Ray Bradbury

La morte è un affare solitario

COD: d1f491a404d6 Categorie: , Tag:

Collana:
Numero Collana:
58
Pagine:
288
Codice isbn:
8881121458
Prezzo in libreria:
€ 15,00
Data Pubblicazione:
01-09-2000

Postfazione di Alessandro Zaccuri
Traduzione di Enrico Bistazzoni

Venice, California: su un tram, a mezzanotte, un giovane scrittore incontra colui che sconvolgerà la sua esistenza. Una serie di morti apparentemente accidentali turberanno ben presto l’atmosfera cupa e decadente di Venice, la città che sprofonda nei suoi malsani canali insieme ai divertimenti di un tempo perduto. Ma il giovane scrittore sente che non si tratta di morti naturali e insieme al tenente Crumley, prima riluttante ma poi convinto dell’esistenza del misterioso personaggio che semina la morte tra le persone “sole” di Venice, si mette sulle tracce dell’assassino. O è l’assassino che si mette sulle loro tracce? La morte è un affare solitario non è soltanto uno straordinario romanzo giallo, ma l’evocazione in chiave noir della California e del cinema degli anni Quaranta in cui Bradbury ha esordito come scrittore. “Ero fatto di carne e non potevo cedere. Temevo il buio più di quanto lui temesse la vita. Doveva saperlo. Dovevo vincere”.

LA MORTE È UN AFFARE SOLITARIO – RECENSIONI

 

Sabrina Miglio, CLASS CITY
– 04/03/2001

 

La morte è un affare solitario

 

Odore di morte. È questo l’acre sentore di cui è impregnato il libro e che esala sfogliandone le pagine. Un romanzo i cui fili conduttori sono due, la morte, appunto, e la decadenza, raffigurata plasticamente dalla città in cui si muovono i protagonisti, Venice in California. Una città moribonda, che sprofonda ogni giorno di più in quel mare fetido che la invade attraverso i suoi putridi canali. Ray Bradbury, lo scrittore che, insieme a Isaac Asimov ha liberato la fantascienza dal pulp trasformandola in letteratura, abbandona le predilette atmosfere futuristiche dei suoi racconti, tuffandosi nel noir in questo, per lui, insolito romanzo. E lo fa pescando a piene mani nelle atmosfere cinematografiche della Hollywood anni 30. Sullo sfondo si muovono infatti vecchi attori incartapecoriti e dive che il tempo impietoso ha trasformato in carampane. Ed è proprio una visione da film, felliniana, a dare inizio al romanzo: i carrozzoni di un circo abbandonato giacciono, semiaffondati, nel canale e le vecchie gabbie dei leoni dondolano arrugginite dall’acqua. Da una di queste affiora il corpo di un uomo. Morto. Il giovane scrittore (specchio dello stesso Bradbury) che lo scorge è ancora traumatizzato dall’ubriaco, incontrato poco prima sul vecchio tram, che gli ha alitato nell’orecchio la frase «La morte è un affare solitario». Altre morti accadono in città e lo scrittore, insieme a un detective, si convince che la natura non c’entri per nulla e che una mano assassina si aggiri per Venice. Come spesso accade nei romanzi di Bradbury (ricordate Fahrenheit 451?) la chiave di tutto sta nei libri. Qui sarà una biblioteca composta solo di romanzi che narrano di morte, catastrofi e fine del mondo a dare la soluzione del giallo. Un giallo che si dipana attraverso un dialogo fittissimo tra cinema e letteratura, ricco di citazioni e allusioni, tanto che ad Alessandro Zaccuri, il curatore del romanzo, ha fatto venire in mente Seven, il film di David Fincher Seven, altro esempio riuscito di dialogo tra le due arti.

 

Paolo Vinçon, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 03/01/2001

 

Ray Bradbury, La morte è un affare solitario.

 

Ci sono scrittori ormai consegnati alla storia ai quali non ci verrebbe neanche in mente di chiedere ancora qualcosa; e a volte pensiamo addirittura che debbano per forza essere morti, a questo punto. Cosa chiedere ancora a chi ci ha dato romanzi come “Fahrenheit 451” (1953) e racconti come quelli di “Omicidi d’annata” (1984) e “Molto dopo mezzanotte” (1975)? Eppure Ray Bradbury – con i suoi ottant’anni suonati – riserva ancora grandi sorprese, almeno per quei lettori che si siano persi questo “Death is a Lonely Business”, già tradotto una prima volta con il titolo di “Morte a Venice” (Rizzoli, 1987). I nomi di Raymond Chandler e di Dashiell Hammett – invocati come numi tutelari – non lasciano dubbi sull’appartenenza di questo romanzo al genere noir, e la lettura delle prime pagine basta a confermare l’ipotesi. Ma contemporaneamente emerge qualcos’altro: le metafore, e più in generale la ricchezza delle immagini, hanno un qualcosa di… gotico, un qualcosa che risale alle fonti del noir e ne ridiscende il corso. Sarà l’aria da baracconi alla fine della festa, ma viene in mente proprio Angela Carter. Teatro della vicenda (e non si tratta, in questo caso, solo di un modo di dire) è Venice, California, a quattro passi da Hollywood, costruita all’inizio del ecolo a immagine e somiglianza dell’omonima città lagunare; ma colta qui alla fine degli anni quaranta, quando i pozzi di petrolio ne hanno già virato l’immagine in chiave surreale e le gigantesche montagne russe di fronte all’oceano stanno per essere smantellate insieme al resto di giostre e baracconi – e al cinema, naturalmente. Restano solo la pioggia e la nebbia, e un sole che brilla soprattutto per la sua assenza. Restano un tram sferragliante e i putrescenti canali dai quali prende il via la vicenda del narratore, un anonimo scrittore ventisettenne che le circostanze e l’immaginazione spingono a improvvisarsi detective. Al fianco di un detective professionista – che per contrappasso è anche uno scrittore dilettante – farà avanti e indietro lungo la costa, tra Venice e Los Angeles, mettendo insieme un vero e proprio campionario di… personaggi da circo, verrebbe voglia di dire, sottintendendo che si tratta di quel particolare tipo di circo che è la vita. É vero: dietro all’anonimo protagonista si nasconde il giovane Bradbury (a ogni racconto del primo ne corrisponde uno realmente scritto dal secondo), ed è forse per questo che il vecchio Bradbury scivola a volte, e forse anche spesso, nel sentimentale. Ma non sapremmo rammaricarcene.

 

IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
– 01/05/2001

 

Serial killer solo per single

 

Ray Bradbury è narrativamente un re Mida (come lo era Asimov): trasforma in oro qualunque argomento tocchi. In questo “La morte è un affare solitario” racconta di un omicida seriale che semina la morte tra le persone sole. Meccanismo ben congegnato, suspense assicurata ma è l’ambientazione che ha un particolare fascino. Siamo a Venice, California, e il protagonista è un giovane scrittore che lavora in coppia con un tenente della polizia. É lo scrittore a cogliere per primo gli indizi dei delitti e riesce a convincere l’altro. L’epoca e l’ambiente corrispondono a quelli nei quali, siamo negli anni Quaranta, Bradbury fece il suo esordio.

 

PANORAMA
– 10/05/2000

 

Fantascienza

 

Bradbury, classe 1920, è un caposcuola della fantascienza del Novecento. Ma questa volta (il libro è uscito in America nell’85) siamo piuttosto di fronte a un thriller. É la storia di uno scrittore che assiste ad alcuni delitti. Importante il ruolo dei libri che, come Fahrenheit 451, sono il sale dell’umanità.

 

Gian Paolo Serino, PULP
– 11/01/2000

 

Ray Bradbury

 

Dopo essere stato “mitizzato” nella collana dei “classici” Mondadori, l’autore di Fahrenheit 451 e Cronache marziane si presenta ai lettori italiani con due libri molto diversi dalla sua consueta produzione narrativa di “nostalgico del futuro”. Lo zen nell’arte della scrittura, malgrado il titolo a dir poco usurato (con un sottotitolo, “Libera il genio che è in te”, completamente da dimenticare) è una raccolta di saggi a metà tra l’autobiografia e il manuale di scrittura creativa. Negli articoli proposti Bradbury ripercorre infatti le tappe fondamentali del proprio percorso esistenziale ed artistico soffermandosi proprio su come scrivere coincida spesso con vivere. Svelando sulla carta i propri segreti creativi Bradbury dimostra tutta la maestria della sua prosa: sostituire alla logorrea dell’intellettuale la sintesi del poeta. Una qualità che si ritrova, ad esempio, nel passaggio sul suo quotidiano rapporto con la scrittura: “Ogni mattina io salto giù dal letto e mi metto a camminare su un campo minato. Il campo minato sono io. Dopo l’esplosione, passo il resto della giornata a rimettere insieme i pezzi”. Come sintetizzare meglio le sensazioni di chi scrive? Un Bradbury altrettanto insolito è anche quello di “La morte è un affare solitario”, un romanzo già uscito anni fa per Rizzoli (con un titolo, Morte a Venice, e una grafica degna del peggior bestseller), ma da tempo introvabile. Riproposto ora da Fazi in una nuova traduzione “La morte è un affare solitario” è un giallo dalle tinte noir che vede protagonista un giovane scrittore sulle tracce di un serial killer che semina la morte tra gli abitanti, assurdi e bizzarri, di una cittadina della California. Al di là della trama, che regge abbastanza bene le 200 pagine, tutti i bradburiani potranno ritrovare nel libro molti riferimenti biografici: non è forse lo stesso Bradbury che si cela dietro i panni del giovane scrittore? Come sottolinea anche Alessandro Zaccuri nell’accorata postfazione, “La morte è un affare solitario” è proprio un omaggio di Bradbury a quel mondo del cinema che lo ha visto protagonista per anni come sceneggiatore. Tra le pagine si respirano le atmosfere della Hollywood degli Anni quaranta: gli stessi che videro Bradbury esordire come scrittore.

 

TUTTOLIBRI – LA STAMPA

Bradbury

La morte a Venice ora è un affare solitario

 

California noir, cinema Anni Quaranta, un filo giallo. ovvero “La morte è un affare solitario”, fra le opere maggiori di Ray Bradbury. Il romanzo, uscito inizialmente da Rizzoli con il titolo “Morte a Venice”, è ora riproposto da Fazi (pp. 281, L. 30.000, traduzione di Enrico Bistazzoni, postfazione di Alessandro Zaccuri). Si narra, nella “Morte”, di un giovane scrittore che a mezzanotte, a bordo di un tram, incontra il destino, colui che gli sconvolgerà l’esistenza. la storia avanza di morte in morte, fenomeni apparentemente naturali, in realtà non è così. Lo scrittore e il tenente Crumley indagano, a poco a poco decifrano le tracce del misterioso personaggio che colpisce le persone “sole”.

 

Gabriele Pedullà, ALIAS – IL MANIFESTO

La Hollywood anni quaranta di un prosatore lirico

Crepuscolo e noir

“La morte è un affare solitario”: con questo “pezzo” del 1985 Bradbury crea un noir alla potenza, un “sur-noir”: dove le larve degli anni d’oro degli studios si muovono sulla scena di uno struggente finale.

C’è un famoso saggio di André Bazin in cui il grande critico francese cerca di fare il punto sul western dell’immediato dopo-guerra (siamo nel 1955) e si vede costretto a introdurre un neologismo – “sur-western” – per rendere conto dell’evoluzione capitale che il filone aveva subito nel volgere di pochissimi anni. “Diciamo che il “sur-western” è un western che si vergognerebbe di non essere che se stesso e che cerca di giustificare la propria esistenza con un interesse supplementare: di ordine estetico, sociologico, morale, psicologico, politico, erotico… insomma, con qualche valore estrinseco al genere e che si suppone lo arricchisca”. É sufficiente sostituire alla parola “western” “noir”, ed ecco che si ottiene una descrizione impeccabile de “La morte è un affare solitario”, romanzo del 1985 di Ray Bradbury, uscito in origine presso Rizzoli con il titolo (apocrifo) di Morte a Venice, e ora riproposto da Fazi in una nuova, efficace traduzione di Enrico Bistazzoni (pp. 282, lire 30.000, con un saggio di Alessandro Zaccuri). Un libro che si apre con una dedica “alla memoria di Raymond Chandler, Dashiell Hammett, James M. Cain e Ross MacDonald” non nasconde certo lo spirito con cui è stato concepito e composto. Manierato, esplicitamente citazionista (ovvero ammiccante – a volte anche in modo fastidioso), pieno di personaggi tutti volutamente eccessivi e sopra le righe (uno psichiatra che assomiglia a E. A. Poe, una cantante obesa di 180 chili, una diva del muto che fa di tutto per smentire la Nora Desmond di Viale del tramonto, uno scrittore che gioca a fare il detective e un detective che gioca a fare lo scrittore…), il romanzo di Bradbury sembra accumulare a ogni pagina più riferimenti colti di un saggio di Arbasino (un quadro “alla Hopper”, un cappello “alla Chesterton”…). In parte, certo, si tratta di una scelta ironica (il protagonista, che racconta in prima persona, è un giovane romanziere alle prime armi), ma qualcosa della patina linguistica (dello stile) del personaggio ricade inevitabilmente sul narratore. Sovraccaricando la pagina (di allusioni, atmosfere, intenti poetici). Bradbury esibisce la sua volontà di essere scrittore – uno scrittore “vero”, senza ulteriori specificazioni, non circoscrivibile nei confini di questo o quel genere -, ma il risultato di questo sforzo è un paradossale eccesso di letterarietà. Il lirismo, in particolare, è sempre stato la cifra stilistica dominante di Bradbury – ciò che rende la sua pagina così diversa da quella di tutti gli altri autori di fantascienza della sua generazione, ma anche una minaccia continua, un’arma a doppio taglio non sempre facile da controllare. Ne “La morte è un affare solitario” questa tendenza, o tentazione, lirica della prosa di Bradbury giunge al patossismo: al punto che i frequenti a capo sembrano addirittura scandire metricamente i periodi, individuando altrettante strofe. In questo serrato dialogo con le arti, abbondano soprattutto i riferimenti cinematografici, nella doppia veste di rimandi ai film e di brevi incontri con il mondo dorato di Hollywood. All’interno di quel coeso sottogenere che è il romanzo hollywoodiano (Il giorno della locusta di Nathaniel West, Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald, Parco dei cervi di Norman Mailer…), “la morte è un affare solitario” occupa una posizione marginale ma di grande interesse. Bradbury ci mostra la “mecca del cinema” (come recita il titolo di un divertente opuscolo di Blaise Cendrars degli anni trenta) dalla periferia, attraverso gli occhi di coloro che ne sono stati espulsi o che se ne sono esiliati volontariamente: un mondo di reduci, dove tutti, in un’altra vita, hanno avuto la possibilità di farsi fotografare con Scott Joplin o di bere una birra con Chaplin. Se, come sostiene Franco Cordelli, i romanzi hollywoodiani possono essere proficuamente classificati a seconda del loro atteggiamento nei confronti di quella figura del produttore-padrone in cui Guido Fink ha proposto addirittura di scorgere uno dei tanti volti di Dio (“Fitzgerald – scrive Cordelli – appartiene alla specie degli scrittori che credono nel potere… Mailer appartiene al contrario alla specie degli scrittori, tardonovecentesca, che credono in un altro potere, quello della letteratura. Essa, per Mailer, o è critica o non è”), è anche vero che i due atteggiamenti – l’ammirazione e la denuncia – hanno all’origine un movente comune. Che il produttore sia un personaggio positivo o negativo, il romanzo hollywoodiano classico è contrassegnato comunque da un desiderio di sapere di più, lacerando i veli della leggenda che nascondono agli uomini comuni l’essenza delle cose. Non è questo il mondo di Bradbury – come nemmeno lo è quello di Soriano o Puig, i soli che siano stati davvero capaci di sovvertire radicalmente le convenzioni del genere, assumendo come punto di partenza la propria distanza costitutiva, tanto nel tempo (alla fine degli anni sessanta l’epoca d’oro di Hollywood è ormai tramontata da un pezzo) quanto nello spazio (scrivono dall’Argentina), e sostituendo alla poetica della massima vicinanza (demistificatrice) una nuova strategia (al punto che gli stessi personaggi cinematografici potranno adesso prendere vita). Bradbury sceglie il periodo del massimo apogeo di Hollywood, ma si guarda bene tanto dal demistificare alcunché (sarebbe troppo facile), quanto all’unirsi al coro dei nostalgici che rimpiangono i bei tempi andati (come oggi sembrano fare i Kaminski e gli Ellroy). Già negli anni quaranta, Hollywood possiede per lui una guasta luce crepuscolare: viene persino il dubbio che l’epoca classica degli studios semplicemente non sia mai esistita. La sua bussola sentimentale guarda piuttosto agli anni del muto, e si direbbe quasi che tutto quello che il lettore di oggi può rimpiangere di quel favoloso decennio del cinema americano è la nostalgia per quell’altra, meravigliosa Hollywood, scomparsa con l’avvento del sonoro. Il mito di un’assenza, dunque. Anche questo, certo, è un manierismo, probabilmente il più sottile di quelli che percorrono il libro di Bradbury. Ma forse, invece, questo è anche uno dei tratti più sinceri del romanzo e dei più illuminanti sulla personalità dell’autore, che, non a caso, già in uno dei suoi primissimi racconti (Il campo del 1947) aveva messo mano alla storia di un anziano custode che assiste alla distruzione dei vecchi set. Dopo tutto, Bradbury è pur sempre lo scrittore innamorato della morente civiltà di Marte e degli ultimi libri scampati alle fiamme – l’uomo che forse ha scritto Cronache marziane per potervi inserire lo struggente cadrà dolce la pioggia. Perché l’affinità con le ore del vespro non è mai soltanto questione i poetica: ben oltre la letteratura, è in gioco uno specifico sentimento dell’esistenza.

 

Grazia Casagrande-Giulia Mozzato, ALICE
– 10/06/2000

 

La morte è un affare solitario

 

Quanti scrittori solitari hanno attraversato le pagine dei romanzi? Gli autori amano identificarsi con alter ego letterari che svolgano la loro stessa professione. È un divertissement che ha prodotto piccoli e grandi capolavori narrativi, come questo romanzo (datato 1985 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1987 da Rizzoli con il titolo Morte a Venice, in un’edizione ormai da tempo fuori catalogo) del geniale autore americano noto particolarmente per le sue elaborate storie di fantascienza (Cronache marziane, Fahrenheit 451). Bradbury ha scelto come suo protagonista un autore giovane e intelligente, suggestionabile, sensibile e abbastanza pavido ma al tempo stesso in grado di condurre un’indagine alla ricerca di una spiegazione, di un senso per gli angoscianti eventi di cui si ritrova involontario testimone. La morte è un affare solitario: inquietante sentire pronunciare questa frase alle proprie spalle senza vedere in viso chi sta parlando (“è sempre meglio non incoraggiare gli ubriachi. Li guardi un attimo e loro ti si siedono accanto e ti respirano in faccia”). Ancor più inquietante è scoprire dopo poco un cadavere e intuire che l’autore dell’omicidio può essere proprio l’uomo misterioso che ripeteva la lugubre frase sul tram, nel pieno della notte. Ma non si tratta solo di un uomo: è la morte che perseguita lui e le altre vittime predestinate, la Morte in persona. È una sensazione, una presenza terrificante che si materializza nelle sembianze incerte di un essere difficile da individuare e apparentemente impossibile da fermare. Un sodalizio vincente con il tenente Elmo Crumley lo porta sulle tracce dell’assassino, in mezzo ai più anziani, solitari e tristi abitanti di una già tetra e nebbiosa Venice, attraversata da canali putridi e affacciata su un mare ben poco accattivante. Se fosse un film sarebbe in bianco e nero, con molte scene notturne attraversate da ombre angoscianti. La chiave della storia è ancora una volta nei libri, come spesso accade nei romanzi di Bradbury, anche se in questo caso (a differenza di Fahrenheit 451, in cui nel libro si identifica la libertà, l’autonomia di pensiero, la positività, la salvezza) in essi si ritrova il male, la morte, la “manipolazione” della tradizione culturale. Alessandro Zaccuri nella sua postfazione individua nel serial killer di Bradbury un antesignano dello sterminatore di Seven, l’inquietante film diretto nel 1995 da David Fincher. Una teoria interessante per un romanzo da leggere, ma non in una notte buia, tempestosa e… solitaria.

La morte è un affare solitario - RASSEGNA STAMPA

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