Hitomi Kanehara

Serpenti e piercing

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Traduzione di Alessandro Clementi

Romanzo d’esordio della appena ventenne Kanehara, Serpenti e piercing ha creato un terremoto nel panorama letterario del Sol Levante, ricevendo unanime plauso della critica e del pubblico. Trasformarsi in serpenti è possibile? Niente di più facile, basta inserirsi un piercing nella lingua, sostituirlo di volta in volta con uno di dimensioni sempre maggiori e, quando sulla punta non sarà rimasto che un filino di carne, intervenire con un taglio chirurgico (o casalingo) e il gioco è bell’e fatto. Una lingua biforcuta con le due estremità perfettamente mobili e indipendenti da sbattere in faccia al mondo che ci circonda. Rui è una ragazza di diciannove anni che una sera, in un locale, incontra Ama, ragazzo punk tatuato e pieno di piercing. Affascinata dalla lingua biforcuta di Ama, si fa accompagnare da lui nel negozio di Shiba, dove senza esitazioni si fa inserire un piercing nella lingua con l’obiettivo di dividerla poco a poco. Come a voler fuggire da qualcosa, Rui, che intanto ha iniziato a convivere con Ama, si addentra sempre di più in quel mondo sotterraneo e stringe di nascosto una violenta relazione sessuale anche con Shiba sviluppando un irrefrenabile desiderio masochista di essere uccisa da lui. In una società che si ritrae dal versare il proprio sangue e che distoglie l’occhio dal dolore altrui, l’opera di Kanehara ha una funzione che trascende il puro valore letterario.

«Hitomi Kanehara è diventata un’icona della cultura pop giapponese».
«New York Times»

«Quando ho letto il romanzo la prima volta mi ha colpito la sua “tristezza”. Non si tratta del mondo dei suoi giovani protagonisti, è piuttosto l’intera opera che fa della tristezza un’astrazione. Solo un vero talento può riuscire a scrivere un romanzo del genere»
Ryu Murakami

SERPENTI E PIERCING – RECENSIONI

 

Stefania Vitulli, IL FOGLIO
– 25/10/2008

 

Lolite scatenate

 

 

 

Laura Magnetti, GIORNALE DI BRESCIA
– 17/03/2008

 

Donna Geisha no Geisha

 

 

 

MESSAGGERO VENETO
– 08/03/2008

 

Anche la danza parla di trasgressione

 

 

 

Laura Pugno, IL MANIFESTO
– 04/03/2008

 

Simulacri di donne inquiete dal Giappone ipertecnologico

 

 

 

MESSAGGERO VENETO
– 29/02/2008

 

“Geisha, no Geisha” attorno al Giappone

 

 

 

Claudia Provvedini, CORRIERE DELLA SERA
– 28/02/2008

 

Giappone, donne e non più geishe

 

 

 

Rita Ferrauto, TRIBE
– 01/09/2007

 

Un sms ti intratterrà

 

 

 

Eliselle, BLUE
– 01/06/2005

 

Serpenti e piercing

 

Un’autrice di appena ventidue anni, che è già un’icona della cultura pop giapponese. Un libro di grande impatto fisico e mentale, che indaga i meccanismi delle modificazioni corporee ormai entrati a far parte del quo-tidiano e degli onori della cronaca di questi ultimi anni. Hitomi Kanehara, irrequieta ragazzina trasforma-tasi in scrittrice talentuosa, ha conquistato critica e pubblico e vinto il prestigioso premio Akutagawa con questa sua opera prima, Serpenti e piercing, dove racconta la storia di Luì, una “fighetta” diciannovenne che per amore e ossessione si ‘trasforma in “punk”. Incontra Ama in un locale, un ragazzo tatuato e con lin-gua biforcuta, perde la.,resta e decide di seguire le sue orme. E’ quindi grazie a lui che incontra Shiba, tatuato-re di professione, che le buca la lingua con un piercing e inizia a covare istinti sadici nei suoi confronti. La ra-gazza intreccia una storia con entrambi, convivendo con Ama, introverso e possessivo. e frequentando a sua insaputa Shiba, con cui fa sesso nel suo negozio, appagando il proprio desiderio di provare dolore. Luì non ha pazienza, vuole dividere in due la lin-gua, e allarga il piercing anticipando i tempi, sanguinando e percependo il corpo attraverso il male fisico. Le sue sensazioni si trasmettono al lettore, che vive con lei angoscia e sofferenza. E la sensazione di perdere come lei, lentamente ma inesorabilmente, la propria identità.

 

Silvia Montagnoli, IDEA TATTOO
– 01/06/2005

 

Serpenti e piercing

 

Serpenti e piercing è stato definito il manifesto della nuova generazione underground giapponese a Gitomi Kanehara, classe 1983, la sua autrice di punta: l’anno scorso con questo suo primo breve romanzo è diventata la più giovane scrittrice che abbia mai vinto il prestigioso premio Akutagawa. Serpenti e piercing è un libro che fin dalle prime pagine promette di essere forte, nero e per nulla rassicurante. Tutto ruota attorno a Louis, la protagonista diciannovenne, e alla sua ossessione per la body modification, scatenata dall’incontro con Ama, mezzo punk e mezzo teppista, dalla lingua biforcuta. Circondata da amici-amanti con piercing e tatuaggi, il suo si rivelerà un percorso estremo, nel quale si fonderanno sesso sadomaso, lucido metallo, sangue, lacrime e piacere. La giovane generazione che esce dalle pagine della Kanehara è traballante, debole, pericolosamente sospesa tra un passato di forti valori e tradizioni e un futuro che si preannuncia insicuro. Sembra che il sole del Sol Levante non brilli più alto nel cielo, ma sia oscurato da una nube pesante che copre tutto lasciando ognuno solo a se stesso. Doverosa una critica alla descrizione della pratica del piercing alla lingua. L’autrice, oltre a definirlo il più doloroso dopo quello ai genitali lo fa mettere ad uno dei suoi personaggi tramite la pistola: il piercing, perché possa definirsi tale, deve essere inserito nella parte del corpo prescelta esclusivamente con l’ago.

 

Chiara Valentina Dehò, PIG MAGAZINE
– 01/07/2005

 

Serpenti e Piercing

 

Libro rivelazione in Giappone, scritto dal-l’ esordiente e giovanissima Hitomi Kanehara, considerato una vera e propria pietra miliare della cultura giovanile, la testimonianza della nuova generazione underground dei giovani nipponici. A dire la verità, mi aspettavo qual-cosa di più dissacrante e provocatorio, mentre alla fine, si tratta dell’ennesima storia d’amore. Un po’ malata, certo, ma se ci si pensa bene questo e abbastanza normale visto che l’inquietudine è il pane della nostra generazione. Così, la tristezza morale che permea il romanzo sembra scomparire solo attraverso il dolore fisico. Una lettura comunque piacevo-le, dove si evince che l’oriente non e poi così lontano come sembra.

 

 

GIOIA
– 08/08/2005

 

Lingue biforcute

 

Melissa P. in salsa Japan, ovvero con ampie spruzzate di masochismo, tatuaggi e piercing estremi, come quello da brivido che consiste nel mettere alla lingua piercing via via più grossi, finché, orrore, la punta si divide in due, come quella di un serpente. C’è questo e molto altro nella storia di Liù, diciannovenne giapponese (come la sua osannata autrice) che sperimenta l’amore, il sesso e soprattutto l’arte di modificare il corpo, per sentirsi onnipotente, -assieme al fidanzato punk e al maestro tatuatore.

 

 

Gabriella Grasso, COSMOPOLITAN
– 01/05/2005

 

Japan mon amour

 

Hitomi Kanehara ha 22 anni ed è una vera ribelle. Dopo aver mollato la scuola, ha vissuto un’adolescenza turbolenta, durante la quale si tagliuzzava le braccia e a 15 anni se n’è andata a vivere col fidanzato.
Il suo primo libro, Serpenti e Piercing (Fazi, € 12), riflette questa inquietudine. La stessa che pervade un’intera generazione di giapponesi i quali, rinnegata la tradizione, faticano a trovare nuovi valori e si concentrano sul corpo: da manipolare con piercing e tagli, da soddisfare con il sesso violento. E infatti, lo stretto rapporto tra amore e dolore è raccontato anche in Hotel lris (Tropea, € 16) della quarantatreenne Yoko Ogawa: storia del rapporto sado-maso tra la giovane Mari e un uomo più grande di lei. Sempre in tema di sesso, a fine maggio esce XXX Manga (Mondadori, € 8,40), raccolta di disegni erotici jap, curata da Berbera & Hyde. Se, giunta a questo punto, ti senti già una fan della letteratura del Sol Levante, procurati Una promessa d’estate di Fujino Chiya (Einaudi, €-9,50), uscito qualche mese fa e ambientato nel mondo gay. E annotati questi titoli che arriveranno da noi l’anno prossimo: Kafka On The Shore di Haruki Murakami (Einaudi) e Tokyo Soup di Ryu Murakami (Mondadori). Infine, se leggi in inglese, ci sono due libri di culto non ancora tradotti in italiano: Vibrator, di Mari Akasaka (www.amazon.co.uk, € 8,68) e la ghost story Strangers, di Taichi Yamada (su www.amazon.com, circa € 7,65).

 

Emanuela Cerri, TRIBÙ
– 01/09/2005

 

Hitomi Kanehara

 

Ci si può innamorare di una lingua resa biforcuta da un piercing “rimaneggiato”? O del tatuaggio di un unicorno? Sì, come ci si può innamorare di uno rimorchiato in un locale una sera a Tokyo e andarci a vivere insieme la notte stessa.
Louis si innamo-ra del particolare più che dell’in-sieme, della pelle prima che della persona. Louis, che porta questo nome in onore di Luois Vuitton, sembra annoiata da tutto finchè non trova nella “cura” di un piercing un entusiasmo mai provato.
Capisce che la modificazione del proprio corpo la rende viva, così come le atten-zioni “particolari” del suo tatuatore-fora-tore di fiducia che alterna manie omicide a richieste di matrimonio.
In una Tokyo glamour e tinta di noir si consuma la storia di Louis e Ama, finchè qualcosa non va per il verso giusto. . .
In Giappone il libro della Kanehara ha venduto 500.000 copie nel primo mese. Lei ha vent’ anni, è inquieta e cinica. E per questo ci piace.

 

Pierluigi Properzi, IL SALVAGENTE
– 16/06/2005

 

Giapponese e masochista

 

C’èquesto libro dalla coper-tina nera, bella come sono belle le cose pensate da chi ama ciò che fa. Lo rigiri tra le mani, stai per as-saggiare le parole nuove, e intanto pensi a Hitomi Kanehara (nella fo-to), questa ragazza giapponese che l’ ha scritto, a migliaia di chilometri da te. Nata nel l 983, esordisce ad ap-pena vent’anni con Ser-penti e piercing (ora tradotto in Italia per Fazieditore, 200 pagine, 12 euro) diventando nel 2004 la più giovane scrittrice che abbia mai vinto il prestigioso premio Akutaga-wa, vendendo nel solo Giappone più di mezzo milione di copie. La storia: una diciannovenne giapponese, Luì, si lascia convincere da Ama, il ragazzo serpente incontrato in un locale, a praticare anche su di lei lo split tongue. Si chiama così la pratica che porta ad avere la lingua biforcuta come quella di un serpen-te, da qui il titolo del romanzo: Serpenti e piercing, appun-to. Inserendo piercing via via sempre più grandi nella lin-gua, alla fine si divide l’ultima parte della punta ancora uni-ta con del filo interdentale…
Nel libro – meglio che ve lo diciamo subito- si trovano istruzioni dettagliate per aspiranti lingue biforcute, operazione che ognuno avrebbe piacere di consi-gliare a certe persone di propria conoscenza. Ma basta, Luì non perde tempo con l’ ironia, lei gioca un gioco molto duro con la vita. Passatempi talmente sanguinolenti, che chi non ama l’estremo sfo-glierà le pagine interrogan-dosi sul perché di tante cruente operazioni.
Anche il sesso clandestino e senza inibizioni con il sadico Shiba, l’amico tatuatore del fidanzato di Luì, ha poco di eroti-co e sensuale: sembra servire principalmente da sfogo ai rispettivi desideri di sottomissio-ne. E ce n’è un bel po’, in questo romanzo, di sesso estremo e sa-domaso. La protagonista trova scariche più violente nel dolore masochista che in un orgasmo: “Ebbi la sensazione di essere da un’altra parte, che mi guardavo da lon-tano. Non posso credere a niente. Gli unici momenti in cui riesco a percepi-re chiaramente di essere viva è quan-do provo dolore fisico”.
La protagonista non vuole un posto al sole: “Voglio darmi fuoco in un mondo di oscurità, fino all’ultimo brandello”. Non vuole figli, rifiuta la possibilità di generarne: “Avrei solo voluto abitare un mondo sotterra-neo, dove per lo meno non arrivasse la luce del sole”. Chissà quante lettrici e lettori italiani la seguiranno in questa via tenebrosa.

 

Letizia Cini, LA NAZIONE
– 23/06/2005

 

Il corpo vuol comunicare. Con la lingua biforcuta

 

 

 

Bia Sarasini, IL SECOLO XIX
– 27/04/2005

 

Luì e Mari, ragazze giapponesi nell’abisso di amore e violenza

 

 

 

Benedetta Cucci, IL RESTO DEL CARLINO
– 19/06/2005

 

Scrive come Manga

 

 

 

Laura Pugno, IL MANIFESTO
– 24/04/2005

 

Lampi di acciaio sulla nuda pelle

 

 

 

Maria Pia D’Orazi, IL FOGLIO
– 18/06/2005

 

Serpenti e percing

 

 

 

Ilaria M. Sala e M. Capuani, D- LA REPUBBLICA DELLE DONNE
– 26/03/2005

 

Giapponesi da scandalo

 

Al Man literary festival di Hong Kong, dove a metà marzo è tra le principali attrazioni dell’anno, la ventunenne Hitomi Kanehara, magrezza inquietante e volto carino, due occhioni bistrati di nero con pesanti ciglia finte e i capelli di media lunghezza tinti “color tè”, ha passato un bel po’di tempo a mostrare la lingua al pubblico. Non uno sberleffo, ma una performance concessa spesso e a grande richiesta: l’unico modo di convincere i fan che lei, a differenza della protagonista del suo best seller da un milione di copie Serpenti e piercing, vincitore l’anno scorso del prestigioso premio giapponese Akutagawa, davvero non ha la “lingua biforcuta” come risultato di un’estrema body modification, la pratica estetica, erotica e sadomasochistica attorno alla quale è costruito il romanzo e il suo impatto mediatico dirompente.
Perché sotto i riflettori del festival di Hong Kong, davanti al mondo riunito dell’editoria orientale e al suo pubblico che la ascolta quasi in trance mentre che la ascolta con un filo di voce il prossimo romanzo, più disturbante del precedente, Hitomi Kanehara sta in realtà affrontando l’esame più importante della sua folgorante carriera: la presentazione della traduzione del suo romanzo, prima in inglese e subito dopo nelle altre lingue europee (quella in italiano uscirà pubblicata dall’editore Fazi fra una decina di giorni). Una specie di prova generale dello sbarco in Occidente alla testa di un’ondata di giapponesine trasgressive, amorali e crudeli, annunciato fin dalla corrispondenza con la quale l’autorevole New York Times aveva commentato l’anno scorso la sua vittoria al premio Akutagawa.
Il quotidiano americano aveva parlato di Kanehara e della vincitrice del primo premio ex equo Risa Wataya come campionesse letterarie della “generazione post-baburu” (baburu è la “grande bolla” economica scoppiata con fragore alla fine degli anni Ottanta), ma più della sociologia a colpire erano i temi dei romanzi.
Serpenti e piercing gioca pesante con i limiti dell’accettabile e i suoi protagonisti appaiono quasi incapaci di provare emozioni, o almeno di esserne consapevoli. Che si tratti di sesso sadomaso o di omicidi, di cene al ristorante o di una birra fra amici, tutto procede in tono monocorde sulle pagine del volumetto fino all’agghiacciante apoteosi finale, anch’essa raccontata con il massimo distacco.
L’indifferenza emotiva e morale non arriva a coprire l’indifferenza forza narrativa di una nuova voce un po’ nichilista e un po’ bruciata, ma ne costituisce comunque la cifra. Che riappare, in chiave più ironica, in Install, primo romanzo della diciannovenne Risa Wataya: i due protagonisti, una liceale e un bambino delle elementari mago del computer, marinano insieme la scuola per lavorare in una chat room erotica, nella quale interpretano assieme il ruolo di una donna sposata di facili costumi. Di nuovo, dopo un successo formidabile, più di 800 mila copie vendute e la trasposizione in una serie per la tv.
Kanehara, che seguirà di persona l’esportazione in Occidente del suo romanzo (a maggio sarà all’Auditorium di Roma e a una festa già annunciata dall’editore Fazi), fa mostra di stupirsi del proprio successo: “Quello di cui sento la necessità di scrivere non è interamente accettabile per il grande pubblico, secondo me, eppure ricevo moltissime lettere di lettrici che mi dicono di riconoscersi nei miei personaggi. In particolare, ricevo lettere di ragazze che mi dicono di fantasticare di essere uccise dal loro amante”.
Siede composta sotto i riflettori, muovendosi secondo i cliché della femminilità giapponese, ovvero senza mai troppo i gomiti dal corpo, sbattendo le ciglia finte e lisciandosi i capelli, e intanto racconta di sé: “Come molti dei miei coetanei, sono cresciuta senza aspettarmi niente dalla società, che vivo solo come una forza conformista, che chiede a tutti di essere uguali, di avere dei valori nei quali la mia generazione non crede”. Per lei, spiega, il peggio che possa succedere a un essere umano è di “non riuscire a sviluppar le proprie scelte individuali”, fossero anche quelle autodistruttive dei suoi personaggi.
O di quelli adolescenti di Yoko Ogawa, un’altra scrittrice giapponese già quarantenne (e anche lei vincitrice, quasi quindici anni fa, di un premio Akutagawa), che con un romanzo più recente in via di pubblicazione in Italia (Hotel Iris, l’editore è Marco Tropea ed esce a giorni) va ad aggiungere un tassello alla galleria annunciata di gioventù disastrate provenienti dall’Oriente. La diciassettenne Mari del romanzo di Ogawa incontra l’uomo che le sarà fatale nell’hotel gestito dalla madre in un’indefinita località di mare. E’tardi e nella stanza 202 scoppia un trambusto che sveglia i clienti. Una prostituta in età da pensionamento esce scandalizzata, insultando l’uomo con il quale stava. Lui le intima con voce “forte, dal tono profondo…come una nota di violoncello o di corno”: “Chiudi il becco, puttana”. Per Mari “l’inflessione di quell’ordine” evoca un destino: vittima e carnefice si riconoscono al volo, basta un tono dalle vibrazioni metalliche. Verrà iniziata al sesso dal vecchio laido, che la umilia in ogni modo, la lega con stringhe di gomma come un insetto infilzato da un entomologo, la frusta, la trasforma in una serie di oggetti inanimati.
Ancora più avanti- per meglio dire più indietro, nell’abisso di perversioni clamorose ma superficiali come la pagina di un manga porno – sembra destinata a spingersi proprio Kanehara, che durante l’incontro con i suoi lettori al festival di Hong Kong racconta in un sussurro il suo secondo romanzo, Ash baby, forse pr farsi perdonare da loro la delusione di non esibire una lingua da serpente, ma solo i lobi ancora deformati da quando vi aveva inserito, in varie tappe di piercing, dischetti di dimensioni improbabili (chi, neofita, volesse impratichirsi dei dettagli tecnici, troverà tutte le informazioni necessarie nel romanzo).
Le uniche borchie che all’incontro porta addosso sono quelle di strass e lustrini che si arrampicano sugli stivaloni neri al ginocchio con tacco a spillo in metallo, e per il resto sfoggia un’ aria il più possibile clean, con jeans attillati e una tunica nera, e un’espressione forse un po’ timida, un po’indifferente, con appena un accenno di impaccio.
Ma il tema del suo secondo lavoro è ancora più scabroso del viaggio nell’autolesionismo fisico e mentale di Serpenti e piercing, dato che mette in scena i fantasmi della pedofilia, sempre in una narrazione quasi piatta e scrupolosamente attenta a rimanere freddamente amorale.
Anche in Ash baby la voce narrante è quella di una giovane ragazza, che osserva il suo coinquilino, il ventenne di cui è innamorata, perdere la testa per un bebé di sei lesi. “No, non ci sono scene di sesso”, rassicura Kanehara, “ma il motivo per cui mi sono occupata di piercing estremo, prima, e poi di pedofilia, è perché in entrambi i casi si tratta di ossessioni, desideri impellenti che da parte mia non comprendo, ma mi incuriosiscono, e scriverne è il mio modo di esplorarli2;
In giapponese l’eufemismo utilizzato per descrivere la pedofilia è “rori-con”, che sta per “complesso di Lolita”, ed è con queste parole dal suono quasi innocente che si esprime Kanehara: “Ho dei conoscenti che ne sono affetti, e che vanno on line per procurarsi quello di cui hanno bisogno. Ho trovato che fosse una cosa straordinaria, che di nuovo volevo cercare di capire scrivendone. Non credo che si possa generalizzare su niente, non voglio dare giudizi si valore su nulla, neanche su questo”.
Ha un attimo di perplessità, Kanehara, solo alla domanda se non teme di rendersi propagandista delle perversioni che senza confini descrive, dando loro addirittura una patina di glamour. Sospira, e con fatalismo obietta: “Tutto dipende dalla persona…Se uno è pedofilo, non lo è certo diventato per aver letto un libro di successo, e lo stesso vale per il body piercing più estremo”.
Ma la domanda resta sospesa nell’aria, e c’è da scommettere che in futuro non se la caverà facilmente così.

 

Hitomi Kanehara, IL MESSAGGERO
– 07/06/2005

 

Io che amo solo me per il momento

 

FUORI stava spuntando l’alba, ho preso una sigaretta e me la sono accesa. Appena ho aperto la finestra è venuto dentro un vento freddo, e ogni singola parte del mio corpo ha reagito a quella sensazione di gelo. Che freddo, che freddo, che freddo! Ma si può sapere cosa vuoi da me?! Che vuoi, eh? Che vuoi?! Devo chiudere la finestra?! Mi hai rotto le palle! Sei tu che vuoi fumare, e perciò io te lo so facendo fare. A me non me ne frega niente di fumare, capito?! Lo sto facendo soltanto perché sei tu che lo vuoi. Ma mica lo capisci tu, eh? Sei proprio una bastarda! Se vuoi chiudere la finestra, te la chiudi da sola. Con me non la spunti! Puoi anche farti venire la pelle d’oca, puoi pure crepare di freddo, ma non ti aspettare che sia io a chiuderla quella cazzo di finestra! E se fai casino, giuro che ti ammazzo. Ti ammazzo, ah! E non solo posso farti fuori… Io ti fotto e poi ti uccido! Lo posso fare, sai?! Muori, vomita, sbraita, a me non me ne frega niente! Io sono come uno spettatore che può toglierti di mezzo in un colpo solo, facilmente. Ma anche un aggressore che appare dal nulla e ti fa fuori, altrettanto facilmente. Ti ammazzo perché mi dai sui nervi, solo per questo. Tu a questo mondo non servi. Che fai se ti ammazzo, ah?! Ridi?! E certo che ridi, eh? Se sono io che ti ammazzo, non puoi non ridere, eh? E se ti guardo che ridi, io riderò ancora di più! Perché tu non sei altro che me. Il fatto che tu viva, la tua stessa esistenza è ridicola! E come potrebbe non esserlo visto che continui a vivere anche se da un momento all’altro io potrei ucciderti? Ma è ancora più ridicolo che fino a oggi non mi sia mai saltato in mente di farlo. Mi sarebbe bastato pensarlo per un solo attimo, e l’avrei fatto, così su due piedi, perciò devi ringraziare il cielo se in questi ventidue anni non mi è mai passato per la testa. Pensaci, sei fortunata a vivere ancora. Ma lo sai cosa significa vivere? Dai, forza, perché non provi a spiegarmelo un po’, con la mente bacata che ti ritrovi? Perché continui a tacere?! Non capisci niente! Se non ci fossi io, saresti perduta! Come fai a farti venire la pelle d’oca e a supplicarmi di chiudere quella maledetta finestra! Basta, sparisci! Ho gridato e afferrato il coltello da frutta che ho usato ieri per mangiare l’arancia. Me lo sono piantato nella parte interna della coscia sinistra. Il mio corpo è insorto. Una rivolta! Se però è vero che è la mente che domina il corpo, allora dovrei essere capace di ucciderla non solo fisicamente ma anche spiritualmente… Non me ne frega niente, mi va bene tutto. Ora devo solo pensare se all’ospedale è meglio andarci con il coltello conficcato nella coscia o se faccio bene a toglierlo. No, no, se mi sono presa i nervi non riuscirò manco a camminare. Che faccio? Io devo essere pazza. Perdo la testa per un attimo e mi ficco un coltello nella carne…Sì devo essere proprio pazza, pazza da legare! E ora che faccio? Se chiedo a qualcuno di chiamare un’ambulanza ci faccio la figura dell’idiota! E se chiamo io un’ambulanza o un taxi è anche peggio;
Mmh, sono proprio un’idiota, un’idiota completa. Urlando mi sono estratta il coltello dalla coscia. Il sangue mi è schizzato forte sulla faccia, lasciandomi di stucco. Una ferita che sputa sangue…Mentre penso, le lenzuola del mio letto si fanno sempre più rosse. Mi sento veramente bene. Che meraviglia.
Non riesco quasi a immaginare che questo rosso sia sgorgato dal mio corpo. E’bellissimo. Se il mio sangue è così bello, perché io devo essere tanto sudicia? Perché ero una frana in matematica? Perché non sono mai stata capace di capire la letteratura classica? Perché non so leggere nel cuore della gente? Quando ho realizzato che non esiste niente e nessuno che mi ama, mi è sembrato come se tutto ciò che mi riguarda mi avesse tradito. Forse sono stata tradita fin dall’inizio, tradita dalla nascita… No, no, non è così: è che nessuno mi ha mai cercata, mai qualcuno disposto a mettersi sulle mie tracce, sì è così, forse nessuno mi ha mai cercata, e non c’è nessun’altra verità. Qualcuno mi cerchi, vi scongiuro! Va bene chiunque… Davvero, va bene chiunque, chiunque! Cercatemi! Ve lo chiedo per pietà, va bene? E preoccupatevi, anche. Preoccupatevi! Preoccupatevi di questo sangue che scorre. Preoccupatevi di me che mi sono piantata un coltello nella carne. Preoccupatevi in qualsiasi modo, ma preoccupatevi… di me. Va bene ogni parola, ma ditemela! Ho capito, basta così, basta così… Che qualcuno mi ami, qualcuno, qualcuno mi ami, qualcuno mi cerchi… Chiunque va bene! Non mi lamenterò, giuro. Mi sono forse lamentata fino a oggi? Se l’ho fatto, perdonatemi… Ma sì che l’ho fatto, eccome! Non faccio altro che lamentarmi, ma solo perché voglio che qualcuno mi cerchi, non ho scelta. E continuerò a farlo, perché non posso fare altrimenti. Sì, non posso fare altrimenti. Non posso fare altrimenti e sto cercando qualcuno. Voglio essere amata! Da qualcuno che non abbia nessun’altra, però. Solo me. Voglio qualcuno che ami solo me. Non m’interessa qualcuno che ama altri all’infuori di me, non va bene e poi non è amore. Dio, solo Dio può amare all’infuori di me. Perché tranne che me e Dio non avrebbe assolutamente motivo di amare altri. Le lacrime hanno cominciato a rigarmi le guance, che vergogna… Ma adesso basta, ne ho abbastanza, non mi amate, non m’importa! Non mi amate, per favore. Non mi amate, capito? Essere amata sarebbe un fardello troppo pesante per me. Non sono degna di essere amata. Sono un essere infecondo. Anche se non mi amate, va bene lo stesso. Se non mi cercate, va bene lo stesso. Non cercate niente, non cercatemi!… Però, anche se solo un poco, interessatevi a me, vi prego. Solo a me…No, un momento, va bene pure se non vi interessate solo a me. Fra tutte le cose cui dedicate il vostro interesse, vi scongiuro, inserite anche me, mi basta un solo millimetro della vostra attenzione, ma datemelo, lo desidero. Sì, lo so, sono un essere per il quale nessuno prova interesse, ma va bene chiunque, chiunque che si interessi un po’ a me. Interesse puro e semplice, niente di più. Io non vi chiedo altro che accordarmene un solo millimetro. Ho detto persino che va bene anche se non sono la sola a interessarvi. Va bene tutto, tutto! Tutto. Purché mi riguardi. Interessatevi a qualcosa di me, di me! Io, capito?! Io! Perdonatemi se io sono io, vi chiedo scusa. Ma io mi piaccio, molto! Non m’interessa nulla all’infuori di me! Perdonatemi, però, eh? Io, è una parola che amo, mi piace! Io, io, io!….Lo ripeto per garantire quantomeno la mia esistenza a uno stato gelatinoso. Se non lo facessi, sarebbe come se io non vivessi, non esistessi…
“Uhhh!”
Ho gridato e mi sono messa a piangere. Mi è sembrato come se la gamba mi facesse male, che ci fosse qualcosa di triste.
“Uuuhhh!”
Ho provato a gridare più forte e mi sono sentita in un certo senso sollevata. Sì, domani amerò qualcuno. Questo, ho pensato.

 

 

TRENTINO
– 07/06/2005

 

Piercing dentro l’anima

 

Definita dal New York Times “icona della cultura pop giapponese”, Hitomi Kanehara (classe 1983) è sicuramente l’autrice di punta della nuova generazione letteraria del suo paese. Ne è testimonianza questo incredibile libro che le ha permesso – lo scorso anno – di vincere i prestigioso premio Akutagawa, conferito per la prima volta ad un’autrice poco più che ventenne. Un romanzo scandaloso che diventato un bestseller vendendo –solo in Giappone oltre un milione di copie. Ne è protagonista Luì, ragazza diciannovenne che una sera, in un pub, incontra Ama, un punk con un dragone tatuato ad una innumerevole serie di piercing sparsi ovunque. Non solo: ciò che lo contraddistingue è la lingua, biforcuta come quella dio un serpente. Per Luì la scoperta è sconvolgente e diventa un’ossessione al punto di partire lei stessa per una sorta di “body modification”. Sarà, pensa Luì, il suo modo per gridare al mondo la sua inadeguatezza, il suo disagio, la sua sofferenza. Inizia così un viaggio attraverso un mondo sotterraneo popolato da individui al margine e situazioni limite, e ben presto la cosa le sfugge di mano, portandola a concepire desideri di morte. Un romanzo estremo, dove sesso e dolore, morte e metallo si fondono senza sosta, portando l’attenzione proprio dove ci verrebbe da distogliere lo sguardo.

 

Paola Liberotti, SECOLO D’ITALIA
– 18/05/2005

 

“Serpenti e piercing”, simboli del nichilismo post-moderno

 

E’appena uscito in Italia un libro che ha profondamente colpito (nonché scandalizzato) il Giappone, tanto da attirarsi l’immediata attenzione sia della critica che del grande pubblico: si tratta del romanzo “Serpenti e piercing”, di Hitomi Kanehara (Fazi Editore, pagg. 128; euro 12,00). L’autrice, giovanissima (classe 1983), è attualmente considerata come un’esponente di punta della nuova generazione letteraria giapponese: addirittura, lo scorso anno, proprio con questo libro, è diventata la più giovane scrittrice che abbia mai vinto il prestiogioso premio Akutagawa.
Eccoci dunque di fronte a uno dei debutti nipponici di maggior successo (sia di pubblico che di critica) che si siano visto negli ultimi anni, tanto da aver creato un vero e proprio 2terremoto” nel panorama editoriale del Sol Levante.
Desiderio-bisogno (talora persino esagitato) di trasgressione, qua e là abbondanti “spruzzate” dal colorito schiettamente “splatter” (tanto da ricordare alcuni fumetti assai n voga), visione (o, meglio, non-visione) della vita dipinta a fosche tinte dark (o nichiliste che dir si voglia): mescolate tutto ciò finemente, e si potrà avere un’idea abbastanza precisa di “Serpenti e piercing”, il cui titolo, del resto, è già tutto un programma.
Ma procediamo con ordine, presentando intanto la trama del romanzo (per sommi capi, s’intende…).
La protagonista della complessa vicenda si chiama (o, meglio si fa chiamare) Luì, e, almeno all’apparenza è una ragazza normalissima come tante altre, se non fosse per la perenne irrequietezza che alberga da sempre nel suo animo, ancora così giovane ma (e lo si vedrà drammaticamente in seguito) profondamente segnato da un ‘irreversibile senso di atavica, incolmabile solitudine.
Seguendola nel suo lunghissimo vagare metropolitano, tra amicizie ed esperienze più o meno estemporanee, una sera Luì in un club incontra un certo Ama (dal nome abbastanza oscure pure lui!), un ragazzo punk con un dragone sulla schiena, nonché una gran quantità di piercing sparsi sul corpo.
Particolare ancora più inquietante (ma che non vogliamo svelare in anticipo: chi leggerà vedrà!), Ama si distingue nettamente da tutti i conoscenti di Luì per una caratteristica fisica a dir poco fuori del comune; talmente sconcertante e allo stesso tempo subdolamente affascinante, agli occhi della ragazza, fino a portarla a un’autentica ossessione, da vivere fino in fondo…
A questo punto si assiste via via al viaggio estremo della giovane nei meandri dell’oscuro mondo sotterraneo della cosiddetta “body modification” (intendendo con ciò tutte quelle pratiche, oggi spesso in gran voga, tese a modificare al forma del corpo): tutto questo, per l’infelicissima e sempre più sola Luì, diventa l’espressione stessa del suo disagio assoluto nei confronti del mondo e di se stessa. Ma non solo. Infatti, per il lettore più attento (nonché meno fuorviato dagli aspetti più francamente “splatter” del romanzo), non può sfuggire il desiderio senza freni, per non dire disperato, dei giovanissimi protagonisti di poter finalmente “mandare in corto circuito” tutto quell’onnipresente sistema di controllo, sorveglianza e giudizio che è la società: in primis, proprio quella nipponica, basata su una ferrea e super-efficiente organizzazione a tutti i livelli. Per citare una delle frasi-cult del libro, autentico “manifesto” del nichilismo metropolitano post-moderno: “Se in questo mondo non esiste un posto senza luce del sole, allora sarò io a cercare il modo di farmi ombra”. Ogni commento è superfluo…
Ma torniamo alla trama, che diventa sempre più sconcertante: ben presto la giovane s’invischia in una violenta, morbosa relazione sessuale con il suo tatuatore (o torturatore, come sarebbe più esatto definirlo), dal nome Shiba: e, da quel momento in poi, il tutto prenderà una piega se possibile ancora più oscura…

 

Donatella Trotta, IL MATTINO
– 07/06/2005

 

Il Sol mutante di Kanehara

 

LA nuova “icona” della cultura giovanile pop e underground giapponese è una ventenne filiforme dalla pelle bianchissima, la folta chioma ossigenata in un improbabile biondo mielato, un accurato look anoressico esaltato da mini-shorts rosa shocking, canottiera grigionera di Dolce e Gabbana, borsa Gucci griffata come i sandali dagli alti tacchi a spillo. Neri, come le unghie laccate dei piedi. Si chiama Gitomi Kanehara, è nata a Tokyo nel 1983 e in Giappone è diventata un caso letterario consacrato dall’assegnazione, nel 2004, della centotrentesima edizione del prestigioso premio Akutagawa, vinto dalla sua opera prima, Heby ni piasu che in pochi mesi havenduto oltre un milione di copie, scandalizzando ed entusiasmando pubblico e critica.
Tradotto in italiano da Alessandro Clementi per Fazi con il titolo Serpenti e piercing (pp.128, euro 12), appena uscito anche in edizione inglese in Gran Bretagna e in America, il romanzo è stato molto apprezzato, ed esempio, da uno scrittore giapponese come Ryu Murakami, già regista di un algido film di funebre e perverso fascino, “Tokyo Decadence”, nonché a sua volta premio Akutagawa nel 1976, con il romanzo Blu quasi trasparente, che segnò una svolta nella scena letteraria nipponica: per Muratami, non a caso autore di culto della giovanissima scrittrice (con Eimi Yamada, “scandalosa” autrice di Bad Mama Jama e Occhi nella notte, editi in Italia da Marsilio e con Georges Bataille), Kanehara è infatti “un vero talento”. Capace di delineare nel suo primo libro “il ritratto di un mondo eccentrico, che mette chiaramente a fuoco cosa passa per la testa delle giovani giapponesi di oggi”.
Il mondo descritto da Hitomi Kanehara in Serpenti e piercing è quello ibrido, perverso e mutante delle pratiche di “body modification”, le modificazioni corporee praticate da certa gioventù ribelle e insofferente alle convenzioni sociali: dai tatuaggi ai cheloidi ai piercing più estremi e dolorosi, come lo split tongue, la lingua biforcuta dalle estremità mobili e indipendenti come quelle dei rettili. E’ il mondo della disgregazione (dell’assenza) delle istituzioni sociali simbolo della tradizionale coesione giapponese (la famiglia, la scuola, l’azienda), in una desolante solitudine libica di nuove generazioni figlie della recessione dopo la “grande bolla” economica del Paese, che crescono in bilico tra esperienze erotiche anche sadomaso e noia, tra nichilismo ed edonismo stoico. Ma come è nata questa singolare ambientazione, in una Tokyo contemporanea del disincanto postmoderno, dei localini hip hop, trance e tecno, dei lavoretti part time di una solitaria gioventù “di cristallo” – secondo la felice definizione di Yasuo Tanaka – ripiegata su relazioni orizzontali e minimaliste tra coetanei, dove si dipana “l’educazione sentimentale” della diciannovenne Luì con il compagno punk Ama e il sadico amante tatuatore Shiba, fino agli inevitabili esiti di sesso e morte, dolore e piacere?
Jkanehara ne ha parlato ieri a Roma, dove ha anticipato i contenuti del suo secondo romanzo, Ash Baby, inedito in Italia (ancora una storia di perversioni giovanili, stavolta pedofile), di cui sarà letto da Sonia Bergamasco, con contrappunto musicale di Salvatore Bonafede, uno stralcio stasera alle 21 al Festival Letterature di Massenzio, dove l’autrice nipponica è ospite con la scrittrice serba Natasha radojcic, autrice di Ritorno a casa e Domicilio sconosciuto (editi in Italia da Adelphi). Alla sua “prima volta” in Italia, Kanehara parteciperà poi, domani sera, a un dibattito all’Istituto giapponese di Cultura e, dopodomani alle 18, ad un incontro con i lettori nella libreria Feltrinelli di Largo Argentina. “L’idea del romanzo” dice “mi è nata leggendo una rivista che descriveva e fotografava queste pratiche sul corpo, che mi hanno molto colpito: la lingua tagliata è stato solo lo spunto iniziale da cui è nata la storia, perché non è come un piercing o un tatuaggio, si tratta di mutare una forma. E modificare la forma di un uomo credo sia un diritto che spetti solo a un dio. Conoscere questo mondo è diventata un’ossessione personale, ma non autobiografica, che ha messo in moto le mie intuizioni e la mia immaginazione”,
Se le chiedi per chi scrive, in chi o in che cosa crede, quando ha iniziato a scrivere, che rapporto ha con i classici del Sol Levante ti risponde laconica: “scrivo per me stessa, e credo in me stessa. I classici non li ho letti, tranne il Genij Monogatari nella traduzione in versione moderna. E’ stata la lettura di romanzi contemporanei a invogliarmi all’esperienza della scrittura”. Un passato di ragazza inquieta, di scuole frequentate saltuariamente e poi abbandonate prima del liceo, come la famigli lasciata ad appena 15 anni per andare a vivere col suo ragazzo, Hitomi Kanehara è insomma un’autodidatta che ha iniziato a scrivere dopo essersi avvicinata alla lettura a undici anni, durante un soggiorno di un anno a San Francisco, quando il padre Mizuhuto
– affermato traduttore dall’inglese e docente universitario da lei poi seguito in corsi e seminari -, le portava sporte di libri affinché non si allontanasse dalla lingua madre. Della più celebre “collega” Banana Yoshimoto , anch’essa figlia d’arte, dice di aver letto da piccola il romanzo d’esordio Kitchen, conservando il ricordo di “una sensazione fresca”. E di Roma, apprezzatissima per i suoi monumenti, dice che le è sembrata “un parco giochi, simile alla Disneyland che ho visto a Tokyo”. Incredibile Kanehara, specchio della gioventù giapponese che dopo il suo viaggio tra serpenti e piercing dice di sé: “Anche io, adesso, desidero che la gente mi giudichi dall’apparenza. Se in questo mondo non esiste posto senza la luce del sole, allora sarò io a cercare un modo per farmi ombra”.

 

 

Guido Caldiron, LIBERAZIONE
– 01/05/2005

 

Dentro il Giappone. La via orale al Sol Levante

 

“G”iudicava bellissima una giornata piovosa per ragioni esclusivamente estetiche, come moltissimi giapponesi che a una giornata di pieno sole preferiscono, per gusto proprio, una giornata più sfumata e ambigua, sempre sul punto di tramutarsi in pioggia o sole, con vari e delicati passaggi di luce,ad una netta visione solare”. Quando, oltre vent’anni fa, Goffredo Parise raccolse in un libro i suoi appunti di viaggio sul Giappone scelse di ispirarsi al poeta Saito ryoku che aveva spiegato come “l’eleganza è frigida”. Lo scrittore veneto, prendendo alla lettera quell’osservazione, costruì una narrazione della realtà nipponica tutta giocata sulla sottrazione dei sentimenti,sulla rarefazione dei sentimenti, al punto da affermare che “molta letteratura, pittura e perfino cinema giapponese si prestavano al gioco della sessualità, ma c’era in giro e nell’aria troppa forma ed eleganza, dunque artificio, perché la sessualità e la sensualità prendessero molto spazio”.
Solo qualche anno dopo Parise, l’antropologa Alessandra Castellani tracciò le sue “poetiche zen di una metropoli” in I ragazzi di Tokio, ribaltando completamente quell’immagine lontana e “gelida” del paese asiatico. “Oggi il Giappone raggruma inquietudini diverse, contraddizioni di fine millennio – spiegava Castellani alla fine degli anni Novanta –L’immagine del sol Levante è un paese fiorente, al di là delle ricorrenti crisi economiche e di un clima politico mutevole (…) Il Giappone odierno fa mostra anche di un’unicità vincente e impenetrabile, di rapporti gerarchici basati sul sesso, sull’età e sulla razza (…) L’immagine del Giappone degli anni Novanta riproduce preoccupanti che riguardano il mondo intero, profondamente differenti rispetto a quelle del decennio precedente”.
Se queste sono le suggestioni che ci sono arrivate nel corso degli anni da due “viaggiatori” italiani in Giappone che più diversi e lontani tra loro non potrebbero essere, viene da chiedersi quanto di questi appunti ci può servire per comprendere l’oggi di quel paese. Che cosa sia ora il Giappone è infatti davvero difficile da dire, anche se si può ovviare a questa difficoltà ricorrendo al più classico degli escamotage “narrativi”. Il numero di copie vendute da un libro o la quantità di articoli o interviste dedicate a un determinato autore, non sono necessariamente un buon metro di misura per comprendere il valore dell’uno come dell’altro. Anche se possono, talvolta, dire qualcosa della realtà nella quale questi fenomeni si producono. Due autrici giapponesi, diverse per generazione, per timbro narrativo, per stile e anche per atmosfere evocate, ci indicano da questo punto di vista una strada, vale a dire quella di leggere la realtà del paese asiatico attraverso l’iniziazione sessuale di due giovani donne. Yoko Ogawa con Hotel Iris e Hitomi Kanehara con Serpenti e piercing, proponendo implicitamente due romanzi di formazione, divenuti rapidamente dei best seller a Tokio, tendono in realtà a definire lo scenario di un mondo, lo spaccato intimo di una società in ebollizione, la cui rivolta – chissà cosa direbbe Parise a proposito – passa proprio per il corpo. Ma, allo stesso tempo, c’è in questa ribellione la traccia di antiche schiavitù alla forma, quasi un rituale di sottomissione e di dominio che dal gioco intimo dell’erotismo tende a trasformarsi in pratica sociale, assumendo le sembianze di segni riconoscibili sul corpo, di un codice miniato dipinto sulla porosità della pelle come mappa da conoscere obbligatoriamente. Lo specchio di un mondo dominato dal controllo sociale, dal suicidio elevato a forma d’arte, a supremo gesto estetizzante – e qui non si può dare torto a Parise, senza però nulla negare al fascino morboso di un artista-suicida come Yukio Mishima, si riflette sulle vicende delle protagoniste dei due romanzi che fanno entrambe i conti con le loro continue ossessioni, con prigioni emotive nelle quali scelgono consapevolmente e con compiacimento di rinchiudersi.
Mari, che con la madre gestisce l’Hotel Iris, pensione vagamente equivoca in una località della costa giapponese, scopre il proprio corpo pian piano, spiando quasi i clienti dell’albergo. Così la sua iniziazione all’amore avverrà nel segno di un incontro violento, di un rapporto di dominio, nel più classico degli intrecci tra sesso, amore e morte. Yoko Ogawa, considerata una delle più importanti narratrici giapponesi contemporanee, descrive con toni secchi, privi di eccessi, il percorso di Mari verso un destino tragico, quasi tracciasse con mano leggera ma ferma la scena di una catastrofe.
Di vent’anni più giovane Hitomi Kanehara non teme invece l’iperbole di un racconto la cui trama passa letteralmente per il corpo, attraversa la pelle, lacera i tessuti e l’anima dei personaggi. Piercing e tatuaggi, annegati nell’underground giovanile del Sol Levante, sembrano la testimonianza estrema di una lunga tradizione orientale proiettata in un mondo di Manga osceni. L’ultimo samurai questa volta non è solo una splendida donna, ma rischia letteralmente di entrarvi dentro.

 

 

: Alessandra Rota, LA REPUBBLICA
– 06/05/2005

 

Il piacere della tortura

 

Le cucine un po’ ossessionanti del primo romanzo di Banana Yoshimoto, Kitchen, manifesto della cultura rivoluzionario-minimalista degli anni ‘80, sono un delicato ricordo se confrontate con i “simboli” di Hitomi kanehara, classe ’83, nuova icona della cultura pop, sembra, dei giovani nipponici. Con il suo Serpenti e piercing (Fazi, pagg. 121, euro 12) ha già venduto più di un milione di copie. Hitomi è praticamente nata quando la Yoshimoto ha debuttato: tutte e due ventenni hanno conosciuto il successo ma l’unico tema che (forse) le lega, è quello della solitudine. Mikage era solo al mondo, Louis, protagonista di Serpenti, si isola dal mondo, cercando un’identità attraverso la “body modification”. Il racconto è intriso di lacrime, sangue, sperma, e questa abbondanza di fluidi corporali lo avvicina a un’altra storia diventata un best seller, Platonic Sex (Rizzoli) di Iijima Ai, versione molto più hard dei Cento colpi di spazzola della nostra Melissa P.
Che succede, solo in Giappone speriamo, quando una ragazza diciannovenne incontra, una sera in un club, un punk coetaneo che, oltre a un dragone tatuato sulla schiena, piercing ovunque, la cresta rossa, ha la lingua biforcuta, ottenuta con un complicato e doloroso procedimento? Succede che anche lei vuole entrare a far parte di quelli della “split tongue”, vuole diventare insomma una donna-serpente attraverso una mutilazione. Comincia così un percorso dentro l’inferno, un viaggio nel mondo sotterraneo di chi usa aghi e chiodi. La grandezza del foro (alle orecchie, in bocca, sui genitali) ha una precisa unità di misura che si chiama “gauge”: 00g corrispondono a 9 millimetri e mezzo; più è largo il buco, più aumenta il piacere. Ama (l’iniziatore) e Shiba (il “tatuatore-torturatore”) nel libro sono i due “maschi” che si contendono la femmina con una ritualità tribale che si trasforma sempre e comunque in violenza: sadismo, sodomia, fellatio imposta sono la quotidianità, come l’alcol, l’anoressia, perché “se in questo mondo non esiste un posto senza la luce del sole, allora sarò io a cercare il modo di farmi ombra”dice Louis-Luì. Dall’altra parte ci sono i “fighetti”, griffati dalla testa ai piedi, con il mito degli Usa e dei soldi, ma non maciullati dai metalli. Per quelli dello split-tonge invece ci sono masochismo e assoluta mancanza di paura: perforazione e penetrazione sono gli unici atti in grado di offrire emozioni. Nemmeno il dolore di una perdita scuote dall’apparente indifferenza la donna-serpente. Ama, che aveva le caratteristiche per essere un surrogato di un sentimento, viene ammazzato, quasi con le stesse modalità usate da De Negri, il canaro della Magliana e lei, Louis, che ci ha convissuto anche se brevemente, più o meno si comporta come Rossella O’Hara quando si consola dell’abbandono di Rhett: “Domani è un altro giorno”. C’è da dire che anche lui qualche pagina prima aveva massacrato a pugni un uomo che corteggiava in maniera pesante Liù. Di fatto Serpenti e piercing rinnova e rivede quella “mortificazione della carne” (corone di spine, cilici, flagellazioni) di religiosa memoria e la propone come manifesto della generazione underground giapponese. Contenti loro…

 

Alessandra Contin, TTL SUPPLEM. DE LA STAMPA
– 07/05/2005

 

Fichetta e punk nella Tokyo trendy

 

SERPENTI e piercing sulle radici del sole malato. Lei si fa chiamare Luì in onore a Louis Vuitton. Lei è una fichetta.
Il termine fichetta ha un’importanza fondamentale nella narrazione di Serpenti e piercing. Alessandro Clementi che ha tradotto il romanzo di Hitomi kanehara, direttamente dal giapponese, non poteva scegliere parola più appropriata.
Fichetta è l’ideogramma che visualizza un genere femminile preciso, una nuova specie radicata anche nell’immaginario occidentale. Lei è quella che tinge i lisci capelli scuri di biondo, si fa la permanente, porta minigonne dai tessuti plastici e dai colori squillanti, è la bambina manga per antonomasia, preda designata e carnefice incosciente.
La fichetta trova il suo habitat naturale a Harajuku, quartiere trendy di Tokyo, e non si fa problemi a vendere il proprio corpo per permettersi un paio di Converse All Starsi vintage.
Il corpo che per Luì diventa l’ultima e l’unica barriera da contrapporre al mondo, senza consapevolezza, prima con una serie di buchi ai lobi, poi la dilatazione usando piercing sempre più grandi da 16G a 00G, infine incontrando lo split tongue.
Lui si fa chiamare Ama, da Amadeus, Ama di cognome e Deus di nome. Lui è un punk che ha praticato sul suo corpo lo split tongue. La tecnica è semplice, si inizia praticando un piercing sulla lingua e lo si dilata sino a quando non resta che un sottile lembo di carne, infine si pratica un’incisione.
Ama ha la lingua biforcuta. Ama ha la lingua di un serpente, la cosa più bella che Luì abbia mai visto. La modificazione estrema, un viaggio nel dolore, che Luì vuole percorrere fino in fondo.
L’altro si chiama Shiba-san ed è il sadico proprietario del Desire, una bottega di body art. Shiba è un dio, perché solo gli dei possono mutare la naturale forma dell’uomo.
Luì, Ama e Shiba intrecciano i loro destini in Serpenti e piercing, romanzo d’esordio della ventiduenne autrice Hitomi Kanehara. Novella che ha vinto l’edizione 2003 del nipponico Akutagawa, il prestigioso premio letterario che in 130 anni dalla sua fondazione non era mai stato assegnato a una autrice così giovane. Ma la giovinezza rappresentata dalla Kanehara è profondamente malata e va oltre all’estrema apatia inscenata da Bret Easton Ellis in Meno di Zero.
I protagonisti prendono forma in un gioco di prospettive, sullo sfondo una Tokyo piatta, in primo piano i corpi e la negazione dei desideri, soprattutto il disincantato della generazione post-bubble ( ba-buru ), l’esplosione della bolla di sapone speculativa che ha lasciato in regalo a un’intera generazione occhi lacrimanti. Uno sguardo annebbiato e l’impossibilità di comunicare con un tessuto sociale adulto ma altrettanto disilluso. Sono i fratelli scomodi degli shinjinrui, non più <>, ma aliena, a Tokyo come a Kyoto hanno abbandonato la scuola e vivono di lavori saltuari, consumano voracemente e velocemente mode, sesso e sakè, con l’unico imperativo di non porsi alcuna domanda. Sono gli altri di Serpenti e piercing, dove la tradizione è un’eco fatta di antiche leggende e dragoni tatuati sulla schiena, dove la pornografia è l’unica merce che si vende ancora bene nelle strade del quartiere a luci rosse di Yoshiwara.

 

SILVIA PEGORARO , IL MESSAGGERO
– 15/05/2005

 

La lingua biforcuta della ragazza Rui

 

“NON posso credere a niente. Non posso sentire niente. Gli unici momenti in cui riesco a percepire chiaramente di essere viva è quando provo dolore fisico”.
Questa frase racchiude perfettamente la dimensione umana e letteraria di Serpenti e piercing , di Hitomi Kanehara, classe 1983, il nuovo caso letterario in Giappone, dove il libro è uscito nel 2004, arrivando a vendere 500.000 copie in un mese.
In italiano è appena uscito da Fazi Editore di Roma (pagg. 121, 12 euro), nella traduzione di Alessandro Clementi e con un’interessante veste grafica ideata da Maurizio Ceccato. La giovane scrittrice ha scelto come protagonista del suo romanzo d’esordio – a sfondo in parte autobiografico – una coetanea, Rui, anoressica e semialcolizzata, che tira a campare con lavoretti occasionali, tipo versare cocktails ai ricevimenti. Il nome “Rui” deriva da “Louis Vuitton”: sintomo dell’odierno effimero giapponese, di un’identità labile, che s’annulla nello shopping (in un paese realmente, psicologicamente colonizzato da marchi come Rolex, Chanel, Prada, Versace, ecc.). Ma Rui non è neppure uno di quegli “individui-moda” inquadrati in veri e propri gruppi chiusi (le cosiddette sekuto fashion , “sette di moda”), nonostante la sua volontà di “essere giudicata dall’apparenza”.
Nessun ideale, nessun interesse, nessun desiderio, nessuna passione, se non quella per la cosiddetta “body modification”, legata ai piercing e ai tatuaggi. Somma aspirazione di Rui è ottenere la “split tongue”, la lingua biforcuta dei rettili, attraverso una pratica di piercing spinta al limite: forare la lingua sino a spaccarla in due lembi di carne.
Perfetta incarnazione di una cultura “estrema”, legata al disagio e allo spaesamento giovanile nella società metropolitana della globalizzazione. Incarnazione che però conserva un carattere fortemente segnato dalla tradizione culturale giapponese, oltre che dai suoi tentativi di ibridazione con la cultura occidentale. Se, da una parte, il romanzo sembra recuperare un discorso sulla “body modification” già formulato in occidente a partire dagli anni 70, dalla body art e dai gruppi punk, dall’altra è evidente che non si tratta solo di questo, ma è in gioco tutto l’ambiguo e complesso immaginario giapponese.
Un immaginario che sembra, anch’esso, biforcarsi in due sentieri: uno è quello dell’astrazione, dell’eleganza eterea, della rimozione dei corpi e della materia. Qui la corporeità è sentita come un limite: si pensi alla fisicità rarefatta, alla femminilità quasi astratta delle stampe d’epoca Heian. L’altro sentiero porta, invece che all’abolizione della carne in quanto limite, alla sperimentazione dei limiti della carne e al loro superamento nella carne stessa, alla devianza sessuale e tecnologica. O alla rivolta giovanile punk-noise, che sebbene repressa riaffiora nevrotizzata e violentissima, sia dall’underground letterario, artistico e cinematografico degli anni 80-90, e ancora di oggi, sia dall’immenso sottobosco del fumetto popolare nazionale, il manga. I due sentieri si incrociano, nel lavoro di Hitomi Kanehara, dove paradossalmente l’assenza del desiderio si coniuga con l’ipertrofia del desiderio: Rui è indifferente anche al sesso in quanto tale, ma è fortemente attratta da un giovane punk dotato di “split tongue” prima, e da un abile tatuatore con tendenze sadiche, poi. Il primo picchierà a morte un uomo per lei , il secondo sarà più volte sul punto di ucciderla, dietro sua precisa richiesta. Sessualità come forma di morte: tema onnipresente nella tradizione culturale giapponese.
Nella cultura postmoderna che il romanzo esprime, la funzione “estetica” di tatuaggi e piercing incarna un’estetizzazione della violenza e del sangue che è anche un archetipo della cultura giapponese, così come la figura del kirin, il serpente-drago che Rui si fa tatuare sulla schiena. Tutto s’incentra intorno al “vedere” e al “morire”: tutto gravita attorno alle tensioni dello sguardo e del piacere, dell’assenza e dell’esibizione, a testimonianza di un rapporto strettissimo tra amore e morte, tra piacere e dolore.

 

 

Giovanni Zucconi, L’ESPRESSO
– 21/04/2005

 

Eros estremo in Estremo Oriente

 

La donna-oggetto è veramente tale, non c’è nulla di metaforico: diventa sedia, tavolo, pattumiera, perché così comanda lui, l’uomo. Sente trasformarsi il suo corpo nudo stretto dai legacci, sente che le ossa diventano legno, la pelle cuoio, la pancia imbottitura, le braccia braccioli e le gambe zampe, finché al culmine si china e lascia che lui le sieda sopra, e in quel momento la donna-sedia sorride, di dolore e di piacere (di dolore, cioè di piacere). Un’altra donna, anche lei poco più che adolescente, sperimenta un’altra crudele metamorfosi, poco alla volta con piercing progressivi dilata il foro che ha nella lingua, finché non darà l’ultimo taglio e avrà ciò che desidera, una lingua a due punte, biforcuta come quella di un serpente: “Non capivo nemmeno io perché fossi così eccitata”, dice con agghiacciante laconicità. Serpenti e piercing è l’esordio della ventenne Hitomi Kanehara, osannata dal “New York Times” come “icona della cultura pop giapponese”: la vedremo a Roma per il festival Letteratura, il 7 giugno. Nel suo paese ha vinto il premio Akutagawa (nel cui Palamès c’è il Nobel Kenzaburo Oe) e ha venduto oltre un milione di copie. L’editore italiano Fazi (la traduzione è di Alessandro Clementi) la propone come Melissa P. di Tokyo: età a parte, e abbondanza di cronache sessuali esplicitare a parte, “Cento colpi di spazzola” risultava una parodia del porno, mentre qui l’ossessione autodistruttiva è tale che non c’è niente da ridere, e manca anche il lieto fine sentimentaloide.
In entrambi i romanzi, il ritratto sociale è rarefatto, quasi astratto. Sono assenti quelle istruzioni (la famiglia, la scuola, l’azienda) che siamo abituati a considerare come i luoghi della coesione sociale giapponese: qui ci sono individui, talmente soli e spersonalizzati e concentrati nelle loro esplorazioni erotiche che non hanno neppure un nome. La dark girl tatuata e bucherellata di “Serpenti e piercing”, felice di essere stuprata dal suo tatuatore e bucherellatore, convive apaticamente con un ragazzo ma scopre –al dunque, quando l’inevitabile tragedia precipita – Ha neanche vent’anni e parla di sé così: “A casa sua finii prelevata come un piatto d’asporto”, oppure “ogni volta che sto con un sadico”. Parla di sé come di un oggetto logorato dal cinismo e dalle esperienze, che si illumina soltanto quando sfida Dio, arrogandosi il diritto di modificare la forma del proprio corpo, lingua e altro. In Giappone proprio questo viaggio nella body modification è stato uno scandalo nello scandalo (e un successo nel successo), perché alterare il corpo ricevuto dai genitori contravviene al precetto confuciano della pietà filiale. Ma nel mondo truce della ragazza (si chiama Luì) non esistono genitori, né adulti, vive in una bolla giovanile di amori svogliati sesso violento, amiche fugaci, lavoretti saltuari. C’è invece un padre presentissimo nella vita della sua autrice Hitomi Kanehara: traduttore emerito dall’inglese, genitore tollerante quando la figlia abbandonava gli studi e si tagliuzzava i polsi, rilasciatore di compiaciute interviste quando è diventata così famosa da vedere tappezzare Tokyo e dintorni di manifesti con la sua faccia (capelli tinti di giallo, lenti a contatto colorate di azzurro, sei orecchini, minigonna estrema). E lo scrittore Ryu Murakami acclama il romanzo perché “coglie lo spirito e la mentalità di una generazione”. Infatti, “Serpenti e piercing” racconta di corpi fatti a pezzi con adolescienziale acccanimento.

 

 

Federico Confalonieri, LABEL
– 01/04/2005

 

Serpenti e piercing

 

La Melissa P. di Tokio preferisce invece descrivere la ribellione di una nuova gioventù underground attraverso pratiche quali split tongue, piercing, tatuaggi di unicorni e dragoni (senza occhi affinch0 non volino via dal corpo), che ossessionano la vita di Loui e Ama, fino alla fusione di sangue e metallo in un Giappone immerso nel viaggio verso la “body modification”.

 

 

INFORMA LIBRI
– 01/04/2005

 

Serpenti e piercing

 

Trasformarsi in serpente è possibile. Basta inserirsi un piercing nella lingua, sostituirlo di volta in volta con uno sempre più grande e, quando sulla punta non sarà rimasto che un filino di carne, intervenire con un taglio chirurgico o casalingo. Ed ecco una lingua biforcuta con le due estrentià perfettamente mobili e indipendenti da sbattere in faccia al mondo. Rui è una ragazza di diciannove anni e Ama un ragazzo punk tatuato e pieno di piercing. Affascinata della lingua biforcuta e si fa condurre nel negozio di Shiba. Rui che conviene con Ama, stringe di nascosto una violenta relazione sessuale anche con Shiba, sviluppando un irrefrenabile desiderio masochista di essere uccisa da lui.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Serpenti e piercing
Collana:
Numero Collana:
91
Pagine:
128
Codice isbn:
9788881126200
Prezzo in libreria:
€ 12,00
Data Pubblicazione:
14-04-2005