Tutta la vita davanti

27-10-2017  •   Il blog di Fazi Editore - Narrativa straniera - Recensioni
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Tutta la vita davanti

In occasione dell’uscita di Tutto cambia, quinto e ultimo volume dell’acclamata saga dei Cazalet, vi proponiamo l’articolo del quotidiano El País su Gli anni della leggerezza.

 

Il grande successo di Elizabeth Jane Howard, matrigna di Martin Amis, sulla famiglia Cazalet viene finalmente pubblicato in spagnolo. È un intelligente racconto della quotidianità nel periodo tra le due guerre. 

La saga dei Cazalet è composta da cinque volumi, di cui questo è il primo; racconta nel dettaglio la vita della ricca famiglia Cazalet, genitori, figli e nipoti, compreso il personale di servizio e tutte le altre figure che in un modo o nell’altro si relazionano con loro. Si tratta quindi di una cronaca familiare raccontata sotto forma di romanzo fiume e riunisce un materiale molto vario: l’infanzia, il rito di passaggio alla gioventù, il romanzo di costume, la commedia, il dramma… Gli scrittori inglesi sono maestri di questo genere e la BBC, trasformandolo in serie tv, è la loro fedele produttrice per il piccolo schermo.

Questo primo volume si svolge fra l’estate del 1937 e quella del 1938, con la famiglia Cazalet che trascorre la prima estate in campagna nella sua dimora di Home Place e poi, l’anno successivo, nella vicina proprietà di Mills Farm acquisita di recente. I figli del capostipite, tutti tranne l’ultimo, e di sua moglie hanno combattuto nella prima guerra mondiale e continuano a subire gli strascichi di un conflitto assurdo che si è portato via tutta una generazione di giovani inglesi. Quando il racconto inizia, le cicatrici sembrano essere velate dalla leggerezza di quegli anni, cosa che però non vale per la memoria ferita; nel frattempo, la nuova generazione si dedica a crescere e a godere del tempo felice delle vacanze.

Elizabeth Jane Howard (1923-2014), attrice e modella, moglie di Kingsley Amis e matrigna di Martin Amis, ha pubblicato questo libro nel 1990 ottenendo un successo straordinario; niente piace di più agli inglesi di quando gli si racconta il loro modo di vivere, possibilmente con ironia, distanza e un tocco critico. Questa tradizione narrativa deriva da scrittori come Alexander Pope o Samuel Pepys, autori di letteratura di alto livello, che rappresentano le solide fondamenta del genere. Elizabeth Jane Howard possiede una spiccata sensibilità, una ricettività per il dettaglio, una capacità di osservazione e un’eleganza letteraria così vicina alla nitidezza che non può lasciare indifferente nemmeno il lettore più restio a questo genere di “romanzo di vita”. In primo luogo, è richiesto uno sguardo onnicomprensivo, l’identificazione precisa di ciò che è veramente significativo, cioè vedere quello che gli altri non vedono e portarlo alla luce, fare la scelta adeguata delle parti che rappresentano il tutto, una strategia per attraversare con assoluta precisione le apparenti casualità e le vite dei personaggi, l’abilità di marcare i momenti trascendenti facendoli passare in punta di piedi sulla scena come episodi di normale quotidianità…

Questo è un romanzo ben strutturato, l’ambientazione incornicia sensazioni, sentimenti, classi sociali e attitudini personali descritti con vero acume psicologico.

E il lettore si chiederà: che gusto c’è a riprodurre la vita quotidiana di alcune persone del tutto comuni, dove i problemi sono una confidenza personale, un capriccio o una tazza che si scheggia? Innanzitutto va detto che ci troviamo di fronte ai gesti quotidiani di personaggi normali, attraverso i quali la vita fluisce insistentemente, nello stesso modo in cui fluisce quella del lettore giorno per giorno, con la differenza che quella del romanzo si può contemplare a distanza. Ma una cosa è la normalità intesa come banalità e un’altra, ben distinta, è la normalità come fenomeno da osservare e col quale identificarsi. E questo è il caso dei Cazalet.

Elizabeth Howard narra con una precisione e una grazia molto femminili. Credo che le donne siano delle narratrici nate, attraverso la voce o la scrittura, molto più degli uomini, di solito circospetti. È un’affermazione indimostrabile, ma credo che l’esperienza di molti lettori li porterà a darmi ragione. Il racconto della vita in famiglia e delle vacanze trascorse in campagna che si trova in queste pagine deriva dalla letteratura di Jane Austen o da quella di George Eliot in Middlemarch. E il suo epicentro si trova nell’interesse che la vita possiede in sé più che negli avvenimenti altamente drammatici. Per esempio: abbiamo sostenuto il prestigio dei racconti di guerra con una certa aspettativa, ma abbiamo mai vissuto una battaglia come quella di Fabrizio del Dongo a Waterloo? La genialità di Stendhal consiste nel farci vivere esclusivamente gli sbagli, gli intoppi e la stupidità in cui l’intrepido protagonista, nel bel mezzo della confusione, incappa senza rendersi conto di nulla.

Allo stesso modo, chi un pomeriggio si è seduto a guardar scorrere l’acqua di un fiume è capace di vedersi scorrere tutta la vita davanti o, ancora di più, di riconoscere il suo scorrere come chi scopre la grandezza dell’universo: c’è solo bisogno di un bel fiume (che bisogna saper incontrare) e di una bella testa (che bisogna saper alimentare). Questo è un romanzo ben strutturato, l’ambientazione incornicia sensazioni, sentimenti, classi sociali e attitudini personali descritti con vero acume psicologico. Odori, colori, natura, voci… La vita di famiglia, che tutti riconosciamo con emozione fino a che lentamente, con delicatezza e abilità, iniziano a spuntare drammi e problemi di maggiore intensità mano a mano che la minaccia della seconda guerra mondiale si affaccia all’orizzonte. L’Impero Britannico si restringe, la scia vittoriana svanisce, sono gli ultimi momenti felici di un mondo che sparisce. Gli indimenticabili Cazalet ci danno una lezione di bellezza e verità come solo la letteratura è capace di fare.

Traduzione di Alessandra Callà