Ekkehart Krippendorff

Critica della politica estera

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Traduzione di Elisabetta Dal Bello
Prefazione di Gian Giacomo Micone

Un’interpretazione ampia, storicamente motivata e filosoficamente adeguata dei rapporti fra etica e politica, inserita nel contesto dell’attuale situazione delle relazioni internazionali. La politica – nata nella polis greca – è la scoperta della dimensione pubblica e dell’autodeterminazione individuale secondo criteri di verità, giustizia e libertà. L’invenzione della politica estera nell’Europa del diciassettesimo secolo, sottomessa alla raison d’état della Francia di Richelieu, è l’inversione e il pervertimento di ciò che è politico: è una politica alienata da sé, una “politica patologica”, sia nelle sue formulazioni teoriche sia nella prassi in cui si è storicamente espressa. La politica estera dei nostri uomini di Stato ha prodotto non solo due guerre mondiali, ma la stessa struttura profonda delle compagini sociopolitiche nelle quali oggi ci troviamo a vivere. In questo settore politico i principi morali sono stati più che in ogni altro rimossi, allontanati e screditati da una mentalità “realpolitica” e pragmatica che ruota attorno alla triade machiavellica del potere e vede nella guerra il “mezzo”, senz’altro scomodo ma efficace, per il conseguimento dei suoi “fini”. Per questi motivi, secondo Krippendorff, la politica estera ha urgentemente bisogno di una critica radicale e sistematica, che l’autore stesso tenta in questo libro; e altrettanto vivo è il bisogno di costruttive proposte alternative per una politica estera “dal basso”, fatta non dai governi ma da cittadini disposti a dare priorità assoluta al come si debba gestire la “vera” politica: quella che, secondo Immanuel Kant, «non può fare alcun passo senza aver prima reso omaggio alla morale».

CRITICA DELLA POLITICA ESTERA – RECENSIONI

 

Jacopo Iacoboni, LA STAMPA
– 12/10/2004

 

Un viaggio nell’America

 

DA SAUL BELLOW A ELIE WIESEL: DICIOTTO CONVERSAZIONI CON INTELLETTUALI
STATUNITENSI IN UN LIBRO DI FIAMMA ARDITI

SULL’«ALTRA AMERICA» si sono scritte paginate, di là i cattivi di qua i buoni, l’Amerika e l’America, la nazione del Ku Klux Klan e la patria delle libertà, il sud e il nord, Henry Ford e Bob Dylan, l’imperialismo e la grande stampa democratica, George W. Bush e i film con Redford e Hoffmann, le multinazionali e Woodstock, i petrolieri texani e Don De Lillo… Ecco, il bello di questo libro di Fiamma Arditi, una galleria di personaggi americani, è che vengono tutti dall’altra America ma indicano che in fondo l’altra America è semplicemente un «metodo», non una massoneria tipo il club dei Blu di un romanzo di Paul Auster. L’«altra America» è l’America che critica se stessa.

È questo il senso di un libro che si chiama appunto così, L’Altra America, ed esce in questi giorni da Fazi (pp. 220, 16 e). La Arditi dice che l’idea le è venuta ragionando di America con alcuni amici europei. «Dopo che l’America, colpita al cuore quel martedì di settembre del 2001, era da sostenere, dopo che gli americani erano stati fratelli con cui allearsi per fronteggiare il terrorismo, nel giro di pochi mesi erano diventati imperialisti, assassini, aggressori». In realtà quelle persone erano rimaste le stesse, bisognava spiegarlo agli altri, mostrare quell’America «che non accetta la guerra, l’ottusità, la prepotenza, che crede nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel comprendere, nel condividere». Anche se è stato poi complicato, anche solo logisticamente, mettere insieme e far parlare personaggi come Norman Mailer e Spike Lee, Jonathan Franzen e Sol Le Witt, Saul Bellow e Bob Rauschenberg, Tim Robbins e Rick Moody, Elie Wiesel e, naturalmente, Gore Vidal. Il risultato è spiazzante.

Per esempio: che questa America sia anti-Bush, odi i neocons e la guerra preventiva è ovvio. Lo dice nel modo più franco Jonathan Franzen, «trasformare il Medio Oriente è un’utopia lontana da ogni buon senso, il responsabile, l’ideologo di questa operazione, Paul Wolfowitz, andrebbe messo al muro». Oppure Sol Le Witt, «è come se nel nostro paese si fosse verificato un colpo di stato, una rivoluzione fatta da un gruppo di gente che si è accaparrata il potere e ha imposto una guerra che nessuno di noi voleva».

Però sentite cosa dice poi Norman Mailer (Mailer, mica Richard Perle!) dei democratici, una manciata di giorni dopo i primi duelli tv Kerry-Bush e Edwards-Cheney: «John Edwards è un venditore. Se senti un suo discorso una volta va bene perché dice tutte quelle cose che vogliamo sentire. Il fatto è che in tutti i discorsi ripete sempre le stesse cose, senza variazioni». E
Kerry? Deve la sua candidatura più che a sé a Howard Dean che gli ha aperto la strada. Morale: l’America di Mailer è divisa tra due partiti senza che nessuno riesca a prevalere sull’altro, «già settant’anni fa John Dos Passos diceva che siamo due nazioni». E ascoltate un laconico Spike Lee, il quale spiega «pensare che il mondo si tranquillizzi solo perché viene eletto John Kerry al posto di George Bush non è realistico», ma dice anche «non è vero
che gli europei non amano gli americani, non amano l’amministrazione Bush».

Fa una caricatura chi imputa all’altra America certezze granitiche ed elitismi snob. C’è questo ma anche altro, e molte confessioni del libro potrebbero confermarlo. Guardate cosa dice l’ebreo Mailer degli ebrei d’Israele e della politica del loro stato: «Nel corso della loro lotta per la sopravvivenza, tutte le attitudini migliori della loro natura, l’ironia, l’acutezza, l’amore per la verità, per la saggezza e la giustizia, sono state ammaccate». Oggi gli ebrei d’Israele trattano «i palestinesi come se loro fossero i cosacchi e i palestinesi gli ebrei del ghetto». Oppure
ascoltate il nero Spike Lee, autore dei memorabili Do the right thing e La venticinquesima ora, capolavori su drammi e grandezze della New York, meticcia, a proposito degli afroamericani: «Penso che siamo noi i responsabili della nostra arretratezza, non gli altri». O ancora Saul Bellow, «con questa fissazione del politically correct in America non abbiamo più il diritto di dire quello che pensiamo»…

È una constatazione malinconica, quella di un superdemocratico come l’attore Tim Robbins sull’Iraq: «Avevamo promesso di portare la pace e abbiamo bombardato, di instaurare la democrazia e abbiamo ucciso, di proteggere gli iracheni e li abbiamo violentati». Ma nell’altra America c’è anche chi, come Spike Lee, ragiona «non sono contro la violenza come autodifesa, non la,chiamo neanche violenza quando è autodifesa, la chiamo intelligenza». A ognuno la sua scelta, anche «l’altra America» è fratta e complessa come ogni posizione nel mondo terribile post 11 settembre.

 

 

Maria Gabriella Giannice, LIBERTÀ DI PIACENZA
– 24/05/2004

 

La guerra in Iraq “trappola” per gli Usa: segnerà la fine dell’impero americano

 

“La guerra in Iraq segna la fine dell’Impero Americano”. Parola di Ekkehart Krippendorff, tedesco, uno dei maggiori politologi europei, di cui l’editore Fazi ha appena pubblicato in Italia “Critica della politica estera” (pp. 247, euro 19,50). Secondo lo studioso, fino a qualche anno fa docente di scienze politiche e relazioni internazionali alla Libera Università di Berlino, con questa guerra: “Bush ha sprecato tutto quel capitale di simpatie e solidarietà globale che gli Stati Uniti avevano guadagnato con l’11 settembre”.
Una guerra quindi politicamente sbagliata anche se uno degli ultimi portati di quella concezione della politica estera “dall’alto” che Krippendorff critica nel suo libro e che si contrappone a una “politica dal basso” che tiene conto di quella “società mondiale dal basso” che in tutto il mondo ha manifestato contro la guerra in Iraq. Cosa che ha saputo fare il premier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero. “Con la decisione di ritirarsi dall’Iraq – ha detto Krippendorff – Zapatero ha dimostrato di essere vicino al sentimento popolare, ha dato prova di onestà e di mente lucida. Ma soprattutto ha avuto la capacità di fare ciò che un governo difficilmente riesce a fare e cioè ammettere di aver sbagliato. Cosa che hanno saputo fare solo pochi grandi statisti, come fece Kennedy che cambiò la sua posizione verso Cuba” “Conquistare un paese con la forza superiore sul piano tecnologico, delle armi – scrive Krippendorff nella postfazione all’edizione italiana riferendosi alla guerra in Iraq – è praticamente la cosa più semplice e, politicamente parlando, più primitiva che si possa immaginare. Ciò non ha nulla a che fare con la “politica”, anzi ne è il contrario”. Per questo, secondo il politologo, quella guerra sarà la fine dell’impero americano.
“Spesso – ha detto – si è paragonato il cosidetto impero americano all’impero romano, ma quest’ultimo era infinitamente più raffinato e sofisticato, non era un impero solo militare, ma aveva la sua forza nella civiltà, nella tolleranza ideologica e religiosa, mentre gli americani sono ideologicamente intolleranti”.
Nel suo saggio Krippendorff individua nel cardinale Richelieu l’inventore stesso della politica estera, colui che insegnò agli Stati moderni ad applicare la ragione di Stato in politica estera superando ogni remora etica e giuridica. Una “politica dall’alto” dunque che l’autore contrappone alla politica “vera”, quella che, secondo Kant “non può fare un passo senza aver prima reso omaggio alla morale”. Secondo Krippendorff la politica estera inventata da Richelieu “non può essere annullata, ma può ben essere modificata, tra l’altro grazie a una coscienza storica e critica” e d’altra parte “una politica estera su base etica, la quale secolarizza la pretesa universalistica della Chiesa (Cattolica) e che solo tramite una motivazione etica eleva a ragione la ragione di Stato” non è stata invalidata benché sconfitta da Richelieu.
Krippendorff dichiara di parlare in favore non del realismo ma dell’idealismo “un compito non facile di fronte alla quotidiana crescita e legittimazione della forza fisica in quanto mezzo della politica”, ma non dispera dal vedere affermarsi quel tipo di politica estera “dal basso” sul quale è puntata la sua operazione critica. I segnali li individua nella sfida spirituale lanciata a questo secolo dalla data del 15 febbraio 2003, in cui “è accaduta una cosa senza precedenti” nel senso che per la prima volta, grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, si è creata una specie di “società mondiale dal basso” formata da circa trenta milioni di persone in cento paesi che hanno manifestato contro i preparativi del governo statunitense per la guerra in Iraq, ma anche contro la complicità dei loro propri governi con la politica guerrafondaia americana”.

 

Gianna Fregonara, CORRIERE DELLA SERA
– 08/05/2004

 

La politica? Facciamone una questione morale

 

“Bisogna tornare a sottoporre le scelte politiche al giudizio etico, che non è altro che il giudizio informato dei cittadini”. Detta così come la spiega Ekkehart Krippendorff, uno dei maggiori politologi tedeschi, fino a qualche anno fa professore di scienze politiche e relazioni internazionali alla Libera Università di Berlino, sembra un sistema semplice e scontato nelle democrazie contemporanee. Ma basta leggere il suo ultimo ciclo di lezioni, raccolto da Fazi con il titolo Critica della politica estera, per capire quanto Krippendorff lo condideri lontano dall’attuale pratica della politica.
Si parla di etica e di democrazia alla fiera del libro di Torino, che dedica la giornata di oggi alla politica (saranno presenti due ministri) e all’economia. Oltre all’incontro con Krippendorff, la Fiera rende omaggio alla memoria di un torinese d’eccezione come Norberto Bobbio con un convegno su etica e politica e un dibattito in occasione della nuova edizione del Dizionario di politica di Bobbio, Pasquino e Matteucci (Utet Libreria). Domenica debutta invece la rivista Fqp, Filosofia e questioni pubbliche di Sebastiano Maffettone (Il Saggiatore), con un titolo impegnativo: “Si può accettare moralmente il capitalismo?”. E, al tempo degli scandali finanziari – da Enron a Parmalat – l’analisi dello stato di salute del sistema è affidata a uno dei guru dell’economia francese, Claude Bébéar, fondatore del gruppo assicurativo Axa e protagonista della gestione di alcune delle crisi finanziarie francesi di questi ultimi anni. Con Bébéar, autore del libro Uccideranno il capitalismo (Bompiani), discuteranno Pierluigi Celli, Enrico Salza, Carlo Bastasin e Ferruccio de Bortoli.
Contrariamente a quella che propone Krippendorff per la politica estera, Bébéar non popone una rivoluzione per l’economia: il suo è piuttosto un appello a riformare il sistema capitalistico “che resta il sistema ideale, visto che non c’è niente di meglio”, correggendo i difetti ma “stando attenti a non abbandonare i suoi indiscussi aspetti benefici”, indagando invece in quali casi gli attuali protagonisti del mercato (analisti, manager, banche, gestori, non necessariamente in malafede) finiscano per trasformarsi loro malgrado in “sabotatori” del capitalismo stesso. Quella di Krippendorff sulla politica estera è invece una critica che affonda nella storia le sue ragioni: “E’ un problema che risale al modo di interpretare lo scacchiere internazionale inventato da Richelieu, in cui la ragion di stato sostituisce il giudizio etico sulle decisioni politiche. Un sistema che ha portato un distacco tra cittadini e classe politica nella democrazia moderna. La politica estera è diventata un gioco del potere, attraente ma pericoloso perché riduce la complessità del mondo a una carta geografica”. Non c’entra la crisi delle ideologie degli ultimi quindici anni, non è questione di 11 settembre: sotto la lente finiscono quattro secoli di storia occidentale. Certo la teoria di Krippendorff, elaborata prima degli attentati alle Twin Towers, non particolarmente originale diventa però provocatoria in un periodo in cui l’opinione pubblica è divisa e sempre più spesso radicalizzata.
L’analisi del politologo tedesco e le sue sfide partono da domande apparentemente semplici: come fanno i cittadini americani a decidere se vogliono andare in Iraq a portare la guerra se oltre la metà di loro non sa neppure dove si trova Bagdad su una carta geografica? O ancora, chi ha fatto l’Europa, Adenauer e De Gaulle o quei cittadini francesi e tedeschi che negli ultimi cinquant’anni hanno imparato a incontrarsi, a condividere valori e interessi e a considerarsi amici e non nemici mortali come lo erano stati per oltre un secolo e mezzo? Che cosa vuol dire che tra Europa e America ci sono buoni rapporti? Che i cittadini condividono gli stessi valori o che Bush e Schroeder o anche Berlusconi si salutano cordialmente? La risposta di Krippendorff si chiama “politica estera della base”, che è politica della piazza ma non solo. “E’ l’unico sistema che permette di aprire ponti sociali e culturali tra le società, che propone il dialogo interculturale, una conoscenza e comprensione reciproca”, e che però rischia di rimanere soltanto una politica estera per Ong, umanitaria, genuinamente pacifista ma senza la forza di regolare i rapporti con gli altri Stati. Una politica estera “regionale, condivisa dai cittadini in ogni passaggio”, anche a rischio di degenerare negli interessi particolari e – soprattutto – nell’emotività: “Non c’è altra scelta se vogliamo parlare di una politica etica, non guidata da interessi diversi da quelli dei cittadini che rappresenta – spiega Krippendorff -. Certo non mi nascondo i rischi che le scelte popolari possano diventare derive populiste a buon mercato”.

 

Maria Gabriella Giannice, GAZZETTA DEL SUD
– 18/05/2004

 

L’impero Usa finisce nel pantano dell’Irak

 


«La guerra in Irak segna la fine dell’Impero Americano». Parola di Ekkehart Krippendorf, tedesco, uno dei maggiori politologi europei, di cui l’editore Fazi ha appena pubblicato in Italia «Critica della politica estera». Secondo lo studioso, fino a qualche anno fa docente di scienze politiche e relazioni internazionali alla Libera Università di Berlino, con questa guerra: «Bush ha sprecato tutto quel capitale di simpatie e solidarietà globale che gli Stati Uniti avevano guadagnato con l’11 settembre». Una guerra quindi politicamente sbagliata anche se uno degli ultimi portati di quella concezione della politica estera «dall’alto» che Krippendorff critica nel suo libro e che si contrappone a una «politica dal basso» che tiene conto di quella «società mondiale dal basso» che in tutto il mondo ha manifestato contro la guerra in Irak. Cosa che ha saputo fare il premier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero. «Con la decisione di ritirarsi dall’Irak – ha detto Krippendorff – Zapatero ha dimostrato di essere vicino al sentimento popolare. Ha dato prova di onestà e di mente lucida. Ma soprattutto – ha sottolineato – ha avuto la capacità di fare ciò che un governo difficilmente riesce a fare e cioè ammettere di aver sbagliato. Cosa che hanno saputo fare solo pochi grandi statisti, come fece Kennedy che cambiò la sua posizione verso Cuba». «Conquistare un paese con la forza, superiore sul piano tecnologico, delle armi – scrive Krippendorff nella postfazione all’edizione italiana riferendosi alla guerra in Irak – è praticamente la cosa più semplice e politicamente parlando, più primitiva che si possa immaginare. Ciò non ha nulla a che fare con la “politica”, anzi ne è il contrario». Per questo, secondo il politologo, quella guerra sarà la fine dell’impero americano. «Spesso – ha detto – si è paragonato il cosiddetto impero americano all’impero romano, ma quest’ultimo era infinitamente più raffinato e sofisticato, non era un impero solo militare, ma aveva la sua forza nella civiltà, nella tolleranza ideologica e religiosa, mentre gli americani sono ideologicamente intolleranti». Nel suo saggio Krippendorff individua nel cardinale Richelieu l’inventore stesso della politica estera, colui che insegnò agli Stati moderni ad applicare la ragione di Stato in politica estera superando ogni remora etica e giuridica. Una «politica dall’alto» dunque che l’autore contrappone alla politica «vera» , quella che, secondo Kant «non può fare un passo senza aver prima reso omaggio alla morale» . Secondo Krippendorff la politica estera inventata da Richelieu «non può essere annullata, ma può ben essere modificata, tra l’altro grazie a una coscienza storica e critica». e d’altra parte «una politica estera su base etica, la quale secolarizza la pretesa universalistica della Chiesa (cattolica) e che solo tramite una motivazione etica eleva a ragione la ragione di Stato» non è stata invalidata perché sconfitta da Richelieu. Krippendorff dichiara di parlare in favore non del realismo ma dell’idealismo «un compito non facile di fronte alla quotidiana crescita e legittimazione della forza fisica in quanto mezzo della politica», ma non dispera dal vedere affermarsi quel tipo di politica estera «dal basso» sul quale è puntata la sua operazione critica. I segnali li individua nella sfida spirituale lanciata a questo secolo dalla data del 15 febbraio 2003, in cui «è accaduta una cosa senza precedenti» nel senso che per la prima volta, grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, si è creata una specie di «società mondiale dal basso» formata da circa trenta milioni di persone in cento paesi che hanno «manifestato contro i preparativi del governo statunitense per la guerra in Irak, ma anche contro la complicità dei loro propri governi con la politica guerrafondaia americana».

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Critica della politica estera
Collana:
Numero Collana:
79
Pagine:
250
Codice isbn:
9788881125005
Prezzo in libreria:
€ 20,00
Data Pubblicazione:
14-05-2004

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