Quel che resta dopo il silenzio del passato

30-12-2014  •   Il blog di Stoner
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Pubblichiamo il testo inedito di Hilary Mantel, scrittrice inglese vincitrice di due Man Booker Prize, apparso su la Repubblica il 20 dicembre 2014. 

 

A volte il libro che vuoi leggere non esiste. Allora non hai altra scelta: devi scriverlo tu.
La storia segreta della rivoluzione è stato il mio primo romanzo, anche se è apparso molti anni dopo, quando ero ormai ufficialmente una scrittrice di professione. L’ho cominciato a 22 anni, mentre lavoravo come assistente sociale nell’ospedale geriatrico di una cittadina industriale nel Nordovest dell’Inghilterra. All’università avevo studiato giurisprudenza, non storia, ma non avevo i mezzi per andare avanti. Quel lavoro, per quanto importante, non era la mia vera vocazione. Mi sentivo smarrita, avvolta in una nuvola, in una nebbia. Di notte leggevo della Rivoluzione francese, divoravo qualsiasi libro riuscissi a trovare sull’argomento, alimentando un’ossessione iniziata durante l’adolescenza.

La storia è sempre stata dentro di me, nel senso più autentico della parola. I morti, per me, sono sempre stati lì, nella stanza accanto. L’unica frustrazione era quella porta chiusa che ci separava. Perché ho deciso di aprirla? Perché dall’altra parte c’era qualcosa d’importante, di cui avevo soltanto un vago sentore. Si dice sempre che i primi romanzi sono di carattere autobiografico e il mio non fa eccezione. Crescendo, ciascuno di noi fa la propria rivoluzione: ci ribelliamo alle regole, alla persona che ci obbligano a diventare. Io ho sempre messo in discussione ciò che mi circondava: durante l’infanzia, nella mia difficile vita familiare, sentivo di dover combattere contro un regime che consideravo oppressivo. Mi riusciva dunque semplice identificarmi con gli uomini e le donne che nel 1789 erano vittime degli ingranaggi di un potere arbitrario e volevano trasformare il mondo.
Forse avevo sbagliato a non studiare storia. Quindi cosa potevo fare? “Un romanzo può scriverlo chiunque”, mi sono detta. Ero un’ingenua, certo, ma mi sono lasciata guidare dal desiderio: non soltanto di approfondire quegli eventi, ma di impegnarmi in un serio sforzo d’immaginazione. Tutti i romanzi che leggevo sulla Rivoluzione sembravano parlare soltanto di aristocratici e famiglie reali. Ma cosa hanno di tanto interessante i privilegiati e la loro meccanica difesa dello status quo? Se all’epoca avessi letto Il Gattopardo, forse avrei compreso il fascino malinconico di un modo di vivere giunto al tramonto, ma allora ero giovane e mi identificavo con chi rischia, con chi vuole cambiare. Le storie dei rivoluzionari mi sembravano più affascinanti: e non erano mai state raccontate.
L’obiettivo che mi ero prefissata era arduo da raggiungere. Allora ero sposata con un giovane insegnante, avevamo pochi soldi e dovevo lavorare ogni giorno. Scrivevo soltanto la sera e nei fine settimana. La vastità dell’argomento avrebbe dovuto terrorizzarmi, ma ero troppo inesperta per lasciarmi intimorire. La mia forza è stata l’ignoranza. E il tempo era dalla mia parte.
Alla fine della prima stesura, la mia vita era completamente cambiata. Vivevo e lavoravo in Botswana. Era difficile avvicinare un editore da un posto allora così remoto. E la fortuna non mi ha assistito. Allora, il romanzo storico, almeno in Inghilterra, era liquidato come “narrativa femminile”. Si dava per scontato che avendolo scritto una giovane donna dovesse essere di genere romantico. Gli agenti e gli editori non volevano leggerlo né tanto meno pubblicarlo. Ai loro occhi era un enorme, sconcertante cumulo di carta venuto da una sconosciuta che parlava di persone di cui non avevano la minima cognizione: troppo difficile, troppo rischioso, troppo fuori dai canoni.
Così mi sono data al romanzo contemporaneo. È stato il modo in cui mi sono assicurata un agente, un editore e una piccola cerchia di lettori. E la fiducia necessaria a rivedere il mio manoscritto e riproporlo. Erano gli anni Novanta e le aspettative sulla scrittura femminile e sul romanzo erano cambiate. Dopo la pubblicazione del libro, ho vinto un premio importante. Sentivo di aver avuto il mio riscatto; ma il vero riscatto poteva darmelo soltanto la reazione del pubblico. Per alcuni si trattava di un romanzo disorientante, di cui riuscivano a leggere solo poche pagine. Per altri è diventato una specie di ossessione, come era accaduto a me durante la fase di scrittura. Si immergevano in quel mondo e ne uscivano di malavoglia, cambiati, negli occhi il tricolore intriso di sangue. Un giorno in una libreria una donna mi ha mostrato i segni delle lacrime che aveva versato sulle pagine.
Sono sempre partita dall’assioma che la verità, se vi si riesce ad arrivare, è più interessante dell’invenzione. Agli inizi pensavo che se mi impegnavo a fondo nello studio avrei scoperto tutto ciò che era necessario sapere sui tre giovani rivoluzionari di cui avevo deciso di scrivere. Mi ci è voluto un po’ di tempo per imparare ad ascoltare gli eloquenti silenzi della storia. Credevo di sapere come si scrive un romanzo, ma sbagliavo: dovevo dar libero corso alla mia immaginazione e imparare a muovermi nelle lacune, nelle omissioni, a ricostruire la vita privata dietro l’ombra proiettata dai grandi avvenimenti.
Cosa accade a un signor nessuno quando sale alla ribalta della storia? Cosa accade all’uomo portato a spalla dalla folla? È ancora padrone di sé oppure è la storia a impadronirsi di lui? Chi è quando rimette i piedi a terra? E dietro gli eventi, le persone che li affollano, si nascondono domande a cui non ho ancora trovato risposta: come agisce la nostra memoria del passato, perché alcune cose si salvano e altre vanno perdute? Quel che mi prefiggo è far rivivere la possibile atmosfera che si respirava al centro di quegli avvenimenti. Lo storico mi racconta cosa è accaduto, ma io non mi accontento. Voglio conoscere gli stati d’animo: l’euforia, la paura, la disperazione, attimo dopo attimo, con la stessa intensità, vividi come nel 1789. I timidi, in situazioni d’emergenza, diventano coraggiosi. Anche l’immaginazione vive le sue emergenze: da giovane avevo spesso l’impressione di far parte di un popolo rivoluzionario. Soltanto l’impegno e l’azione concreta mi avrebbero salvato la vita, e con la rivoluzione ne avrei trovato una degna di essere ricordata.

Copyright 2014 Hilary Mantel
Traduzione di Giuseppina Oneto