Pavel Kohout

L’assassino delle vedove

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Traduzione di Letizia Kostner

Un grande autore da riscoprire, un thriller originalissimo, una cornice storica – la Praga dell’occupazione nazista – di intensa drammaticità: sono questi alcuni degli elementi che fanno de L’assassino delle vedove un romanzo di grande fascino e raffinatezza. Durante gli ultimi mesi dell’occupazione nazista, a Praga un sadico killer consuma la sua ossessione uccidendo vedove e mutilandone orribilmente i cadaveri. La prima vittima è la baronessa di Pomerania, vedova di un generale della Wermacht. Le indagini vengono affidate al giovane e inesperto investigatore Morava, affiancato dall’agente della Gestapo Erwin Buback. In realtà per i nazisti il caso rappresenta solo un utile pretesto per riuscire a penetrare tra le file della polizia ceca, l’unica organizzazione armata ancora esistente nel Protettorato e capace dunque di colpire dall’interno gli occupanti. La posta in gioco è molto alta, ma una serie di circostanze interviene a sconvolgere improvvisamente le carte, mentre un inaspettato legame si stabilisce tra i due investigatori nemici, grazie anche alle due donne di cui si innamorano proprio quando il mondo sembra ormai destinato a soccombere all’odio e alla violenza. Usando l’omicidio come epicentro, l’autore esplora i recessi più profondi e complessi della natura umana realizzando un romanzo di grande raffinatezza.

L’ASSASSINO DELLE VEDOVE – RECENSIONI

Giuseppe Dierna, LA REPUBBLICA
– 30/12/2003

 

Intrigo a Praga tra vedove e assassini

 


Nella Praga degli ultimi mesi dell’occupazione nazista, sul finire della Guerra mondiale, un serial killer si ostina a togliere di mezzo, secondo un preciso e sanguinolento rituale, donne rigorosamente appartenenti alla categoria delle vedove, lasciando nello sconcerto gli inquirenti. La Gestapo spia nel frattempo i colleghi della Polizia ceca (per timore di un’imminente insurrezione) mentre i poliziotti cechi cercano a loro volta di organizzare nell’ombra la propria Resistenza. E intanto i fragili amori degli ultimi giorni di guerra muoiono nell’asfissia bellica.
Questo l’impianto narrativo dell’Assassino delle vedove, in italiano nell’agile traduzione di Letizia Kostner (Fazi, 447 pagg., 17,50 euro), giallo fuori norma scritto una decina di anni fa dal ceco Pavel Kohout, classe 1928, ex poeta ufficiale e poi drammaturgo “assurdo” nella bella stagione degli anni ’60 prima dell’esilio in Austria; romanzo che spesso abbandona l’arida traccia degli efferati delitti per descrivere la difficile convivenza dei cechi e dei tedeschi (preludio alla definitiva spaccatura del dopoguerra), o per allargarsi a ricostruire un bell’affresco della Praga di quei mesi incerti, con i tedeschi in ritirata e gli americani che bombardano la città, e le truppe delle ex guardie bianche del generale russo traditore Vlasov – arruolatesi nella Wehrmacht – che nuovamente tradiscono aiutando gli insorti.
Bel romanzo di destini incrociati, di assassini che (dai tedeschi al serial killer) agiscono ciascuno secondo proprie ignobili motivazioni, l’Assassino delle vedove stupisce nelle ultime pagine per un ingenuo anticomunismo, forse eccessivo in uno scrittore che negli anni ’50 – prima della svolta riformista – era stato in Cecoslovacchia l’enfant prodige della poesia di regime.

 

David Frati , LETTERA.COM
– 03/01/2004

 

L’assassino delle vedove

 

 

Praga, 1944. Il Terzo Reich è allo sbando, stretto nella morsa ad occidente dagli eserciti alleati, e ad oriente dall’Armata Rossa. Il panico inizia a diffondersi tra i tedeschi occupanti, mentre la speranza cresce tra la popolazione ceca, fiaccata dalla guerra, dalle torture e dalla fame. L’agente della Gestapo Erwin Buback e il giovane investigatore ceco Jan Morava, in questo clima di caos imminente, devono scoprire chi è il misterioso e sanguinario serial killer che prende in ostaggio vedove di guerra e le uccide dopo averle orrendamente sfigurate.

L’assassino delle vedove: l’ora del lupo
Comincia la festa degli assassini, amore. Accorrono in volo per il loro banchetto come insetti attratti dalla luce. Non c’è momento in cui si ammazza meglio.
Pavel Kohout è figura in patria assai controversa per la sua rutilante biografia politica, che partendo da uno zelante stalinismo con tanto di accuse di collaborazionismo con i sanguinari servizi segreti dell’epoca, lo ha gradualmente condotto a posizioni più defilate e moderate durante la Primavera di Praga e infine liberali e filo-occidentali dalla seconda metà degli anni ’70 in poi, fino all’esilio, preceduto nientemeno che da un tentativo (abortito) di omicidio da parte della Polizia. Di Kohout, oltre ad alcune pièce teatrali, era giunto in Italia finora soltanto il bizzarro e surreale La carnefice. Se anche gli altri suoi romanzi inediti nel nostro paese sono di livello paragonabile a questo magnifico L’assassino delle vedove, speriamo vivamente che qualcuno li pubblichi presto, perché sarebbe davvero un delitto non leggerli: quattrocento pagine di una prosa dall’impostazione classica, ariosa e ponderata, lontana dalla sincope del pulp e dagli standard del thriller; personaggi umani eppure titanici nelle loro contraddizioni; un affresco storico vivo e terrificante della caduta del Reich e degli orrori dell’occupazione nazista in una Praga nera di fuliggine e paralizzata dal terrore; uno scorcio orribile e disturbante della mente di un assassino ossessionato da immagini mistiche e da torbidi vincoli filiali; e – infine – due storie d’amore commoventi e palpitanti che si intrecciano l’una con l’altra, tra passione e lacrime.
Una prova stilistica tanto vitale e disinvolta, una penna così perfettamente a suo agio nel padroneggiare le tecniche della suspence moderna non farebbe sospettare che l’autore è un signore di più di ottant’anni, ma la raffinatezza di stampo mitteleuropeo, il gusto d’altri tempi per le frasi memorabili, la cura certosina per le descrizioni di certi momenti sono invece il marchio di fabbrica inconfondibile di un libro che riesce a diventare un ponte tra due letterature: quella dei grandi romanzi europei del dopoguerra (pensiamo a Remarque, Boll, Uhlman) e quella thriller anglosassone, che furoreggia in libreria da poco più di dieci anni. Un’impresa, signora mia, non da poco.

 

Elisa Piccinini, GAZZETTA DI PARMA
– 10/09/2003

 

Pagine gialle

 

E adesso, cambiando completamente coordinate, spaziali e temporali, facciamo un salto in una Praga che sta vivendo gli ultimi, convulsi, momenti della seconda guerra mondiale. Nel romanzo “L’assassino delle vedove” di Pavel Kohout (Fazi editore), infatti, un serial killer si aggira nel cimitero di Vyschrad, uccidendo le vedove che lo frequentano e sfigurandone poi orribilmente i cadaveri. Le indagini vengono affidate al giovane ispettore Jan Morava, cui la Gestapo affianca l’agente speciale Erwin Buback. Tra i due “nemici” nascerà però ben presto un legame di tacita complicità, che porterà a giocare la partita con nuove regole, conducendo i giocatori verso inaspettate direzioni. Un romanzo in cui, nel felice abbinamento di storie e mistery, si respirano le soffocate e visionarie atmosfere della letteratura mitteleuropea, miscelate al più lucido, freddo e disarmante stile del noir.

Tullio Avoledo, IL GIORNALE
– 01/09/2003

 

L’esule che indaga dentro l’orrore

 

Nel 1980 Editori Riuniti pubblicò in Italia un romanzo stupendo e sconvolgente. S’intitolava La carnefice, ed era di un autore ceco in esilio, Pavel Kohout. Nato a Praga nel 1928, dopo gli studi di filosofia, Kohout si dedicò soprattutto al teatro. Diverse sue opere sono state rappresentate anche nel nostro paese. La partecipazione alla Primavera di Praga nel 1969 causò la sua espulsione dal partito comunista cecoslovacco. Stabilitosi a Vienna, Kohout fu tra i firmatari del manifesto Charta ’77 in cui si denunciava la violazione dei diritti civili in Cecoslovacchia. Per questo, e per la pubblicazione in Austria del romanzo La carnefice, venne infine privato della cittadinanza.
La carnefice raccontava in modo sontuosamente ironico, con uno sfoggio di humour nero irresistibile, le vicende di un immaginaria scuola statale per carnefici in cui l’adolescente Lizinka viene formata alle tecniche per dare la morte fino a raggiungere l’ambito titolo accademico di boia, mestiere necessario e socialmente utile in uno stato totalitario. Ne usciva un ritratto sulfureo e indimenticabile di trent’anni di società comunista cecoslovacca, fra purghe, violenza, rimozione storica e un sommesso orrore quotidiano fatto di delazioni e censura.
Nell’attesa che qualche casa editrice faccia a se stessa e ai lettori italiani un regalo ripubblicando La carnefice, va segnalato con gioia che l’editore Fazi ha appena dato alle stampe un romanzo del 1995 dello stesso autore, L’assassino delle vedove (pagg. 446, euro 17,50), un libro che, se non raggiunge la perfezione del precedente, rimane comunque una lettura entusiasmante.
Il romanzo è ambientato nella Praga sotto protettorato nazista. L’azione prende avvio nel febbraio del 1945, con Hitler già sceso a seppellirsi nel suo bunker berlinese e la Germania ridotta a contendere a suon di cannonate gli ultimi brandelli di territorio alle armate sovietiche. Mentre si allestisce (con alternarsi di toni fra commedia e tragedia) la difesa del Protettorato di Boemia e Moravia, un misterioso killer comincia a uccidere a Praga. Le sue vittime sono tutte vedove in visita al cimitero di Vysehrad. L’omicidio è invariabilmente seguito da un’orrenda macellazione rituale il cui significato rimane incomprensibile alla polizia, finché questa non viene messa sulle tracce del mostro dal furto di un quadro. Anche una volta identificato, il sadico assassino rimarrà comunque a lungo imprendibile e seminerà una scia di vittime nella Praga caotica di quei tempi da Giudizio Finale.
O da Götterdammerung, a seconda del punto di vista dei due protagonisti. L’incarico d’indagare sugli efferati delitti viene infatti affidato congiuntamente al giovane assistente di polizia ceco Jan Morava e al cinquantenne Oberkriminalrat Erwin Buback, onesto poliziotto a cui il bombardamento di Dresda ha portato via moglie e figlia, e che avrebbe in realtà anche l’incarico di sorvegliare e spiare la polizia ceca, che i padroni tedeschi temono possa unirsi alla resistenza. Buback è facilitato in questo compito dal fatto che, all’insaputa dei cechi, comprende benissimo l’idioma locale, essendo nativo di Praga. Il tedesco è però un personaggio tormentato: la sua fede nel Reich vacilla, a contatto con gli orrori dell’occupazione (emblematica la magistrale descrizione di un passaggio in auto attraverso il Lager di Terezin, fatta tutta di sguardi obliqui, d’indizi colti con la coda dell’occhio).
“Le prime crepe visibili sulle quinte del Terzo Reich ricordavano a Buback la distruzione di un ponte da parte del genio militare. Dopo la detonazione si era sollevato in alto in tutta la propria lunghezza rimanendo sospeso in aria per un tempo incredibilmente lungo, prima di precipitare in acqua ridotto in mille pezzi. Quell’illusorio sollevarsi prima dello schianto: sentiva che era quello, al momento, lo stato dell’intera Germania, e con essa anche il suo e quello della donna che contava su di lui”.

Tanto complesso e a tratti enigmatico è il tedesco Buback quanto semplice e squadrato è all’apparenza il giovane Morava. Fra i due poliziotti si instaura un rapporto sempre più stretto, anche perché entrambi, in un primo momento, s’innamorano della stessa donna, la dolce e flessuosa Jitka Modrà, impiegata al commissariato. Ma Jan riuscirà a conquistarne il cuore, mentre Erwin dovrà ripiegare (non che sia un brutto ripiego…) sull’affascinante e sessualmente disinibita Grete Baumann, soubrette al seguito delle truppe ed ex amante dello Standartenfürher Meckerle, comandante della Gestapo nel Protettorato. E’ proprio Grete a riassumere così il dramma di Erwin (e dunque anche di Jan): “Da bambina credevo che i poliziotti proteggessero il mondo. Cos’è che proteggi tu, visto che il mondo sta andando a rotoli?”.
L’idea dell’indagine ambientata nel Terzo Reich non è ovviamente un’esclusiva di Kohout. Basti ricordare la trilogia Berlin noir dell’ispettore Bernie Gunther di Philip Kerr, o i gialli con l’investigatore Martin Bora scritti dall’italo-americana Ben Pastor. Ciò che rispetto a questi e ad altri autori di genere è decisamente originale, in Kohout, è lo stile. Questo romanzo ha decisamente una marcia in più rispetto a un pur grande thriller. E’ scritto in tono letterariamente alto e dà il senso di una storia vera, e non solo di un brillante marchingegno narrativo. Certe frasi si imprimono a fuoco nella memoria, così come la storia che schiaccia i protagonisti, perennemente sull’orlo del baratro,e che proprio a questa precarietà devono il proprio coraggio e la propria vitalità.
Un critico musicale, definendo l’opera del capitano Tobias Hume, musicista inglese del ‘600 vissuto tra guerre e pestilenze, ha scritto che l’intensità della sua musica derivava dalla precarietà “della vita e dell’amore prima della penicillina”. Lo stesso potrebbe dirsi dei due straordinari investigatori creati da Kohout: esseri umani atterriti dal potere impazzito che li sovrasta e dall’orrore che li circonda, ma che non rinunciano ad affermare la prevalenza della vita sulla morte, della giustizia sul caos, del dovere sull’istinto di fuga.
Tanti e straordinari sono i fatti che Kohout racconta, e alla frenetica caccia all’assassino si alternano la Storia – mai semplice fondale – e le storie dei due protagonisti maschili, e di Grete e di Jitka, e di tutta una città che cerca di resistere alla sua distruzione e che, descritta a sapienti pennellate nelle sue strade e monumenti e luoghi, è un’altra grande protagonista del romanzo. Attraverso una narrazione fluviale – a tratti vorticosa, a volta maestosamente lenta e solenne – Kohout ci introduce in un mondo e in una situazione storica complessi, con un senso di grande verità quando descrive cose come “ordinato raccolto tedesco, il grazioso e perfetto rettangolo di corpi appena falciati” o “la velocità con la quale i vili si trasformavano in eroi” nella Praga della ritirata nazista.
Ma anche il ritratto de L’assassino delle vedove è decisamente fuori dall’ordinario, per lettori avvezzi ai serial killer americani, così come fuori dai canoni di genere è la sua trasformazione da assassino psicopatico a “eroe” della liberazione quando i suoi talenti per l’omicidio e la sopravvivenza diventano funzionali al momento storico, per cui il romanzo assume l’ulteriore valenza di una lucida parabola sulla morale e sulla società. La valenza catartica degli omicidi de L’assassino delle vedove si confonde con il bagno di sangue e le vendette, altrettanto catartiche, che segnano la caduta del dominio nazista e l’ascesa al potere dei nuovi padroni comunisti: un momento storico che Kohout ricostruisce con i toni e la moralità del grande drammaturgo.
Pavel Kohout è il miglior esempio di quelli che secondo il romanziere spagnolo Arturo Pérez-Reverte sono i vantaggi competitivi dei romanzieri europei rispetto a gran parte dei loro colleghi americani: la cultura e la memoria storica. Che poi queste qualità producano grandi libri non è sempre vero. Ma è senz’altro vero per questo straordinario romanzo.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
L’assassino delle vedove
Collana:
Numero Collana:
71
Pagine:
450
Codice isbn:
9788881124176
Prezzo in libreria:
€ 18,00
Data Pubblicazione:
04-07-2003