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Elizabeth Strout

Amy e Isabelle

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Prefazione di Valeria Parrella
Traduzione di Martina Testa

Vincitrice del Premio Pulitzer 2009 con il romanzo Olive Kitteridge, Elizabeth Strout ha esordito con Amy e Isabelle nel 1998. È la storia, questa, di una cittadina anonima della provincia americana. Di un’estate straordinariamente torrida. Di un microcosmo di donne, impiegate presso gli uffici di una fabbrica locale. Tra queste c’è Isabelle, ancora giovane, che tenta di celare il proprio misterioso passato dietro una facciata di decoro e perbenismo; e c’è la figlia Amy, una timida adolescente con un segreto che non riesce a tenere nascosto. Il rapporto tra le due è teso, intessuto di cose non dette e di una reciproca incomprensione che si trasforma in aperta ostilità quando la madre scopre nella figlia l’esuberanza e la voglia di vivere che un tempo erano state le sue, il suo stesso desiderio di darsi a un altro e di essere amata. Il mondo di Amy e Isabelle crollerà violentemente all’improvviso, e dopo un toccante, impietoso confronto durante una drammatica notte niente sarà più come prima. Lieve e spietato, impreziosito da una scrittura cristallina, Amy e Isabelle è un indimenticabile romanzo sui legami affettivi e la paura di amare.

Elizabeth Strout, tra le più importanti autrici statunitensi contemporanee, è nata a Portland, nel Maine, nel 1956 e da quasi trent’anni si è stabilita a New York. Fra i molti premi letterari ricevuti, il Premio Pulitzer nel 2009, il Premio Bancarella nel 2010 e il Premio Mondello nel 2012. Oltre a Amy e Isabelle Fazi Editore ha pubblicato Olive Kitteridge (2009), da cui hbo ha tratto la fortunata miniserie omonima con Frances McDormand e Bill Murray, Resta con me (2010) e I ragazzi Burgess (2013).

«Un libro esemplare».
Elisabetta Rasy, «Corriere della Sera»

«Madre e figlia si amano con dolorosa intensità e si odiano perché sono la stessa donna alle prese con le stesse emozioni ma da prospettive inconciliabili. Storie comuni per donne comuni. Esattamente come noi».
Rosella Simone, «D – la Repubblica»

«Elizabeth Strout è ai vertici della narrativa contemporanea di lingua inglese».
Roberto Bertinetti, «Il sole 24 ore»

AMY E ISABELLE – RECENSIONI

 

Antonia Mazza, LETTURE
– 11/01/2000

 

I legami affettivi tra madre e figlia

 

Gli appassionati dei women and gender studies (studi letterari sulle donne e sul genere, femminile s’intende) saranno contenti di questo romanzo, opera prima di una docente di college nordamericana, nel quale gli uomini fanno una pessima figura. Non si pensi però a un femminismo becero: il libro rivela una notevole finezza psicologica e un’accattivante abilità narrativa. Isabelle, madre nubile rimasta incinta a diciassette anni per opera di un uomo sposato che poi si eclissa, alleva la figlia Amy con un certo rigore per paura che possa ripetere il suo sbaglio. Ha cambiato residenza anni prima, e a Shirley Falls, dove è andata a vivere, nessuno conosce il suo passato. L’adolescente Amy, brava ragazza piena di vita, è attratta dal suo insegnante di matematica, che la inizia al sesso ma poi la lascia, spaventato dalla reazione di Isabelle. Stacy, amica di Amy e figlia di uno psicanalista, scopre di essere incinta del coetaneo Paul, e porta avanti la gravidanza tra l’impulso di dare in adozione il piccolo e la voglia di tenerselo (alla fine lo tiene). Un’altra ragazzina scompare di casa e viene brutalmente trovata uccisa. Drammi un po’ da “telenovela” strappalacrime, si direbbe. Invece queste storie, ambientate in quella piccola provincia americana che caratterizza molta narrativa made in Usa, sono solo lo scheletro sul quale si regge un accurato studio dei rapporti tra una madre ancor giovane, ma già ampiamente provata e indurita, e una figlia esuberante seppur fondamentalmente docile, che però non riesce a capire i motivi della severità materna. Lo scarso dialogo fra le due rischia perciò ad ogni momento di trasformarsi in scontro, e solo alla fine – quando Isabelle avrà rivelato ad Amy la verità – il rapporto madre-figlia potrà avviarsi su basi più franche e mature.

 

Costanza Falanga, ROMA

 

Amy e Isabelle

 

Una storia sulla paura di amare, scritto con grande passione innegabile estro e abilità di narratrice da Elizabeth Strout al suo romanzo d’esordio. La vicenda è ambientata in una cittadina della provincia americana dove due giovani donne, Amy e Isabelle, madre e figli, vivono un rapporto teso e conflittuale che sfocia in un’aperta ostilità quando Isabelle scopre in sua figlia la stessa esuberanza e voglia di vivere che un tempo le appartenevano, mentre ora è costretta a celare il suo misterioso passato dietro una facciata di perbenismo e ipocrisia. Intorno a loro si muove tutto un microcosmo di donne con le loro paure, illusioni e le passioni che nascono e si sviluppano dando vita ad un romanzo appassionato.

 

VERA
– 10/01/2000

 

Genitori e figli: la sfida

 

É difficile essere genitori, ma è difficile anche essere figli. I legami familiari, infatti, possono fare un gran bene e un gran male e questi libri ce lo insegnano. Elizabeth Strout in “Amy e Isabelle” (Fazi editore, 28 mila lire) racconta di una madre ancora giovane e una figlia adolescente che non si capiscono e vivono di segreti.

 

Maria Emilia Piccone, BELLA

 

Amy e Isabelle

 

E’ un mondo tutto al femminile, quello che ci presenta la scrittrice americana in questo romanzo. La storia si svolge in una piccola cittadina e il rapporto che lega la figlia e la mamma del titolo è un rapporto di dipendenza ambivalente, fatto di amore e odio. Isabelle si era trasferita a Shirley Falls quando Amy era piccola e aveva tenuto nascosto a tutti il segreto del suo passato: era stato un amico del padre a metterla incinta, quando lei aveva solo diciassette anni. L’esperienza aveva fatto di Isabelle una donna chiusa in se stessa, frustrata nella sua femminilità, persa dietro il sogno di un amore impossibile. Amy sembra ripetere l’errore materno, cedendo, nel suo bisogno di affetto, alla corte del professore di matematica. La furia di Isabelle, quando la relazione viene scoperta, si spiega solo con la sua inconscia gelosia verso la prorompente sensualità della figlia: ne è la prova il taglio selvaggio dei bei capelli biondi di Amy, simbolo della sua femminilità. Intorno alla mamma e alla figlia, ci sono le compagne di lavoro di Isabelle, con le loro chiacchiere, i loro problemi personali, i pettegolezzi propri delle piccole città, e l’amica del cuore di Amy, figura nettamente in antitesi alle due protagoniste: resta incinta, ma, sostenuta dalla famiglia, ostenta con fierezza la sua gravidanza. L’estate infuocata sembra acuire tutte le passioni, mentre gli uomini, il capoufficio, il professore, il padre dell’amica, sono delle figure pallide, quasi degli alieni, come gli UFO che una delle colleghe di Isabelle crede di vedere nel suo giardino. Potrebbe essere una storia banale, ma la sensibilità della scrittrice nel descrivere lo stesso desiderio di amore in due età diverse della vita, la rende toccante, avvincente e appassionata.

 

Alessandra Milanese, L’ARENA
– 08/09/2000

“Amy e Isabelle” di Elizabeth Strout

Madre e figlia tra tensioni e solitudine

 

Ancora la provincia americana. La cittadina è anonima, ma dalle descrizioni accurate (e molto belle) di clima e natura capiamo di essere in uno stato nel New England. D’altronde si apprende dal risvolto di copertina che l’autrice, Elizabeth Strout, proviene dal Maine. Ecco allora spiegati gli inverni rigidi e tersi del romanzo “Amy e Isabelle” (Fazi Editore), l’estate torrida, l’erica, i pini e i ranuncoli, le felci del sottobosco. La storia è quella delle inquietudini e poi lo sbocciare di un’adolescenza e della lunga solitudine, alla fine placata, di una matura giovinezza. Come dice il titolo le protagoniste sono Amy, la figlia, e Isabelle, la madre. Tra loro un clima d’incomprensione, di tensione, di parole non dette e spiegazioni non date che finisce col precipitare nell’aperta ostilità. Intorno, un microcosmo di donne impiegate negli uffici di una fabbrica locale e un altro di signore, almeno nei vestiti e nel trucco più eleganti, mogli dei notabili del posto. Gli uomini, come spesso nei romanzi al femminile, sono ridotti a comprimari. A quale mondo appartiene la madre, Isabelle? Con un rammarico, che diviene più forte con lo snodarsi della storia, a nessuno. Perbenista e riservata, con alle spalle un segreto che il lettore attento indovina subito, ma che lei svelerà solo alla fine, Isabelle è sola. La struttura rigida e diremmo anche frigida, perché così compressa, del suo carattere la distanzia dalle compagne di lavoro. Una certa alterigia, derivata da ciò cui poteva aspirare, ma non ha ottenuto; un netto distacco dalla quotidianità che lei scambia per banalità la spingono ad isolarsi. Anche il rapporto con Amy, la figlia, è improntato al riserbo e alla mancanza di spontaneità e tenerezza, a dispetto dell’amore che la lega a lei. Eppure l’Isabelle che indossa anche d’estate i collant e ha orrore di una smagliatura; la Isabelle dal collo lungo e la crocchia cui, suo malgrado, sfugge sempre qualche ciocca di capelli, è tesa verso una relazione affettiva. Con un marito che non c’è e i genitori morti da tempo, con la figlia cui non parla, la donna tesse un rapporto con Avery Clark, l’onesto, ma insignificante capoufficio. Si tratta di un’amicizia tenera, fatta di scambi di sorrisi e di battute di cui forse l’uomo è complice, ma nella quale – solo lei, Isabelle, intravede qualcosa di più. Non avendo nessun altro da amare la donna si inventa il sentimento per il grigio Avery con i capelli riportati. Da sola, nel suo letto, diremmo di vergine ritrovata – anche se ha avuto una figlia – Isabelle sogna una morte, rapida e indolore, per la moglie del capoufficio e si vede riempirlo di tenerezze. Ma in questo clima asettico e rigido che le fornisce la madre anche la ragazza, Amy, ha un irresistibile bisogno d’amore. Ecco quindi l’amicizia per Stacey, l’adolescente precoce e ribelle che ha già il ragazzo adulto e inevitabilmente rimane incinta, e il rapporto pericoloso con il quarantenne insegnante di matematica, il professor Robertson. É, questa, una figura piuttosto equivoca e controversa. Simpatico all’inizio, il giudizio si sospende poi nell’incertezza, per trovarlo alla fine francamente odioso. Quando per esempio allude al fatto che Isabelle potrebbe non essersi mai sposata, come se una ragazza madre avesse meno diritto di far rispettare la propria figlia. Ma soprattutto colpisce quando, dopo essersene andato dalla città, senza salutarla e lasciarle un recapito, risponde ad una telefonata di Amy che alla fine l’ha rintracciato Citiamo dal testo: “Rumori sommessi, un mormorio, poi una presenza che si accostava al telefono, il sussurro di una voce maschile molto profonda che si avvicinava: un suono che Amy riconobbe immediatamente. Lacrime di sollievo le scivolarono lungo le guance e appoggiò la testa contro il muro i legno; l’aveva trovato finalmente, finalmente, finalmente. L’uomo alzò il telefono: “Pronto?”. “Professor Robertson, sono io. Sono Amy Goodrow”. Una pausa: “Spiacente” disse Robertson con la sua bella voce profonda: “Temo che abbia sbagliato numero”. “No. Sono io, sono Amy di Shirley Falls. Lei sa chi sono”. “Temo di no” disse lentamente il professor Robertson. “Lei ha sbagliato numero. Io non la conosco. E non è il caso che provi di nuovo a chiamarmi a questo numero”. Ecco un bell’esempio di scrittura della Strout: un punto croce raffinato su cui si intersecano le più minute sfumature del blu, dell’azzurro, del grigi a sottolineare gli stati di perdita, di solitudine, di abbandono. E più giù c’è anche il nero della morte e dell’angoscia quando l’estate caldissima, e all’apparenza interminabile, si conclude invece con la pioggia e il ritrovamento del cadaverino di una bambina rapita di cui si era parlato per mesi. Ma il colore finale per Isabelle l’ambra di una nuova solidarietà e un modo più rilassato e onnicomprensivo di capire le cose. Per Amy, la ragazza, si apre il rosso-rosa di una nuova sicurezza. Come dire i miti, gli ideali troppo stilizzati sono caduti, la nottata è passata. Elizabeth Strout, che vive a New York con i marito e la figlia, insegnante di letteratura e scrittura, autrice di racconti apparsi anche sul prestigioso “New Yorker”, ci regala, con questo suo romanzo d’esordio, il lieto fine. Non un “happy ending” americano, ma ancora una volta un arazzo di sfumature per un libro che negli States è autentico caso editoriale in Italia è già arrivato alla seconda edizione.

 

IL SALVAGENTE

 

Madre e figlia in tensione

 

Almeno il clima vi aiuterà a entrare immediatamente nella storia di “Amy e Isabelle”, romanzo d’esordio della scrittrice americana Elizabeth Strout, appena pubblicato in Italia da Fazi editore (350 pagine, 28.000 lire). Tutto succede, infatti, nel corso di una torrida estate, in una cittadina della provincia americana. Isabelle è una madre ancora giovane, che lavora come impiegata in una fabbrica e nasconde benissimo qualche segreto del passato. La figlia Amy, adolescente, ha anche lei un segreto, che non riesce, invece, a nascondere bene. Le due, dopo molte tensioni, si affronteranno a viso aperto. Intanto, intorno a loro, un mondo fatto tutto di donne si misura con il mestiere di vivere.

 

IL FOGLIO
– 05/03/2000

 

Amy e Isabelle

 

E’ una piccola casa ai margini di una cittadina del New England, il centro attorno a cui ruotano i personaggi di “Amy e Isabelle”, romanzo d’esordio di Elizabeth Strout, a quarantatré anni esplosa come caso editoriale, paragonata a scrittrici come Anne Tyler, Alice Munro. Casa simbolo della rispettabilità cercata da Isabelle, madre single che nasconde la vergogna di avere una figlia illegittima, Amy, ma anche casa-emblema dell’isolamento e della solitudine di due donne che non sono mai riuscite a integrarsi nella cittadina di Shirley Falls, né tra gli Wasp, nè nella proletaria comunità cattolica. Alle spalle la lettura della struggente America del “Buio oltre la siepe” di Harper Lee, (tra gli autori preferiti della Strout, insegnante di scrittura creativa nata a Portland, nel Maine), il languore e la noia delle stagioni nella provincia United States, dove, a un certo punto accade sempre qualche azione delittuosa che cambia tutto. Durante la calda estate che fa da sfondo alla narrazione, il delitto si è già consumato. Ed ha sconvolto le esistenze di Isabelle e Amy, costrette a convivere nell’ufficio della fabbrica del paese, dove la donna lavora e la figlia sedicenne fa una sostituzione. Il delitto, per Isabelle, è quello compiuto da Amy e riguarda il supplente di matematica, Mr Robertson, repellente e seducente a un tempo, del quale la ragazza, che nasconde la sua timidezza dietro i lunghi capelli biondi, si è innamorata durante l’anno scolastico. Amy, che non misura ancora la sua avvenenza, segue Robertson nel bosco, scopre la forza del sesso, ne resta sconcertata. Ma viene anche vista dal capoufficio di Isabelle, Avery Clark, verso cui la donna prova un amore devoto e platonico. Delitto per delitto quello di Isabelle, risvegliata nei suoi desideri nascosti, che punisce la figlia “bugiarda”, sfigurandole la chioma lucente. Il mondo delle due donne, costruito su vergogna e desiderio crolla quando Amy e Isabelle divengono rivali nel cercare una nuova vita. Anche Isabelle, infatti, vuole “altro” rispetto all’esistenza esclusiva che la lega ad Amy: un altrove incarnato in Avery, nell’essere accettata nella comunità “bene” di Shirley Falls. Ma mentre sogna (e legge “Madame Bovary”) non si accorge della generosità delle colleghe che le stanno attorno e che il capufficio è un uomo freddo e distratto. Tra un avvistamento Ufo e il rapimento di una ragazzina dodicenne, la vita scorre anche nei piccoli drammi degli altri protagonisti di questo mosaico di relazioni umane di stampo ottocentesco, ma senza cadute nel melo: una compagna di classe di Amy resta incinta, una delle colleghe di ufficio di Isabelle viene lasciata dal marito, un’altra, la generosa Fay Bev, cerca di risolvere i problemi di tutti. Alla fine, la piccola casa odiata da Amy e che per Isabelle rappresenta il quieto approdo rispetto ai desideri che la tormentano, diventa il luogo dove, in una notte di rivelazioni, tutte le tensioni si sciolgono e le paure cadono. Insieme alle attese di Isabelle verso un’esistenza rispettabile. Il recupero di un sentimento per la vita, l’abbandono dei conformismi che vincolano molte esistenze implose sono i temi del romanzo che sorprende per il modo acuto in cui rappresenta i silenzi e i discorsi tra donne e le proiezioni femminili verso un archetipo maschile a cui sacrificarsi. Il tutto, raccontando un mondo, la provincia americana, che da Peyton Place fino a Twin Peaks, sotto il suo torpore rassicurante, si nutre e alimenta di menzogne e orrori. Il mostro che arriva in casa e ti può rapire e uccidere, gli Ufo che scendono in giardino, sono lo sfondo “naturale” alla crescita di Amy e Isabelle. Le due donne escono dal libro i un finale “on the road”. C’è una prospettiva, si aprono nuovi orizzonti, domani è un altro giorno, ma niente è certo.

 

Tina Guiducci, GAZZETTA DI MANTOVA
– 05/04/2000

 

Elizabeth Strout dipinge difficoltà e rapporti umani

 

“”Amy e Isabelle” potrebbe definirsi claustrofobico per la scelta dell’ambientazione (profonda provincia americana) della stagione (un’estate torrida e umida) degli ambienti (un ufficio zeppo di segretarie, una casa troppo piccola anche per due) e dei personaggi (una madre e una figlia, con qualche eccellente comparsa)”. Ma questo ottimo romanzo d’esordio di Elizabeth Strout, ha la capacità di muoversi nello spazio ampio e incontenibile dei rapporti umani e sa allargarsi, pagina dopo pagina, nel tentativo di rendere quell’ansia che si può definire “la ricerca del proprio posto nel mondo”. Questa ricerca è infatti quanto logora Isabelle – ragazza madre oggi 34enne, impiegata modello, incapace a gestire i più semplici rapporti umani – e Amy, la sua bellissima figlia 16enne che si ritrova ad interpretare, senza alcuna guida, i primi desideri di piacere ed essere amata. Lo scontro con la madre che le ha nascosto la storia vera di un matrimonio che non è mai esistito e di una seduzione inconfessabile, non sarà solo il trionfo della verità, ma scardinerà i binari di un rapporto che Amy, nello spazio di un’estate, ha inconsapevolmente mandato i frantumi. Innamorata del proprio professor Amy penserà di aver incontrato l’amore eterno, ma svanita l’illusione le resterà una nuova consapevolezza di sé. Costruito con un interessante sistema narrativo formato da due assi temporali che arrivano a coincidere a poche pagine dalla fine, questo romanzo ha, tra le sue qualità quella di saper scrivere, attraverso i dialoghi e situazioni minute, personaggi che restano, come Fat Bev, l’amica che tutti noi vorremmo avere o Avery Clarck il capoufficio tipico “uomo inutile”.

 

Niccolò Ammaniti, AMICA
– 05/10/2000

 

AMY E ISABELLE

 

Esistono scrittori che raccontano storie comuni, all’apparenza banali, con una tale intensità da rendere i loro personaggi eroi e simboli del vivere quotidiano. Parlo di Raymond Carter, Annie Proulx, John Fante. In questa schiera di eletti entra di prepotenza Elizabeth Strout con il suo romanzo d’esordio. Storia di una madre e una figlia in una cittadina di provincia americana. La vita scorre monotona a Shiley Falls fino a quando Amy, bionda sedicenne, s’innamora del suo insegnante che la seduce e la disonora. Ciò farà crollare le fragili sicurezze di Isabelle, madre costretta a crescere da sola una figlia che le assomiglia troppo. Poteva essere una melassa nauseante. E invece la Strout l’ha evitato.

 

GIOIA
– 05/03/2000

 

Inseguire la vita

 

La vita quotidiana della gente comune è banale solo per chi la vede dal di fuori. Quando si riesce a raccontarla dal di dentro, mettendosi nella pelle dei protagonisti, ogni storia diventa nobile e grandiosa. E’ quello che riesce a fare Elizabeth Strout entrando nella vita di Isabelle e Amy, madre e figlia di un’anonima cittadina americana.Un rapporto a specchio, costellato di segreti e desideri: la madre riconosce nella figlia la sua irruenza, ma vuole evitare alla ragazza gli errori che hanno segnato la sua vita e Amy non riesce a capire la madre, con cui ha un rapporto di aperta ostilità. Intorno, un macrocosmo tutto femminile, con cui è impossibile non identificarsi. Pervaso di sottile e soffuso erotismo.

 

Chicca Gagliardo, GLAMOUR
– 06/01/2000

 

Nuovi talenti cercasi

 

Un conto è la teoria, un altro la pratica. Non è affatto detto che un insegnante di scrittura creativa sappia anche mettere insieme un buon romanzo (tanti lo fanno con risultati ben poco felici). Questa docente newyotkese invece ce l’ha fatta. La storia è quella dei rapporti tesi, molto tesi, tra madre e figlia. In un clima di estate torrida che incendia le anime.

 

TV SORRISI E CANZONI
– 06/04/2000

 

Amy e Isabelle

 

Il disperato amore fra una madre e la figlia adolescente, la loro incapacità di dialogare, la difficoltà di crescere. E due segreti: quello della madre, nel passato, e quello, appena vissuto, della figlia. Elizabeth Strout ha catturato la critica con questo suo romanzo d’esordio, ambientato in una soffocante cittadina americana. Descrivendo, attraverso la vita di Amy e Isabelle, riti sociali crudeli, amicizie improvvise e i palpiti della passione.

 

Silvia Sereni, DONNA MODERNA
– 06/07/2000

 

Amy e Isabelle

Una madre e una figlia divise dalla paura dell’amore

“Amy, usa il tovagliolo”. “Amy, stai seduta diritta!”. “Amy chi era al telefono?”. A volte le mamme sanno essere insopportabili. Isabelle vive sola con la figlia adolescente. Ha nascosto a tutti di essere una ragazza madre, e vive nel terrore che la figlia, crescendo, faccia i suoi stessi errori. Tra le due donne c’è una catena invisibile, sempre pronta a tendersi nei momenti critici. Perché Isabelle cerca disperatamente di tenere sotto controllo la vita di Amy. E Amy si sente in prigione. Ma la catena è destinata a spezzarsi quando, fatalmente, la ragazza si innamora. tutto, insomma, come da copione. Ma il finale non è scontato. Una notte Isabelle si ritrova a scambiarsi confidenze con due amiche. Un appuntamento insolito, che porta tre donne nella stessa stanza, ognuna col suo fardello di dolore. Isabelle ne uscirà diversa, finalmente libera dalle paure che la rendevano incapace di amare.

 

 

Tra madre e figlia

 

Primo romanzo di un’insegnante newyorkese di letteratura che finora aveva all’attivo soltanto alcuni racconti, Amy e Isabelle (rispettivamente una ragazzina di sedici anni e sua madre) la rievocazione della calda estate nel New England che ha segnato l’esistenza delle protagoniste. Perché Amy, in quei giorni, scopre l’amore. e Isabelle è costretta a ripensare a un passato che aveva tentato di cancellare.

 

Elisabetta Rasy, CORRIERE DELLA SERA

Tendenze: Mentre Julia Kristeva dedica un volume a Melanie Klein, sempre più spesso la nuova narrativa femminile affronta il tema della maternità. Tra dipendenza e conflitto.

Le donne raccontano il romanzo della MADRE

 

Nella trilogia che la semiologa e psicoanalista francese Julia Kristeva sta dedicando al “genio femminile” (edizioni Fayard), l’appena edito secondo volume, quello centrale tra le figure di Hannah Arendt e Colette, è consacrato ai Melanie Klein. Adorata dai suoi discepoli, demonizzata dai suoi detrattori, Klein senza mai rinnegare gli insegnamenti di Freud e senza aperte separazioni – come quella di Jung – ancora vivo il padre della psicoanalisi, osò contrapporgli una sua originale “revisione” del freudismo, che l’avrebbe portata in rotta di collisione con la figlia ed erede del maestro, la celebre Anna Freud, dando vita a tremende controversie in ambito psicoanalitico. Ma cos’è che opponeva la visione di Klein a quella di Freud? Un semplice e insieme abissale spostamento: laddove tutta la costruzione freudiana – dall’inconscio alla storia della civiltà – poggia sulla figura del Padre, per Klein al centro è la Madre. Quello che per i freudiani è il legame pre-edipico madre-bambino, destinato a essere poi superato nella normalità dalla situazione edipica in cui entra in scena il padre portatore della legge e della convivenza sociale, per Melanie è la relazione fondatrice. Ma attenzione, avverte con insistenza Kristeva nel suo affascinante studio, niente di più lontano da questa tormentata mitteleuropea che fu la Klein del desiderio di erigere un nuovo e laico culto della Mamma. Piuttosto, come le antiche divinità della fertilità e della nascita, la madre kleinianan è circondata da un’arcaica potenzialità di paura, angoscia, violenza. Ciò che Klein postula, spiega Kristeva, non è la devozione, ma il suo opposto esatto: il matricidio. Matricidio, s’intende, simbolico: per non cadere vittima del culto della Madre bisogna separarsene, con tutto il dolore e la crudeltà che questo comporta. Non è un caso che una studiosa come Kristeva, attenta a ciò che la contemporanea scena del mondo offre, ritorni al paesaggio materno kleiniano. L’impallidito ruolo paterno, l’impasse della virilità, la fine dell’eroe che ha contraddistinto l’immaginario novecentesco, la “femminilizzazione della cultura” rendono inattuale, leggermente irreale, il primato freudiano del Padre. Ma in particolare è un episodio su cui Kristeva si sofferma che illumina l’attualità di una posizione maternocentrica: man mano che l’emancipazione femminile procede, infatti, a incarnare la dipendenza conflittuale dalla madre non sono tanto gli uomini quanto le donne. Il conflitto – affettivo, culturale, sociale – che oppone Melanie Klein a sua figlia Melitta, che le si rivolterà privatamente e pubblicamente contro, così come la studiosa francese lo indaga, è un percorso che sembra essere al cuore dell’identità femminile contemporanea, un vero e proprio paradigma della femminilità odierna. In una lettera che è una dichiarazione di guerra scritta da Melitta alla madre nel ‘34 leggiamo: “Tu non ti rendi sufficientemente conto del fatto che io sono una persona molto differente da te…”. Questa frase sembra il leit-motiv sotterraneo, il motore segreto di un sempre più consistente filone letterario contemporaneo, un filone femminile post-femminista cui stanno dando corpo voci diverse per ispirazione e nazionalità. Malinconia è la parola chiave dell’universo pre-edipico del materno che molta letteratura postfemminista indaga con sintomatica insistenza, così come il romanzo maschile di formazione con insistenza e a lungo ha costeggiato l’ombra del Padre. la esplora nei suoi più intimi, più quotidiani e lancinanti dettagli un libro esemplare, il romanzo di esordio di una quarantatreenne newyorkese, Elizabeth Strout, “Amy e Isabelle (Fazi), applaudito dalla stampa americana in termini tutt’altro che reticenti: commovente, splendido, sensazionale. Esperta di short stories e creative writing, Strout abita molto bene un’area classica della narrativa americana: quella della provincia degli ordinary people, dei drammi da interno, dell’epica della più oscura banalità. Il tema della “piccola città” sempre uguale a se stessa, dove le vicende umane seguono drammatiche quanto fatali alterazioni senza che nulla cambi davvero. ma in campo, stavolta, non ci sono adulteri, lutti ambigui, alcol o follie nascoste, ma una madre e una figlia cui apparentemente niente di anomalo accade. Isabelle e Amy vivono in un anonima cittadina del New England. Sono sole, non ci sono mariti o padri all’orizzonte. Isabelle fa la segretaria, Amy studia. La loro solitudine a due è affettuosa fino a quando la ragazza si lascia quasi sedurre da un affascinante professore: il mondo ordinato e timoroso della madre crolla fragorosamente, quello vorace e insofferente della figlia vacilla. Poi la vita riprende e niente d’irreparabile di fatto è accaduto, salvo la separazione, dopo la quale ognuna imboccherà una sua autonoma strada, non senza affetto e nostalgia. per far si che quello che Kristeva, sulle tracce di Melanie Klein, chiama il matricidio, sia riuscito, non devono, infatti, esserci vittime, altrimenti si resta, tra risentimento e violenza, nel torpore della dipendenza. Anche perché il simbolico matricidio fuori dalla sempre estrema terminologia psicoanalitica sembra essere la rivolta che nuove generazioni di donne, spinte bruscamente sulla scena di un mondo fino a qui maschile, hanno dovuto sostenere contro la propria tradizione. In altri termini un tema classico del romanzo, che ora una nuova generazione di scrittrici sta raccontando, spesso con uno stile dimesso e dunque non troppo riconosciuto, come una dolorosa, appassionante epopea.

 

Manuela La Ferla, SETTE – CORRIERE DELLA SERA

 

Amy e Isabelle

 

“Perché l’amore doveva essere così difficile?” è la domanda che rimbalza da madre a figlia in “Amy e Isabelle” di Elizabeth Strout (Fazi, pp. 352). Duro spaccato dell’asfittica vita di provincia, quasi un “American Beauty” al femminile, è un’esplosione al vetrolo tra le pieghe di un quotidiano continuamente turbato da malcelati sensi di colpa, incomunicabilità di fondo e imbarazzate, spesso morbose, falsità.

 

Rocco Carbone, MEDIA SUPPL. L’UNITÀ

 

Amy e Isabelle, un’alleanza al femminile

 

Nel primo e fortunato romanzo della scrittrice americana Elizabeth Strout il lettore si trova di fronte a un’ambientazione per così dire canonica, rappresentata da una cittadina della provincia americana, chiamata Shirley Falls, non distante da un grande centro come Boston eppure rappresentata come un mondo chiuso in se stesso, lontano da ogni “altrove” degno di interesse. In questo spazio ben definito, i personaggi agiscono in quanto appartenenti, prima di tutto, a quella comunità, che fa da onnipresente sfondo a tutta l’azione raccontata. Meno canonico, o se vogliamo più corrispondente a un’idea di romanzo sul quale sembrano concentrarsi le attenzioni dell’autrice e il trattamento che subisce il tempo dell’azione. Esso è divaricato in un “prima” e un “ora” non molto distanti l’uno dall’altro: un lungo inverno nel quale prendono corpo una serie limitata me determinante di eventi, e un’estate eccezionalmente calda in cui quegli eventi vengono alla luce, una luce forte e ostile, che porta a conseguenze estreme quanto nel passato prossimo stava silenziosamente maturando. É lo stesso titolo del romanzo a mettere in primo piano due figure femminili e a indicare al lettore come esse siano, in quanto parte di un mondo fatto di donne, al centro di tutto il romanzo. Si tratta di Amy, adolescente che assiste giorno dopo giorno al cambiamento del proprio corpo, dei propri pensieri, dello stesso modo di guardare alle cose del mondo, alle sue attrattive più che alle sue insidie, e di Isabelle, la madre, donna ancora giovane, che tuttavia sembra giustificare la sua esistenza solo in senso materno, come timorosa protettrice della crescita della figlia. Strout costruisce il suo romanzo attraverso un modello ben riconoscibile di rapporti tra personaggi, quello, appunto, tra madre e figlia. Ma tale relazione, proprio per la differenza di riferimenti di tempo nel quale è calata, e il continuo passaggio dall’uno all’altro, assume i tratti di una vera e propria inchiesta alla ricerca di una verità che sembra sfuggire ad entrambe, e che tuttavia entrambe cercano, ansiosamente, alla cieca, come spesso accade quando si cerca qualcosa che ha a che fare con il proprio destino. Destino che verrà alla luce quando Amy scoprirà che la figlia si è innamorata di un adulto, un professore che si concede un’intimità consenziente ed episodica con la propria allieva e che scomparirà da un giorno all’altro, senza lasciare traccia. In questo episodio non c’è nulla di traumatico e violento: è qualcosa che fa parte della crescita di una ragazza, e la narratrice è attenta, proprio per questo, a non caricarlo di aspetti che porterebbero il lettore lontano da ciò a cui il romanzo aspira. Giacché tutto viene allestito, con cura e sapienza, per arrivare a una vera e propria agnizione, che occupa l’ultima parte del libro. É lì che si spiegherà l’aspetto speculare del rapporto tra madre e figlia, quando la prima confesserà alla seconda di essere stata una ragazza madre, messa incinta da un uomo molto più grande di lei, e segnata da questa esperienza, che ha orientato le sue scelte in una direzione diversa, più umile e in fondo sofferente, da quella che, da ragazza, avrebbe sognato. A questa agnizione partecipano gli altri personaggi femminili del romanzo, anch’essi segnati da sbagli commessi nel passato, o dalla banale crudeltà di una vita quotidiana anonima, che non si riesce o non si può cambiare, ma che accettava, per uno scopo principale: quello di sopravvivere, l’attaccamento alla vita come unica forma di redenzione, sia pure lontana da qualsiasi eroismo. Eppure, si tratta di una sopravvivenza che rappresenta, per madre e figlia, una forma di riscatto: dal passato e dai segni profondi che lascia, dal presente, banale ma necessario, dell’esistenza di ogni giorno. Ad essere messa in campo è una sorta di alleanza femminile, una vicinanza tra corpi vitali, tra esistenze degne di essere vissute anche a prezzo di dolori e delusioni che, da giovani, insegnano a crescere, e, da adulti, a dubitare delle false promesse del mondo, e a convincersi, sia pure in modo amaro, che solo sulle proprie forze si può contare.

 

R. Simone, LA REPUBBLICA SUPPL. “D”
– 06/07/2000

 

Madre contro figlia

 

E’ la storia comune di un mondo il più piccolo possibile, così piccolo da far male. Il mondo narrato da Elizabeth Strout in “Amy e Isabelle” (Fazi, p. 350), rispettivamente figlia adolescente e madre ancor giovane, è impastato di quotidiano e noia, solitudine e nostalgia. E tutto è mediocre e possibile, dalla felicità al dolore. Ma anche la tragedia e la morte, situazioni estreme, saranno affrontate con sobrio decoro borghese. Così in quella torrida estate a Shirley Falls, anonima cittadina della provincia americana, madre e figlia lavorano nello stesso ufficio, ma l’una ha sotterrato la sua sessualità molti anni prima, quando ha messo al mondo quella figlia che invece ha appena scoperto la passione e il desiderio. Madre e figlia si amano con dolorosa intensità e si odiano perché sono la stessa donna alle prese con le stesse emozioni ma da prospettive inconciliabili. Storie comuni per donne comuni. esattamente come noi.

 

Bruno Barba, SOPRATTUTTO

 

Di madre in figlia

 

Anche più tranquilla e sonnacchiosa provincia americana può nascondere, dietro a esistenze in apparenza banali, segreti mai svelati. E sono i misteri, camuffati sotto mentite spoglie, a gettare l’ombra lunga e invincibile della loro azione sulle vite circostanti. Così si presenta la storia di una madre e una figlia, “Amy e Isabelle” (Fazi, 350 pagine), scritta con penna sobria e tagliente dall’americana Elizabeth Strout. Alla sua prima prova narrativa si dimostra capace di delineare finemente, dietro a gesti comuni, le tracce della negazione, della dolcezza anche della rassegnazione che accompagnano spesso i sogni e le disillusioni femminili. e questo libro è, sostanzialmente, una storia di donne dell’univesro dell’anima come di quello dei corpi, che dal nucleo di un legame indelebile come quello di madre e figlia, s’irradia tutt’intorno, sulle figure che compongono questo variegato microcosmo americano. Perché niente sa unire il passato al futuro, nella mostra del destino, come i segreti sempre negati.

 

Manuela Grassi, PANORAMA
– 05/04/2000

 

Il coraggio di Elizabeth

 

“Amy e Isabelle” è il romanzo d’esordio dell’americana Elizabeth Strout, docente di letteratura e scrittura creativa: un esordio amatissimo dalla critica che ha accostato la voce dell’autrice a quella di Ann Tyler e Alice Munro. In una piccola cittadina del New England, Shirley Falls, in anni in cui la rivolta delle donne che bruciano i reggiseni è per la provincia solo un’eco lontana, Isabelle vive in un deprimente e decoroso isolamento. ha poco più di trent’anni, è impiegata nell’unica grande fabbrica locale, e nasconde dietro una finta vedovanza la nascita illegittima di Amy, la figlia sedicenne. Rifiutata dalla comunità borghese wasp di Shirley Falls, non rassegnata a mescolarsi con quella proletaria e cattolica della zona operaia, la donna non riesce a trovare un amore e ha un unico centro emotivo in Amy, che inconsciamente condanna a una vita solitaria. La madre è tutta autocontrollo: fisico rarefatto, collo di cigno sotto lo chignon nero, parole misurate. La figlia è timidissima ma pur sempre un’american beauty in boccio: alta, bella dietro la cascata di riccioli biondi, sensuale. Con un bisturi sottile, spietatissimo e ironico, Elizabeth Strout disseziona corpi (con un coraggio che non arretra davanti a particolari in altre mani imperdonabili) e anime. Incide personaggi che restano a lungo in mente: la madre e la figlia nel loro minuscolo cottage; il magnifico Thomas Robertson, quarantenne professore di matematica che seduce Amy in auto tra i boschi; l’enorme Fat Bev, piena di cibo e sentimenti generosi. Nel corso di un’estate torrida, il mondo costruito da Isabelle crolla con dolore, ma dalle macerie emerge la verità. Ancora una volta la provincia americana offre, sotto lo schermo puritano, una materia letteraria incandescente. Lo stile è all’altezza.

 

Paolo Grieco, IL GIORNALE
– 04/03/2000

 

Madre e figlia, come odiarsi con affetto

Nel romanzo dell’esordiente Elisabeth Strout il dramma di un universo tutto al femminile, chiuso dentro la propria disperazione. E gli uomini? Che mascalzoni

Sta per nascere un caso letterario, un nuovo cult writer? Si direbbe di sì, visto l’entusiasmo della stampa americana nell’accogliere “Amy e Isabelle” – appena pubblicato in Italia dall’editore Fazi – romanzo d’esordio di Elisabeth Strout. Giudicato da “Newsweek” e dalla “New York Times Book Review” “stupendo” e “assolutamente affascinante”, “Amy e Isabelle” narra il difficile rapporto fra una madre (Isabelle) e la giovane figlia (Amy) che vivono da sole, in un paesino del New England. Le esigenze monotone e meschine degli abitanti, le loro miserie fisiche e morali, le loro vicende esistenziali contrassegnate dall’ipocrisia, si accompagnano all’amore di Isabelle – Segretaria in una fabbrica di scarpe – per la figlia. La preoccupazione per il futuro della ragazza si manifesta in un’educazione rigida. La madre teme inoltre di sfigurare di fronte a lei, di sentirsi ignorante. “tu che non capisci il mondo” le rinfaccia Amy durante una delle loro frequenti liti, accusandola di leggere solo le insulsaggini del “Reader’s Digest”. Allora Isabelle cerca di istruirsi leggendo l’”Amleto”, una lettura che la trova assolutamente impreparata. Le pagine di Shakespeare le procurano, più che piacere, una sensazione di panico. Affronta allora “Madame Bovary”, un romanzo che le fa venire le lacrime agli occhi, ma è felice che sia stata Emma e non lei a provare tutta quella sofferenza, meritata del resto perchè Isabelle Sarebbe stata soddisfatta di avere accanto a sé il farmacista Charles. Isabelle capisce che non serve leggere altri libri. La vita – pensa – è già abbastanza difficile per occuparsi delle sofferenze degli altri. Man mano il racconto cresce di tensione. Amy, che avrebbe desiderato una madre diversa, una donna bella, “che somigliasse a quelle delle pubblicità televisive” incontra a scuola un professore supplente di matematica, un uomo gentile, comprensivo, appena separatosi dalla moglie, che con occhi “stanchi e dolci” le parla – mentre l’accompagna a casa in macchina durante i pomeriggi di un estate spietatamente calda – di Yeats e le recita le poesie di Eliot. La giovane è attratta sentimentalmente e fisicamente. L’episodio del rapporto fisico di Amy, di cui Isabelle viene ironicamente a conoscenza dal suo principale che aveva notato la macchina appartata nel bosco, apre una nuova e violenta tensione nei rapporti fra le due donne. Fra loro si crea un clima di sospetto, di diffidenza, quasi di odio. Vi è la delusione della madre che si trova di fronte una figlia diversa da quella che sperava, una figlia capace di mentire, che confessa di sentirsi attratta dal piacere sessuale, che rivendica il diritto di amare, di essere libera, di vivere come più le aggrada. eppure le due donne non riescono a liberarsi l’una dall’altra. “Quando si parlavano sembrava che le parole venissero spinte dall’una all’altra come pesanti blocchi di legno. Nella piccola casa dove abitavano si passavano accanto con cautela, come se il contatto ravvicinato fosse qualcosa di estremamente pericoloso: ma così facendo finivano per essere ancora più consapevoli della presenza l’una dell’altra, unite nella perversa intimità di questa vigilanza reciproca, tanto che impararono a conoscere ancora meglio il suono sommesso del loro masticare…”. e’ molto brava la Strout a raccontare come Isabelle riesca a riconquistare l’amore di Amy trovando il coraggio di affrontare il proprio passato, di non vergognarsene, di uscire dal cerchio della menzogna, di capire come le sue esperienze dolorose sono comuni a quelle di altre persone. Con tutti i suoi molti pregi, il romanzo tuttavia presta il fianco a una critica: la Strout vede il mondo unicamente dal punto di vista femminile. Dal professore che seduce Amy, dal principale di Isabelle, da lei amato segretamente, dall’uomo che l’ha resa madre, dal ricco psichiatra, padre adottivo di una compagna di scuola di Amy, dal marito di una collega di lavoro, capace di abbandonare la moglie e i figli per buttarsi tra le braccia di una giovane, i personaggi maschili appaiono tutti egoisti, falsi e meschini. Insomma se le donne sono condannate a soffrire, la colpa è unicamente degli uomini. Questa sembra essere la morale, un po’ unilaterale, della Strout. L’autrice, che ha insegnato letteratura e scrittura negli Stati Uniti, dimostra tuttavia di conoscere il mestiere, di saper avvincere il lettore usando uno stile che si avvale spesso della tecnica cinematografica del flashback e con tutta una serie di episodi e di profili psicologici ben riusciti, anche se la sua visione della vita pecca palesemente di parzialità.

 

ELLE
– 04/01/2000

 

Le strade del cuore

 

Amy è la figlia – 16 anni, una gran massa di capelli ribelli, un amore per le poesie – Isabelle è la madre – sola, silenziosa, sempre a lavoro. Sono cresciute insieme, senza marito e padre, e ora vivono in una cittadina qualsiasi d’America. Fino al giorno in cui un professore diverso dagli altri colpisce al cuore Amy e rimette tutto in discussione, costringendo Isabelle a uscire dal guscio e a raccontare il “suo” segreto. Un commovente ritratto del groviglio tra una madre e una figlia firmato da un’esordiente americana.

 

Laura Minetto, YES
– 03/01/2000

 

Mamma ti odio (o forse no)

 

C’è un romanzo speciale: con una trama molto forte. Ti segnaliamo anche una raccolta di poesie d’amore: secondo noi una delle più belle mai uscite. In più, tre best seller. E un’eroina da imitare…. Perché leggerlo – Perché racconta in modo meraviglioso il rapporto più difficile del mondo: quello tra madre e figlia. Che un momento prima è violentissimo, e quello dopo già pieno di senso di dispiacere, voglia di fare la pace. E poi si parla anche della banalità della vita di tutti i giorni in cui sembra non succedere mai niente, e invece il colpo di scena è sempre dietro l’angolo per tutte noi. Ci si commuove, ma si ride anche molto. Negli USA è stato per mesi tre i 10 libri più venduti. Cosa racconta – Siamo in un paesotto della provincia americana, Shirley Falls. Una gran noia, un gran caldo. Poi Emy “si sveglia”: si innamora. Lui è il suo prof. di matematica. Isabelle, la madre, lo viene a sapere e tra le due è guerra aperta. Eppure, pensa Isabelle dentro di sé quasi controvoglia, che nostalgia per quel suo modo di amare libero, vitale, pieno di desiderio di Amy! Gli eventi precipitano… Chi è l’autrice… Elizabeth Strout insegna scrittura creativa (infatti ha uno stile favoloso). Vive nel Maine. Questo è il suo romanzo.

 

Monica Capuani, MARIE CLAIRE
– 04/01/2000

 

Tutto in famiglia

Una madre, una figlia, l’illusione di sapere quel che conta l’una dell’altra. Non è così, mai

Il successo ha premiato Elizabeth Strout all’età di 43 anni. Se questa insegnante del Maine che vive a Brooklyn da quindici anni si fosse arresa. stremata dall’ennesima lettera di rifiuto, oggi potremmo leggere “Amy e Isabelle”. E sarebbe un peccato. Perché i segreti e le bugie che avvelenano l’atmosfera della piccola casa di Shirley Falls, dove Isabelle vive con sua figlia Amy alla fine degli anni Sessanta, sono pressocchè gli stessi delle nostre famiglie, Daniel Menaker, responsabile della pubblicazione del romanzo alla Random House, aveva letto un racconto della Strout qualche anno prima, quando era un editor del “New Yorker”. In redazione arrivavano all’epoca circa duecento manoscritti a settimana, più di diecimila anni. Che dunque un redattore prendesse carta e penna per indirizzare a una scrittrice senza volto un incoraggiamento a tenere duro, era un fatto insolito. Così, quando poco dopo essersi installato nel suo ufficio della Random House, Menaker trovò sulla scrivania il manoscritto di “Amy e Isabel”, lo lesse e non ebbe esitazioni. Quella raccontata da Elizabeth Strout è una storia semplice, ma folgorante. Isabelle è una donna che non ha mai vissuto e che da anni coltiva la fantasia di poter un giorno accudire amorevolmente il suo insignificante e ignaro capoufficio. Sepolto nel suo passato, uno sporadico incontro sessuale (l’unico della sua vita) con un amico del padre le ha lasciato soltanto una gravidanza imbarazzante. Sua figlia, invece, è un’adolescente sensuale, preda della prima bruciante passione erotica. vivere sotto lo stesso tetto diventa insostenibile, finchè la verità di entrambe esplode e avvicina, finalmente, le due donne. - Che cos’ ha significato per lei aspettare anni prima di vedere pubblicato il suo romanzo? “E’ stato terribile. ho amici che dicono: “A me non importa, io scrivo per me”. Non ci credo, non è così: uno scrittore vuole parlare a un lettore, non c’è nulla di romantico nell’essere rifiutati. io ho avuto momenti di assoluto scoraggiamento, ma scrivere per me è quasi una coercizione, è “piazzare” ogni tanto un racconto su una rivista mi ha aiutato a continuare. - E quando finalmente “Amy e Isabelle” ha trovato il suo pubblico? “Dopo anni di lavoro solitario, un giorno incontri una donna che ti dice: “Ho passato una notte intera a parlare del suo libro con mia figlia e da allora il nostro rapporto è cambiato”. E’ meraviglioso, vuol dire che con la mia scrittura ho gettato un ponte verso qualcun’ altro. Ho raggiunto il mio obiettivo. - Il suo romanzo è piaciuto a sua madre e a sua figlia? “Mia madre lo ha apprezzato moltissimo, lo ha letto due volte di seguito. E’ stato importante perché lei, in un certo senso che mi ha spinto a scrivere. quando avevo quattro anni mi regalò un quadernino sul quale appuntare i miei pensieri, abitudine che mi ha accompagnato per sempre. Ed è stata lei a farmi entrare nel mondo della letteratura quando era molto giovane con il libro “da grandi” : “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Mia figlia, che ora ha sedici anni come Amy, è stata incredibilmente incoraggiante durante la stesura. Tornava da scuola e mi chiedeva: “Com’è andata oggi, mamma?”. Discutevamo di alcuni paesaggi, problemi, sfumature. Quando il libro è uscito, però, mi ha detto: “Non credo di volerlo leggere adesso”. Lo farà quando sentirà che è il momento giusto”; - C’è un film sul rapporto madre- figlia che le è particolarmente piaciuto? “ “L’ultima eclissi” di Taylor Hackford con kathy Bates e Jennifer Jason Leigh, da “Dolores Claiborne”, un bellissimo racconto di Stephen King. - Anche i suoi racconti hanno sempre al centro i legami familiari. Perché? “M’interessa il mistero di quelle relazioni: ci illudiamo di conoscere chi ci sta al fianco, crediamo non abbia segreti, eppure soprattutto lì, nell’ultima quotidianità della famiglia, quello che non vediamo delle persone è immenso.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Amy e Isabelle
Collana:
Numero Collana:
169
Pagine:
474
Codice isbn:
9788876258145
Prezzo in libreria:
€ 19,50
Codice isbn Epub:
9788876257384
Prezzo E-Book:
€ 13.99
Data Pubblicazione:
12-03-2010

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