La genesi del nuovo romanzo di Franco Faggiani: «Il guardiano della collina dei ciliegi»

10-04-2019  •   Il blog di Stoner
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ciliegi faggiani

Aspettando l’uscita, il 2 maggio, del nuovo romanzo di Franco Faggiani, Il guardiano della collina dei ciliegi, l’autore ci racconta il lavoro di ricerca alla base del libro.

 

C’è stato un tempo remoto (possiamo definirlo così) in cui scrivevo come reporter per alcuni giornali importanti. I direttori volevano che io raccontassi i “dietro le quinte”, ovvero cosa c’era e chi si muoveva alle spalle dei grandi avvenimenti, degli incontri ufficiali, dei fatti di cronaca o di sport. Dovevo perciò scovare le storie dei personaggi e dei luoghi. “Lei è un gran cacciatore di storie”, mi aveva detto un giorno il caporedattore di un settimanale che andava per la maggiore negli anni ’80, e quello rimane il miglior complimento ricevuto, di cui ancora oggi vado in giro a vantarmi.

Cacciare storie, insomma è sempre stata la mia vocazione, e a confortarmi sono arrivate di recente le parole di Haruki Murakami che ne Il mestiere dello scrittore (Einaudi) dice ­– cito a memoria ­­– che le storie si trovano anche grattando il fondo dei cassetti, bisogna però essere capaci di vederle e di tirarle fuori. Anche la storia raccontata ne Il Guardiano della collina dei ciliegi nasce da una piccola scoperta, dal desiderio di soddisfare una curiosità.

Qualche anno fa mi sono occupato di una ‘strana’ rivista legata alla corsa. Strana nel formato, nelle immagini – rigorosamente in bianco e nero – nei contenuti e nelle finalità (l’editore Franz Rossi, oggi manager/maratoneta/scrittore, riversava i guadagni in opere di solidarietà).

Per un numero di quella rivista scrissi un articolo sulle maratone olimpiche. Così, per un primo approccio, andai a “sfogliare” Google per avere qualche notizia generale, e quando arrivai alla classifica della maratona dei Giochi di Stoccolma 1912 vidi che al posto del tempo finale di un atleta giapponese, Shizo Kanakuri, avevano messo un punto interrogativo. Allora andai a cercare in un’altra ‘fonte’ e notai che, nella stessa classifica, il tempo indicato per Shizo era espresso in anni, mesi e giorni e non in ore e minuti. Pensai a una castroneria del redattore, a uno scherzo del computer, a un copia e incolla venuto male. Invece no, era proprio così.

Come mai? Come erano andate le cose? Chi era questo atleta sconosciuto nato alla fine del ‘800 apparso nel firmamento dello sport con luce intermittente, come una stella lontana?

Partendo da questi intriganti ma vaghi frammenti ho iniziato ad approfondire, a cercare altre ‘tessere’ della vita di Shizo, con l’intento di mettere insieme un puzzle sportivo interessante o, perlomeno insolito.

La ricerca, che per me è la parte più affascinante di quell’articolato lavoro che è la costruzione di una storia, è stata impegnativa, ma quel che ne è saltato fuori è stato sorprendente. Perché a conti fatti non si è trattato di parlare solo di sport, ma anche di una vita complicata e difficile, di solitudine, di onore perduto e di onore riscattato, di famiglie e di un Paese – il Giappone di allora – in bilico tra antiche usanze e sviluppo, tra medioevo e era industriale. E soprattutto di una natura, che poi è l’altra grande protagonista della mia storia, decisamente selvaggia e affascinante. Con un ampio contorno di lunghi viaggi effettuati con i mezzi di cui si poteva disporre nella prima metà del 1900, quindi inevitabilmente avventurosi.

Scrivere per me è stato un viaggio, come sempre. Questa volta, però, soprattutto… di studio. Prima di mettermi al computer per la prima stesura del romanzo ho studiato città remote, abitudini, ambienti naturali, situazioni politiche, sociali e religiose, aspetti culturali e geografici, stili di vita che non ci appartengono.

A Stoccolma ci sono stato anche fisicamente e ho visto i luoghi dei Giochi Olimpici del 1912. Ho fatto anche un paio di giri di pista nello Stadio Olimpico deserto, dove Shizo prese il via nel luglio del 1912 per inseguire il successo nella maratona. Ho cercato di immedesimarmi e non è stato molto difficile, perché lo Stadio Olimpico della capitale svedese conserva le stesse strutture architettoniche dei primi del Novecento (venne inaugurato un mese prima dell’apertura ufficiale dei Giochi), con le tribune e le scalinate in pietra, i muri di mattoni a vista e le alte torri.

Finita la prima stesura del libro ho cominciato a farne cenno ad amici che con la maratona hanno dimestichezza. Qualcuno la corre, da tempo e con regolarità, altri fanno i preparatori atletici, altri ancora ne scrivono come giornalisti sportivi. Nessuno, di Shizo, sapeva niente. Anche da questo ho scoperto di avere tra le mani una storia sorprendente, e che valeva la pena raccontare.

Citando, sempre a memoria, Murakami (ormai con i giapponesi ho un certo feeling) scrivere è l’unico modo per fare un viaggio su una stella lontana. Lo è anche leggere, ne ho le prove. Perciò spero che la lettura de Il guardiano della collina dei ciliegi possa portare qualcuno in un posto remoto, dove perdersi felicemente. Almeno per un po’.

 

Franco Faggiani