La natura rivoluzionaria dei romanzi di Hilary Mantel

04-12-2020  •   Il blog di Fazi Editore
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Hilary Mantel

In occasione dell’uscita di Lo specchio e la luce, che chiude trionfalmente  la trilogia sui Tudor iniziata con Wolf Hall e proseguita con Anna Bolena, una questione di famiglia, entrambi premiati con il Man Booker Prize, pubblichiamo un estratto dalla guida alla lettura dei due romanzi di Hilary Mantel, scaricabile gratuitamente dal nostro sito.

 

Pochi personaggi della storia inglese hanno una fama peggiore di Cromwell. Ritenuto responsabile della soppressione di monasteri, della distruzione di una gran quantità di libri di inestimabile valore giudicati troppo “papisti” e di avere rivolto la propria furia contro statue, reliquari e ornamenti di chiese in tutto il paese, Cromwell è tradizionalmente considerato un artefice fin troppo implacabile dei cambiamenti del tempo, nel suo forzare a ogni costo la mano del re contro la Chiesa di Roma per attuare la riforma religiosa.

Hilary Mantel, tuttavia, in un’intervista al «Times» del 2013 raccontò come aveva incrociato per la prima volta Cromwell, molti anni prima, in un resoconto che lo ritraeva al tempo in cui prestava servizio nella residenza di Wolsey, in lacrime davanti a un libro di preghiere:

È una di quelle cose che giacciono nelle pagine della storia. Ogni storico che descrive quella scena cita la fonte originale. Ma nessuno di loro ha compreso che si tratta del giorno della commemorazione dei defunti, perciò se lui sta piangendo, è probabile che non sia per una sola cosa. «Uno storico dirà: “Noi ti sentiamo, Cromwell, tu stai piangendo perché Wolsey è caduto in disgrazia e la tua carriera è in pericolo”». Ma di solito dietro una simile esibizione emotiva si nasconde più di una ragione. Il romanziere pensa: «Che altro c’è?». E allora capisci che nell’ultimo paio d’anni lui ha perduto quasi tutti i suoi familiari, e che quel giorno li sta ricordando.

Avendo scritto più volte di grandi personaggi storici, Hilary Mantel ricorda come «la questione, riguardo alla storia, è: “Chi è che mi sta raccontando questo e perché vuole che io ci creda? Se qualcuno è stato sistematicamente demonizzato, ti devi chiedere perché, e se dietro non si nasconda un’altra storia”». E infatti, era così sicura che Cromwell fosse una figura di gran lunga più interessante di come la storia l’aveva sempre dipinto, che era preoccupata del fatto che un altro autore potesse anticiparla nel raccontarla. «Temevo che qualcun altro scrivesse un libro su Cromwell, perché ero convinta che fosse una storia molto potente che avrebbe cambiato tutto ciò che eravamo abituati a pensare sulla corte dei Tudor. Cromwell era sempre stato un personaggio secondario nella letteratura e nel teatro. Ponendolo al centro della scena, tutta quella roba trita e ritrita assume una luce del tutto diversa. Ero sicura che qualcuno mi avrebbe battuto sul tempo».

Ovviamente, di Cromwell si era già scritto molte volte. Negli anni Sessanta due film, Anna dei mille giorni e Un uomo per tutte le stagioni, avevano offerto il ritratto di un individuo spietato, disonesto e vendicativo, mentre nella serie televisiva I Tudors, del 2007, Cromwell mostra un ardente zelo riformista. Appare in innumerevoli libri, film e sceneggiati che ripercorrono un’epoca ricchissima di eventi quale fu quella di Enrico VIII, come colui le cui mani sono macchiate del sangue santo di Tomaso Moro, e fino ai romanzi di Hilary Mantel mai è stato guardato con umanità e comprensione.

In una tavola rotonda con Diarmaid MacCulloch alla British Academy nel 2015, Mantel parlò di quel che stava facendo con il suo Thomas Cromwell, spiegando che fino ad allora il suo personaggio era sempre stato «non una somma di fatti storici, ma di pregiudizi. Informazioni, disinformazioni passate di generazione in generazione tra storici, romanzieri e drammaturghi, senza essere contrastate o poste in discussione». Circa la questione se la sua versione fosse più o meno “corretta” rispetto a quella di uno storico, spiegò la differenza tra le due rappresentazioni:

Penso che gli storici con un approccio più popolare siano portati a giudicare, a fare la pagella di qualcuno, mentre gli storici accademici, osservando Cromwell da una prospettiva diversa, hanno il compito di valutare, di assegnare un posto al personaggio e, tenendo ben fermo lo scenario dei fatti, giudicarlo. Un romanziere non può fare nessuna delle due cose. Per il romanziere lo scenario non è mai immobile, poiché nel momento stesso in cui si cala tra i personaggi, non c’è nessun luogo in cui possa rimanere fermo a valutarli e giudicarli. Quel che il romanziere può fare è pulire bene la lavagna e dire: «Voi non conoscete quest’uomo, ma state per incontrarlo».

Considerando che furono opera sua il rafforzamento dell’autorità del re nel Nord, la presenza di una Bibbia in lingua inglese in tutte le chiese del XVI secolo, il consolidamento del potere nel Galles e le iniziative per migliorare le condizioni economiche e sociali, ad esempio con le leggi in favore dei più poveri, diventa difficile pensare a Cromwell semplicemente come uno zotico avido di potere. D’altra parte, gran parte del fascino dei libri di Hilary Mantel sta nel fatto che le motivazioni di Cromwell non sono mai del tutto chiare, neanche a se stesso. È animato dall’ambizione? Dalla vendetta? Dalla paura? Dalla partecipazione alla sorte altrui? Dall’egoismo? Per l’autrice la risposta è ovvia: quel che spinge Cromwell ad agire è un misto di tutto questo, come capita a ognuno di noi. Nel convegno della British Academy ha modo di chiarirlo: «Quello che intendo ritrarre è l’uomo interiore […] quell’universo che vive di ragioni quasi inconsce, il Cromwell che non conosce se stesso, un individuo che come tutti noi è composto di ciò che è stato, di ciò che è adesso e di ciò che spera di essere».

All’Edinburgh Book Festival del 2012, Hilary Mantel ricordò al pubblico che il suo obiettivo era condurre il lettore direttamente a quei momenti della storia. «La cosa più importante è non giudicare con il senno di poi, non vagliare i fatti dal pulpito del ventunesimo secolo, dalla posizione elevata di chi sa come andarono. Al contrario, bisogna essere là con loro in una battuta di caccia a Wolf Hall, procedere per via di informazioni incomplete e aspettative forse sbagliate, ma in ogni caso andare avanti verso un futuro che non è predeterminato, e dove il caso e l’azzardo giocheranno un ruolo formidabile».

In definitiva, riconosceva che il successo di Cromwell conduceva al contempo alla sua rovina, una rovina che negli anni seguenti il re avrebbe più volte rimpianto. Al di là di tutte le voci e i miti, concluse l’autrice, da un certo punto in poi vi fu nella carriera di Cromwell un’irrefrenabile ossessione. «Una volta che si è cominciata a salire quella scala, non ci si può fermare, non c’è un punto in cui trovare un equilibrio. Si può solo continuare a salire, mentre giù in basso le persone scuotono la scala, così che molto spesso – e bisognerebbe ricordarselo quando si analizzano i fatti a posteriori o in base a giudizi morali – alla fine dei conti stare lassù è una questione di mera sopravvivenza».