Shifra Horn

Quattro madri

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Traduzione di Sarah Kaminski

Quattro madri è la storia di quattro generazioni di donne durante l’ultimo secolo a Gerusalemme.Amal, appartenente alla quinta generazione, è disperata poiché il marito, dopo la nascita del primo figlio, se n’è andato senza lasciare traccia. Al contrario sua madre, sua nonna e sua bisnonna si rallegrano dell’evento: la nascita di un maschio sano significa, infatti, che la lunga maledizione che pesava sulla loro stirpe è finita e non ci sarà più nessuna figlia femmina a ereditarla.Per consolarla, le donne raccontano ad Amal la storia di questa maledizione e la rassicurano sul suo destino e su quello di tutta la famiglia.
Una famiglia di donne straordinarie: Mazal, l’orfana, dal cui matrimonio segnato dalla sciagura prende il via la maledizione; la bellissima Sarah, sua figlia, dai bei capelli dorati simbolo del suo potere taumaturgico; la figlia di Sarah, Pnina Mazal, la cui capacità di conoscere i pensieri degli altri è fonte insieme di gioia e dolore; e infine Gheula, madre di Amal, un’idealista dall’intelligenza penetrante, pronta a impugnare la causa di ogni diseredato.Epico, commovente e appassionante, Quattro madri, che ha per sfondo le tormentate vicende della Palestina e dello Stato di Israele, è un capolavoro narrativo, misterioso e fantastico, ricco di realismo magico da fiaba e di folclore da leggenda.

QUATTRO MADRI – RECENSIONI

 

Elena Lattes, FUORIDALGHETTO.BLOGOSFERE.IT
– 12/05/2008

 

Una panoramica sulla letteratura israeliana

 

Fuoridalghetto.blogosfere.it

 

Se per alcuni scrittori il terrorismo costituisce lo sfondo dei loro romanzi SHIFRA HORN  non si accontenta delle morti anonime e nebbiose, degli echi lontani, quasi indistinti di un risuonare lugubre.

 

Questa straordinaria scrittrice nata a Tel Aviv da una madre sefardita e da un padre russo sopravissuto alla Shoah è nota in Italia per romanzi appartenenti al realismo magico (Quattro madri, La più bella tra le donne entrambi pubblicati da Fazi).

 

Il mondo matriarcale è una tematica ricorrente in entrambi i romanzi, e da esso emergono personaggi e volti femminili di straordinaria intensità.

 

 Tuttavia è con il suo ultimo romanzo Inno alla gioia edito da Fazi che la scrittrice ci fa entrare prepotentemente nella tragedia della realtà israeliana.

 

Shifra ha scelto di scrivere Inno alla gioia dopo che uno shahid ha fatto saltare un autobus nel quartiere gerusalemitano, Gilo, un attentato in cui sono morte persone che conosceva.

 

Yael, la protagonista del romanzo, guida la sua vettura e gioca a fare cucù con un bimbo che la guarda dal fondo dell’autobus. All’improvviso un frastuono squarcia il cielo e la terra: Yael sopravvive miracolosamente ma attorno vede solo morte, strazio e distruzione.

 

Il trauma è così grave che si prende ogni centimetro disponibile del suo cervello e sarà solo grazie alla generosità di un’amica psicologa che Yael lentamente, dolorosamente ritornerà a vivere.

 

L’importante, questo è il messaggio di Shifra Horn, è non farsi intimorire, continuare ad andare al supermercato, al cinema e non rinunciare nonostante tutto alla propria libertà.

 

Alla domanda “E’ ottimista per Israele?” la sua risposta ricorda le parole di Grossman: “Devo essere ottimista, altrimenti non potrei vivere qui”.

 

Molto diverso è il suo ultimo libro, una prova narrativa davvero insolita. Gatti Una storia d’amore è una raccolta di spassosissimi racconti nei quali Shifra Horn con uno stile brillante e una prosa che regala esplosioni di comicità esilarante ci racconta del suo amore per i gatti, ricambiato dai suoi amici felini con mugolii di piacere e strusciamenti affettuosi.. Zizi, Sherora, Sheeshee sono i veri protagonisti del libro che con le loro imprevedibili avventure ci regalano momenti di puro divertimento.

 

Alessandra Masu, GRAZIA
– 01/08/2000

 

Libri d’estate

 

 

 

IL SECOLO XIX

 

Quattro madri da Gerusalemme

 

Dalla Persia a Gerusalemme, quattro generazioni di donne durante l’ultimo secolo, raccontate alla discendente Amal, che annoda i fili della maledizione che grava sull’intera famiglia. Dall’orfana Mazal, dal cui sciagurato matrimonio prende il via la tragica eredità, alla splendida Sarah, sua figlia, dai lunghi capelli d’oro, simbolo del suo potere taumaturgico; da Pnina Mazal che legge nei cuori e ne ricava gioie e tormenti alla madre di Amal, Gheula l’idealista, sempre pronta alla difesa dei diseredati. Commovente epica famigliare, ricca di realismo magico, sullo sfondo delle tormentate vicende di Israele e Palestina, in questo romanzo di Shifra Horn, nata a Tel Aviv e cresciuta a Gerusalemme, che ha vissuto a lungo in Giappone ed esordisce con questo libro, che ha già vinto numerosi premi letterari.

 

Elena Loewenthal, TUTTOLIBRI – LA STAMPA

 

Madri, prove d’amore, strappi, intimità: così narrano le israeliane

 

Nelle ultime stagioni si è assistito a un consolidamento del mestiere di scrittrice in ebraico. Fondamentale il ruolo avuto da Orly Castel Bloom, portavoce di una letteratura d’avanguardia, graffiante e a volte un po’ ermetica GLI israeliani leggono sempre di più. Nel 1999 si stima che siano stati venduti 14 milioni di libri: cifra da capogiro, in un Paese grande poco più della Lombardia, e con circa cinque milioni di abitanti. Cifra scandalosa, al paragone con le analoghe statistiche del Bel Paese. Ma c’è una cosa che, al di là dell’abissale distanza, accomuna i consumatori di carta stampata (e rilegata) da un capo all’altro del Mediterraneo: tanto in Italia quanto in Israele i lettori «forti» appartengono al sesso, si fa per dire ormai, debole. Le donne comprano e leggono molto più degli uomini. Di contro a questa predominanza che, come altrove, ha ancora un inconscio sapore di liberazione, di confronto con un mondo per secoli e millenni negato alle donne – quello delle lettere -, stupisce un poco riconoscere nella vistosa affermazione della letteratura israeliana all’estero una presenza pressoché unanimamente maschile. I romanzi che hanno segnato in questi ultimi anni l’appassionata scoperta di questa scrittura nazionale – paragonabile a quanto successe un tempo con la letteratura sudamericana -, sono tutti opere maschili. Di fronte a firme in odore di Nobel quali Yehoshua e Oz e altre di grandissima levatura (Kaniuk, Shabtai, Tammuz, per fare qualche esempio), si staglia un apparente silenzio femminile. La realtà è che una scrittura femminile israeliana esiste eccome: da quando, nel 1948, è rinato lo Stato ebraico, una schiera di autrici marca il cammino della letteratura nazionale. Ma, rispetto all’universo maschile, non sono emerse sino ad ora figure di spicco tale da poterle riconoscere fra le fila di un gruppo compatto. V’è forse Amalia Cahana-Carmon, autrice difficile e pressoché intraducibile (e infatti tradotta quasi soltanto… in cinese!), ma per il resto, a partire dagli Anni Ottanta soprattutto, troviamo una gran quantità di firme e spunti e una produzione ondivaga, di scrittrici che vanno e vengono. E’ probabilmente soltanto questione di tempo, come lasciano intendere le ultime stagioni della letteratura israeliana, in cui effettivamente pare di riconoscere nuovi talenti e un certo qual «consolidamento» del mestiere di scrittrice in ebraico. Un ruolo fondamentale ha avuto in questo senso Orly Castel Bloom, «giovane» (con tutta la soddisfazione del caso e soprattutto di chi scrive, definire «giovane» una scrittrice ormai quarantenne ha un che di beffardo, eppure oggi si dice così) autrice di Tel Aviv e portavoce di una letteratura d’avanguardia, graffiante e a volte un po’ ermetica. Pensare che di lei in italiano disponiamo per ora soltanto del tenero Di cosa sono fatti i baci (Mondadori Junior). Ad ogni buon conto, una fortunata coincidenza editoriale ha messo per la prima volta a disposizione del lettore italiano un significativo «campionario» di scrittrici israeliane da cui farsi un’idea della varietà di stili, ambiti e tendenze. Prove d’amore è il primo romanzo di Savyon Liebrecht (nata nel 1948), sino al 1998 cimentatasi soltanto con il racconto, pubblicato in italiano dalle edizioni e/o. In questa storia struggente a un appassionato adulterio fa da sfondo il rapporto generazionale fra i sopravvissuti alla Shoah e i loro figli: l’ottusità malata della vecchia madre di Hamutal è forse il simbolo di quella inguaribile incomunicabilità che distanzia i testimoni da coloro che sono venuti dopo. Ben diverso adulterio è quello che marca Una relazione intima , primo romanzo di Zeruya Shalev (Frassinelli), cugina di quel Meir pubblicato in italiano dallo stesso editore, il quale dice con simpatia bonaria che questa «giovane» (e sia, classe 1959 anche lei) parente appartiene al ramo estroso della famiglia. Questo romanzo è la prima esperienza di scrittura erotica in ebraico, cioè nella lingua della Bibbia: ma il sesso è sempre condito di ironia, di una alienazione consapevole che permette alla protagonista di vivere le sue esperienze e al tempo stesso di raccontarle senza veli, come attraverso la lente di uno spietato microscopio. La Shalev è indubbiamente autrice di vaglio, come testimonia il successivo romanzo da lei pubblicato in Israele – accolto con grandissimo favore – destinato anch’esso ai tipi di Frassinelli. Cambiamo completamente atmosfere con il romanzo-documento di Judith Rotem, una donna nata e vissuta per lunghi anni nel chiuso di un ambiente ultra-ortodosso. Dopo sette figli e la fatica di lavorare come insegnante per mantenere gli eterni studi talmudici del marito, Judith ha abbandonato quel mondo senza rimpianti. Lo strappo (Feltrinelli) è la storia di Fifi, una giovane ortodossa con la voglia di studiare e vivere, ma soprattutto il frutto doloroso di un’esperienza autobiografica. Leggendo si ha l’impressione di varcare quel rigido confine fra laici e religiosi che è un tratto dominante nella società israeliana di oggi. E il quadro della Rotem risulta assai più convincente e sfaccettato di quello che Amos Gitai ha proposto allo spettatore con il suo Kadosh : un film per certi versi piatto, poco credibile nel suo perenne grigiore. I colori abbondano invece nell’opera prima di Dorit Rabinyan, giovane (questa volta a buon titolo: è nata nel 1972!) autrice il cui Spose Persiane è apparso di recente presso Neri Pozza. E’ questo un romanzo di costume, ambientato nel quartiere ebraico di un villaggio persiano agli inizi del Novecento, carico di profumi, odori e tinte. Dalla Persia a Gerusalemme, attraverso quattro generazioni tutte femminili, nel libro di Shifra Horn, Quattro Madri (appena uscito da Fazi): un altro romanzo di costume denso di «materialità» e fitto di voci e suggestioni (molte, se il fiuto non m’inganna, tratte da un romanzo di Meir Shalev uscito in Israele nel 1991 e imminente per il lettore italiano, sotto il titolo Il profumo della mia terra , presso Frassinelli. Ai lettori l’ardua sentenza).

 

Cristina Bonadei, PICCOLO DEL LUNEDÌ

Narrativa. “Quattro madri”: una saga di Shifra Horn

Che gran fatica stare al mondo quando ti tocca nascere donna

 

“Ti ringrazio, Dio, per non avermi creato donna” è la preghiera che gli ebrei ortodossi fanno alla mattina, appena svegli. Sembra quasi di rivedere i fotogrammi del film “Kadosh” di Amos Gitai, dove la non appartenenza al genere maschile, vessillo irriducibile, della religione ebraica, vuol dire un’identità claustrofobica difficile da costruire e da delineare. In una società attraversata da ortodossia e modernità, da tragiche vicende di guerre e di tentativi di conciliazione, di parità di sessi rimandata a un futuro tutto da comunicare. “Quattro madri” di Shifra Horn (Fazi Editore, pagg. 302, lire 25 mila), rappresenta uno spaccato davvero singolare. In una Gerusalemme dell’ultimo secolo, sullo sfondo delle tormentate vicende della Palestina e dello Stato di Israele, si dipana un’epica saga familiare, fatta di quattro generazioni di donne, legate da un maledizione, quella di dover generare delle femmine. Ma andiamo con ordine. Capostipite di questo volitivo gineceo è Mazal, che in ebraico vuol dire Fortuna, adolescente orfana che viene data in sposa a un giovane dal promettente futuro. Durante la liturgia del mikveh (luogo del bagno rituale prematrimoniale), qualcosa va storto, è il primo segnale funesto. Resta incinta, partorisce una bambina, Sarah (“Regnante”): “Era nera e brutta come una delle scimmie che aveva visto in un libro di disegni biblici…”, il marito la ripudia, non prima di aver spaccato in due un napoleone d’oro e averle dato una metà. Con determinazione Mazal si dedica alla cura della figlia che diventa bellissima: non è più sola, al suo fianco c’è Gheula, compagna di vita e di talamo. Alla morte delle due madri Sarah si ritrova sola, corteggiata dai timorati della heshivà (scuola rabbinica), ma il suo cuore appartiene a un giovane inglese che l’ha fotografata il giorno del suo quattordicesimo compleanno, e che non ha più rivisto. Conosce un ragazzo, Avraham, figlio unico di un ricco commerciante di tappeti, lo sposa. Nasce Yitzhak, bello ma autistico. La coppia ha un’altra figlia, Pnina Mazal, passano tre anni, Sarah si imbarca per Gerusalemme con i bambini, da sola. Durante la traversata incontra il suo lontano amore vestito da coloniale, diventano amanti, anche se lui è già sposato. Pnina Mazal ha un grande dono: può leggere nei pensieri della gente, è l’unica a comunicare con il fratello, sposa un ultraortodosso, rimane vedova e partorisce Gheula (“Salvezza”). La bambina è svezzata da una donna palestinese, che ha un figlio, Muhammad, con il quale crescerà, diventando un avvocato idealista sempre in difesa della causa del popolo a cui appartiene la sua balia. Violentata da un gruppo di studenti della Torah, genera una bambina Amal, ultima di questa discendenza femminile. É proprio Amal (che significa “lavoro”, o “fatica” in ebraico, e “speranza” in arabo), a rompere l’incantesimo di questo matriarcato, a chiudere partorendo un maschio la catena di una genealogia tutta al femminile. Gli uomini di questo romanzo, evocativo, realistico e immaginifico come quelli di Gabriel Garcia Marquez e di Isabel Allende, sembrano – tranne qualche rara eccezione – , dei puri epifenomeni procreativi, delle parentesi biologiche. Senza cadere nell’apologia del femminismo. “Quattro madri” ha il pregio di raccontare senza retorica la fatica del vivere del sesso debole in una comunità comunque cadenzata dalla religione, e il tentativo quotidiano, universale di cercare di essere libere in una società di libertà.

 

Giulia Borgese, IO DONNA SUPPL. CORRIERE DELLA SERA
– 02/09/2000

 

Quattro madri di Shifra Horn

 

“Sono nata nel letto di ottone della mia bisnonna Sarah nell’estate del 1948. Le salve dei cannoni giordani salutarono il fatidico evento con adeguati rumori di sottofondo”. Quattro generazioni di donne raccontate dalla rappresentante della quinta, Amal. AL centro sta Sarah, la bellissima, dai lunghi capelli di seta, anche un po’ maga che, con un’inesauribile capacità d’amore, vive i momenti cruciali della storia tormentatissima di quella città e del suo popolo, e li ricorderà per la giovane pronipote. Ma, alle origini, c’è una maledizione.

 

IL MESSAGGERO

 

Maledizione al femminile nel cuore di Gerusalemme

 

Amal vuol dire in ebraico lavoro, in arabo speranza. Un nome troppo pesante per una bambina. La scrittrice israeliana Shifra Horn, nel suo primo romanzo, “Quattro Madri” (Fazi, 299 pagine, 25.000 lire), narra la storia di quattro generazioni di donne, durante l’ultimo secolo a Gerusalemme. Una maledizione ha segnato la stirpe: essere abbandonata dal marito appena nata la prima figlia. Anche Amal subisce lo stesso destino, ma spezza la catena partorendo un figlio maschio.

 

Renata Salvarani, LIBERO

 

Le quattro madri

 

I melograni, che in questa stagione si vendono per le strade dei villaggi del nord e sui banchi dei mercati di Gerusalemme, sono da sempre i simboli più illuminanti di Israele: racchiudono insieme, nella polpa carnosa, centinaia di grani rossi, portatori di nuove vite e nuove verità, tutte diverse. Nel romanzo di Shifra Horn a germinare esistenze, destini e generazioni sono i corpi delle donne che, come una scorza, avvolgono il fluire dell’esistenza del giovane stato ebraico. “Quattro madri”, appena pubblicato in Italia da Fazi, racconta un universo tutto al femminile, denso di afrori, sensazioni inebrianti e dolori che straziano, nel quale, all’interno della stessa famiglia si incrociano vicende individuali che hanno accompagnato i grandi sconvolgimenti della Terra Promessa, dalla presa di coscienza dell’identità sionista, fino quasi ai giorni nostri. In un intreccio narrativo visionario e sensualissimo, talvolta persino eccessivo, che sembrerebbe avvicinare la scrittrice al mondo latinoamericano della Allende e di Marquez, si svela invece, pagina dopo pagina, una dimensione intimamente ebraica, intrecciata di tradizioni e ritualismi orientali, che sconfinano in esiti surreali di grande suggestione. A legare le protagoniste, raccontate dall’ultima loro discendente, Amalya, è infatti una sorta di maledizione, che le condanna ad essere abbandonate dai mariti subito dopo la nascita di una figlia femmina. Fra una pergamena di divorzio e l’altra, dopo sparizioni senza una parola, fra un uomo che muore e un altro che arriva dal mare, il punto fermo resta la casa matriarcale. Tutte, prima o dopo, vi tornano, nel quartiere ebraico di Gerusalemme, fra le stanze con i pavimenti di pietra e il cortile chiuso tra le mura, con un gelso gigantesco che nemmeno i turchi affamati a caccia di legna, incalzati dagli inglesi nel 1917, sono riusciti ad abbattere. Ma la vera casa è la città, che nelle pagine della Horn rivive attraverso i suoi odori di menta, di escrementi di cavallo, di pane appena cotto, di rose; viene rievocata attraverso i vicoli che riecheggiano di malignità e dicerie; risuona del brusio avvolgente del suk che si dilata negli spazi scuri dei negozi, da cui gli sguardi dei bottegai vanno ad appoggiarsi viscidi sulle fattezze delle donne che passano… Gerusalemme, cuore di Israele, è la terra stessa, tomba e, insieme, ventre morbido che germoglia. La si può lasciare, ma il suo richiamo è, infine, sempre il più forte. Così avviene quando la bellissima Sarah si imbarca per trasferirsi nella ricca comunità ebraica di Salonicco con il marito; vi resta qualche anno, ma poi, con i suoi bambini, abbandona l’uomo che non la desidera più. Riprende la rotta per Samos, Patmos, Kos, Rodos, Mersin e Alessandretta (“nomi che riecheggiavano come una tenera e suadente melodia d’amore”), fino al porto di Jaffa, e poi, con la vecchia ferrovia, su fino alle montagne della città di Davide, dove l’aspettano le prove più umilianti, ma anche le gioie più intense. Lo stesso è per sua figlia, Pnina Matzal, dotata del dono strarodinario di comunicare in più lingue, che da ragazzina va negli Stati Uniti entusiasta del mondo che le si apre davanti e di tutto quello che potrà imparare. Poi però finisce per riapprodare sulle banchine sotto le mura arabe da cui era partita. Ripercorre i vecchi binari, e, da interprete, mette il suo tesoro di conoscenze al servizio della Babele di etnie e religioni che affollano il suo paese e che il protettorato britannico stava cercando, invano, di dominare. Negli anni, quel groviglio di diversità e di promiscuità culturali non ha fatto che crescere, per la sovrapposizione continua di alyot verso la terra promessa, da Europa, Africa, India, Yemen, dai paesi del Golfo Persico e della mezzaluna fertile… Le protagoniste di “Quattro madri”, tutte sabra vedono i loro destini intrecciarsi con quelli di invasori, turisti, pellegrini, e soprattutto con gli olim, gli immigrati ebrei, sempre più numerosi in una patria che cresce. Anche la loro Gerusalemme, così onirica e passionale, attraversata da superstizioni, presagi, stelle comete e sempre attanagliata dalla paura di un nuovo pogrom, mostra le tracce di quelle ondate. La sua espansione urbana resta sullo sfondo delle vicende, che, lungo le generazioni, si dipanano dal nucleo della città vecchia, ai quartieri ottocenteschi di Nahalat Ahim e Rehavya, agli edifici eleganti dell’American Colony e del monte Scopus, fino alla foresta di insegne industriali di Talpyot di oggi. Fra quelle vie, ora strette e tortuose, ora alberate e inondate di sole, ora sbarrate dai check point durante l’occupazione giordana, si sviluppa una narrazione lontanissima da qualsiasi retorica, che vive di particolari, di oggetti e di sensazioni, ma che riesce, in filigrana, a fare percepire tutte le tensioni dell’Eretz Israel di oggi. Nella quotidianità delle protagoniste la convivenza con gli arabi è un dato di fatto. Quando, sopraffatte dalla fatica o dal dolore delle loro difficili esistenze, non hanno voglia di fare da mangiare, comprano dai palestinesi focacce riempite di formaggio e olive, da dare ai bambini. E proprio la fame della figlia neonata costringe Pnina Matzal, magrissima e impegnata in ufficio, ad affidarla a una balia di un sobborgo musulmano, alla quale resterà unita da un legame istintivo e incancellabile. Questo non impedisce alla Horn di rendere palpabile il terrore degli ebrei minacciati dalle rivolte arabe, barricati in casa e avvolti nel silenzio, né di evocare le sassaiole, tragiche stazioni di un dramma non ancora concluso. Una pietra lanciata da un ragazzino, destinata a un giovane di una yeshivà che si avviava al Muro Occidentale, finisce per fracassare il cranio dell’amante americano di Sarah ormai anziana, straziando così di lacrime i suoi ultimi anni. Ma le lacerazioni di Israele non sono solo etniche e politiche: dividono gli stessi semi rossi racchiusi nella scorza dei rimonim. Nel romanzo (pubblicato in ebraico nel 1996, a pochi mesi dall’assassinio di Yitzhak Rabin), la dicotomia fra sefarditi e aschenaziti resta in secondo piano, per lasciare spazio piuttosto a quella fra il mondo laico dell’egualitarismo dei diritti e quello religioso, sempre più emergente, soprattutto a Gerusalemme. Amalya, la narratrice, nella sua sofferta ricerca di quel padre di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare, arriva ad intuire che la sua esistenza è frutto di una violenza subita da sua madre, ma – e lo capisce soltanto alla fine – non da un arabo: da studenti di una scuola rabbinica ultraortodossa, ubriachi dopo la festa di Purim. Questa scoperta, che va ad aggiungersi per lei all’abbandono del marito dopo la nascita di suo figlio, non blocca il suo desiderio viscerale di alimentare il ciclo dell’esistenza e delle generazioni, nello straordinario caleidoscopio del melting pot israeliano. Se Gerusalemme – per usare le parole di Yehoshua – è un città senza inconscio, che esterna tutto e fa divampare le tensioni, ancor più lo è quella evocata dalle parole di Shifra Horn: dopo poche pause che amplificano le emozioni, il racconto riprende a scorrere travolgente, sul ritmo di avvenimenti in cui la vitalità prende il sopravvento su ogni logica e ogni morale. Amalya è consapevole che gli uomini sono accidenti temporanei, che causano sofferenza ma donano nuove vite. Va a comprare un gelso maschio per il cortile della casa di famiglia perchè un’altra vecchia pianta che lo ombreggiava possa ancora dare more. Poi ricomincia a cullarsi nel grande letto d’ottone che era stato di sua bisnonna e di sua madre: il suo destino e il suo corpo sono di nuovo aperti, come le bucce dei melograni che germoglieranno dopo l’inverno. E così come è tragicamente aperto il futuro di Eretz Israel.

Quattro madri - RASSEGNA STAMPA

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Quattro madri
Collana:
Numero Collana:
35
Pagine:
304
Codice isbn:
9788881121397
Prezzo in libreria:
€ 12,00
Data Pubblicazione:
31-10-2000

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