perfetta di ethos e dikè, etica e giustizia, perché chi si conforma alla prima può amministrare la seconda. Il tutto condito da un’originale analisi della vita artistica e di alcuni tra i suoi più importanti esponenti, nella musica, nella pittura e nell’architettura, per trovarvi una conferma della passione (politica) sublimata nell’arte, un’arte capace di indicare la strada esemplare, quella che può consentire di sfuggire alla corruzione del potere.
Ci viene il sospetto che di Pietro non abbia studiato Krippendorff perché altrimenti non avrebbe potuto non citarlo ed eleggerlo a suo mentore anche se lo stesso A. arriva a scrivere ad un certo punto che “morale ed etica hanno difficoltà a lasciarsi coniugare con la politica”. Dunque, secondo Krippendorff, anche un Di Pietro in politica soggiacerebbe inevitabilmente al medesimo destino di tanti altri. D’altra parte la sua appare una bocciatura senz’appello, che coinvolge non solo i politici ma perfino lo stesso meccanismo di accesso al potere del moderno sistema democratico. “Gli attuali rappresentanti della classe politica – afferma – non potrebbero essere più lontani da quegli standard [ethos e dikè], a tal punto che già la domanda: in che misura si distinguano per conoscenza di se stessi e capacità politico-culturale di individuare delle priorità, scivola loro addosso come acqua su una superficie cutanea di gomma. (…) La figura tipica dell’uomo politico contemporaneo (europeo-americano) è quella del ‘populista strategico’, un tipo che ‘utilizza le sue capacità intellettuali per raggiungere i suoi scopi e per il suo profitto, portando orecchio a tal fine alle ‘opinioni popolari’ e riscuote i suoi dividendi conformandosi al mercato delle opinioni (H.G.Soeffner)’. Tale genere di politico è un camaleonte dell’arte della messa in scena, nel ‘caso ideale’, come l’ex presidente americano Reagan, dotato di un rivestimento epidermico in teflon a cui non resta attaccato nulla, continuamente alla ricerca di temi di cui impadronirsi per assicurarsi l’attenzione dell’opinione pubblica”.
Chi si salva allora? Per il passato più recente Krippendorff addita tre figure che soddisferebbero i requisiti di esemplarità: il presidente Abraham Lincoln, il teologo Helmuth Gollwitzer e il poeta Wolfgang Goethe (straordinariamente attuale questo esempio perché il Goethe che ricorda l’A. è soprattutto quello che come ministro della guerra disarmò il ducato di Weimar per sanare i conti ma soprattutto per la sua “profonda avversione nei confronti della guerra e dei militari”). Ma oggi nessuno è all’altezza e allora l’A. prende a prestito da Foucault l’assioma che è meglio non essere governati “in questo modo e a questo prezzo”. Possiamo essere d’accordo? Se si accettano per buoni i criteri assolutistici dell’A., nessun uomo ma solo una divinità potrebbe superare l’esame. In realtà la scelta che sembra proporci Krippendorff tra Socrate e Machiavelli, tra violenza e non violenza, è una non-scelta, una scelta impossibile. Prendiamolo tutt’al più come un suggerimento, un traguardo a cui tendere. Il regno platonico dei filosofi ci appare troppo simile a una dittatura assoluta, anche se come al solito edificata in nome del bene collettivo.v

 

Angelo Ascoli, IL GIORNALE
– 18/02/2003

 

La politica è un “girotondo” di Mozart

 

“La politica è troppo importante perché sia lasciata nelle mani dei politici, oppure dei politologi” ricorda Ekkehart Krippendorff, che per sua fortuna non è un politico, ma un politologo. Uno dei maggiori tedeschi, fino al 1999 professore di scienza della politica alla Libera Università di Berlino dopo aver insegnato per anni a Bologna. E il suo L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart, finalmente tradotto in Italia dopo essere stato citato, da un paio di anni, in tutte le battaglie ideologiche seguite soprattutto all’11 settembre prima e alla guerra in Afghanistan dopo, rischia di diventare il manifesto della politica etica. Di quelle che Hegel avrebbe definito “anime belle”. Di tutti coloro, intellettuali e società civile, girotondini e moralisti che contestano e rifiutano la politica dei politici perché “brutta e ingiusta” e che, considerandosi più “belli e giusti” dei politici, reclamano una politica non più pragmatica e realista, ma etica e morale.
Non a caso questo libro porta, su una fascetta, una entusiasta dichiarazione di Tiziano Terzani, uno dei più coerenti e convinti contestatori dell’attacco americano in Afghanistan in particolare e di molta azione politica occidentale in generale: “Questo libro mi ha ridato la speranza”.
E, a proposito di pacifismo, non a caso fra i tre modelli storici di una politica etica, accanto a un inevitabile Socrate e a un sorprendente Mozart, Krippendorff mette Goethe. E non tanto il sommo poeta di Faust, quanto il presidente della commissione di guerra del ducato di Weimar, il consigliere segreto di Johan Wolfgang Goethe. Colui che fu proagonista di un’eccezionale azione politica: “Nella storia tedesca, e forse in assoluto, esiste un solo caso in cui un “ministro della Guerra” sciolse completamente le forze armate a lui sottoposte, realizzando il disarmo del suo Stato”. Pur riconoscendo che “il “disarmo unilaterale” imposto da Goethe non fu, tra l’altro, nient’affatto privo di problemi pratici (l’argomento unilaterale cozza sempre, com’è noto contro l’obiezione dell’assenza di difesa nei confronti dei possibili aggressori, che viene così provocata), Krippendorff considera il pacifismo unilaterale di Goethe uno dei più alti esempi di politica etica della storia: e pazienza se il tribunale della storia lo ha condannato. Perché, spiega politologicamente Krippendorff, “non si tratta tanto di stabilire se Goethe ebbe successo o meno con la sua politica (in molti campi fondamentali i suoi esiti furono negativi), bensì di individuare i principi fonadmentali e le “massime” sulla base delle quali agì e mediante le quali non da ultimo cercò di fondare un’etica politica che costituisce il suo lascito alla posterità”.
Il valore di questa Arte di non essere governati sta nel teorizzare un modello di politica etica, indiscutibilmente sommo e condivisibile: che “la vera politica non può procedere di un passo senza aver prima reso omaggio alla morale” è, appunto, un principio sommo e indiscutibile. Ma il problema resta come agire, come realizzare la politica dopo l’omaggio di rito alla morale. Come passare, appunto, dalla teoria alla prassi.
Problema eterno che agita la filosofia della politica dalla sua nascita. Che affrontò, ricorda Krippendorff, Socrate quando, nell’Atene dei sofisti, venne scoperta la discussione pubblica e si posero, per la prima volta, i grandi problemi di teoria della politica; Socrate che, più di un secolo dopo la denuncia di Nietzsche, che ne aveva fatto il padre del nichilismo moderno, ridiventa, con Krippendorff, l’avo di tutte le politiche etiche, delle “belle politiche”, colui il quale, nella “polis del quinto secolo, precipitata nel vortice della politica dallo spirito del porre in dubbio ogni questione di interesse pubblico, una situazione che è senz’altro paragonabile ai rivolgimenti contemporanei, alle “nuove oscurità” e alle diffuse insicurezze dei nostri giorni”, scopre che “Etica e giustizia sono le colonne portanti di una comunità politica” e fa della sua vita, e della sua morte, la realizzazione di questa scoperta.
Socrate che trova pochi continuatori della sua politica, meno tra tutti il discepolo Platone e che dovrà aspettare il secolo di Goethe e Mozart per conoscere degli epigoni. Alla fine di questa lunga e dotta cavalcata nella storia, mancata e forse impossibile, di una politica etica che non sia soltanto teoria ma riesca a realizzarsi senza rinnegarsi, la soluzione proposta da Krippendorff è di fondare un “partito mozartiano”, perché “La musica di Mozart è un metodo d’interpretazione del mondo, quello a un tempo più stratificato e chiaro che ci sia mai stato offerto” e perché “costituisce un monumento alla libertà, forse il più grande”.
E così, sulle note del Don Giovanni, vedremo balla re le anime belle della politica etica, i nipoti di Socrate che cercano un novello ministro della Guerra pacifista che, come Goethe, disarmi il suo esercito. Dimostrando che la storia, brutta e cattiva, non insegna mai nulla. Soprattutto ai politologi.

 

Mario Turello, MESSAGGERO VENETO
– 18/02/2003

 

Letteratura e pensiero contro la guerra, «malattia della civiltà»

 

Gli scritti di Janigro, Vidal e Krippendorff affrontano un tema fondamentale

Queste mie segnalazioni librarie s’innestano nelle considerazioni che ho esposto in occasione del convegno Se vuoi la pace prepara la pace organizzato la scorsa settimana dal Movimento ProPositivo. Bello il rovesciamento del motto latino “Si vis pacem para bellum” (che la deterrenza difficilmente resti tale è implicito nella stessa etimologia che accomuna il verbo parare: preparare, a parere: generare) ma come si prepara (e genera) la pace? Una cosa è affermare, chiedere, reclamare la pace, altra cosa è promuoverla. Giuste, doverose, sacrosante le manifestazioni pacifiste nell’imminenza di una guerra, per esecrarla, per stornarla, ma rischiano di essere, per quanto nobili, iniziative estemporanee, emotive, suscitate più dall’emergenza che da una consuetudine d’impegno, da un esercizio quotidiano (anche privato), da una tensione incessante alla pace perpetua invocata da Kant: la pace non è assenza, e tanto meno sospensione temporanea, della guerra. È una mentalità, una cultura, una morale della pace quella che va promossa, e io penso che vi si possa giungere con metodo socratico: critico e maieutico.
La critica dovrebbe avere come oggetto la guerra nella sua fondamentale irrazionalità, e come scopo ultimo la sua tabuizzazione. Ne abbiamo gli strumenti: dalla storia della stupidità militare tracciata da Barbara Tuchman all’analisi dei meccanismi di potere (Canetti, per esempio) o dei meccanismi vittimari (Girard), una vasta letteratura ci fornisce argomenti per decostruire il bellicismo. Segnalo tra le pubblicazioni più recenti l’antologia di Nicole Janigro che, sotto il titolo eloquentissimo La guerra moderna come malattia della civiltà, sviluppa la lettura della guerra in chiave patologica attraverso testi di Freud, Jung, Fromm, Fornari, Eibl-Eibesfeldt, Girard, Ahmed, Colovic, Papadopoulos, e della stessa Janigro: pulsioni necrofile e stereotipi, mitologie “eroiche” e retoriche della violenza sottoposte ad analisi che dimostrano, come ebbe a scrivere Freud ad Einstein, che «la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento».
Più immediatamente, la critica dovrebbe aggredire, smontare e smentire la falsità intrinseca, le menzogne e i silenzi strumentali, le ipocrisie del discorso bellicista dei «messianici cretini» (come ottimisticamente li chiama Sepulveda) che camuffa troppo ciniche realtà: a cominciare dall’assurdo logico della “guerra preventiva”, dall’obliterazione di fatto del diritto internazionale e degli statuti costituzionali (il nostro articolo 11!), dalla riduzione pretestuosa del pacifismo a meno nobili motivazioni: (anti o filoamericanismo, anti o filooccidentalismo, anti o filogovernativismo, dall’elevazione del conflitto a scontro finale tra Bene e Male…). Ristabilire la verità: non perché si pretenda di possederla, ma perché vi sono criteri assiologici che diventano veritativi, e perché vi sono falsità autoevidenti. Anche qui possiamo attingere a una ricca pubblicistica: dai pamphlet di Chomsky al recente libro di Zinn Non in nostro nome, ai saggi di Gore Vidal su Le menzogne dell’impero e altre tristi verità, catalogo e svelamento delle bugie degli “ultimi imperatori”.
Ma non basta la pars destruens: occorre una maieutica della pace che sappia instaurare una mentalità, una consuetudine, una cultura pacifica. E questo esige che si restituisca moralità alla politica, che essa riassuma come primaria l’istanza del bene comune, spogliandosi dei pragmatismi, dei machiavellismi, dell’asservimento ad altri poteri e ad altri fini. È paradossale che persino il richiamo all’etica diventi motivo di contesa (ne sa qualcosa Riccardo Illy), ma il fatto è che spesso si identifica impropriamente, ma non senza riscontro pratico, l’etica con l’ideologia religiosa e, dunque, anche con i fondamentalismi che sono la negazione di ogni irenismo.
Ma è proprio sul piano etico che i teologi delle religioni, da tempo riconosciuta la difficoltà del dialogo su quello dottrinale, stanno concentrando i loro sforzi, e al lavoro di Hans Küng (Progetto per un’etica mondiale, Rizzoli 1991) o di Pier Cesare Bori (Per un consenso etico tra culture, Marietti 1991), per esempio, si potrebbe attingere per istituire il patto (pactum ha la stessa radice di pax: e si svela la vera natura della pace come convenzione sui valori) sui “convincimenti etici fondamentali” da cui sviluppare quello che Kant chiamava il diritto cosmopolitico. Anche qui, non si tratta di definizioni assolute, o sovradeterminate come tali da “metanarrazioni”, ma di quelli che il gesuita Xavier Giraldo in occasione del convegno organizzato nello scorso settembre dall’Associazione Balducci, Le ragioni della speranza, ha chiamato «valori autovalidanti».
Tornare al vero e al bene, dunque. E il bello? Mi sono spesso chiesto se possa trovare realizzazione politica la profezia di Dostoevskij per cui la bellezza salverà il mondo. L’indicazione di una via estetica alla (ri)moralizzazione della politica ci viene ora offerta da L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart, di uno dei maggiori politologi tedeschi, Ekkehart Krippendorff. «Il libro di Krippendorff è una stupenda indicazione della via da seguire se vogliamo salvarci. È un incoraggiamento a riscoprire, attraverso la nostra stessa storia, il meglio dell’uomo. Questo libro mi ha ridato speranza», ha scritto Tiziano Terzani, e davvero quest’opera, formata di saggi in sé autonomi, ma fortemente coerenti, indica strade nuove, anzi antiche, degne di essere percorse. Il titolo è una citazione da Foucault, che descrive l’arte di non essere governati nei termini di una critica radicale del politico («non voler essere governati significa… non voler accettare come vero ciò che un’autorità dichiara esser vero, o comunque non accettare per vero qualcosa perché un’autorità ci prescrive di ritenerlo vero»). Ma anche Krippendorff muove dalla critica alla proposta positiva, e già in prefazione indica, come prosecuzione sottaciuta del titolo: «con particolare riguardo alla questione del contributo che l’educazione estetica possa dare alla critica della politica e della sua ricostruzione». E i suoi modelli sono Socrate, Goethe, Mozart (accanto a essi, Lao-Tzu e Confucio, Budda e Gandhi, Luxemburg e Mandela, Weber e Kraus, Kant e Verdi). In posizione centrale è il tredicesimo capitolo, dedicato appunto all’educazione estetica, in cui viene sostenuta, tra l’altro, la funzione antagonistica dell’arte rispetto alla prassi politica di dominio, ma ciascuno dei ventiquattro saggi meriterebbe un’analisi che qui non può trovare spazio. Segnalo almeno le pagine su Destra e sinistra, e in particolare le dieci tesi del 1992 sulla “prospettiva di sinistra” e, in appendice, il carteggio tra Yehudi Menhuin, le cui riflessioni sulla pace culminano nella citazione di Edmund Burke: «L’unico presupposto per il trionfo del male è l’inattività delle brave persone» e nell’impegno a «lottare per l’irraggiungibile», e Krippendorff, che difende la sua predilezione per Mozart quale paradigma musicale per una prassi socio-politica: «Ciò di cui abbiamo bisogno è, per così dire, un “partito mozartiano”».

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
L’arte di non essere governati
Collana:
Numero Collana:
47
Pagine:
330
Codice isbn:
9788881123780
Prezzo in libreria:
€ 11,00
Data Pubblicazione:
01-10-2005

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