Emanuel Carnevali

Racconti di un uomo che ha fretta

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A cura di Cacho Millet
Traduzione di Maria Pia Carnevali

Fu Ezra Pound a fare per la prima volta nel 1925 in Italia il nome del poeta e scrittore fiorentino Emanuel Carnevali che imparò l’inglese leggendo le insegne commerciali di New York e ne fece ben presto la sua lingua di elezione. Mezzo secolo più tardi, nel 1978, in occasione della comparsa della raccolta dei suoi scritti, Il primo Dio, il ragazzo toscano che era scappato di casa e si scoprì poeta lavando i piatti in un ristorante di Manhattan, venne finalmente conosciuto e accolto in Italia come un singolare caso letterario. Poi più nulla o quasi. Fazi Editore ritorna a fare ora il suo nome, proponendo ai lettori italiani il suo capolavoro, la trilogia dei Racconti di un uomo che ha fretta, edita nel 1920 e composta da Melania Piano, del quale è protagonista la zia che “soffrì anche da morta” e che narra il dolore antico delle donne attraverso l’alternarsi di prose e poesie, Colomba, in cui l’autore, sposatosi a 19 anni, racconta la fine del suo brevissimo matrimonio, e infine Casa, dolce casa, la short story più coraggiosa e definitiva di tutta l’opera di Carnevali. Negli altri scritti riuniti in questa raccolta, Diario bazzanese e Lettere al padre, il lettore leggerà non più il “Rimbaud americano”, ma “l’uomo che ha fretta”, ora prigioniero di una grave forma di encefalite letargica, costretto a far ritorno in patria e ad avere bisogno di cure.
La cura del volume è del giornalista e scrittore argentino, Gabriel Cacho Millet, studioso di letteratura contemporanea, in particolare di Dino Campana, Luigi Pirandello, Jorge Luis Borges, Primo Conti. Di Carnevali ha curato l’epistolario con Benedetto Croce, Giovanni Papini e Carlo Linati (Voglio disturbare l’America, 1980) e altri scritti (Saggi e recensioni, 1994; Diario bazzanese e altre pagine, 1994).
«Non offendetemi chiamandomi “scrittore” e io non vi chiamerò macellaio droghiere cameriere dottore uomo d’affari ladro e assassino».

RACCONTI DI UN UOMO CHE HA FRETTA – RECENSIONI

 

Piero Di Domenico, CORRIERE DI BOLOGNA
– 01/06/2008

 

Certosa “by night” – Concerti tra i sepolcri

 

 

 

Davide Brullo, LA VOCE DI ROMAGNA
– 08/02/2008

 

Storia di “Em” Carnevali, il genio dei due mondi

Il Rimbaud d’America amico di Ezra Pound

 

 

Antonio Corbisiero, OGGI 7 MAGAZINE
– 26/03/2006

 

Il poeta che “aveva fretta”

 

“RACCONTI di un uomo che ha fretta”, pubblicato di recente da Fazi, è un libro prezioso per capire e conoscere meglio un poeta tra i più interessanti della letteratura italoamericana, Emanuel Carnevali. Lo ha curato con amorevole passione Gabriel Cachi Millet, scrittore di origina argentina che vive da molti anni in Italia e che nei suoi studi si è già interessato del poeta “Em” come lo chiamavano i suoi amici intellettuali americani, tra cui Harriet Monroe che pubblicava a Chicago nei primi decenni del Novecento la rivista “Poetry”, di cui Carnevali fu vicedirettore e lo scrittore Tennessee Williams.
Carnevali nacque a Firenze il 4 dicembre 1897 per poi emigrare giovanissimo, nel 1914, in America. Di lui si era già occupato in Italia l’Adelphi che, nel 1978 fece uscire un libro carico di emozioni “Il primo Dio”, curato dalla sorellastra del poeta Maria Pia Carnevali, dopo che un distinto signore americano bussò un giorno alla sua porta e le consegnò materiali inediti (saggi, poesie, articoli) sull’attività del poeta. Era il direttore del coro del Metropolitan di New York, David Stivender, che aveva ricostruito minuziosamente la carriera letteraria e la vita del poeta negli Stati Uniti e aveva raccolto un’ampia mole di materiale conservata ancora oggi nel Fondo Stivender a New York.
Emanuel Carnevali racconta con trasporto ed efficacia la sua disgraziata esperienza d’emigrazione, gli anni disperati a fare mille mestieri, la sua attività di scrittore e le sue amicizie letterarie nel Nuovo Mondo e il suo ritorno in Italia, nel 1922, portandosi dietro il peso di un’insopportabile malattia, l’encefalite letargica. Entrò in una clinica privata di Bologna, villa Baruzziana, grazie alla generosità dell’amico Robert Mc Almon che gli fece pubblicare in America “A Hurried Man” che uscì a Parigi nel 1925 dalla Contact Editions. In una testimonianza toccante racconta che l’andò a trovare e lo vide quasi impiegato in due, sopraffatto dalla scopolamina che prendeva in dosi massicce per attenuare l’incessante tremore delle membra. Ma trovò in lui una lucidità impressionante nel rievocare il periodo trascorso in America.
Ricordava nomi, fatti, date di quel periodo in cui provò gli abissi della povertà e la disperata malattia. Era quasi giunta la fine per il poeta maledetto che aveva preso a calci la vita eppure l’aveva amata tanto da scrivere saggi, articoli e poesie profonde e cariche di umanità. A Bazzano, vicino a Bologna, che oggi custodisce presso l’archivio storico le carte di Carnevali, dsi recarono in pellegrinaggio a fargli visita Ethel Moorhead, Ernest Walsh, Dorothy Dudley Harvey, Harriet Monroe, Edward Dhalberg, Ezra Pound e Kay Boyle che scirsse nel 1967 “The Autobiography of Emanuel Carnevali”. Morì a Bologna l’11 gennaio del 1942 in ospedale strozzato da un pezzo di pane.
Poco prima ad un giornalista del “Resto del Carlino” che lo intervistò e che cercava tra le carte un’immagine sacra, un santino, confessò di non credere in Dio e che la cosalo rattristava molto “perché la fede, disse, poteva alleviare di molto la mia grave malattia”.
I “Racconti di un uomo che ha fretta” rendono oggi giustizia a questo grande e sfortunato autore e il titolo di questo libro suona emblematico, come dell’uomo , del poeta che andava sempre di fretta perché sapeva che non aveva molto da vivere. Questi scritti raccolti nel libro furono pubblicati per la prima volta su riviste americane.
Il primo si intitola ”Melania Piano” ed è la storia della zia materna di Carnevali, una donna che incarnava nella disperazione della sua vita il dolore di tutte le donne del mondo; il secondo, “Colomba”, racconta la storia d’amore con la giovane moglie Emily Valenza, conclusasi il giorno in cui i due giovani raccolsero una colomba, che morì la mattina seguente. Il terzo si intitola “Casa dolce casa”. seguono altri scritti brevi, un diario del 1928, anno che Carnevali trascorse a Bazzano.
Il libro si conclude con un carteggio con il padre Tullio da cui traspare il rapporto sempre difficile che ebbe con il genitore e alcune testimonianza, tra cui quella della sorellastra Maria Pia. Gabriel Cacho Millet confessa: “Mentre ero al lavoro chino sulle carte ho scritto ombre sollecite che mi erano accanto”. Forse anche quella di Emanuel Carnevali.

 

Carla Benedetti, L’ESPRESSO
– 23/03/2006

 

Festa di Carnevali

 

Il racconto, quando è grande, è anche poesia e anche filosofia. Una meravigliosa “incapacità” di separare tecnicamente i generi di discorso rende luminosi i racconti di Emmanuel Carnevali pubblicati ora per la prima volta in italiano. Pienezza, rapidità, audacia, energia nel perseguire il culmine, libertà da schemi letterari e di pensiero. Eppure di questo straordinario scrittore italiano in lingua inglese non c’è quasi traccia nelle nostre storie letterarie. Mai espatrio linguistico è stato più simile a un esilio. Beckett si mise a scrivere in francese, ma restò scrittore irlandese. Lo stesso vale per l’ungherese Kristov. L’Italia invece ignora Carnevali. Fu Ezra Pound a parlarcene per la prima volta sul “Corriere delle Sera” del 1925. Poi il silenzio fino al 1978, quando Adelphi pubblica “Il primo Dio”, un volume che raccoglie il romanzo autobiografico omonimo, poesie, racconti e saggi. Poi di nuovo silenzio. Carnevali scappò dall’Italia e dal padre a 17 anni, nel 1914. si imbarcò per New York senza un soldo e senza conoscere le lingua. Fece il lavapiatti e lo spalatore di neve. Tre anni dopo, mandò alla prestigiosa rivista “The Poetry” alcune poesie in inglese con queste parole: “Voglio diventare un poeta americano perché, nella mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura”. La rivista le pubblica, vince un premio, collabora ad altre riviste. Così Carnevali, ad appena vent’anni, entra nel centro più vivo della ricerca poetica americana, e la colpisce al cuore, influenzando le sue linee future. William C. Williams gli dedica nel 1920 un numero della rivista “The Others”. Ammalatosi di encefalite letargica rientra in Italia nel ’22, dove passerà da una clinica all’altra fino alla morte, avvenuta nel ’42, all’età di 45 anni. “Di tutte le attività umane l’unica utile è l’arte”, scriveva Carnevali contro i poeti tecnicismi americani e la loro “incapacità di essere parte combattente del mondo che li ha espulsi”. Oggi la forza della sua scrittura ci giunge intatta, senza che nessun Verlaine italiano gli abbia appiccicato su l’etichetta limitante del poeta maledetto.

 

Antonio Spadaro, VITA PASTORALE
– 01/03/2006

 

La storia di un uomo

 

 

 

Paolo Mauri, LA REPUBBLICA
– 11/02/2006

 

Carnevali scrittore fantasma

 

 

 

Massimo Gatta, IL DOMENICALE
– 22/10/2005

 

Carnevali il poeta-uragano

 

 

 

Gian Paolo Serino, STILOS
– 14/02/2006

 

Un corpo a corpo con l’esistenza

 

 

 

DIVA E DONNA
– 17/01/2006

 

Libri

 

Una vita straordinaria per uno straordinario, poco conosciuto scrittore: quella di Emanuele Carnevali, italiano fuggito a 16 anni a New York all’inizio del secolo, è un’incre-dibile epopea che ora rivive nei Racconti di un uomo che ha fretta

 

Gianluca Sirri , IL MUCCHIO SELVAGGIO
– 01/02/2006

 

Racconti di un uomo…

 

Nel 1995 uscì il secondo album dei Massimo Volume, Lungo i bordi. Il brano d’apertura si chiamava Il primo dio ed era dedicato a Emanuel Carnevali; autore morto di fame nelle cucine d’America. e a recitare quello splendido testo in un crescendo strumentali era Mimì Clementi. Che poi sarebbe diventato scrittore, probabilmente grazie a Carnevali, eletto tragico padre letterario. Dieci anni dopo esce Racconti di un uomo che ha fretta libro necessario per chi aveva già letto il fondamentale Il primo dio, la cui prima edizione a cura di Adelphi risaliva al 1978. Un uomo che ha fretta, costretto dalla malattia ad andar piano. Così si descrisse Carnevali; e di sicuro nulla può dipingerlo meglio delle sue stesse parole. Nato nel 1897 a Firenze e fuggito a New York appena sedicenne per allontanarsi da un padre violento. Imparò l’inglese leggendo i cartelloni pubblicitari e creò una sua versione di quella lingua, personale e potente. Dotata di un’urgenza incredibile, sempre poetica ma estremamente cruda. Messa al servizio di una vena autobiografica che lo colloca all’inizio di una strada su cui poi passeranno scrittori come John Fante e Charles Bukowski. Non scrisse mai in italiano, mai fino alla morte che arrivò l’11 gennaio 1942 in una clinica per malattie mentali bolognese. Questo libro ci consegna un altro po’ di Carnevali, attraverso racconti e pagine sparse, Il diario bazzanese, le lettere al padre, le testimonianze di chi l’aveva conosciuto (tra cui William Carlos Williams) e le note del giornalista Gabriel Cacho Millet. Le pagine sono dense, struggenti e talvolta tragicomiche. E la storia che raccontano è quella di uno scrittore fuori dagli schemi, sempre alla ricerca, illuso e disilluso. Che arrivò pieno di sogni nelle camere ammobiliate e nelle cucine d’America per poi finire in un letto di Bazzano. Fino a diventare un incredibile tesoro senza patria.

 

Manuel Graziani, RUMORE
– 01/01/2006

 

Libro del mese – Racconti di un uomo che aveva fretta

 

Chi lo aveva mai sentito prima Emanuel Carnevali? Nel 1978, a trentasei anni dalla sua morte, Adelphi aveva pubblicato Il primo dio ma, diciamolo, se non ci fosse stato Emidio Clementi a riportarlo alla luce forse non avremmo mai saputo dell’esistenza di Carnevali. Il bel romanzo di Mimì, L’ultimo dio, prendeva le mosse proprio dalla vita e dall’opera del poeta/scrittore italoamericano, così come questi noti versi in musica: “Emanuel Carnevali/morto di fame/nelle cucine d’America/sfinito dalla stanchezza/scrivevi./E c’è forza nelle tue parole./Sopra le portate lasciate a metà/i tovaglioli usati/sopra le cicche/macchiate di rossetto/sopra i posacenere colmi/sapevi di trovare l’uragano.” (da Il primo dio dei Massimo Volume).
La vita di Carnevali è di per sé un romanzo. Nato a Firenze nel 1987 da genitori separati, ha vissuto con una zia e la madre morfinomane che morì quando lui aveva 11 anni. Nel 1914, appena sedicenne, sbarcò a New York per inseguire il sogno della poesia in quel nuovo mondo dove imparò la lingua leggendo le insegne commerciali. Nel 1917, solo per avere un tetto sotto cui stare, sposò un’emigrata piemontese che abbandonò quasi subito. Tra mille lavoretti (cameriere, spalatore di neve, garzone, ecc.) arrivò a trovare una lingua tutta sua, uno strano slang asciutto ed essenziale, impregnato dell’odore della strada ma anche della visionarietà di Campana e della poetica di Rimbaud, che gli permise di pubblicare su piccole ma agguerrite riviste americane. Nel 1922, dopo essersi ridotto a mendicare per campare, anche a causa di una misteriosa malattia, tornò in Italia dove rimase, sballottato da una pensione ad un ospedale, fino alla morte nel gennaio del 1942. L’encefalite letargica non gli permetteva di scrivere a macchina per più di due ore al giorno, ma ciò non gli impedì di redigere il Diario Bazzanese in cui tratteggio i personaggi di quel paese nel bolognese con descrizioni fulminee e acute: la sfacciataggine della signora Rossi, l’intelligenza del giovane meccanico Piumi, il vigore dell’infermiere Gilio. La vera forza narrativa di Carnevali sta però nella trilogia Racconti di un uomo che ha fretta. Nella triste descrizione della fine dell’amore, rappresentata con estrema delicatezza evocando la morte di una colomba (Colomba). Nella pretesa di esistere e di far parte della società americana “Sono senza casa e ne voglio una.” (Casa, dolce casa!). Nello struggente racconto che scava dentro le viscere della sua formazione spirituale e che sembra scritto da John Fante con una pistola piantata alla tempia (Melania Piano).
Il volume, curato in maniera certosina dal giornalista e scrittore argentino Gabriel Cacho Millet, è impreziosito dalle Pagine sparse di Carnevali, brevi racconti scritti tra l’America e l’Italia, da Sette testimonianze accorate di chi ha lo conosciuto e amato e dalle Lettere al padre: l’odiato e amato Tullio Carnevali, un irreprensibile ragioniere-capo di prefettura che prima condannò le aspirazioni poetiche del figlio e poi si vergognò di quel giovane gravemente ammalato da compatire e tenere recluso. “In questa stanza, ebbra del mio passato, dormo e passo la maggior parte del mio tempo. Un uomo che ha fretta, costretto dalla malattia ad andar piano. La mia macchina per scrivere attende sempre le mie dita. Essa e il grammofono danno un tocco di meccanicità all’aspetto della stanza”.

 

Alberto Toni, IL GIORNALE DI SICILIA
– 19/01/2006

 

Novità in libreria

 

 

 

Giuseppe Marcenaro, TTL – LA STAMPA
– 10/12/2005

 

Partito da Firenze, l’uomo che ha fretta farà il lavapiatti a Manhattan

 

 

 

Andrea Molesini, ALIAS – IL MANIFESTO
– 10/12/2005

 

Collage frenetico d’un americano nuovo

 

 

 

Renato Minore, IL MESSAGGERO
– 01/12/2005

 

Carnevali: un Rimbaud in giro per New York

 

 

 

Giuseppe Montesano, L’UNITÀ
– 28/11/2005

 

Carnevali, l’italiano che scriveva americano

 

 

 

IL GIORNO
– 23/11/2005

 

Dall’Argentina in cerca di pagine rare

 

 

 

Carlo Donati, IL GIORNO
– 23/11/2005

 

Morte e resurrezione di un poeta maledetto

 

 

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Racconti di un uomo che ha fretta
Collana:
Numero Collana:
93
Pagine:
194
Codice isbn:
9788881126903
Prezzo in libreria:
€ 15,00
Data Pubblicazione:
11-11-2005