J.T. LeRoy

Sarah

COD: 26657d5ff902 Categoria: Tag:

Traduzione di Martina Testa

Sarah ha dodici anni, è ancora un bambino. Il nome d’arte lo prende dalla madre, una “lucertola da parcheggio”, come vengono chiamate le prostitute che nel West Virginia battono le stazioni di servizio, una madre adorata e volubile. Sarah desidera fare il suo stesso mestiere. Lei lo incoraggia: lo traveste per gioco da donna, e lui inizia a rubarle gli abiti dall’armadio. La sua età gli consente di passare facilmente per una ragazzina e Glad, pappone-sciamano di origine indiana, lo prende sotto la sua egida e gli dona l’amuleto delle sue protette, un osso di pene di procione. Comincia così un viaggio avventuroso, magico e doloroso, che ogni venatura della lingua di LeRoy illumina di una dolcezza infantile e allucinata, di una capacità straordinaria di trasfigurazione. Sarah, di volta in volta (e letteralmente) santificato o demonizzato, cerca un possibile nido di solidarietà, di riconoscimento, di affetto.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra Sarah è stato uno dei maggiori casi letterari del 2000.

«Una cupa vicenda privata è diventata un successo internazionale. Questione di talento, quello dell’oggi ventenne J.T.Leroy che, uscito dallo studio dello psicoanalista si è reinventato la vita in un romanzo, Sarah».
Cinzia Fiori, «Corriere della Sera»

SARAH – RECENSIONI

 

SECOLO D’ITALIA
– 12/01/2006

 

Il mistero Leroy rivelato dal New York Times

 

 

 

Francesco Gnerre, BABILONIA
– 01/05/2002

 

Sarah

 


All’età di 12 anni Cherry Vanilla è già una brava “truck-stop whore”, una puttana per camionisti, sa come soddisfare i suoi clienti, sia quelli che lo vogliono immaginare femmina sia quelli che si eccitano a scoprirne il sesso maschile. Il mestiere l’ha imparato dalla madre Sarah, una delle più ricercate “lucertole” della West Virginia. Da sempre ruba i suoi vestiti, imita le sue movenze e quando lei si concede, dopo il lavoro, un momento di relax, anch’egli sogna di tornare a casa dopo una lunga notte di sesso coi camionisti e meritarsi un bel bagno proprio come lei. Addestrato da Glad, il magnaccia buono (che “aspira a diventare un pappone di fama mondiale e a entrare negli annali dei camionisti, ma vuole anche essere Babbo Natale”), perfeziona il suo apprendistato fino a saper “ leggere nel pensiero degli uomini e a capire quando vogliono solo divertirsi un po’ e quando invece hanno un gran bisogno di essere abbracciati per piangerti addosso come bambini”. Coinvolto in una serie di mirabolanti e terribili avventure, dalla esperienza con il perfido pappone cattivo fino ad un dissacrante e disastroso processo di santificazione, Charry Vanilla osserva tutto con lo sguardo innocente di un bambino, come una Alice nel paese delle meraviglie che però ha letto William Burroughs.
Le esperienze narrate in questo romanzo sono in gran parte autobiografiche e il giovanissimo autore, che è nato nel 1980, è veramente figlio di una prostituta e per molti anni ha esercitato il mestiere della madre , facendosi perfino chiamare come lei. Ma ovviamente non basta fare la prostituta o vivere esperienze traumatiche e violente per fare buona letteratura. J.T. Leroy, che scrive racconti dall’età di 16 anni e che ha la capacità di ricreare tutto un mondo con le parole, riesce con sorprendente maturità ad andare oltre la sua sconvolgente iniziazione e a giocare con inquietante innocenza con il tabù della sacralità della figura materna, con lo stereotipo del mondo violento della prostituzione e con l’immaginario religioso della sua formazione (il nonno di Leroy è un pastore protestante e ha provato a bloccare la pubblicazione del libro).
Il risultato è una strana e suggestiva favola dove si mescolano tenerezza e ironia, innocenza e crudeltà, slanci religiosi e sadomasochismo. Il romanzo, uscito negli USA lo scorso anno, è diventato subito un caso letterario, è già tradotto in molti paesi e Gus van Sant sta lavorando insieme allo stesso Leroy ad una trasposizione cinematografica.

 

Concetta A. Colavecchio, WWW.LETTERA.COM
– 01/09/2002

 

Ingannevole é il cuore più di ogni altra cosa

 

Agghiacciante (de)formazione del piccolo Jeremiah, catapultato a quattro anni dal paradiso dei genitori adottivi all’inferno di Sarah, la sua vera madre, di diciotto anni.
Sarah è una lucertola, una di quelle prostitute che abitano le automobili e le roulotte a ridosso dei motel, dei grandi drugstore e dei locali lungo le autostrade, e che sopravvivono vendendosi ai camionisti di passaggio.
Non mancano brevi soggiorni forzati a casa dei genitori materni, dove il piccolo subisce le terribili lezioni e punizioni del nonno, un invasato predicatore con la mente offuscata dal terrore del peccato e dei fuochi dell’inferno.
Ingannevole è il cuore: sangue, candeggina ed orsetti di peluche.
Fanatismo religioso, perversioni sessuali, alcool, droga, terrore, violenza e punizioni di ogni tipo vissuti con l’innocente trasparenza degli occhi di un bambino in cerca di amore e di affetto. E che arriva a non distinguere più il dolore dall’amore. Un romanzo semplice, emozionante, leggero e tagliente come una lama sottile.
Molto è stato detto di J T Leroy, tossicodipendente già a sedici anni. Un ragazzo con alle spalle una vita vissuta ai margini della società ed una grande voglia di raccontarsi e di comprendere se stesso e il mondo. Un personaggio commovente, che ha il talento di rendere vivide e tenere anche le scene più crude e strazianti, ma che quando è in pubblico non mostra la sua faccia e non lascia mai gli occhialoni e il cappello con la visiera che gli nasconde il volto.
Ingannevole è il cuore ha suscitato l’ammirazione di Suzanne Vega, Tom Waits (che lo ha persino intervistato, su Face) e Bono Vox. Ed anche noi ci ritroviamo sorpresi ed entusiasti, mentre tiriamo il fiato, per riprenderci dall’inferno delle vicende che racchiude.
Imperdibile il momento in cui canta al nonno, un predicatore invasato, Anarchy in the UK dei Sex Pistols, la canzone che ha sentito da un punk amico di sua madre, e storpia tutte le parole: I am an annie-christ. I am an annie-kiss, dunno whet I want, know how to get it, wanna this toy, the buzzer by…

 

NET TV – SUPPL. LA STAMPA
– 19/04/2001

 

Sarah

 

Il suo cognome è quasi un’anagramma di quello di Ellroy, e anche nella biografia di questo ventenne d’America ci sono violenza, squallore e una madre da trauma. Sarah, romanzo autoritratto scritto su suggerimento dello psicoanalista che gli ha salvato la vita e diventato un caso editoriale (Gus Van Sant ne ricaverà un film), è la storia del dodicenne Cherry Vanilla, che adora sua madre e sogna di diventare come lei. Peccato che la mamma faccia la puttana sulel strade del West Virginia e che il fanciullo dai boccoli d’oro sperimenti, fra le roulotte e stazioni di servizio, l’invidia di prostitute e travestiti da parcheggio, la cupidigia dei protettori, la lussuria di corpulenti camionisti che portano mutandine di pizzo sotto i jeans e raddrizzano la riga delle calze a rete prima di infilarsi gli stivaloni…..
Ma l’innocenza si nasconde nei luoghi più impensabili, e l’etereo Cherry Vanilla diventa una sorta di icona religiosa. Per l’estasi degli degli omaccioni di passaggio.

 

Paolo Boschi, SCANNER.IT
– 30/05/2002

 

Uno spiazzante debutto romanzesco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’autore di Sarah, J.T. LeRoy – dove la T sta per Terminator, pseudonimo usato per i primi racconti – in America ha costituito la grande rivelazione del 2000: il suo romanzo d’esordio è stato definito “un’Alice nel paese delle meraviglie in acido”, è stato accostato a Il giovane Holden di J.D. Salinger, ha trovato nugoli di entusiasti estimatori, tra i quali la cantautrice newyorchese Suzanne Vega ed il regista Gus Van Sant, che ne sta realizzando la traslazione sul grande schermo. Si è anche detto che J.T. LeRoy sarebbe un nome fittizio dietro cui si nasconderebbe il suo scopritore (nonché primo modello di riferimento), ovvero lo scrittore Dennis Cooper, ma lo stesso J.T. LeRoy, che rifiuta i contatti dal vivo e comunica col mondo soltanto tramite il suo sito Internet, non ha fatto molto per sedare le tante chiacchiere circolanti sul proprio conto. Sarah è un romanzo di formazione in cui J.T. LeRoy, classe 1980, ha condensato la sua personale esperienza di vita: figlio di una prostituta e con lei residente in una roulotte in un parcheggio, LeRoy comincia presto a fare marchette ed a usare ogni tipo di stupefacenti. Abbandonato dalla madre, a sedici anni smette con le droghe ed incontra lo psichiatra che lo incoraggerà a scrivere i primi racconti, salvandogli la vita: non a caso il romanzo è dedicato (nell’ordine) al dottor Terrance Owens, a Sarah ed a Cooper. I dettagli autobiografici saltano all’occhio fin dalla trama principale: il protagonista del romanzo si chiama Cherry Vanilla, ha dodici anni, vive in una roulotte con la madre, ovvero Sarah, una prostituta tenera e volubile, una “lucertola da parcheggio”, come appunto sono chiamate in West Virginia le puttane che battono le stazioni di servizio in cerca di camionisti. Per il piccolo protagonista la madre, pronta ad abbandonarlo alla prima promessa di una vita diversa offerta da un cliente, costituisce il principale modello di riferimento. E’ lei la prima ad incoraggiare il figlio a travestirsi da donna, poi sarà lui, che sogna da sempre di svolgere la professione materna, a sottrarle i vestiti di nascosto per entrare nel giro di Glad, un anomalo personaggio a metà tra il pappone e lo sciamano (è di origine indiana) che lo prende sotto la sua ala protettrice e gli offre il taumaturgico amuleto che tutte le ragazze che lavorano per lui indossano, il mitico osso di pene di procione. Per il protagonista, ribattezzatosi col nome della madre, il quadro sarebbe perfino idilliaco se il perfido LeLoup non lo scambiasse per una ragazza e lo imprigionasse, coinvolgendolo in un grottesco processo di santificazione che si concluderà in malo modo, almeno finché Glad e le sue drag queens non andranno a recuperare il figliol prodigo. Sarah è un coloratissimo viaggio di marca pop tra abissi di tenerezza e depravazione alla ricerca di affetto, amore e solidarietà, una storia interpretato da un’umanità ai margini catturata con vivida forza di rappresentazione, un romanzo che profuma di vissuto. Se si tratta di un fuoco fatuo o di un grande talento, come parrebbe, potrà dirlo solo il tempo.
© Copyright 1995 – 2002 Scanner Srl

 

Marco Scordo, AVVENIMENTI
– 12/04/2002

 

Se Alice scopre l’inferno dei grandi

 


Pubblicato in Italia esattamente un anno fa da Fazi editore, il romanzo di J. T. Leroy, Sarah, continua a destare clamore ed essere considerato un caso letterario. L’autore l’ha scritto quando aveva diciotto anni (negli Stati Uniti è uscito nel 2000), ed è stato salutato dalle più importanti riviste di critica letteraria come un vero e proprio capolavoro. Le pagine del romanzo sono un pozzo in cui lo scrittore ci conduce passo dopo passo, in un’atmosfera quasi sempre buia o quanto meno fatta di ombre, ma quasi mai cupa.
È il viaggio in un inferno di provincia raccontato col candore di una vergine e la voce di un bambino. È la storia di Cherry Vanilla, che a dodici anni si ritrova in uno squallido albergo, con una madre che si veste per andare a battere, come tutte le sere, in una stazione di servizio. Notte dopo notte Cherry assiste alla vestizione della madre, ne assorbe i ritmi e i gesti, mentre cresce dentro di lui il desiderio di emulazione, di diventare grande, di essere accettato dallo stesso mondo frequentato dalla madre, Sarah, di vestire come lei con abiti di pelle e stivali coi tacchi.
Inizia così un viaggio allucinato di un ragazzino che si fa chiamare col nome della madre, che viene facilmente scambiato per una bambina dai dolci e soffici boccoli biondi e che, vivendolo come un gioco, inizia a vendersi nelle freddi notti tagliate dalle luci dei camion, nelle stazioni di servizio in West Virginia. Al collo Sarah veste un portafortuna, un piccolo osso di procione, donatogli da un protettore che assomiglia più a un saggio sciamano indiano che a un pappone, col sangue choctaw che gli scorre nelle vene: “Ecco perché è bravo a curare la gente”. E il romanzo si apre proprio con Glad il pappone che, con un gesto che assomiglia ad un battesimo pagano (“Glad mi tiene l’osso di procione sospeso sopra la testa come un’aureola”), dona a Cherry l’amuleto, per introdurlo nel nuovo mondo, garantendogli protezione. Ma a Cherry/Sarah lo spazio protetto e chiuso dalla stazione di servizio controllata da Glad non basta, vuole diventare la più brava e la più famosa delle “lucertole”, e quindi decide di lasciare quel luogo e avventurarsi oltre il fiume, simbolico confine tra un mondo amico e una terra sconosciuta in cui Sarah si ritrova veramente solo. In un vortice di simboli, fra beatificazione e orrore, accompagnati da un linguaggio limpido e distaccato, in cui si confonde il piano di un racconto fatto in prima persona con l’oggettivo distacco prodotto da un ritmo calmo e mai frenetico, assistiamo così al percorso di Sarah nel mondo dei grandi, dove i suoi simboli e i suoi amuleti perdono la loro magica forza, dove tutto è governato dal denaro, dove l’odore e i gesti della ladre che si veste per andare a battere sono uno sbiadito ricordo al quale tenta di aggrapparsi con tutte le forze per sentirsi meno perduto. E la libertà di un gioco tanto agognato, nel mondo degli adulti si trasforma ben presto in costrizione e prigione. Il potere dei simboli si perde, la magia funziona solo nella favole: nel mondo di fuori, fatto di maniaci, pedofili impotenti, puttane cattive e invidiose, un mondo non più protetto da un’infanzia disperatamente perduta, Sarah diventa grande a forza.

 

Simone P. Barillari, PULP
– 01/06/2001

 

Un’intervista senza domande

 

All’inizio volevo lasciarle, le sei o sette domande che gli avevo mandato via e-mail. Avevo letto da qualche parte su internet che lui aveva iniziato a scrivere da ragazzino su suggerimento del suo analista come terapia per smettere la droga, e gli chiedevo se lui adesso non pensava di essere in qualche modo passato a un’altra forma di tossicodipendenza, solo meno distruttiva – e, a dire il vero, neanche sempre. Poi l’avevo provato a pungolare sulla contraddizione tra il raccontare la propria vita in romanzi e racconti e invece la sua idiosincrasia per le apparizioni in pubblico – niente tv, poche interviste e preferibilmente virtuali, una sola foto che circola di lui. C’era anche l’inevitabile riferimento al film che Gus Van Sant sta realizzando a partire dal suo romanzo, Sarah (in Italia per Fazi), sulla storia miracolosamente fiabesca di un ragazzino deciso a diventare la miglior prostituta per camionisti del West Virginia, una perfetta lucertola da parcheggio come la sua mamma, e c’era una domanda sull’eterogenea lista di persone nei ringraziamenti, da Dennis Cooper a Suzanne Vega alla Superdrag Catherine Texier, c’erano le solite cose sulle abitudini di scrittura, un accenno al perché di quel buffo soprannome – Terminator – con cui firmava i suoi primi racconti e alla fine anche un tentativo probabilmente goffo di usare del tatto chiedendogli di sua madre. Lui mi ha dato più o meno tre risposte, che in realtà somigliavano molto a tre parti di un unico sfogo. Qualsiasi domanda riportassi sembrava come di troppo. Le tre parti si allacciavano bene. Le domande, alla fine, ho deciso di lasciarle fuori.

“Quando avevo più o meno quindici anni, il mio analista e io abbiamo lavorato molto molto a fondo: una seduta al giorno per i primi tre anni, periodi di ospitalizzazione e tutta quella roba lì. Lui teneva un corso postdiploma all’Università di San Francisco per chi voleva diventare psicoterapeuta. Così mi disse di scrivere per loro, e che quella era la mia opportunità perché sapessero davvero come stavano le cose, visto che io li odiavo a morte quelli tipo gli assistenti sociali e gli analisti. Doveva essere la mia chance per rispondere tutto quello che pensavo. Mi piaceva l’idea di avere io un po’ di potere, così mi misi a scrivere e finì che non riuscivo più a fare a meno di stare a sentire quello che pensavano delle mie cose e come reagivano. Era la prima volta che ricevevo commenti a qualcosa che facevo che non era sesso, e questo divenne più importante che farmi.
Poi venne il primo incarico che io abbia mai avuto: fu per Maximum Rock ‘n Roll, ed era solo una scusa per conoscere Dennis Cooper. Molto tempo prima avevo letto Try, e lo avevo trovato fenomenale. Me lo sentivo così vicino che avevo cominciato a fare marchette facendomi chiamare Ziggy, come il protagonista. Così un giorno andai in una biblioteca e chiesi com’è che si faceva per parlare con Dennis Cooper e loro mi tirarono fuori uno dei suoi libri e mi mostrarono che dovevo chiamare il suo agente. Lo feci, lui mi richiamò quel giorno stesso e diventammo amici.
Lui fu importante, e anche Dennis fu importante. Anzi, a volte credo che se non fosse stato per Dennis, probabilmente avrei smesso di scrivere. Mi diede amore e sostegno incondizionati, e lo ha fatto per un sacco di scrittori. Lui è stato anche la prima persona che mi ha detto: ehi, sai che questo potrebbero pubblicartelo, un giorno.
Anche Mary Gaitskill ha avuto un’enorme influenza. Il suo agente pensò che lei e io saremmo andati d’accordo, e mi ha dato il suo numero. Abbiamo parlato al telefono, lei mi è piaciuta moltissimo, mi ricordava mia mamma, avevano la stessa intensità. Subito dopo ho provato a cancellare l’appuntamento, perché proprio non potevo farmi vedere. L’ho chiamata e non l’ho trovata, e non riuscivo a sopportare il pensiero di lei che se ne stava lì ad aspettarmi, per cui ci sono andato. Così alla fine l’ho incontrata, il che è stato terribile e bello allo stesso tempo. Lei mi ha fatto un ritratto che è sul mio sito. È così bello, e nessuno me ne aveva mai fatto uno prima. È strano. Abbiamo parlato tutto il tempo. Ho imparato un sacco di cose da lei.
Continuo a pensare che qualcosa di tutto questo, i miei amici e la scrittura insomma, mi rimetterà a posto, che qualcosa manderà via il dolore. Voglio dire, sentire da tutta quella gente quanto Sarah ha significato per loro, è una cosa che mi fa anche stare bene per un po’, ma poi sprofondo di nuovo nella merda. No, la sola cosa che funziona per me è lavorare duro in terapia.
E ho ancora molto da lavorare. Quando ero sulla strada, gli altri ragazzi mi avevano dato quel nomignolo, Terminator, apposta per prendermi in giro, perché è proprio il contrario di come sono, fuori e dentro. Facevo marchette e stavo in piedi a un angolo, ero lì e tutti mi guardavano come una merce in vetrina. Era una pena enorme stare lì fuori, nel mondo. Adesso odio uscire di casa. Sono contentissimo di starmene qui dentro tutto il tempo. Fuori non mi sembra per niente un posto sicuro. Me ne vado da qui solo quando proprio devo. E non mi piace sentire dentro la testa quello che la gente pensa di me. Magari non ci credi, ma io riesco a sentire in testa tutto quello che dicono di me, e a volte diventa così forte che poi non riesco più a spegnerlo. Ma mi piace davvero avere attenzione – non per quello che sembro, ma per la mia scrittura. È la cosa più surreale che potesse capitarmi. Qualche tempo fa sono andato in giro con della gente famosa e loro non avevano privacy. Si sa sempre quello che fanno e chi sono. E come mi ha detto il mio amico Mike Pitt dopo che aveva fatto Dawson’s Creek per un anno, non puoi più guardare la gente perché tutti stanno già guardando te. Io voglio sentirmi libero di scoprire chi sono, e di fare errori senza che tutti li guardino. Staranno già guardando tutti come scrivo.
E quanto allo scrivere, scrivo ogni volta che posso, il che vuol dire non abbastanza. Sono pigro e odio la scrittura, ma la amo anche. Preferirei leggere cataloghi di cibo per cani piuttosto che scrivere, e spesso finisce che lo faccio davvero. Eppure devo scrivere. Mi sale qualcosa dentro, e allora o faccio qualcosa di veramente brutto o scrivo. Di solito tutta la notte. Sarah è fatto di notti di tè verde e latte di soia. E io so che l’ho scritto per sbaglio. In realtà volevo scrivere del folklore che c’è intorno agli ossi di pene di procione e un po’ di tutto il folklore magico del West Virginia. Pensavo di farci un racconto. Ha preso vita da solo. Insomma, stavo scrivendo di credenze magiche, mi sembrava ragionevole che qualcosa finisse nella mia scrittura, ed è andata così. La magia e tutte le cose soprannaturali mi hanno sempre interessato molto. Mio nonno era un predicatore, così finché sono stato con i miei nonni ho ricevuto un’intensa educazione religiosa, studiando la Bibbia. Poi però me ne sono andato con mia mamma e sono stato esposto a un sacco di altre idee sul Cristianesimo, da certi santoni che ammaestrano serpenti alle piazzole per i camion con delle piccole cappelle consacrate alle lucciole da parcheggio. Mi sembra che nelle zone più remote del Paese il confine tra sesso e santità sia in qualche modo sempre più confuso. Era una cosa che mi interessava mentre scrivevo Sarah, mi interessava giocarci un po’ intorno.
Sarah, comunque, è soprattutto un romanzo che parla in qualche modo di mia mamma. È tutto per lei. Devi sapere che per i primi quattro anni della mia vita io ho avuto una famiglia normale. Mi hanno portato via da mia madre quando lei aveva 14 anni e io ero in fasce. Ho vissuto con una famiglia meravigliosa. Hanno tentato di adottarmi. Quando però ha raggiunto i diciotto anni, mia mamma ha fatto causa per riavermi, e ha vinto, essendo il genitore naturale. Così per un po’ l’ho assaporato, il gusto di una famiglia normale. E so che se fossi stato con loro non avrei mai scritto Sarah e probabilmente non sarei mai diventato uno scrittore. Ma probabilmente sarei felice, o comunque più felice. Probabilmente non mi odierei e non soffrirei così. Comunque, dopo un po’ che stavo con lei, mia mamma Sarah scivolò dentro droghe e marchette. Cominciò lentamente, rimorchiando uomini al bar e sposandoseli, e divorziando raramente. Lei si faceva, e tutto il resto. Io nel libro ho solo copiato quello che vedevo. Ho fatto sesso con i suoi amici, e all’inizio sono stati stupri. Sarah era strafatta, e loro attaccavano con me. Il fatto è che la mamma tirava su un sacco di uomini freschi di prigione, non era una tanto schizzinosa lei. Ma un ragazzino si abitua alle cose in fretta, specie se sono cose orribili. Ho imparato presto che il sesso era potere e ho capito come usarlo per avere quello che volevo, o che credevo di volere. Penso che la cosa che conta anche nella narrativa sia il potere che hai nel raccontare, il potere di dare una voce alla tua storia. È davvero una questione di potere.
Però io amo mia mamma, la amo moltissimo. È in gran parte di lei che scrivo, della mia mamma. Non voglio che nessuno la giudichi, perché non sanno tutto. Non sanno quanto fosse affascinante e lo stile che aveva. Portava il profumo Patchouli mischiato con quest’olio di mandorle al muschio. Ogni tanto annuso qualcuno che lo porta e la cosa mi distrugge. La gente faceva semplicemente qualsiasi cosa per lei, anche in questo era brava. Io sento di doverla difendere, e allo stesso tempo sento che la cosa da cui è più duro guarire per me è tutto il dolore intorno al rapporto con lei.
Anche se poi è così con ogni madre, no?”

 

 

Marco Romani, LA RINASCITA DELLA SINISTRA
– 04/05/2002

 

“Sarah”, eroina nei parcheggi dell’autogrill

 

Bambino stropicciato di un’America profonda, ineffabile regina dei parcheggi per camionisti, santa miracolosa per viaggiatori solitari, prostituto drogato in cerca di un portafoglio da rubare. Questo è Sarah, spericolato protagonista del romanzo d’esordio del ventunenne J.T. Leroy, enfant terrible della letteratura statunitense osannato da pubblico, critica e industria cinematografica. Appena tradotto in italiano da Martina Testa (Fazi Editore, pp. 178, lire 22mila) Sarah è un libro duro, arrogante e dolorosissimo, spietato e malinconico. Leroy alterna con sapienza registri narrativi che vanno dal romanzo d’avventura ai moduli disincantati della soap opera con “inquadrature” che abbagliano fino a bruciare la pagina. Figlio di una non troppo fortunata “lucertola dei parcheggi” (un modo gergale per indicare le prostitute che si raccolgono vicino agli autogrill per camionisti) il protagonista ancora giovanissimo entra nella famosa scuderia di Glad, un pappone mezzo indiano che protegge i suoi ragazzi con caparbia volontà da ingiurie e violenze. Non travestiti qualunque sono quelli che allietano le serate ai passanti che si fermano a Le Colombe. Sono tutti ragazzi di prim’ordine che lavorano per appuntamento e “si vestono con raffinatezza: indossano le più delicate sete cinesi, il più elegante pizzo francese, la più perversa pelle tedesca”. Dopo la sua iniziazione rituale – Glad che gli dona una collana con l’osso di pene di procione – il ragazzino che ormai si fa chiamare Sarah (il nome della madre) non è contento. Lui vuole di più, vuole diventare il più famoso e ricercato “bocconcino” de Le Colombe. C’è un’unica strada per fare il salto, per sviluppare quel “sesto senso” che appartiene solo ai migliori e che permette di capire in anticipo quello che i clienti più sofisticati vogliono da lui, e quella strada porta dritto dritto al “tempio” del cervo-coniglio, un animale mitico che dà poteri inaspettati. A bordo di un camion inizia la fuga picaresca di Sarah, l’incontro con un altro protettore, Le LOup, bestiale e violento che segna il possesso sulle “sue” donne con un morso sulla schiena. Scambiata definitivamente per donna, Sarah sembra a tutti una vergine che fa miracoli e tra i cavoli puzzolenti del suo nuovo parcheggio viene incoronata santa ad uso e consumo di camionisti frustrati. Gli affari vanno bene, anche senza toccare nessuno Sarah è, al principio, una fonte inesauribile di denaro fin quando i suoi miracoli non fanno più effetto e da protettrice viene inseguita come meschina iettatrice. La prigionia, la fuga, e poi la scoperta: dietro quei lineamenti dolci e morbidi, quei lunghi capelli d’oro, si cela un maschietto che sta per crescere. Tosato fino allo scalpo, piagato da coltellate e calci, esposto come un Ecce homo davanti a una marmaglia inferocita, Sarah sembra finire così, dopo mesi di splendore, la sua epopea di eroina dell’autostrada.
Come Alice che capitombola nella tana inseguendo la corsa folle del coniglio, Sarah nel garage al neon del cervo-coniglio sprofonda anche lei nella sua botola. Al di qua, nel suo mondo di prima, ci sono i vizi raffinati dei clienti di Glad, i profumi, le spezie, i cibi elaborati, gli stupri che nei ricordi diventano carezze; al di là, nell’universo di Le Loup, ci sono i corpi sulla via del disfacimento, la cruda pedofilia, l’orrore di una natura putrida. questo almeno è quello che Sarah vede. Appare invece chiaro che in entrambi i lati di questo tunnel c’è solo la disperazione di un’infanzia bruciata e di un rapporto madre-figlio in cui l’amore procede per brutalità, sevizie, dispetti, sangue. Come in una vasca di acido, la scrittura – nonostante la complessità del tessuto narrativo – si scioglie per colare, liquida, fino a corrodere ogni nodo e ogni struttura. Lontano dai “cannibalismi” di ogni latitudine Leroy non insiste mai né sui momenti di sesso né sui lividi, la sua attenzione è puntata a trasformare in favola lieve ogni eccesso. E i camionisti che dietro i muscoli e i jeans sdruciti nascaondono frivoli slip di pizzo o calze di fina seta divengono figure quasi evanescenti di un fatato mondo che fa sgranare gli occhi. Ci pensa poi l’ironia cruda e crudele a riposizionare l’obiettivo e dove le immagini sembravano ovattate, ora riappaiono tagliate in una creta scivolosa dai contorni aguzzi.
Leggera e impalpabile Barbie gettata in un America lontana dal cristallo dei grattacieli, Sarah alla fine del suo viaggio ritrova un corpo concreto, una carne ammaccata che va a spaccarsi la faccia sul muro pur di ritrovare uno straccio di madre.

 

 

Simone Marchetti, GAY.IT
– 20/05/2001

 

SARAH: IL PESO DELLA MADRE

 


“…le volte in cui i ragazzi di Sarah venivano da me… nel buio mi tiravano via le lenzuola e mi si infilavano dentro, prendendomi con colpi silenziosi ed invadenti. Mi piacevano quelli che dopo restavano lì sdraiati con me, tenendomi stretto con mani che avrebbero potuto facilmente spezzarmi in due ma non lo facevano….”
Sarah è il titolo del romanzo di J.T. Leroy, un vero e proprio caso letterario tra gli affollati scaffali degli Stati Uniti e dell’Inghilterra e poi ancora un film con la regia di Gus Van Sant che si è precipitato ad acquistare i diritti di molti suoi lavori.
Giovane, anzi, giovanissimo: J.T.Leroy nasce nel 1980 da Sarah, una prostituta da parcheggio per camionisti, persa qua e là come una trottola proiettata a tutta velocità tra uno stato e l’altro degli USA. Sarah capisce ben presto che trascinarsi una bambina, o un bambino travestito da bambina, è molto più comodo che un maschietto e basta.
Lo stesso pensa J.T.Leroy che, come terra bagnata da una pioggia improvvisa, impara ancora prima di ogni altra cosa ad assumere la traccia pesante lasciata dalla madre: le ruba i vestiti, si infila nelle sue decollettes, si dipinge il viso con i suoi trucchi e trasferisce la sua vita sul quel palcoscenico imbellettato come gli appare quello della madre.
Un pappone innamorato gli regala l’osso di un pene di procione come trofeo iniziatico alla vita di “Lucertola da parcheggio”: il suo esordio semi serio nel via vai delle marchette coinciderà con uno dei tanti abbandoni materni, anche se la sua iniziazione sessuale iniziò anche prima, con i clienti della madre.
Di parcheggio in parcheggio, di camion in camion, l’odissea di J.T.Leroy-Sarah conoscerà la violenza, la santificazione, l’abuso, le droghe, l’ignoranza e la solidarietà tra puttane attraverso quella lente preziosa che è l’innocenza, un binocolo difettoso che trasforma il dolore in un paese delle meraviglie in cui il Bianconiglio è il volto della madre che gioca prima a celarsi e poi a sparire del tutto.
Salvo, essere ritrovato intatto, ad ogni passo, ad ogni sconfitta, ad ogni vittoria tra quelle mura invisibili che sono gli spazi di calore in cui la piccola lucertola Sarah accoglie per buone le più crudeli dimostrazioni di possesso.
“…i clienti non mi parlano, mi guardano appena. Mi trattano male, come un volante a cui devono far fare una curva troppo stretta… eppure non m’importa di quanto siano rozzi e violenti i camionisti: quell’attimo di silenzio, quell’istante prima che finiscano, è il contatto più dolce che si possa avere con qualcuno…”
“Il proposito di restare con mia madre è tutta l’aria di cui i miei polmoni hanno bisogno”.
Oggi J.T.Leroy vive in modo solitario usando il telefono e soprattutto internet come filtro per osservare il mondo e venirne osservato. Di lui circola una sola foto, ma dal suo sito risponde a quasi tutte le mail che gli vengono inviate. Dopo essere stato tolto alla madre, è passato da riformatori a istituti vari fino all’incontro con uno psicoterapeuta che “..mi ha salvato la vita…” annota.
In un’intervista dice “…con il successo di Sarah la mia vita è cambiata molto. Ma io no. Odio uscire di casa. Mi sento protetto solo dentro queste quattro mura. Non sono ancora riuscito a trovare un equilibrio e vivo sul confine di un baratro. Fatico a piacermi per quello che sono. Ma almeno il fatto di scrivere mi dà qualcosa per cui vale la pena di vivere”
Nel finale del libro scrive:
“…Rivedo la faccia di Sarah come l’ho vista una volta che la tenevo tra le braccia e lei non respirava più, con l’ago ancora conficcato nel braccio che gocciolava come una penna rossa…mi guardò e disse: “Sono tornata per te”.
“Perché torni sempre indietro a prendermi?” le chiesi.
Mi tirò vicino a lei come se si stesse prendendo le fiches vinte dal centro di un tavolo da poker.
“Abbiamo tutti bisogno che qualcuno sappia chi siamo veramente”.

 

 

LIBERAZIONE
– 22/05/2002

 

Sarah

 

La mamma si prostituisce ai bordi dell’autostrada. Lui, che spesso rimane solo, decide di seguirne le orme. Ha appena dodici anni quando inizia a travestirsi da donna e ad affrontare la stessa vita della madre. Inizia così un viaggio avventuroso attraverso un mondo segnato dalla sofferenza, da speranze e attese, da delusioni e violenze. Un “attraversamento” delle identità che diventa poesia e che, presto, diventerà anche un film per la regia di Gus van Sant, non nuovo a questo tema. Un successo internazionale scritto da un autore di 21 anni.

 

Loretta Marsilli, IL PICCOLO
– 23/05/2001

 

Miss Lucertola e la sua fiaba corrotta

 

“Un romanzo di formazione che suona come una favola perversa, un’’’Alice nel paese delle meraviglie’’ in acido”. Così il “New York Times Book Review” ha recensito “Sarah”, (Fazi, pagg. 178, lire 22 mila) lo stupefacente romanzo d’esordio di J.T. Leroy, ed è una definizione così calzante, così espressiva che vale la pena citare qui nonostante la sua presenza in quarta di copertina.
Americano, ventun anni, fisico allampanato e sguardo ambiguo di chi sa mescolare grazia a malizia e provocazione, Leroy scrive da quando di anni ne aveva appena sedici, pubblicando racconti e articoli su varie riviste e antologie con lo pseudonimo – invero un po’ retorico, ma l’età, giustamente, gli concede anche qualche debolezza – di Terminator. “Sarah”, dunque, è il suo primo libro. A neanche un anno dalla trionfale uscita negli States, Gus Van Sant ne sta già girando la versione cinematografica. Insomma, questa volta si può gridare al fenomeno letterario perché questo ragazzo ha davvero una capacità straordinaria di giocare con i fatti e, soprattutto, con le parole, che usa con tutta la disinvoltura concessagli dalla felice sregolatezza che, solo nei casi più fortunati, si accompagna al genio.
La storia che questo giovanotto ci narra è crudissima e incredibilmente dolce allo stesso tempo. Sarah è, in realtà, Sam, un ragazzino di appena dodici anni. Vive nel West Virginia, in un pessimo motel accostato a una stazione di servizio, assieme alla giovanissima madre, una “lucertola da parcheggio”, cioè una prostituta da camionisti. È da lei che Sam prende il proprio nome d’arte quando, spinto da un incontrollabile bisogno d’identificazione, travestito da bambina e coi boccoli biondi sciolti sulle spalle, comincia a muoversi fra i bisonti della strada. Ed è solo a lei, madre adoratissima e inafferrabile, che Sam-Sarah ispira la propria vita disgraziata e avventurosa. La sua meta è imparare ad amare gli uomini come una vera professionista, così da guadagnarsi un osso di pene di procione, l’amuleto (ma anche una specie di decorazione “al valore”) che Glad, il pappone meticcio, conferisce alle sue protette. Lo vuole più grosso di quello della madre, per vantarsene con lei e farle invidia, perché a lei lo unisce un rapporto di grande rivalità. Ma è anche, in un modo assolutamente perverso, un rapporto di grande amore. Per Sam la mamma è proprio tutto. Sarah lo stringe a sé, lo soffoca di baci, salvo poi passarlo ai propri clienti, perché continuino a spassarsela anche dopo che hanno finito con lei.
Per Sam-Sarah è una specie di competizione. Con la madre, per vedere chi è la più brava a soddisfare gli uomini, ma anche con se stesso, per meritarsi l’apprezzamento della mamma e realizzare con lei – che, volubile e incosciente com’è, non esita ad abbandonarlo per il primo camionista che le faccia intravvedere il miraggio di una vita migliore – un legame e una complicità che siano per davvero unici, irripetibili.
Così Sam-Sarah parte per l’inferno con in tasca un biglietto di sola andata, e lungo la strada s’inoltra in una galleria di personaggi terribili e grotteschi, in una storia non riassumibile di straordinaria follia, una storia che, filtrata attraverso lo sguardo sgranato di un bambino allucinato, assume i contorni di una fiaba. Una fiaba corrotta di cui lui diventa, quasi senza accorgersene e soprattutto senza volerlo, il protagonista assoluto. Attorno a Sam si addensano odi, amori, sortilegi e orribili degenerazioni, ma lui rimane solo un ragazzino abbandonato e privato di ogni riferimento, alla disperata ricerca di qualcosa, di qualcuno che, non importa attraverso quale strada contorta, sia in grado di offrirgli un’illusione di calore, di solidarietà. Di amore: “Perché non importa quanto siano rozzi e violenti i camionisti: quell’attimo di silenzio, quell’istante prima che finiscano, è il contatto più dolce che si possa mai avere con qualcuno. Li conservo, quei momenti – le mani macchiate di tabacco e di grasso che mi accarezzano teneramente la gola, le labbra aperte in un’estasi silenziosa che mi baciano la fronte come quelle di un genitore che dà la buonanotte a un figlio”.

 

GRAZIA
– 15/05/2001

 

Sarah

 

Primo romanzo di un enfant prodige che ha debuttato a 16 anni (adesso ne ha 21!) pubblicando short story con lo pseudonimo di Terminator, Sarah nel 2000 è stato un caso editoriale negli Usa. Per l’originalità di questa favola perversa e autobiografica di cui è protagonista un ragazzo di strada. Ma anche per il mistero intorno allo stesso autore, che comunica solo via internet.

 

 

Gian Paolo Serino, KULT
– 01/06/2001

 

Sarah

 

Un libro sconvolgente: un romanzo di formazione che ha i contorni di una favola perversa e reale sull’infanzia rubata. Un libro ai margini che ha consacrato il suo autore, l’appena ventenne J.T. Leroy, a vero caso editoriale sia negli Stati Uniti che in Inghilterra. Proprio da Sarah è stata tratta la sceneggiatura del prossimo film di Gus van Sant.

 

 

Ursula De Gaspari, ROCKERILLA
– 01/06/2001

 

J.T. Leroy, Sarah, Fazi Editore

 

Sarah è un romanzo di formazione “bomba”: il giovanissimo autore ci conduce per mano in un mondo oscuro e spietato, conservando una verginità di spirito degna di una favola moderna. Molti sono gli spunti autobiografici e i generi, non solo letterari, non hanno più importanza. Sarah è come Alice in un paese delle meraviglie popolato di papponi, pedofili e travestiti, dove il/la protagonista scende lentamente agli inferi. Sarah ha talmente voglia di essere compreso ed accettato dal mondo, e soprattutto da sua madre, che si trasforma di fronte agli occhi degli altri: quasi come un camaleonte, diviene quello che gli altri vogliono che sia. All’inizio è un Tadzio contemporaneo che decide di prostituirsi nei parcheggi dei camionisti. Durante questa favola indiana distorta diviene Cherry Vanilla, una splendida bambina dai riccioli d’oro, sfiorata ed accarezzata dagli uomini. Questo non le basta e decide di scappare dove nessuno la conosca, in un luogo dove possa sperimentare la stessa vita di sua madre, navigata lucertola da parcheggio. Cambiare magnaccia non le permette di ottenere il degrado necessario: questa volta viene scambiata per una santa iridescente da portare ad esibire in processione, perché dotata di poteri soprannaturali. Il trucco non dura purtroppo a lungo perchè la sua sessualità viene scoperta e, come nel film “Boys don’t cry”, la punizione è durissima. Viene rapata a zero come Giovanna D’Arco diventando un giovane ragazzo costretto a prostituirsi con i reietti. L’unica consolazione sono gli stupefacenti e i fumi dell’alcool che permettono di passare anestetizzati da una marchetta all’altra. Non resta che tornare al punto di partenza, come in un gioco dell’oca in acido, per capire la verità. La morale, neppure troppo amara, è che non serve ricercare con fatica la verità altrove: essa risiede in noi, nella purezza del nostro animo, impotente di fronte alle scelte di vita del prossimmo.

 

 

Erica Arosio, GIOIA
– 05/06/2001

 

Alice nel paese degli orrori

 

Negli Stati Uniti è stato un caso letterario. Prima di tutto perché l’autore ha 20 anni e scrive da quando ne aveva 16, poi per l’argomento: Sarah altri non è che un ragazzino dodicenne, figlio di una prostituta che lavora in un’area di servizio e sogna di fare lo stesso mestiere della madre. e ci riesce, incontrando nel suo percorso loschi figuri che assomigliano più agli orchi delle fiabe che a veri criminali. Sullo sfondo, personaggi fantastici, come il Cervoconiglio e amuleti ad hoc, come l’osso di pene di procione. Che l’autore vende sul suo sito internet (www.jtleroy.com). Da questo romanzo onirico, pieno di fantasia e con una sua inquietante tenerezza, Gus van sant sta girando un film.

 

 

Chiara Valentini, D – LA REPUBBLICA DELLE DONNE
– 05/08/2001

 

Lucciole e lucertole

Nel romanzo d’esordio di J.T. Leroy l’itinerario, in parte autobiografico, di una difficile formazione

Ha un sogno un po’ speciale Cherry Vanilla, ambiguo ragazzino dai ricci biondissimi come sua madre Sarah: quello di poter diventare la miglior lucertola da parcheggio di tutto il West virginia. Bisogna dire subito che in quel pezzo di America profonda dove Cherry Vanilla sta crescendo, in un sudicio motel, le lucertole da parcheggio sono le prostitute e i travestiti che rallegrano le soste dei camionisti nelle stazioni di servizio. Non conosce altro mondo il protagonista di Sarah (Fazi Editore, pp. 178, Lire 22 mila), romanzo d’esordio del giovanissimo J.T. Leroy, che negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove il libro è uscito l’anno scorso, ha raccolto un coro di lodi che va dalla stampa underground fino al New York Times e al Guardian. Sono molte infatti le porte che socchiude questa favola nera e in buona parte autobiografica, quasi un’Alice nel paese delle meraviglie in versione pulp. Armato di un osso di pene di procione – il bizzarro amuleto che gli ha consegnato il pappone indiano Glad – Cherry parte per un viaggio nell’ambiente luccicante della perversione e degli emarginati, fra camionisti fintamente machi, misteriosi riti religiosi e lucciole disposte a tutto. Incertissimo sulla sua identità sessuale, oltre che morbosamente legato alla madre Sarah, la regina indiscussa delle lucertole da parcheggio, Cherry Vanilla alla fine conquista dolorosamente l’autonomia e la coscienza che non è quello il mondo che fa per lui. E’ un divertimento un po’ amaro, la lettura di Sarah. Nella sua trama scintillante, che Gus van Sant sta già trasformando in film, questo curioso romanzo ci parla di abusi, di dipendenza, di esseri umani comprati e venduti. L’ottima traduzione (di Martina Testa), rispetta il ritmo leggero e crudele dell’originale, riuscendo a non togliere quasi nulla della sua sfacciata freschezza.

 

Simone Caltabellota, TIME OUT
– 04/01/2001

 

Il wonderboy della letteratura

 

Capita spesso di iniziare a leggere un libro con grandi aspettative (i critici sui giornali magari gridano al capolavoro) e rimanere poi assolutamente delusi. Capita molto più raramente di iniziare a leggere un libro aspettandosi di trovarlo piacevole, o divertente, e scoprirvi invece molto di più di quanto immaginato, al punto da essere trascinato, pagina dopo pagina, verso un luogo che prima non conoscevi e che esiste solo lì, in quel libro, in quella storia, in quella scrittura. Con Sarah succede esattamente così. Si inizia a leggerlo incuriositi da una recensione entusiastica pubblicata sul New York Times Book Review; si pensa ad un buon esordio, come del resto ce ne sono parecchi nella letteratura americana di questi anni, una storia forte, autobiografica, ambientata in un contesto (un West Virginia in cui convivono folklore, antiche tradizioni indiane e alcuni dei peggiori aspetti della modernità) quanto meno inusuale. Quello che si trova invece è altro, un grande romanzo, un’esperienza di lettura emozionante e difficilmente accostabile ad altre e, soprattutto, davvero difficile da dimenticare. Per Sarah, sua opera d’esordio, J.T. Leroy è stato avvicinato a molti celebri scrittori, da Mark Twain fino a Dennis Cooper passando per William Burroughs, Dorothy Allison e Jim Carrol; può darsi invece che in realtà Sarah non assomigli a nulla che abbiamo letto in passato. J.T. scrive come se venisse da una realtà simile ma allo stesso tempo ben differente rispetto a quella raccontata dalla letteratura che abbiamo finora frequentato. E’ vero, Sarah è un libro autobiografico e per molti versi ‘estremo’, ma non è questo che lo rende originale o accattivante, quello che stupisce di questo scrittore appena ventenne è la straordinaria capacità, attraverso la storia di un ragazzino che scappa di casa per riuscire ad essere finalmente accettato da una madre che se ne cura poco o niente, di trasmettere emozioni, di coinvolgere il lettore in un viaggio magico e terribile dentro un mondo sconosciuto. Questo viaggio in un paese delle meraviglie che si trasforma presto in una terra desolata e maledetta. J.T. lo racconta come sanno fare soltanto i grandi scrittori, in un modo che è solo suo, con lo stupore e il terrore di chi ancora non ha conosciuto il male e vive a cuore aperto, come avviene al protagonista e suo alterego, Cherry Vanilla: è questo che fa di Sarah un’opera assolutamente inaspettata, sorprendente, ed è il talento naturale di Leroy, la sua scrittura lirica e immediata, dura e tenera al tempo stesso, che lo rende davvero, come è stato definito dalla critica americana, il ‘Wonderboy’ della letteratura.

 

TIME OUT
– 04/01/2001

 

Il ragazzo con l’osso di procione

 

Il ragazzo con l’osso di procione Dicono che ricordi scrittori diversi come Mark Twain, Dennis Cooper e William Burroughs. Ma la qualità principale di J.T. Leroy, scrittore appena ventenne, è quella di non somigliare a nessuno. Esce in Italia per Fazi il suo primo romanzo, Sarah, salutato dalla critica statunitense e inglese come un vero capolavoro. E’ la storia di un ragazzino fuggito di casa con un sogno: fare vita di strada, l’unica vita che conosce, l’unica vita che ha visto fare a sua madre. Una educazione sentimentale nei parcheggi per camionisti del West Virginia narrata in prima persona con la leggerezza e lo stupore di Alice nel Paese delle Meraviglie, con una scrittura alta che cattura ed emoziona. Il giovane autore non ama mostrarsi, rilasciare interviste, né farsi fotografare. Di lui si è detto persino che non esiste, ma risponde per e-mail a chiunque gli scriva. Fazi Editore e Time Out festeggiano il romanzo, che presto sarà un film, con un reading e una festa di Mucca Assassina il 6 aprile al Qube con Vladimir Luxuria.

 

NET TV -SUPPLEMENTO DE LA STAMPA

 

SARAH

 

Il suo cognome è quasi un’anagramma di quello di Ellroy, e anche nella biografia di questo ventenne d’America ci sono violenza, squallore e una madre da trauma. Sarah, romanzo autoritratto scritto su suggerimento dello psicoanalista che gli ha salvato la vita e diventato un caso editoriale (Gus Van Sant ne ricaverà un film), è la storia del dodicenne Cherry Vanilla, che adora sua madre e sogna di diventare come lei. Peccato che la mamma faccia la puttana sulel strade del West Virginia e che il fanciullo dai boccoli d’oro sperimenti, fra le roulotte e stazioni di servizio, l’invidia di prostitute e travestiti da parcheggio, la cupidigia dei protettori, la lussuria di corpulenti camionisti che portano mutandine di pizzo sotto i jeans e raddrizzano la riga delle calze a rete prima di infilarsi gli stivaloni….. Ma l’innocenza si nasconde nei luoghi più impensabili, e l’etereo Cherry Vanilla diventa una sorta di icona religiosa. Per l’estasi degli degli omaccioni di passaggio.

 

YOUNG&SEXY
– 05/01/2001

 

Sarah

 

Un dodicenne, figlio di una prostituta, fa a gara con la mamma per vedere chi seduce più camionisti nel West Virginia. Scritto da un ragazzo fenomenale, il libro (lo direste) è delicato, tenero, geniale. Amatissimo in Inghilterra e in America.

 

Cinzia Fiori, CORRIERE DELLA SERA
– 28/04/2001

 

Leroy, gioventù dal cuore malato

 

Memorie di una lucertola ossia di una prostituta da parcheggio. Una cupa vicenda privata è diventata un successo internazionale. Questione di talento, quello dell’oggi ventenne J.T.Leroy che, uscito dallo studio dello psicoanalista si è reinventato la vita in un romanzo, Sarah. Cherry Vanilla, bellissimo ragazzino dai boccoli biondi, aveva dodici anni quando decise di diventare una leggenda fra le prostitute delle stazioni di servizio del West Virginia; non foss’altro per dimostrare all’egoista e mitizzata madre d’essere più bravo di lei nel mestiere. Ma la ragnatela psicologica che intrappola Cherry Vanilla non finisce qui. Preso nel gioco di un rapporto servo-padrone con Glad, il protettore “buono”, sceglie l’azzardo per bruciare le tappe verso la celebrità e il rispetto di Glad. Così, assunto il nome di battaglia Sarah, attraversa il fiume verso una terra di nessuno popolata da lucertole drogate, pedofili, camionisti in giarrettiera rossa sotto la tuta, stupratori, papponi avidi e divinità pagane. Una fuga che non mancherà di presentargli il conto, una discesa agli inferi e ritorno, per quelo che di fatto è un romanzo di formazione. Alla sopravvivenza, s’intende. Perché se la vita è altrove, magari in altri libri, quella di Sarah matura dentro un mondo bieco e violento. Non si dà nulla oltre quei confini, nessuna inverosimile salvezza. Uno scenario degno della fantasia di Burroughs, è stato scritto; o forse dei nudi pasti serviti dalla realtà. A che cosa è dovuto tanto successo? All’abile equilibrio tra corruzione e candore che ha conquistato il regista Gus Van Sant? Forse, ma la ricetta non è così semplice. Le Roy attraversa la brutalità con la leggerezza ironica dell’adolescenza, con l’ingenuità di chi non conosce altro: finisce così per indossare i panni del narratore di una fiaba nera e grottesca, perché fiabesco è il suo sguardo. Nato dal fango, dal disagio vero e plasmato con una grazia che l’encomiabile traduzione di Martina Testa restituisce, Sarah non è per cuori malati, ma per cuori capaci di accogliere i mali della vita.

 

HAPPY WEB
– 04/04/2001

Net Generation

Toh, un altro giovane Holden!

Un ventunenne Usa racconta una trasgressiva adolescenza fra prostitute e camionisti.

Vive da solo da quando la madre se n’é andata, abbandonandolo. Ha sperimentato ogni genere di droga. Poi ha incontrato uno psichiatra, si é redento e a 16 anni ha esordito con una raccolta di racconti. Oggi, a 21, ha pubblicato un romanzo divenuto un caso letterario negli Usa, per cui autori come Chuck Palahniuk (Fight Club) e registi come Gus Vn Sant hanno scomodato perfino lo scrittore William Burroughs. Lui si chiama J. T. Leroy. Sarah (Fazi Editore, 192 pp., 22 mila lire) é il titolo del suo libro, in gran parte autobiografico: é la storia di Cherry Vanilla, figlio della prostituta Sarah, che, in competizione con la madre, e prima di redimersi, si vota alla carriera di “lucciola” nel West Virginia. Recensioni e notizie su www.fazieditore.it/leroy.

 

GIuseppe Genna, CLARENCE.COM

La società delle menti

SARAH

 

Ci hanno insegnato le favole. Poi ci hanno insegnato che le favole non sono esattamente quello che credevamo che fossero: l’incantamento nasconde baratri di ferocia metafisica e fisiologica, che segnano con griffe disperate la nostra percezioni di non essere mai, definitivamente, adulti e pacificati (un altro mito che la letteratura cerca di abbattere da millenni). La letteratura reagisce a questo edenismo borghese e fondamentalmente falso con i mezzi che ha a disposizione: i geni. In questo preciso incrocio tra favola e opera al nero la letteratura celebra l’irruzione di un genio atipico, giovanissimo, improbabile, addirittura irritante per chi si è coltivato storicamente l’illusione del Candore. Questo genio si chiama J.T. Leroy, ha ventuno anni, vive con una famiglia allargata che farebbe impazzire anche i più arditi trasgressori del codice politicamente corretto. E, ciò che più importa, dispone di una scrittura folgorante, di una fantasia sfrenata, di una disperazione abissale, di una crudeltà apotropaica, di una violenza ancestrale, irredentista fino alla scarnificazione di sé oltre che del mondo. Questo Sarah è un evento per chi pensa che la letteratura sia una facoltà di sentire il mondo e di trasformare se stessi. E’ una boccata di ossigeno per chi ritiene che, laicissima e del tutto amorale, la narrativa costituisca una forma di ascesi individuale, radicalmente individuale. Chuck Palahniuk, Dennis Cooper e Thomas Pynchon stanno fornendo esempi di una simile e violenta emancipazione dalle catene in cui l’abitante planetario che fa ormai parte di un devastatissimo cognitariato è andato recludendosi – per nulla sua sponte. La lezione irriducibilmente anarchica di questa letteratura corrosiva per la mente e deregolatrice dei sensi viene elevata a una potenza incontenibile da questo ragazzino che il karma sembra averci inviato come fio delle colpe che non sapevamo di avere. E, appunto, i giudizi entusiastici di Palahniuk e Cooper indicano che un nuovo pioniere del Nulla che siamo si è aggiunto alla prestigiosa schiera dei combattenti per il superamento della libertà. Sarah è un ragazzino dodicenne, Cherry Vanilla, che in una delirante spirale edipica assume, metabolizza e fa impazzire in sé l’identità della propria madre: come lei (incontrastata regina delle puttane per camionisti) Sarah addiviene a uno stato di prostituta del Mondo, e sotto la guida di un Belial della Virginia supera ogni grado dell’abiezione, dell’equivoco e della redenzione, salendo con vertiginosa velocità la scala mistica che conduce alla Santificazione della Puttana e, quindi, allo spazio bianco in cui si precipita dopo la santificazione. Le avventure della piccola troia transgender – che alla Cooper compie il suo cursus honorum attraverso contatti frenetici con pedofili, sadomaso e figuranti di ogni sessualità eccessiva – si iscrivono in un gorgo di lucidità che esclude a priori l’amore e, al limite, la violenza stessa. Sarah è un controcanto alla Vita, a favore dei territori incontaminati della Sopravvivenza. L’illusione di essere illusi era già agli sgoccioli, ma la spallata che il giovanissimo J.T. Leroy dà alle nostre buone coscienze è memorabile e costruisce uno dei capolavori narrativi della nostra contemporaneità. Allegorico nel senso più alto (cioè: in quello più basso e degradato), ispirato a un “io” che è sicuramente Leroy e molto più di Leroy, Sarah sconvolge non da un punto di vista etico, né ideologico, né immaginifico. Sconvolge da un punto di vista letterario. Questa è davvero la nostra vita e fare qualcosa è urgente tanto quanto è imbarazzante. Si tratta della frontiera di sempre: quella che i Grandi hanno dovuto attraversare in ogni età. Leroy ha definitvamente avanzato la propria candidatura a questa dissennata, disperatissima compagine.

 

ALTO ADIGE
– 04/11/2001

NUOVI AUTORI / L’esordio di J. T. Leroy

Fulminante Cherry Vanilla

 

Accostato alle storie del miglior Burroughs, salutato in America come uno degli avvenimenti letterari più sorprendenti degli ultimi anni ecco il romanzo dell’esordio ufficiale, di J.T. Leroy, 21 anni. Basato su vicende autobiografiche, il libro del quale ha acquisito i diritti cinematografici Gus van Sant, in Inghilterra e America é stato accolto entusiasticamente sia dalle riviste underground sia dalla stampa istituzionale, da autori come Chuck Palahniuk e Dennis Cooper, da cantanti come Suzanne Vega e Lydia Lunch. E’ la storia di Cherry Vanilla, figlio della prostituta Sarah che, in competizione con la madre, inizia una carriera di lucciola da parcheggio per i camionisti nel West Virginia ribatezzandosi Sarah, come la sua mamma. Scambiato davvero per una ragazzina dal perfido LeLoup, Cherry sarà coinvolto in un drammatico e esilarante processo di “santificazione” con adorazione di camionisti in processione. Ma, una volta smascherato conoscerà il più bieco sfruttamento e sprofonderà nella schiavitù di alcol e droghe. Seguirà una fuga rocambolesca che lo riporterà a casa dove non troverà più la madre. Figura anomala nel panorama letterario, J. T. Leroy pubblica racconti dall’età di sedici anni.

 

Alessandra Bonetti, CARNET
– 04/01/2001

J. T. Leroy é amato da scrittori maledetti e rocker. Ora arriva in Italia il suo romanzo verità sulla sconvolgente vita di un dodicenne americano. Che ha conosciuto l’abisso e l’estasi. E oggi anche il successo.

Io, bello e dannato

 

Succede talvolta che un libro colpisca così tanto l’attenzione che ci si chiede: la storia é autobiografica o di pura fantasia? E ancora: chi ne é l’autore e com’é diventato scrittore? Stiamo parlando di J.T. Leroy, salutato in America come il nuovo Burroughs e apprezzato da scrittori come Chuck Palahniuk e Dennis Cooper, rocksinger come Suzanne Vega e Lydia Lunch, registi come Gus Van Sant, il quale ha acquistato i diritti cinematografici del suo romanzo d’esordio, “Sarah” (in uscita in Italia da Fazi). Nato nel West Virginia nel 1980, J.T. Leroy ha passato l’infanzia viaggiando in macchina attraverso gli Stati Uniti, insieme alla madre, una prostituta che si divertiva a vestirlo da bambina. “Mia madre aveva quattordici anni quando sono nato. Era una ragazzina e forse non é mai cresciuta” racconta con un misto d’amarezza e di dolore. “Per lei un figlio come me era un impaccio; diverso invece se ad accompagnarla era una bambina. Agli uomini piace molto. E anche a me piaceva. Io sono sempre stato come una sua estensione, un corpo con il quale avrebbe potuto fare tutto quello che voleva. E mi c’é voluto molto tempo per vedermi come una persona separata da lei e riuscire ad accettare la mia sessualità”. Eppure, di quegli anni Leroy ha conservato lo sguardo incantato del bambino. Un bambino che, parafrasando in chiave acida la favola di “Alice nel paese delle meraviglie” é andato un giorno nel bosco, ha incontrato un coniglio bianco elegantemente vestito, lo ha seguito fino alla sua tana ed é caduto in un pozzo profondissimo. Solo che il bosco di Leroy, o meglio di Cherry Vanilla, il protagonista dodicenne del romanzo, é parcheggiato dove la madre, Sarah, si prostituisce e lui stesso, travestito da femmina, inizia una grottesca e mirabolante carriera di “lucciola” per camionisti. Il “coniglio bianco”, invece, é un perfido magnaccia, LeLoup, che lo scambia per una ragazzina e lo coinvolge in un esilarante e drammatico processo di “santificazione”, destinato a concludersi però nel peggiore dei modi. Alla fine Cherry Vanilla, in modo rocambolesco, riesce a fuggire e a tornare a casa, ma la madre, così adorata, non c’é, é andata via, e Cherry pian piano inizia una nuova vita. Proprio come Leroy . “In questo libro c’é la mia vita, la parte più tragica della mia esistenza” confessa “appena nato, infatti, ero stato dato in affidamento a una famiglia, che avrebbe voluto adottarmi. Ma lei era la madre naturale e quando é venuta a riprendermi non c’é stato nulla da fare. Certo, se fossi rimasto con la mia famiglia affidataria non avrei mai scritto questo libro, probabilmente non sarei nemmeno diventato uno scrittore. Ma sicuramente sarei stato felice, o più felice”. Una consapevolezza che pesa come un macigno: “ Il fatto é che se dentro a un qualcosa ci sei nato, finisci per non porti nemmeno determinate domande. I bambini cresciuti in famiglie disagiate, dove il sesso é il pane quotidiano, non si rendono conto di cos’é un abuso sessuale. Non pensano che i genitori li stiano violentando. Per me, allora, essere considerato una preda sessuale rappresentava solo un atto d’amore. Solo ora capisco quanto tremendo sia stato tutto questo.” Preso in consegna da diversi istituti e dopo essere stato in riformatorio, a quattordici anni J.T. ha incontrato uno psicoterapeuta che gli ha salvato la vita: “E’ stato lui che mi ha incoraggiato a scrivere. A scrivere sull’aiuto che non ho mai ricevuto dagli assistenti sociali e su tutto quello di cui avrei avuto bisogno e non mi é stato dato. E’ stato come se si aprisse un varco dentro di me: improvvisamente ho cominciato a ricevere attenzione per qualcosa di diverso dal mio corpo”. Un corpo che tutt’ora é sessualmente indefinito: esile come quello di una ragazza, nervoso come quello di un maschio. E che Leroy mostra con grande difficoltà. Di lui infatti circola solo una fotografia, quella che lui stesso ha autorizzato. Per il resto, usa il filtro del telefono o di Internet, di cui é un grande appassionato (ha anche un sito dove con una precisione quasi maniacale risponde a tutte le e-mail). A 16 anni ha cominciato a collaborare regolarmente per diverse riviste New York Press, Spin e Nerve. E un anno dopo ha scritto il suo primo libro, mai pubblicato : “Una storia dura, spigolosa, totalmente priva di humour. Lo humour é importante per uno scrittore”. E leggendo Sarah lo si capisce perfettamente: “ Questo é potuto accadere solo quando mi sono staccato dalla realtà che fino allora avevo vissuto, per immergermi totalmente nel racconto”. Un distacco che, se é avvenuto per il Leroy scrittore, non si é ancora però del tutto concretizzato per il Leroy persona. “Con il successo di Sarah la mia vita é ovviamente cambiata molto. Ma io no. Odio uscire di casa. Tutte le sere prego Dio che non venga un terremoto. Mi sento protetto solo dentro queste quattro mura. Non sono ancora riuscito a trovare un equilibrio e vivo sempre sul confine di un baratro. Fatico a piacermi per quello che sono. Odio il 99,9 per cento di me stesso. Ma almeno il fatto di scrivere mi dà qualcosa per il quale vale la pena vivere”.

 

Chicca Gagliardo, GLAMOUR
– 03/01/2001

 

L’altro punto di vista

 

Gli uomini descritti sono clienti. “Lei” fa la prostituta: ma è un maschio. Sarah (Fazi, 22.000) è il libro che ha rivelato negli Usa un nuovo scrittore. Nome: J.T. Leroy. La storia, grottesca e avventurosa, è autobiografica e presto diventerà un film. Alla regia: Gus van Sant.

 

Maura Murizzi, IL MUCCHIO SELVAGGIO
– 04/10/2001

 

J.T. LeRoy – Sarah

 

Innocente ma provocante, infantile eppure imbarazzante, il romanzo di J.T. LeRoy è un po’ come la Barbie che ancheggia sulla copertina: un mix conturbante e quasi finto di favola e realtà, di cowgirls e travestiti, di candore e perversione. La favola racconta di un dodicenne che anela a ricongiungersi alla giovane e bellissima madre a prezzo di amene peripezie tra cerviconigli, amuleti d’osso di pene di procione (a voi lettori scoprirne i miracolosi poteri), papponi buoni e camionisti transessuali; la pittoresca autobiografia ci rivela invece che Sarah è una lucertola da parcheggio – ossia una prostituta per camionisti – e Cherry Vanilla il figlio androgino determinato a seguirne le orme, sia fisicamente (la mamma lo ha abbandonato) che metaforicamente. La materia è ghiotta per lettori sporcaccioni, registi in acido (Gus Van Sant si è già prenotato) e psicanalisti da salotto televisivo, tanto è carica di sesso e violenza: ma quel che è nuovo, e spiazzante, non è tanto l’educazione sentimentale a base di esercizi orali con carota, giochi erotici con pedofili, serpenti neri e passeggiate sull’acqua, quanto piuttosto il tono narrativo ingenuo e stupefacente (ma raramente stupefatto), esotico e delicato, disarmante e violento, a metà strada tra Dickens e i fratelli Grimm. La magia, stemperata da una buona dose di involontaria comicità, di un libro come Sarah è tutta qui, ed è tanto più apprezzabile perché ha la freschezza di un ragazzo di vent’anni che ha un’esperienza pressoché unica da raccontare, e la racconta nel modo più diretto e naturale. Senza il ricorso a tante, postmoderne, sovrastrutture di tecnica narrativa. Come per qualsiasi esordio, rimane il dubbio amletico: siamo in presenza di un astro nascente o di una luminosa, ma effimera, stella cadente? Sicuramente il dilemma non si pone per la qualità della traduzione né per la lungimiranza dell’editore italiano, entrambe impeccabili.

 

Michele De Mieri, IL NUOVO
– 04/05/2001

 

LeRoy, l’infanzia persa per strada

L’ultimo romanzo del giovane, Sarah, è una storia fatta di giovinezza mancata e vita per strada. Viene presentato in una discoteca, dove interviene Pierluigi Diaco: diffido degli inviti alla lettura per i giovani.

ROMA – J.T. LeRoy è l’autore di Sarah, romanzo ultra segnalato e lodato nella scorsa stagione letteraria americana, per Spin, The Face, Time Out e N.Y. Times Book Rewiew è stato uno dei dieci libri dell’anno. J.T. LeRoy è un ragazzo di ventuno anni e quando ha scritto il libro ne aveva diciannove, dopo aver scritto vari racconti negli anni precedenti che firmava con l’ironico pseudonimo di Terminetor: “il contrario di come sono io fisicamente”, ha detto una volta. LeRoy è ora un ragazzo di successo e probabilmente anche ricco, ma fino a pochi anni fa, in particolare tra i suoi dodici e sedici anni, è stato un bambino veramente sfortunato, si prostituiva e si drogava, e da un certo punto in poi un’attività necessitava dell’altra e viceversa. Ora pensare ad un bambino di dodici anni che si prostituisce, e la stessa cosa fa sua madre, fa pensare ad un inferno di violenze, privazioni, depravazioni, e se il libro fosse stato scritto non da LeRoy e non negli Stati Uniti avremmo probabilmente letto un romanzo tutto denuncia e crudo realismo, ma per fortuna, è questo è il pregio principale di Sarah, non ci troviamo di fronte a tutto questo, bensì piuttosto dentro una favola tout court: con tanto di buoni e cattivi e massicce dosi insieme di candore, ingenuità e violenza, solo che tutta questa favola è vera e solo la scrittura, poetica e trasfigurante, la allontana dal reale. La storia di Sarah è la storia di LeRoy: un bambino di dodici anni, Cherry Vanilla, che vuole essere come la sua madre prostituta e cosi si traveste da bambina e diventa una “lucciola da parcheggio” (nome poetico che nel West Virginia indica le prostitute delle aree di servizio dove sostano prevalentemente i camionisti) con tanto di protettore-sciamano, rito iniziatici e corso di formazione. Fin qui la prima parte della favola dove, tra una marchetta e l’altra, la piccola Sarah (ha scelto il nome della madre come nome di mestiere) vivrebbe in un mondo quasi idilliaco con tanto di miti locali, affetti vari e sogni nel cassetto (poter avere anche lei un giorno il bagnoschiuma profumato come quello della mamma e al collo un osso di pene di procione più grande a dimostrazione di essere la regina delle lucciole). Ma al peggio non c’è mai limite, e, infatti, Sarah finirà, come in un romanzo di formazione, per scappare da quel mondo e troverà un pappone che prima la innalza a fenomeno religioso locale, con tanto di stigmate e santuario diventa la “santa dei camionisti”, per poi finire spogliata delle sue vesti e della sua identità femminile a far marchette come ragazzo tra violenze e droghe. Ma il vecchio protettore e con esso le fate drag queen  stanno arrivando… Di questo romanzo, definito un “Alice nel paese delle meraviglie in acido” e scritto da William Burroughs, ne sta già facendo un film Gus Van Sant che potrà tornare cosi al film indipendente e trasgressivo stile Belli e Dannati, Drugstore cowboy e Cowgirl: il nuovo sesso, e la materia di Sarah sembra fatta apposta per lui, anche se più che ad un film tutto questo universo sembra derivare, e approdare, al mondo dei nuovi cartoon americani, quelli politicamente scorretti e molto spinti in quanto a tematiche e linguaggio (ma restano rassicurantemente cartoni!). Il libro sorprende proprio per queste capacità di raccontare situazioni estreme e violente sempre con un linguaggio leggero, ironico, anche quando c’è (e c’è) più dolore. Forse quest’abilità è stata anche una scelta obbligata, forse LeRoy aveva solo questo modo per parlar del suo mondo infantile, dei suoi orchi e delle sue Barbie-puttane. Scoperto da Dennis Cooper, che ne fa un personaggio anche nel suo ultimo romanzo Period, LeRoy si è conquistato presto un folto gruppo d’estimatori famosi da Suzanne Vega a Chuck Palahniuk fino a Gus Van Sant. Un piccolo tam tam tra chi ha letto il suo libro è in corso anche in Italia è la serata con reading che l’editore Fazi ha organizzato al “Muccassassina” per venerdi a Roma ne raccoglie alcuni: da Daria Bignardi a Morgan, da Isabella Santacroce a Cecilia Dazzi, e ancora Pierluigi Diaco, Vladimir Luxuria, Giuseppe Sanfelice. A Daria Bignardi e a Pierluigi Diaco che spesso per lavoro si sono occupati o si occupano ancora di libri abbiamo chiesto una loro opinione su Sarah e sull’iniziativa di portare con il reading la lettura in discoteca. Daria Bignardi: “Per me Sarah è un libro disturbante che fa star male, è lontano e onirico. La stessa materia  da noi sarebbe diventata tutta un’altra cosa, un libro denuncia, magari interessante, come quello che scrisse anni fa Alessandro Golinelli, Basta che paghino. Non so se la discoteca è il luogo adatto, anche se questo libro di LeRoy ha un clima che molti ragazzi che vanno in discoteca possono sentir vicino, a me un libro cosi disturbante mi piace forse leggerlo in questo luogo altrettanto disturbante che è la discoteca.” Pierluigi Diaco: “E’ un libro meno lontano di quanto possano far pensare l’ambientazione e le tematiche. Anch’io sono una lucertola da parcheggio, le mie marchette non sono i pompini ma le parole, cambia poco. Vado al reading non per storie tipo solidarietà sessuale ma perché questa storia appartiene a tutti noi. In quanto alla lettura diffido di qualunque tentativo di avvicinare i giovani alla lettura, anche qui in discoteca, la lettura è un privilegio per pochi.”

 

Mariarosa Mancuso, PANORAMA
– 04/05/2001

 

Basta una vita spericolata

 

Esiste o non esiste? Una sola fotografia, più una rigida strategia di nascondimento (comunica con il mondo via e-mail) hanno fatto pensare che J.T. Leroy non fosse uno scrittore ma uno pseudonimo. Un “nom de plume” inventato da Dennis Cooper, il romanziere californiano che racconta violenze estreme e smembramenti. Frutto di fantasia sembra anche la biografia, breve e maledettisima, di questo nuovo mito letterario in arrivo dagli Usa: una mamma prostituta che lavorava nei parcheggi per camionisti, un padre assente, la roulotte come focolare domestico, le prime marchette a 14 anni, droga in quantità. Appena ventenne, con un solo libro pubblicato (Sarah, in uscita da Fazi), Leroy è già riuscito a conquistarsi il favore delle riviste alternative e del serio New York Times. Il romanzo si apre con una dedica a Dennis Cooper e una al dottor Owens, lo psichiatra che incitò Leroy a scrivere, come terapia. “Sarah racconta la scandalosa storia di Cherry Vanilla, ragazzino dodicenne dai riccioli d’oro. Sua madre comincia a vestirlo da bambina, per rubare con destrezza al supermercato. Poi lo abbandona. E il figliolo decide di diventare la prostituta più richiesta della Virginia. Si fa spiegare i trucchi del mestiere dagli altri travestiti del parcheggio (in gergo, si chiamano lucertole) e implora che lo facciano lavorare. È l’inizio di una discesa agli inferi, tra magnaccia crudeli e uomini corpulenti che sotto la tuta nascondono biancheria di seta e calze con la riga. O almeno così promettono le prime pagine, avviando una storia di perdizione che un pò ricorda il bravissimo Hubert Selby di Ultima fermata a Brooklyn e un pò il William Vollman di Puttane per Gloria) J.T. Leroy (ta T sta per Terminator, la J invece resta un mistero) conosce bene quel racconta: non risparmia scene forti e dettagli presi da una vita vissuta pericolosamente. A far da contorno, molto folclore locale: dall’”osso di pene di procione” che tutti portano appeso al collo (poteri magici!) al misterioso Cervoconiglio venerato dalle prostitute. Finché Cherry Vanilla, che ormai si fa chiamare Sarah, assume il ruolo della prostituta santa, distesa su lenzuola di raso zebrate. Il romanzo si traasforma così in una favola barocca, con una morale un pò troppo evidente: l’innocenza e la purezza sono dentro di noi. Un muro di mattoni con la scritta J. T. Leroy e qualche lattina schiacciata (a mostrare desolazione) annunciando il sito Internet dello scrittore. È possibile ordinare l’osso di procione. Oppure leggere interviste, recensioni e spulciare l’elenco dei fan, con in testa Suzanne Vega. Oppure scoprire che il regista Gus Van Sant si è innamorato del romanzo e ha deciso di ricavarne un film. Parte del materiale è accessibile, in italiano, sul sito dell’editore Fazi. Con l’aggiunta di due paginette firmate dalla traduttrice Martina Testa: “Mia madre non sa che ho tradotto Leroy”.

 

Antonio Monda , LA REPUBBLICA

Intervista a J.T. Leroy

La mia vita violenta

 

Cherry Vanilla è un bambino di dodici anni che sogna di diventare come sua madre Sarah, la più famosa «truckstop whore» (puttana da camionisti) della West Virginia. Sin dai primissimi anni di vita ha cominciato ad imitarne le movenze, a rubarle gli abiti più provocanti e ad acconciarsi i capelli in modo da eccitare sia i clienti che lo vogliono immaginare femmina che coloro che bramano di scoprirne il sesso maschile. Il mondo in cui è cresciuto è squallido e violento, ma lui si ostina a vederne la vitalità, l’imprevedibilità, perfino la tenerezza. Grazie ad un magnaccia soprannominato «Glad» (felice) riesce a conquistarsi un posto al sole sulle stesse autostrade nelle quali è divenuta famosa la mamma, assumendo il suo nome e diventando come lei una «lucertola da parcheggio». La psiche di Cherry Vanilla è scossa, corrotta, ma straordinariamente lucida. Il suo corpo ha conosciuto ogni infamia, e le persone che frequenta abitualmente sono stupratori, pedofili e spacciatori. Non c’è nulla di sentimentale, nella storia di Sarah, e nulla di immaginato: il bambino che si prostituisce per seguire le orme materne è un autoritratto di J.T.Leroy, un ragazzo di vent’anni che ha raccontato la sua storia su suggerimento dello psicoanalista che è riuscito a tirarlo fuori dal giro delle droghe e della prostituzione. Ne è uscito fuori una specie di Alice nel paese delle meraviglie rivisitato da William Burroughs, che è stato pubblicato in Inghilterra dalla prestigiosa Bloomsbury tra recensioni eccellenti (il Guardian ne ha parlato come di «un libro che toglie il fiato», lo Spectator di un «miracolo»), ed è diventato immediatamente un caso editoriale. All’uscita negli Stati Uniti, dove è entrato in classifica tra i best seller, il New York Times ha parlato di «stupefacente sicurezza narrativa» e Time Out lo ha definito semplicemente «straordinario». Sarah sta uscendo in Italia presso Fazi Editore (pagg.192, lire 22.000), mentre Gus Van Sant si accinge a dirigerne una versione cinematografica. Lo sguardo del giovane scrittore è timido, la voce ha una intonazione femminile, i capelli sono dorati come quelli del suo personaggio… Nel suo libro Cherry Vanilla mitizza Sarah al punto da prenderne il nome. Nella realtà sua madre l’ha instradata sulla via della prostituzione. «Mi interessava giocare con lo stereotipo della figura materna, sacra e intoccabile, e parlare apertamente di una serie di tabù, partendo da esperienze che per me sono state normali e quotidiane. Il nome di mia madre era veramente Sarah, e il personaggio è assolutamente ispirato a lei. Per quanto riguarda la mitizzazione, si tratta di qualcosa che per definizione trascende la realtà, ma nello stesso tempo assume un ruolo fondamentale nella formazione di una persona». Della sua esperienza riesce a ricordare qualcosa di positivo? «Molto più di quanto possa immaginare. Ho conosciuto persone meravigliose, che mi hanno accudito e protetto con una sensibilità che ho visto poche volte al di fuori di quel mondo. A volte mi dico che si tratta di realtà che in altre parti del pianeta sono accettate senza scandalo, ma nello stesso tempo so bene che mentre frequentavo queste persone la mia vita veniva gradualmente distrutta». Nel suo romanzo c’è un protettore buono ed uno cattivo. Non è troppo fantasiosa come idea? «Le posso garantire che la differenza è autentica. Ho conosciuto protettori che prendono realmente a cuore le loro prostitute e ho avuto personalmente a che fare con entrambi i tipi. Lei come definirebbe i protettori che non picchiano rispetto a quelli violenti?» E’ vero che la famiglia di sua madre ha tentato di evitare la pubblicazione del libro? «Sì, ma non hanno potuto fare nulla contro un’opera che si presenta come fiction. Mio nonno è un pastore protestante, e mi rendo conto che tutto ciò possa creare scandalo». Lei ha dichiarato di essere stato salvato dalla scrittura. «Non c’è niente di più bello di ricreare un mondo attraverso parole che possono evocare una vita o reinventarla completamente. Leggere e scrivere rappresentano per me momenti di felicità e di speranza». Le sue letture sono molteplici e disordinate. Ha dei modelli letterari? «I primi nomi che mi vengono in mente sono Michael Chabon e Mary Gaitskill, ma ammiro chiunque sappia cambiare il mondo con le parole». Quando ha iniziato a scrivere si firmava «Terminator»… «Avevo sedici anni e non credevo molto nelle mie potenzialità. Si trattava soprattutto di uno sfogo. Terminator è un soprannome dato dai miei compagni di strada per prendermi in giro: sono esattamente l’opposto». Nel suo libro sono evidenti le idee di redenzione di riconciliazione. In un’intervista ha parlato anche del figliol prodigo, e fa spesso riferimento alle sacre scritture. Il titolo del romanzo a cui sta lavorando (Nulla è più ingannevole del cuore») rielabora una frase di Geremia. «Sono un ragazzo del Sud, allevato da un nonno reverendo. Da quelle parti si può vivere solo in maniera religiosa o adorando altre cose». Cristo dice che le prostitute ci precederanno nel Regno dei cieli. «Lo penso anch’io… (sorride) Negli anni in cui battevo mi pentivo, giuravo a me stesso di non farlo più, poi ricominciavo. Nel romanzo scherzo sul fatto che Cherry Vanilla sia un santo, ma a volte credo che lo sia sul serio». Come ha reagito suo nonno quando ha scoperto il suo mestiere? «Con dolore e scandalo. Poi ha cercato di farmi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Il problema è che ero stato affidato a lui da un giudice nel momento in cui mia madre è stata dichiarata inadatta». Ritiene che il suo talento si sarebbe espresso ugualmente se avesse avuto una vita diversa? «No. Probabilmente sarebbe rimasto sepolto dentro di me e io sarei diventato una persona normale». Lei è stato ricoverato in ospedale dopo che si è inflitto delle coltellate sullo stomaco. I medici ritenevano che fosse vittima di riti satanici, ma lei ha dichiarato apertamente che si trattava di un gesto sadomasochista. «Il sesso, la violenza e l’amore sono state sempre mescolati nella mia vita. Le uniche volte che mio nonno mi ha toccato è stato per picchiarmi, e potrei dire lo stesso di mia madre. Quando vedo una scena di sesso in un film mi chiedo sempre quand’è che cominciano le violenze. Non riesco a capire il sesso nel modo in cui lo concepiscono gli altri. So che c’è qualcosa che non va in me, ma sto lottando per rimettere tutto a posto, a cominciare dal mio corpo. Vorrei cominciare ad amarlo». TORNA A:

 

Pierluigi Diaco, IL FOGLIO

 

Dj & Ds

 

Sarah ha dodici anni, è ancora un bambino. Si, un bambino: il nome d’arte lo prende dalla madre, una “lucertola da parcheggio”, come vengono chiamate le prostitute che nel West Virginia battono le stazioni di servizio, una madre adorata e volubile, capace di abbandonarlo per il primo camionista che le offra il miraggio di una vita diversa. Sarah desidera fare il suo stesso mestiere. Lei lo incoraggia: lo traveste per gioco da donna, e lui inizia arubarle gli abiti dall’armadio. Il resto lo potete continuare a leggere nel primo romanzo di J.T. Leroy, un ventenne frocissimo e straordinariamente dolce diventato uno dei maggiori casi letterai del 2000 negli Stati Uniti e in Inghilterra. Gus Van Sant sta girando la versione cinematografica di questo libro. Il coraggioso Editore Fazi lo ha pubblicato per l’Italia. La data di uscita prevista è il 30 marzo. É il caso letterario “più femmina” degli ultimi anni. Fidatevi, sarà un grande successo!

 

Cristina De Stefano, ELLE
– 04/01/2001

 

Sarah

 

Leroy ha 20 anni e in questo romanzo racconta la sua infanzia, né più né meno. Nato in Virginia, ha girato con la madre tutti gli stati d’America . Lei era un a prostituta, lui un ragazzetto vestito da bambina. In questo libro riesce a trasformare i suoi ricordi in un romanzo allucinato e delicato, dove il bambino che era un tempo attraversa l’oscenità, la violenza, le richieste assurde dei camionisti, le rivalità tra professioniste – tutto- con crudeltà e grazia, con occhi torbidi e spalancati, come un’Alice fatta di acido, un Pinocchio vestito di paillettes, un Peter Pan a ore.

Sarah - RASSEGNA STAMPA

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Sarah
Collana:
Numero Collana:
42
Pagine:
184
Codice isbn:
9788881121670
Prezzo in libreria:
€ 12,00
Data Pubblicazione:
30-03-2001

Libri dello stesso autore

Ingannevole è il cuore più di ogni cosa

J.T. LeRoy

Traduzione di Martina Testa Babydoll, orsetti di peluche, lacrime di pietra, rossetti fiammanti, carbone avvelenato, polvere di cristallo, meteoriti, sangue, metallo gelido. E poi ancora: mutandine con i pizzi, Tampax che assorbono il male, candeggina che lava via i peccati,..
VEDI DETTAGLI