Alessandro Zaccuri

Citazioni pericolose

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Il cinema come critica letteraria

«Byron? E chi è, quello dell’Aspirina?».
Julie Walters in Rita Rita Rita

Perché il serial televisivo Millennium si apre con una lezione sulla poesia di Yeats? Che cosa ci fanno Dante, Chaucer e Tommaso d’Aquino in un thriller cinematografico come Seven? E come mai, al contrario, la letteratura è la grande assente in Titanic, il film-simbolo di fine millennio? Sono alcune delle domande alle quali risponde questo saggio insolito e provocatorio, che invita a considerare il cinema e le altre forme di narrativa popolare (compresi, per esempio, i romanzi di Stephen King) come una prosecuzione della critica letteraria con mezzi diversi – ma non per questo meno efficaci – di quelli che siamo abituati a considerare. Nel complesso, la “critica” proposta dal cinema trasforma la letteratura in un sapere arcano o, meglio, in una scienza occulta priva di contatti con la quotidianità, ma sorprendentemente utile nel momento in cui occorre dare la caccia a serial killer e maniaci vari. Nel suo ridurre i classici a qualcosa di lontano, inaccessibile e minaccioso, il cinema è però in buona compagnia, come dimostra il consolidarsi di una critica letteraria sempre più intenzionata all’esaltazione del sublime, del remoto, dell’ineffabile.
Citazioni pericolose (che è anche un brillante censimento delle citazioni letterarie disseminate nel cinema e nella fiction televisiva dell’ultimo decennio) tenta di porsi in una posizione indipendente rispetto a questa paradossale alleanza tra “alto” e “basso”, suggerendo al lettore le ragioni per cui – nonostante tutto – possiamo ancora provare a fidarci della letteratura.

CITAZIONI PERICOLOSE – RECENSIONI

 

Stefano Salis, IL SOLE 24 ORE
– 21/09/2008

 

Se il lettore fa l’eroe

 

 

 

AVVENIRE
– 27/08/2008

 

Giornalista, critico, scrittore

 

 

 

IL GIORNALE DI VICENZA
– 20/08/2007

 

Uniti dalla scrittura, ma separati dall’arte

 

 

 

Luigi Filippi, ITINERARI MEDIALI
– 11/01/2000

 

Citazioni pericolose. Il cinema come critica letteraria

 

Tra cinema e letteratura esistono “punti di contatto e zone di contrasto”. Per citare pellicole recenti, “L’attimo fuggente”, “Quattro matrimoni e un funerale”, “Shakespeare in Love” hanno contribuito a fare conoscere autori come Whitman, Auden e Shakespeare stesso. Ma si può anche andare oltre: chiedendosi, per esempio, perché il serial tv “Millennium” si apra con una lezione su Yeats oppure perché, al contrario, la letteratura sia la grande assente nel “Titanic”. Alessandro Zaccuri, in “Citazioni pericolose”, va appunto oltre: sostenendo che il cinema e altre forme di narrativa popolare – Stephen King, per intendersi – non siano altro che una prosecuzione della critica letteraria con mezzi diversi (e non meno efficaci). Il cinema, in buona sostanza, opererebbe una sorta di alchimia, trasformando la letteratura in una specie di scienza occulta, utile per correre dietro a maniaci e a serial killer. L’autore ci conduce con polso e cognizione di causa tra “X-Files”, “La bella e la bestia” di Disney, “La lettera scarlatta”, “Il silenzio degli innocenti”, “Alien”. Zaccuri è una delle migliori penne del quotidiano “Avvenire”; giornalista culturale nel senso più pieno, accompagna l’ottimo bagaglio di erudizione con una nitida visione d’insieme, critica, problematica. Il che non è poco: saper tracciare scenari indicando i nodi problematici è l’esercizio intellettuale più fecondo. Il volume è anche una sorta di censimento delle citazioni letterarie disseminate in pellicole e telefilm degli ultimi anni, con un indice dei nomi e delle opere. E una postilla dell’autore: “Se la vera natura della poesia”, osserva Zaccuri, “consiste nell’essere una porta spalancata sull’abisso, è comprensibile che soltanto pochi temerari desiderino varcare quella soglia. Ma senza lettori la letteratura è morta, e questo è un fatto che dovrebbe preoccupare tutti, non esclusi i titolari di insegnamenti accademici”.

 

Cesare Cavalleri, STUDI CATTOLICI
– 01/01/2001

 

Il librofilm di Zaccuri

 

E così, mentre Umberto Eco mortifica la cultura “alta” volgendola in burla poco istruttiva, c’è chi parte dalla cultura popolare quale per eccellenza è la cinematografica per fare intuire le potenzialità della letteratura colta. É l’operazione felicemente portata a termine (per vie assolutamente indipendenti da quelle di Eco, al cui nome è accostato solo in queste righe) da Alessandro Zaccuri con le sue “Citazioni pericolose” (Fazi, Roma 2000, pp. 312, L. 35.000), bel libro che ha per sottotitolo “Il cinema come critica letteraria”. Zaccuri non si occupa delle trasposizioni cinematografiche di opere letterarie, bensì va a scovare in film anche di serie B i riferimenti, spesso impliciti o preterintenzionali, alla poesia e ai romanzi. Il Titanic di James Cameron, per esempio, è un film che ostenta estraneità alla letteratura e infatti, osserva Zaccuri in uno dei capitoli più brillanti, “a bordo del transatlantico maledetto i passeggeri fanno di tutto: ridono, piangono, salutano, cercano di suicidarsi, camminano sul ponte, disegnano, si incontrano, vanno a pranzo e a cena, ballano, si ubriacano, si innamorano, si disamorano, si spogliano, fanno l’amore, si rivestono, si minacciano, si inseguono, scappano, si ribellano, fanno naufragio. Alcuni si salvano, in maggioranza muoiono. Nessuno però che prenda in mano un libro”. Eppure, a parte che la vicenda ricalca l’eterna storia di Romeo e Giulietta, nella scena culminante in cui Jack-Leonardo Di Caprio, a braccia spalancate issato a prua urla “Sono il Re del Mondo!”, è René Guénon che viene chiamato in causa con tutto il suo esoterico corteggio, tanto che il regista James Cameron, nella notte degli Oscar 1998, brandendo la statuetta, ripeterà proprio quella frase di guenoniana memoria. Questo basti a far capire l’intelligenza e la perspicuità con cui Zaccuri sa scovare i riferimenti tra pagine e fotogrammi, mentre il brano riportato è sufficiente a dimostrare la divertita esattezza della sua brillante scrittura. La cosa singolare è che la letteratura, vista attraverso il cinema, appare prevalentemente come un mondo lontano e magico, “lontano dalla normalità dell’esistenza”. Si tratta, pertanto, di “citazioni pericolose, perché sempre fuori contesto”, osserva Zaccuri nel capitolo magistrale dedicato a Millennium. Nella Postilla conclusiva l’autore spiega: “Ho iniziato a scrivere nella convinzione che soltanto la grande letteratura possa contribuire a comprendere quella popolare, ma strada facendo mi sono dovuto rendere conto di come, alla lunga, la narrativa popolare fornisca una chiave interpretativa – rozza finché si vuole, ma terribilmente efficace – degli stessi classici”. E, a riprova, ricorda che Gore Vidal, prima dei sedici anni, si decise a leggere tutto Shakespeare dopo aver visto, nel 1935, la trsposizione cinematografica, firmata da Max Reinhardt, del Sogno di una notte di mezza estate; e anche Giuseppe Pontiggia, a suo tempo, scoprì l’Amleto attraverso il monologo recitato da un ubriaco nel western Sfida infernale. Alessandro Zaccuri ci fa guardare i film con occhi più avvertiti e ci restituisce ai libri con sovrasensi nuovi.

 

Alessandro Bencivenni, CLARENCE.COM

Libri e cinema

Citazioni Pericolose

 

«Il cinema come critica letteraria» è il sottotitolo di questo piccolo gioiello, spiritoso ed erudito, che analizza il modo in cui il cinema (adattando, volgarizzando, a volte distorcendo uno spunto o una citazione letteraria) condiziona la nostra percezione della letteratura, rappresentando di fatto una forma di critica letteraria alternativa: popolare anziché accademica. Ma quello fra cinema e letteratura è un rapporto molto spesso infido e sleale. Se infatti in qualche caso il cinema contribuisce alla divulgazione di un libro presso il cosiddetto grande pubblico, il più delle volte non fa altro che saccheggiare la letteratura e contemporaneamente sostituirsi ad essa. E c’è di peggio: lettura e scrittura sono diventate categorie così aliene nella civiltà dell’immagine, che nei film lettori e scrittori vengono sovente rappresentati come una categoria esoterica, minacciosa e sinistra, fino ad introdurre una equazione tra scrittura e delitto, tra male e letteratura, tra autore di libri e autori di crimini. “Chi è il colpevole?”, si domanda Zuccari in questo curioso e prezioso saggio, inteso a rendere giustizia a una letteratura oltraggiata, ma al tempo stesso colpevole di essersi allontanata dal pubblico e dalla realtà: “Se nel giallo classico era sempre il maggiordomo, nel thriller da esportazione degli anni Novanta di solito è lo scrittore”. E gli esempi a conforto di questa tesi sconfortante non mancano: così che «Citazioni pericolose» diventa anche un ironico florilegio, sempre puntuale e spesso sorprendente, delle citazioni letterarie disseminate o celate nel cinema e nella fiction televisiva dell’ultimo decennio.

 

Beniamino Placido, LA REPUBBLICA
– 11/05/2000

Cinema, pubblicità e letteratura

Quel che leggono i pugili

I film, anche quelli d’azione, sono pieni di citazioni da illustri autori come Shakespeare

Nell’ultimo numero di quel settimanale diffusissimo e assai ben fatto che è il tedesco Der Spiegel si incontra (e subito si corre a leggerla, a spiegarsela) una strana pubblicità. Si capisce, leggendola, che è la pubblicità di una ben nota carta di credito internazionale. C’è scritto a tutte lettere. Ma non si capisce (almeno, non immediatamente) che cosa ci facciano quei due pugili lì sul ring. Pronti al combattimento, ma immersi intanto nella lettura. E nella lettura di testi grossi, grandi, serissimi. Che cosa stia leggendo il pugile alla nostra destra, non ve lo diciamo, ve lo lasciamo indovinare (per un po’). Quanto a me, questa pubblicità tanto enigmatica, mi ha indotto a rileggere subito, e con maggiore attenzione, un libro edito da Fazi e scritto da Alessandro Zaccuri. Titolo: “Citazioni pericolose. Il cinema come critica letteraria” (pagg. 307, lire 35.000). Di che cosa si tratta? SI tratta di un giovane critico, cinefilo appassionato, che studia il rapporto attualmente esistente fra il cinema e la letteratura. La quale letteratura è sempre meno importante, sempre meno presente. Sono sempre di più le persone che preferiscono andare al cinema o vedersi un film in televisione, piuttosto che aprire un romanzo. E tuttavia – forse proprio per questo – i film, anche quelli “americani”, d’azione, si caricano sempre più di citazioni letterarie. E quel che è più strano, queste citazioni d’autori illustri: la Bibbia e Shakespeare e Yeats, generalmente messe in bocca o in qualche modo riconducibili ai personaggi più esasperati, più posseduti da passione delinquenziale. Basti pensare a Pulp fiction di Tarantino, dove Jules il killer nero ha la buona abitudine di citare la Bibbia (il Libro di Ezechiele, per lo più) prima di aprire fuoco su chi gli capita davanti. Deve essere perché, viviamo in pieno conflitto fra l’occhio e la lingua, fra le immagini e le parole. La nostra, come ha detto l’americanista Franco La Polla sarebbe l’”età dell’occhio”. Le immagini sono più presenti, più incombenti dei discorsi. Guardate la pubblicità; guardate la televisione; guardate il cinema, soprattutto. Conseguentemente, la letteratura viene (verrebbe) cacciata in un angolo: “Si rivela nella sua essenza misteriosa di sapere sublime e terribile, orientato verso il punto in cui la bellezza e la distruzione si identificano fra loro”. Così scrive Zaccuri. E ancora: “É la stessa idea di letteratura che abbiamo trovato in Seven e in Millenium: la parola come prerogativa dell’assassino, la scrittura come esercizio letale, la poesia come sapere di morte”. E infine: “Fino ad introdurre una graduale ma irresistibile equazione tra scrittura e delitto, tra male e letteratura, tra autore di libri e autori di crimini”. Questa l’analisi di Alessandro Zaccuri. Che è persuasiva, perché ampiamente documentata, con “citazioni” sia cinematografiche sia letterarie. Però non persuasiva del tutto. Può accadere di rammentare quella pagina di Notre Dame De Paris in cui Victor Hugo sostiene che è il Medioevo, e non già l’epoca contemporanea, quella che ha visto il definitivo prevalere del linguaggio delle immagini (il linguaggio delle cattedrali!) sul nostro povero linguaggio fatto solo di parole. Inoltre è ben possibile che i frequentatori dei cinematografi di oggi non abbiano una naturale dimestichezza con la letteratura. Ma non è detto che sia (soltanto) un male. Proprio per questo ne sono intimiditi. la sentono incombente e pericolosa. Sono portati ad associarla con attività minacciose. Ma prestigiose, ma ampiamente significative. Tanto è vero che tutti sognano di scrivere un romanzo, quando non ne hanno già uno, non ancora pubblicato (per ora) nel cassetto. In un quotidiano italiano, questa settimana, c’è una grossa pubblicità (su una pagina intera) dedicata a Pietroburgo e corredata da una citazione dall’Eugen Onegin di Pushkin. Vi si parla di “Un dandy che va sui boulevard, vi ozia a suo piacere, finché il vigile Breguet gli ricorda che è mezzogiorno”. Ora, si dà il caso, che quel Breguet sia anche il nome (per caso) dell’orologio raffinatissimo, costosissimo che questa pubblicità sta promuovendo. Poi dicono che la letteratura non serve a niente. Giacché ci siamo, diciamo anche quale è il libro che sta leggendo il pugile della pubblicità di Der Spiegel. É niente di meno che il Dottor Faust, un personaggio sicuramente importante, sicuramente inquietante, probabilmnte diabolico.

 

Guido Michelone, LETTURE
– 11/01/2000

 

I film, nuova forma di critica letteraria

 

Per capire il senso di “Citazioni pericolose”, e anche la sua intelligenza, utilità, efficacia, su un terreno mai praticato da una cultura italiana tanto modaiola quanto all’opposto accademica, elitaria, autoreferenziale, bisogna forse cominciare dalla postilla, quando l’autore dichiara espressamente che “a dispetto delle apparenze, il vero argomento di questo libro non è il cinema, né tanto meno la fiction televisiva, ma la letteratura. Per essere più precisi, il processo attraverso il quale il nostro modo di considerare la letteratura cambia anche a causa della rappresentazione che televisione e cinema offrono di libri, scrittori, editori e insegnanti”. Infatti, più che i rimandi ai classici della narrativa, del teatro, della poesia, nei film americani degli anni Ottanta-Novanta (con l’analisi di decine di lungometraggi e dei serial X-files e Millenium), Zaccuri si preoccupa di verificare come gli americani tra piccolo e grande schermo offrano al mondo un’immagine della letteratura quale “sapienza oscura e arcana, spesso obiettivamente pericolosa”. Tuttavia per un pubblico di non lettori come l’attuale, ormai disabituato a Omero, Dante o Shakespeare, anche Hollywood può servire a qualcosa: “Di fatto, ogni volta che manipola una trama o riutilizza una citazione, il cinema cambia la nostra percezione della letteratura. Anche e specialmente quando si tratta di pellicole che con la letteratura sembrano avere poco o nulla a che fare”. E Zaccuri non a torto è convinto che grazie agli audiovisivi per immagini persino “la critica letteraria diventi, a sua volta, operazione poetica, e cioè creativa”, nel senso che in quest’ottica i film potrebbero infine “rappresentare una prosecuzione della critica letteraria con altri mezzi, meno ortodossi ma non per questo meno efficaci rispetto a quelli che siamo abituati a considerare”.

 

Fulvio Panzeri, FAMIGLIA CRISTIANA
– 10/01/2000

 

Se la letteratura fa la Tv

 

Che cosa c’entrano la serie televisiva Millenium o film come Seven o Il Silenzio degli Innocenti con la critica letteraria? Sorprendentemente si scopre che la fiction attinge a piene mani dalla letteratura alta, a volte programmaticamente. Una ricerca minuziosa, abbinata a una intelligente opera di comparazione, è quella che ha svolto Alessandro Zaccuri. Così le mosse del serial killer arrivano a intrecciarsi con citazioni di Dante san Tommaso o santa Teresa o le visioni apocalittiche si rifanno alla tradizione biblica o ad autori come Yeats. Zaccuri coinvolge il lettore proponendogli una sorta di “ri-visione privata”, telecomando alla mano e testi letterari al fianco. Alla fine resta la domanda su come queste citazioni riescano a spiegare la letteratura oggi più di tanti dizionari enciclopedici. Che i veri “cavalieri interpretativi” della grande letteratura siano oggi il cinema e la Televisione? Questa è un delle tante ipotesi, al limite del paradosso, formulate dal saggio, davvero unico nel suo genere, documentatissimo, ironico quanto basta.

 

Giovanni Antonucci, IL GIORNALE

Quando il cinema chiede aiuto alla letteratura

Ciak si gira dirige Shakespeare

Il grande Bardo viene citato in “Seven” e “Sfida infernale”. Anthony Hopkins cannibale parla come Marco Aurelio. Quentin Tarantino attinge dalla Bibbia. Per Marlon Brando i versi di Eliot.

Il rapporto del cinema con la letteratura è stato stretto fin dalle origini e non è un caso che esso sia stato indagato in decine di saggi. I film tratti da opere letterarie del passato e del presente sono in maggioranza su quelli concepiti appositamente per lo schermo. Lo stesso è accaduto con la televisione per molti anni, anche se da qualche tempo, sia in Europa sia negli Stati Uniti, il proliferare di soap-opera e di serial ha messo in secondo piano o addirittura emarginato le produzioni ispirate alla narrativa, con risultati disastrosi sul piano culturale. Ma la letteratura si insinua nel cinema e nella Tv anche come citazione, come aforisma, come battuta, umoristica o drammatica, addirittura come una sorta di critica letteraria. BYRON FARMACISTA? Alessandro Zaccuri si è proposto nel suo “Citazioni pericolose”, edito da Fazi, di esplorare questo aspetto del rapporto cinema-letteratura, finora quasi ignorato. Ne ha tratto così un libro singolare, ricco di curiosità e talvolta divertente. Come epigrafe ha scelto una battuta che rivolge Julie Waters a Michael Caine nel film “Rita, Rita, Rita” di Lewis Gilbert: “Byron? E chi è, quello dell’Aspirina?”, dove il poeta romantico inglese e la Bayer, produttrice della compressa, finiscono per essere la stessa cosa. Ma l’indagine di Zaccuri rivela aspetti del cinema assai seri e che, sesso e volentieri, passano inosservati. Chi per esempio si è accorto che “Seven” uno dei gialli più coinvolgenti degli ultimi anni, interpretato da un cast formidabile (Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Pacey e Gwyneth Paltrow), è ricco di citazioni da Tommaso D’Aquino, Dante, Chaucer, Milton, Shakespeare? Citazioni che l’assassino lascia dopo ogni delitto ispirato ai sette peccati capitali. Dopo aver ucciso un obeso scrive sotto la parola GOLA due versi del Paradiso perduto di Milton: “Lunga e impervia è la strada / che dall’inferno si snoda verso la luce”. Ma la citazione può essere anche solo figurativa, come quando l’investigatore Morgan Freeman sfoglia l’”Inferno illustrato” da Gustave Dorè accanto alle fotografie altrettanto infernali delle vittime. un altro assassinio è accompagnato da una citazione del “Mercante di Venezia” di Shakespeare: “Una libbra di carne umana, né più né meno: né cartilagine né ossa ma soltanto carne. Una volta fatto questo, sarai libero di andartene”. L’uso della citazione è presente anche nel “Silenzio degli innocenti”, un film che ha scioccato milioni di telespettatori in tutto il mondo per la sua violenza e per la potenza di Anthony Hopkins nell’interpretare lo psichiatra cannibale Hannibal Lecter. Proprio a quest’ultimo lo sceneggiatore del film ha attribuito non solo la lettura di una raffinata rivista come Poetry ma anche, e soprattutto, una frase dei “Ricordi” del grande imperatore-filosofo Marco Aurelio: “Di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé, qual è la sua natura”. Un accostamento per lo meno audace fra lo stoicismo venato di un’intensa religiosità laica di Marco Aurelio e la lucida perversione di un cannibale coltissimo. NERO E SCARLATTO D’altra parte, tutto il cinema “nero” degli anni Novanta vive di una letteratura ridotta ad aforisma o a citazione di ogni genere e livello. Un cult-movie come “Pulp fiction” di Quentin Tarantino è una miniera di citazioni da una Bibbia colta assai più come opera letteraria che religiosa. Ma se facciamo un salto all’indietro ci accorgiamo che anche nel cinema dei decenni precedenti la citazione aveva un suo ruolo, anche se inferiore a oggi. In un classico della commedia come “Quando la mogli è in vacanza” di Billy Wilder con Marilyn Monroe, il protagonista maschile, Tom Ewell, è sconvolto dalla decisione del suo principale di cambiare il titolo del capolavoro narrativo di Hawthorne, “La lettera scarlatta”, in un banalissimo e imbarazzante “Io sono un’adultera”. In “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola, il colonnello Kurz impersonato da Marlon Brando declama “Gli uomini vuoti” di Eliot, mentre il fotografo pazzo (Dennis Hopper) cita prima la famosissima poesia di Kipling “Se” e poi “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” dello stesso Eliot. Ma qual è il senso di questo citazionismo che il cinema usa in maniera così insistente? É lo sfoggio di una cultura che, peraltro, possiede in misura assai limitata, con rare eccezioni, o un alibi per coprire la distanza che lo separa dalla grande letteratura? E, poi, citare un film di fantascienza Nietzsche è proprio necessario? Zaccuri risponde a tutte queste domande in maniera problematica. Il cinema ha spesso contribuito a far scoprire agli spettatori la grande letteratura e il teatro. Ad esempio, Giuseppe Pontiggia ha raccontato che, guardano da ragazzo “Sfida infernale” di John Ford e in particolare la scena in cui un attore ubriaco recita l’”Amleto”, è rimasto talmente colpito dalla tragedia di Shakespeare che l’ha subito scoperta e letta nella biblioteca dei genitori. E che cosa dire di quanto “Shekespeare in love” abbia contribuito alla letteratura da parte di giovani, che non l’avrebbero mai fatta, dei capolavori del Bardo? CLASSICA POTENZA Tuttavia, è altrettanto vero che il cinema trasforma la letteratura in una scienza occulta ed enigmatica, utile sul piano narrativo soprattutto nei gialli ma che ha perso il contatto con la quotidianità. I classici letterari sono ridotti quasi sempre a qualcosa di inaccessibile e di oscuro, che è l’esatto contrario di ciò che essi sono: un mezzo fondamentale per capire la realtà che ci circonda. Alla fine della letteratura di questo saggio appassionante e sempre dialettico, anche il più incallito appassionato di cinema è costretto a constatare che la letteratura ha un linguaggio più potente, come ha notato Pontiggia, e soprattutto più ricco di prospettive simboliche. Nietzsche, poi, è meglio leggerlo che vederlo citato o addirittura rappresentato nel film di Liliana Cavani.

 

GAZZETTA DI REGGIO

Il libro / Cinema e letteratura

Le citazioni pericolose

 

Un libro intelligente e originale che non parla né di cinema né di letteratura: ma di citazioni letterarie nel cinema. Un bravo critico 37enne è partito da una delle serie tv più popolari per fare un lungo excursus letterario. Alessandro Zaccuri dalla prima serie di Millenium ha catalogato tutte le citazioni e ha discusso delle motivazioni sottili e grossolane che hanno condotto il regista Chris Carter a elaborare un modello televisivo che sfruttasse l’oscurità e l’autolegittimità della poesia. E così si passa dalla Bibbia a Nostradamus fino alla considerazione letteraria del testo. Le citazioni di film come Pulp Fiction, Seven o Hannibal dimostrano di quanta angoscia d’influenza sia impregnata la cultura popolare americana. La quale, è anzitutto una cultura spettacolare e quindi cinematografica e televisiva.

 

Fulvio Panzeri, LA PROVINCIA
– 09/07/2000

Saggi. “Citazioni pericolose”

Con Seven o X files la letteratura si legge a specchio

 

In un’intervista, lo scrittore Giuseppe Pontiggia ricorda: “Guardando un film western, “Sfida infernale” con Linda Darnell, c’era un guitto ubriaco che, agitandosi su un tavolo, recitava il monologo dell’Amleto. Un’emozione incredibile. Poi, andai a cercarmelo tra i libri di casa e lì ebbi percezione della poesia come linguaggio più potente”. É una testimonianza che riassume quanto il linguaggio cinematografico abbia un potere di fascinazione su un possibile futuro lettore e su chi si occupa di letteratura. É un dato di fatto dal quale è partito Alessandro Zaccuri per un’indagine accurata e assai intelligente che lo ha portato all’analisi di serie televisive come “Millenium” o “X-file” o di film campione d’incasso come “Titanic”, “Seven” o “Il silenzio degli innocenti” alla ricerca di quelle citazioni letterarie di cui sono, direttamente o indirettamente disseminate, per cercare di capirne il loro uso e l’ipotetica funzione svolta sul lettore di oggi. Ne emerge un quadro assolutamente inedito e una ricerca affascinante, compiuta con estro, spesso ironico, passione da vero filologo, strumenti da scanzonato “detective delle lettere”, tutto raccontato in “Citazioni pericolose. Il cinema come critica letteraria” (Fazi, pag. 310, 35 mila lire). Se Pontiggia parla di una scoperta della poesia come “linguaggio più potente”, a un diverso uso conduce l’analisi di Zaccuri, come sottolinea lo stesso autore: “La maggior parte dei film – ma anche delle serie televisive e dei romanzi – che abbiamo esaminato nel corso di questo libro suggerisce un’immagine diversa, quella della poesia come sapienza oscura e arcana, spesso obiettivamente pericolosa. Qualcosa di frequentato dai serial killer e dai detective che cercano di stanarli, il luogo in cui mostri e cacciatori di mostri si ritrovano faccia a faccia. La potenza del linguaggio rimane, ma viene messa al servizio di entità tenebrose e innominabili”. Si muovono così tra Dante e Yeats, l’”Apocalisse” e le “Lettere di San Paolo” e se la motivazione della ricerca inizialmente verteva su come spiegare in che modo la grande letteratura possa contribuire a comprendere quella popolare, nel corso del viaggio, videoregistratore alla mano, Zaccuri ha dovuto invertire i termini della questione, per rendersi conto “di come, alla lunga, la narrativa popolare fornisca una chiave interpretativa – rozza finché si vuole, ma terribilmente efficace – degli stessi classici”. Così spiega lo scopo di questa ricerca: “Ho cercato di scrivere una sorta di reportage nei territori di confine tra narrativa popolare e letteratura mainstream. Ho raccontato i film che ho visto e i libri che ho letto, indicando i punti di contatto e zone di contrasto. Non mi rallegro di aver trovato una letteratura spesso incompresa e, quindi, ridotta a un ruolo marginale, ma non posso fare a meno di rendere conto di un fenomeno che io per primo considero inquietante”. Oggetto fondamentale di indagine non è però il cinema in sé, quanto la letteratura, come precisa il sottotitolo. O meglio l’oggetto è proprio il cinema nell’ottica della “critica letteraria”. Sottolinea Zaccuri: “Per essere più precisi ho cercato di spiegare il processo attraverso il quale il nostro modo di considerare la letteratura cambia anche a causa della rappresentazione che televisione e cinema offrono di libri, scrittori, editori e insegnanti”. Così, paradossalmente, emerge che a spiegare oggi la letteratura sembra essere rimasto solo il cinema, l’unico che riesca ad attrarre nuovi lettori. E senza lettori la letteratura stessa muore. “Questo è un fatto che dovrebbe preoccupare tutti, non esclusi i titolari di insegnamenti accademici”. Il saggio si chiude su un’emblematica domanda, aprendo una questione importante: “Non sarà che anche la critica più seriosa, presentando della letteratura un’immagine sempre più artefatta – canonica e arbitraria insieme – ha finito per allontanare ulteriormente i potenziali lettori?”.

 

Massimiliano Porzia, L’OSSERVATORE ROMANO

 

Quando il cinema si occupa di letteratura

 

Sotto le spoglie di un libro nato per esaltare le qualità mediatiche del cinema e della televisione, si cela un testo di letteratura. Alessandro Zaccuri ci accompagna in quell’universo critico-letterario estremamente persuasivo che nel corso del 900 hanno saputo costruire il cinema prima e la televisione poi. Una critica letteraria non meno efficace di quella tradizionale. Le citazioni autorevoli che via via si susseguono in ogni lungometraggio, da quelle bibliche presenti in film come Pulp Fiction e Millenium- Apocalisse 13,18; il libro di Ezechiele 19,10-25-,17- a quelle poetiche di Pensieri pericolosi – Dylan Thomas, Bob Dylan -, ci confermano qualcosa in più su ciò che già sapevamo: il potere e il fascino che il cinema esercita quando si occupa di letteratura. Così lungometraggi come Shakespeare in love e L’attimo fuggente hanno contribuito a far conoscere ed apprezzare meglio autori del calibro di Shakespeare, appunto, e Walt Whitman. Scorrendo le pagine, Zaccuri esamina un’ipotesi fornita dallo scrittore Giuseppe Pontiggia sul tema della poesia come “linguaggio più potente” rispetto a quello cinematografico sull’argomento Thriller-noir-horror. Affermazione contestata dal nostro autore il quale suggerisce invece una visione più originale: “La poesia come sapienza oscura ed arcana, spesso pericolosa. Qualcosa di frequentato dal serial killer e dai detective che cerano di stanarli” . La potenza del linguaggio rimane, ma viene messa al servizio di entità tenebrose e innominabili. Ma perché la critica cinematografica viene additata e denigrata come cattiva critica letteraria quando fa tanti proseliti? Forse perché la critica, quella canonica e seriosa, ha finito per allontanare i suoi lettori, i quali invece si accostano volentieri alle sale cinematografiche per scoprire lche a differenza tra “elitario’”ed “esoterico” è davvero miniuma. Alessandro Zaccuri in questo saggio ci invita a considerare la narrativa ppopolare, poco raffinata ma efficace, come chiave di lettura dei maggiori classici della letteratura mondiale; cinema, serial televisivi, e romanzi come la naturale prosecuzione della critica letteraria.

 

Anton Giulio Mancino, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
– 08/03/2000

Dal libro al film. Un saggio di A. Zaccuri

Citazioni pericolose il serial-killer ama San Tommaso

Quali codici segreti si nascondono ne “Il silenzio degli Innocenti” o in “Pulp Fiction”, in un classico con Marilyn o in “X-Files”? Un’avvincente ricerca ce li svela, utilizzando il cinema come critica letteraria.

Lo spettatore cinematografico, occorre ammetterlo, in genere non è un lettore altrettanto assiduo, non frequenta la letteratura con eccessiva dedizione. E, di conseguenza, si lascia sfuggire molte importanti citazioni libresche e spesso colte che invece nei film e nei telefilm abbondano, anche nei più commerciali e insospettabili. Del resto, un copione cinematografico, quand’anche abbia origini letterarie dirette, non può concedersi il lusso di enunciare troppo i suoi rimandi libreschi. In un libro il gioco delle citazioni letterarie interne spesso funziona e ha un senso, poiché il compito di interpretare rimandi ed eventuali parallelismi con altre fonti scritte è affidato alla lettura e ai tempi soggettivi dell’assimilazione che variano da lettore a lettore. In un film occorre invece che la storia proceda a tamburo battente, senza potersi concedere il lusso di sostare troppo, sebbene argutamente, su richiami ad un’opera letteraria o filosofica. Le citazioni da libri nei film possono esserci, a patto di non essere troppe e troppo dichiarate, di non scavalcare la dinamica dell’azione, ma di apparire quasi casuali e di integrarsi con il coinvolgimento visivo. Cosicché lo spettatore se le lascia sfuggire, privandosi più o meno involontariamente di un sottotesto prezioso e stimolante che potrebbe costituire una lettura più profonda e persino autonoma rispetto allo svolgimento narrativo vero e proprio. Ed è per questo che un fitto e avvincente saggio, “Citazioni pericolose. Il cinema come critica letteraria” di Alessandro Zaccuri (Fazi ed., pagg. 312, L. 35.000), diventa un indispensabile sussidio alla semplice visione di film o telefilm celebri, che ad un’attenta rilettura come quella offerta da Zaccuri rivelano nuovi tracciati di analisi. Tracciati siglati da recondite o esplicite battute che alludono a scrittori o pensatori, che riprendono versi o passi di testi classici, che adoperano i libri come strumenti di decodificazione dell’opera cinematografica e televisiva in corso di fruizione passiva. Zaccuri si sofferma su film che crediamo, e spesso a torto, di conoscere a memoria o di aver sviscerato in profondità come “Titanic” o “Pulp Fiction”, ed ha buon gioco nell’evidenziare la trama di citazioni che funzionano come codice segreto persino all’interno di prodotti intelligenti e di largo consumo come le serie tv del fortunato “X-Files” e del meno fortunato “Millenium”. Davvero imperdibili, in questo contesto di ricognizione letteraria, sono le pagine che l’autore dedica alle pellicole recenti di maggior successo sui serial killer presentati come incarnazioni di una malvagità estremamente erudita e sofisticata, quali il castigatore di vizi capitali, ovvero il John Doe di “Seven” che si fa scudo del pensiero di San Tommaso, oppure il cannibale-psichiatra Hannibal Lecter che ne “Il silenzio degli Innocenti” cita Marco Aurelio per dare lezioni di metodo poliziesco agli agenti dell’Fbi Crowford e Starling che procedono lentamente nelle indagini poiché incolti e impreparati sul piano letterario. Ed è interessante l’acuta lettura parallela che Zaccuri svolge sul celebre film Jonathan Demme e sull’originale omonimo romanzo di Thomas Harris, che rispetto al film – e non è un caso – contiene un maggior numero di elementi in grado di comprendere meglio l’inquietante e raffinata competenza da letterato del dottor Lecter: C’è ad esempio un lavoro di comparazione non solo tra il film e il libro, ma tra questo libro e gli altri dello stesso Harris (il precedente Drago rosso e il successivo Hannibal di cui Ridley Scott sta terminando di girare in gran segreto Italia la versione cinematografica), usando sempre come parametro la letteratura e non il cinema (al contrario di quel che purtroppo i cinefili fanno puntualmente). Ed è singolare accorgersi, leggendo “Citazioni pericolose” di una curiosa costante: “Non diversamente – scrive Zaccuri – da quanto accade nella realtà, nella storia del cinema (e non soltanto del cinema americano), d’abitudine il libro svolge una funzione rassicurante, in quanto rappresenta quasi sempre qualcosa di solido e di rispettabile. Una persona con un libro in mano alimenta un pregiudizio positivo su se stessa”. Insomma, una buona ragione, anche solo per ragioni di immagine, per leggere più spesso. Basta rivedere Marilyn Monroe in “Come sposare un milionario per credere”.

 

MAX
– 08/01/2000

 

Citazioni pericolose

 

Ma il re del mondo è Leo sulla prua del Titanic o il monarca di René Guenon? Cosa ci fanno Nostradamus e Yeats in “Millenium”, la Bibbia in “Pulp fiction”, Shakespeare in “Twin Peaks”? E Dante e San Tommaso d’Aquino in “Seven”? “Un libro può diventare pericoloso (…) se la porta stregata della letteratura rimane aperta troppo a lungo e il lettore finisce dentro il romanzo” (p. 39), “Lunga e impervia è la strada : che dall’inferno si snoda verso la luce” (Milton, “Paradiso perduto”). Scusate: sono “Citazioni pericolose” di Alessandro Zaccuri (Fazi), libro pieno di libri e di film per spiegare come i film usano i libri per fare critica letteraria (che è il mestiere di Zaccuri..).

 

Roberto Pugliese, GAZZETTINO DEL LUNEDÌ

Un gustoso e trascinante libro, “Citazioni pericolose”, ci guida nella rete dei rapporti fra cinema e critica letteraria

Anche Dante contro il serial killer

Per l’autore, Alessandro Zaccuri, la letteratura sullo schermo è una dimensione arcana

In una delle scene più sublimi di “Seven” (1995) di David Fincher, il detective William Somerset interpretato da Morgan Freeman entra in una biblioteca per effettuare una ricerca attinente alle sue indagini e, dopo un breve scambio di battute con un gruppo di rozzi poliziotti, si immerge nella lettura di Dante e Chaucer al suono dell’Aria sulla Quarta Corda di Bach. É la scena-epitome non solo del film ma di un rapporto – complicato e ambiguo – che si svolge sullo schermo (e sul teleschermo) da almeno un ventennio: quello fra cinema e letteratura, inteso però non meramente come elenco di film tratti da testi letterari, ma come insieme delle influenze, citazioni, ramificazioni e penetrazioni che alcune opere e alcuni autori di letteratura e poesia di tutti i tempi esercitano sul cinema contemporaneo. A questo tema, svolto secondo un’angolatura originale, divertente e provocatoria, è ora dedicato il bel libro di Alessandro Zaccuri “Citazioni pericolose. Il cinema come critica letteraria”. L’autore che lavora nella redazione de “L’avvenire” e si occupa prevalentemente di poesia e letteratura, parte da una constatazione abbastanza controcorrente nell’epoca della presunta morte del libro a favore dell’immagine. E cioè che il cinema o la fiction televisiva di largo consumo costituiscono una forma di prosecuzione – con mezzi diversi da quelli tradizionali – della critica letteraria e dell’analisi dei testi, attraverso le trasformazione della letteratura da sapere accademico e consolidato in scienza occulta, priva di contatti con il quotidiano, spesso strumento utile allo scioglimento di complesse indagini e allo smascheramento di pericolosi serial killer (una casistica che va appunto da “Seven” sino a “Il collezionista di ossa” di Noyce, passando per innumerevoli prodotti e sottoprodotti in cui l’assassino agisce seguendo schemi di narrazione letteraria, bibliografica o comunque legati ad una traccia “colta”). Che quello della citazione “alta” sia uno degli espedienti ricorrenti anche nel cinema di genere, o per accreditarsi presso il pubblico più intellettuale o per tentare di nobilitare personaggi e copioni altrimenti debolucci, è una realtà incontrovertibile e sotto gli occhi di tutti.Si pensi solo al recente campione d’incassi “Mission: impossible 2” di John Woo, dove per la guerra dell’agente Tom Cruise alla terribile arma batteriologica viene scomodato il mito antico di Bellerofronte e Chimera (quest’ultimo titolo anche di uno degli ultimi episodi del serial “X-Files”), proprio come nel precedente “Face off” il regista cinese si rifaceva a quello dei gemelli Castore e Polluce. Il problema è che al dilà della sudditanza psicologica che molti personaggi e molte storie dello schermo sembrano avere nei confronti della letteratura, sudditanza spesso virata in sarcasmo (“Byron? E chi è?, battuta di Julie Walters in “Rita Rita Rita” 1983 di Lewis Gilbert, assunta da Zaccuri ad esergo in retrocopertina), il cinema guarda agli scaffali delle biblioteche e all’oceano di parole e versi scritti ivi contenuti come ad un “sapere arcano”, a qualcosa di “inaccessibile e minaccioso”, in ciò dimostrandosi perfetto quanto inconsapevole alleato di una critica letteraria ormai “sempre più intenzionata all’esaltazione del sublime, del remoto, dell’ineffabile”. É una specie di gigantesca sindrome da “Il nome della rosa”, film-chiave nell’esplorare un piacere dell’erudizione che va di pari passo con il misterioso e irripetibile – nel senso di ogni volta nuovo – rito della lettura. Nessuna sorpresa allora, nel seguire il prezioso filo conduttore di Zaccuri fra citazioni, riferimenti e analisi testuali, se ritroviamo autentici compendi di poesia classica e contemporanea nelle due popolarissime serie tv di Chris Carter dedicate all’aggrovigliato intreccio fra detection, paranormale ed esoterismo, cioè “Millenium” e “X-Files”. E nemmeno se, nel folgorante “Telefon” di Don Siegel (1977), il detonatore che scatena le spie russe in incognito trasformandoli in kamikaze è costituito dai versi di Robert Frost (“I boschi sono belli/oscuri e profondi…”); o se Hannibal “The Cannibal” Lecter è capace di scannare due poliziotti ascoltando estasiato le Variazioni Goldberg di Bach; o, infine e meno cupamente, se il postino Massimo Troisi scoprirà – oltre all’amore – anche la poesia grazie all’incontro con l’esiliato Pablo Neruda – Philippe Noiret. Zaccuri sembra muoversi su questo insidioso terreno in un fittissimo e affollato parco di esempi, con la sicurezza di chi sa evitare le trappole più appariscenti: prima fra tutte, quella di cedere alla tentazione di enumerare tutti i film “sulla“ letteratura, il che avrebbe trasformato il suo oggetto d’indagine in una montagna invalicabile. Pare invece di capire, alla fine di un percorso veramente appassionante, che nel suo mirino esegetico c’è quello che potremmo definire lo “scarto della lettura”, ovvero il paradosso per cui un’accumulazione mitologica e indiscriminata del sapere non garantisce affatto l’esenzione dal rischio (Robert Redford lettore per conto della Cia in “I tre giorni del condor”, 1975 di Sydney Pollack, stranamente non citato nel testo), mentre al contrario una spiccata differenziazione di status intellttuale (Mills/Brad Pitt e Somerset/Morgan Freeman in “Seven”) si risolve in una tragedia della consapevolezza solo quando ormai è troppo tardi per porvi rimedio. Quanto a dire che leggere non ci salva la vita: può solo, a volte, migliorarcela.

 

Renato Minore, IL MESSAGGERO

 

Zaccuri: quando il killer cita il poeta

 

La poesia , una forma di sapienza oscura e arcana, anche visibilmente pericolosa. La frezuentano i serial killer e i detective che cercano di catturarlil usando spesso i versi come una specie di mappa per arrivare ai “cattivi”. É il “luogo in cui mostri e cacciatori di mostri si ritrovano faccia a faccia. La potenza del linguaggio rimane, ma viene messa al servizio di entità tenebrose e innominabili”. Alessandro Zaccuri ha scritto “Citazioni pericolose”, un saggio denso e appassionatamente circoscritto intorno alla sua tesi ben argomentata che setaccia serial televisivi, thriller e noir cinematografici, vero emporio dei manufatti serializzati dove si lusinga con la ridondanza, si conferma il prevedibile, si rilancia il già assodato. Millenium come Seven… Qui capita – appunto – che la parola letteraria sia qualcosa di lontano e di enigmatico, rimessa in gioco per sondarne la sua definitiva inattendibilità, la sua lunare distanza. Riusarla per decifrarne una sua anacronistica terribilità. Che farsene delle sue figure e delle sue cadenze se non spolparle nell’universo audiovisivo che le nega e le travolge? Zaccuri mette a punto un suo intelligente e insistente metodo “comparativistico” per arrivare all’osso della sua idea guida. La verità della conoscenza letteraria è travisata e contaminata, e il cinema la inghiotte, trasformandola in un bolo di sadica soddisfazione.

 

Paola Casella , CAFFÉ EUROPA-
– 08/05/2000

 

Il cinema come critica letteraria

 

I giovani di oggi non leggono più: preferiscono guardare la televisione o al massimo trascinarsi fino al multisala più vicino per assistere al film d’azione appena uscito sul grande schermo. E’ un assunto un po’ generico, e forse senescente: ma se fosse anche solo parzialmente vero, possiamo consolarci con la scoperta che molto cinema e molta televisione riconducono i non-lettori alla letteratura, soprattutto quella classica, anche se in modi non propriamente ortodossi.  Questo almeno suggerisce Alessandro Zaccuri nel suo bel saggio Citazioni pericolose – Il cinema come critica letteraria, appena uscito per Fazi Editore (www.fazi.it ).  Attraverso quasi trecento pagine (che però si leggono in un lampo) Zaccuri ci mostra decine di esempi di come le citazioni letterarie più disparate si siano infiltrate nei film più insospettabili: thriller, commedie, action movie. Zaccuri concentra la sua attenzione sul cinema dell’ultimo ventennio, ed evita di proposito gli adattamenti letterari veri e propri, con l’unica vistosa eccezione di La lettera scarlatta che, più che un adattamento, è una specie di parodia del testo di Nathaniel Hawthorne. L’autore evita anche i film ambientati nel mondo dei bibliofili e quelli nei quali il libro assume “un ruolo salvifico” (vedi Le ali della libertà) assumendosi interamente la responsabilità delle proprie scelte  e giustificando quelle che ai cinefili fra noi potrebbero sembrare clamorose dimenticanze nella postafazione (che forse sarebbe stato meglio trasformare in prefazione).  Citazioni pericolose viviseziona una serie di film celebri e meno celebri e una manciata di serial televisivi che contengono più riferimenti letterari di una di quelle collezioni di frasi celebri che fanno fare bella figura nelle occasioni mondane. Da Pulp Fiction a L’attimo fuggente, da Seven a Titanic, da X-Files e Twin Peaks, Zaccuri scandaglia la filmografia e buona parte della fiction televisiva recenti per scoprire quale ruolo venga assegnato alla letteratura dal piccolo e grande schermo. Le sue conclusioni sono interessanti e provocatorie, e generalmente concordano che l’introduzione della citazione letteraria nel contesto di un film o di una serie televisiva non sia affatto un indice di familiarità degli spettatori con la parola scritta, ma al contrario un’ammissione che la grande letteratura è uscita dalle nostre vite quotidiane. Cinema e televisione fanno leva proprio su questo senso di distanza per creare intorno alla parola scritta un’aura di mistero e di magia. “L’idea di letteratura”, scrive Zaccuri a proposito di Millennium (ma potrebbe riferirsi a cinema e televisione in generale), “corrisponde, nel migliore dei casi, a un sapere colllocato in una sfera lontana dalla normalità dell’esistenza (…) la stessa poesia – intesa come espressione più alta dell’intera tradizione letteraria – assume i connotati di un sapere perduto e minaccioso, attraversato da misteri che possono essere percepiti e decifrati soltanto dagli iniziati”. La conoscena letteraria, dunque, diventa una prerogativa da “società segreta, nella quale si viene ammessi soltanto per cooptazione”. E’ per questo che sempre più spesso le citazioni letterarie vengono utilizzate nel contesto del thriller, con particolare predilizione per il tipo che vede protagonista un serial killer.  Così l’Hannibal Lecter del Silenzio degli innocenti (il cui stesso cognome è una interpretazione perversa di lector, cioè lettore) usa la propria enciclopedica cultura letteraria come un segno distintivo rispetto al resto del mondo contemporaneo, e come un veicolo per comunicare terrore nei non adepti (o nei parzialmente adepti, come Clarice Sterling).  Così il detective William Somerset (letterario anche nel cognome) protagonista di Seven, interpretato da Morgan Freeman, usa le citazioni letterarie per risalire all’identità del serial killer, a differenza del suo giovane aiutante (Brad Pitt), cresciuto a MTV e del tutto ignorante di letteratura classica. L’equazione, spiega Zaccuri, sembra essere che “chi pratica il male conosce i libri”, e la letteratura assume una valenza minacciosa: “la parola come prerogativa dell’assassino, la scrittura come esercizio letale, la poesia come sapere di morte”.  Zaccuri fa anche notare che, in Basic Instinct come in Sliver e in molti altri thriller cinematografici recenti, lo scrittore è il killer.  “Se nel giallo classico (il colpevole) era sempre il maggiordomo, nel thriller da esportazione degli anni Novanta di solito è lo scrittore”. Anche al di fuori del contesto del thriller la letteratura, sembra dire il cinema degli ultimi anni, può costare la vita, come succede a uno dei giovani allievi del professor Keating (Robin Williams).  Come un’arma a doppio taglio, un buon libro può rappresentare una via d’uscita rispetto alle proprie circostanze, “risorsa esistenziale, luogo di esperienza e occasione di consapevolezza” (vedi Pensieri pericolosi, il film che ha ispirato il titolo di questo saggio), ma anche uno strumento di perdizione, se non si riesce a porre la necessaria distanza fra se stessi e la creazione letteraria. In genere l’eroe cinematografico contemporaneo, soprattutto americano, possiede una cultura autodidatta (per non dire raccogliticcia) che lo porta a mettere sullo stesso piano Ezechiele e Peter O’Donnel, come fa il Vincent Vega (John Travolta) di Pulp Fiction, per cui tutto è, appunto, “pulp fiction”, e tutto diventa “pop culture”. Ma un libro in mano al protagonista di un film può identificarlo immediatamente: Zaccuri ci ricorda che Maryln Monroe ne leggeva uno per darsi un’aria da intellettuale in Come  sposare un milionario (peccato che lo leggesse alla rovescia) e che, dall’altro lato dello spettro, il colonnello Kurtz di Apocalypse Now teneva sul comodino non già T. S. Eliot, ma i testi che Eliot leggeva in preparazione alla stesura del suo capolavoro, La terra desolata: come dire che il viaggio a ritroso di Kurtz, così ben descritto da Joseph Conrad in Cuore di tenebra, si compie perfino a livello letterario. Un libro in tasca rischia persino di schedare un individuo: come succede al serial killer di Seven, cui il detective Somerset risale grazie alla traccia lasciata dai libri presi in prestito in biblioteca.    Se si può fare un appunto a Zaccuri, è quello di non essersi programmaticamente limitato al cinema americano, non solo perché gli esempi tratti dal cinema europeo (non mondiale) come Il postino e La lettrice sono troppo pochi per rappresentarlo, ma anche perché è proprio nel cinema americano che la letteratura compare sempre più spesso e sempre più a sproposito, come citazione invece che come sottotesto, o come patrimonio culturale ben assorbito (prerogativa del Vecchio Mondo, almeno finora). Si sarebbe potuto dunque ampliare il saggio fino a renderlo una critica socio-culturale del Paese che domina il mondo ma che impiega sempre meno energie nella formazione delle sue generazioni giovani, di fatto delegando alla televisione il compito di colmare lacune accademiche e carenze familiari. Se nel cinema americano recente il testo più spesso citato rimane la Bibbia, un ruolo di rilievo viene ricoperto anche da autori classici della letteratura anglosassone come Yeats, Chaucer, Mills, Milton, Blake, Eliot, Whitman, Thoreau e soprattutto William Shakespeare, cui non a caso è stato recentemente dedicato un intero film, quel Shakeaspeare in Love che più che un omaggio al grande bardo era un peana alla scrittura in generale. Ma c’è spazio anche per Dovstojevski, Tommaso D’Aquino e soprattutto Dante, la cui recente riscoperta negli Stati Uniti è dovuta anche al gusto apocalittico delle sue visioni letterarie. Non si tratta di lezioni di letteratura, solo di citazioni fuori contesto, che come schegge impazzite rischiano anche di fare danno. “E’ come se la letteratura fosse ormai dimenticata e dispersa e l’unico modo possibile contatto con quel che resta della civiltà della parola fosse costituito dai frammenti nei quali – più o meno casualmente – capita di imbattersi”, scrive Zaccuri. Sta alla buona fede e alla buona volontà degli spettatori prendere spunto da quelle frasi per andare a ricercarne la fonte, invece che usarle semplicemente come battute buone per apparire sofisticati a un cocktail party, se non addirittura come slogan negativi. Tuttavia Zaccari è ottimista. “Il cinema”, conclude infatti, “può rappresentare una prosecuzione della critica letteraria con altri mezzi, meno ortodossi ma non per questo meno efficaci rispetto a quelli che siamo abituati a considerare.  Di fatto, ogni volta che manipola una trama o riutilizza una citazione, il cinema cambia la nostra percezione della letteratura.  Anche e specialmente quando si tratta di pellicole che con la letteratura sembrano avere poco o nulla a che fare”.

 

Sergio Pent, LA STAMPA

 

Poeti killer complici del cinema

 

La critica letteraria che passa attraverso il cinema, ovvero il cinema come riferimento – più o meno volontario – della letteratura. L’ipotesi di Alessandro Zaccuri – giornalista culturale del quotidiano “Avvenire” – è di quelle discutibili perché intriganti. Per Zaccuri il cinema si serve spesso di riferimenti culturali, che tentano di gestire la letteratura trasformandola in citazione quasi arcana, necessaria in alcuni casi per giustificare le mosse dei protagonisti. Sovente – è il caso soprattutto dei film noir – il libro diventa una sorta di mappa attraverso i cui intricati percorsi i buoni rintracciano i cattivi e segnano un gol per la giustizia. La carrellata di Zaccuri lungo la storia del cinema – quasi esclusivamente quello di caratura popolare – tende a mostrare la “pericolosità” della forma letteraria all’interno dei vari contesti. Partendo dal serial televisivo “Millennium” – risposta poco fortunata ai clamori di “X-Files” – possiamo notare che ogni episodio è colmo di citazioni elevate – dalla Bibbia a Yeats – e le parole di scrittori e poeti percorrono, in una inquietante sordina, tutto il macabro assunto di ciascuna storia, divenendone – per chi sa ricavarne i necessari indizi – quasi l’indispensabile sostegno risolutivo. Interessante, ma per certi versi pericoloso, perché, come acutamente osserva l’autore, “nel momento in cui un poeta è citato da un serial killer, anche il poeta diventa pericoloso quanto l’assassino”. Ma può davvero il cinema proporsi in veste di mediatore culturale, e con quali presupposti? Analizzando un film notturno come “Seven”, Zaccuri ne ricava un’allarmante ipotesi, rilevando l’importanza dei libri nella soluzione del caso, quello del killer dei sette peccati capitali: qui addirittura la fobìa grafomane dell’assassino e il sospetto che l’FBI tenga sotto controllo le letture dei cittadini, diventano una critica quasi negativa nei confronti della letteratura. E che dire, poi, nell’indiavolato “Pulp Fiction” di Tarantino, di gente come Jules di John Travolta, che sovente viene sorpreso con un libro tra le mani? E capolavori generazionali tipo “Il giovane Holden” di Salinger possono davvero diventare fonte di manìa come accade al personaggio interpretato da Mel Gibson in “Ipotesi di complotto”? La parola scritta diventa viatico ma anche minaccia, in una società che tende sempre più a ridimensionare l’importanza della letteratura. Tanto che, in “Titanic”, dove non compare neanche il sospetto di un libro, siamo già dalle parti dello spettacolo videogame, in cui i personaggi agiscono a livelli diversi incanalati in una prevedibile proiezione finale più o meno salvifica. Quello che preme a Zaccuri è dimostrare che la letteratura passa anche attraverso il cinema, che la usa, la sfrutta e spesso la mortifica o la riveste di significati negativi. Resta il fatto che anche una sotterranea critica sfavorevole può risultare un invito alla conoscenza, laddove la vera critica letteraria diventa in molti casi un evanescente, esclusivo pranzo tra addetti ai lavori, a cui il lettore comune non si sente invitato. Prima di recarci in libreria, quindi, passiamo a fiutar consigli in qualche cinematografica.

 

Paolo Mereghetti, CORRIERE DELLA SERA

CITAZIONI Sul grande schermo depravati e serial killer sono spesso lettori accaniti

Se la poesia diventa strumento di morte

 

Gli amanti della poesia nascondono un animo d’assassino? I lettori più accaniti sono potenzialmente serial killer? L’idea, in sé peregrina, non è più tale se si riflette su come cinema e televisione abbiano utilizzato, negli ultimi anni, scrittori, poeti e più in generale semplici ma appassionati lettori: da Seven al Silenzio degli innocenti , da Twin Peaks a Millennium , la familiarità con un libro spesso nasconde pulsioni segrete per non dire inconfessabili. A ricordarcelo è un appassionante libro di Alessandro Zaccuri, giovane redattore delle pagine culturali di Avveni re : Citazioni pericolose . Incuriosito da come il cinema e la televisione abbiano messo una specie di segno di uguale tra lettura, libri o citazioni letterarie da una parte e violenza, delitti o più esplicitamente la morte dall’altra, Zaccuri ripercorre con puntigliosa attenzione il rapporto tra la cultura letteraria e la sua «materializzazione» sullo schermo, dai libri in bella vista nella cella di Hannib al Lecter alle citazioni dantesche che guidano i detective sulle tracce dell’assassinio in Seven , dai salmi (stravolti) che si recitano in Pulp Fiction fino alle poesie di William Blake che diventano dialoghi in Dead Man o a quelle di Yates in Millennium . Per scoprire che «l’idea di letteratura» (e di cultura) che la produzione cinematografica e televisiva più recente ci trasmette non è proprio innocente. In mano a serial killer e assassini, a psicopatici e depravati, i romanzi e le poesie diventano strumenti di violenza e di morte che finiscono per trasmettere a un pubblico mediamente lontano dalla lettura una concezione del libro negativa e «malefica». O di cui si può bellamente fare a meno, come ci rivela l’analisi di Titanic , un film in cui – non a caso – si fa di tutto meno che leggere. E così, senza moralismo o inutili rimpianti, ma con un’acuta percezione dei meccanismi di comunicazione (e di trasmissione del sapere) nella società di massa, Zaccuri ci fa riflettere su un atteggiamento mentale che sta cambiando il nostro modo di considerare la letteratura e che finisce per rappresentare «la scrittura come esercizio letale e la poesia come sapere di morte».

 

Giuseppe Bonura, AVVENIRE
– 07/07/2000

 

L’immagine della letteratura al cinema e in tv Lettori di celluloide A caccia di citazioni tra piccolo e grande schermo

 

Tutti affermano che la letteratura non ha più quella centralità formativa e informativa che aveva una volta, quando gli studi umanistici erano la base di ogni buona educazione intellettuale. Forse vero, ma troppo vero, come direbbe il filosofo nichilista. Il tema è comunque cruciale, ci sono vari metodi per affrontarlo e tentare di risolverlo. Ho un libro sotto gli occhi che lo affronta da un punto di vista non solo originale ma estremamente redditizio. Il libro si intitola Citazioni pericolose e l’ha scritto Alessandro Zaccuri, che i lettori di questo giornale conoscono per i suoi articoli. Zaccuri appartiene a una categoria che sembra quasi (e senza quasi) scomparsa, quella dei critici culturali. Ci sono in giro moltissimi giornalisti culturali, ma pochissimi possono ambire al titolo di critico culturale. Zaccuri è uno di questi, e lo conferma con il suo libro, che a mio parere è di una clamorosa originalità. Citazioni pericolose indaga i rapporti tra cinema e letteratura. Zaccuri non si occupa affatto di quei romanzi che sono stati trasformati in pellicole cinematografiche, e che ormai non interessano più nessuno Si occupa invece di quei film e telefilm che nella cui struttura narrativa c’è una citazione, o più citazioni letterarie, che costituiscono il nocciolo ideologico del racconto filmico. Ed ecco allora che l’indagine di Zaccuri diventa una guida indispensabile non solo per i comuni fruitori di fiction televisiva e cinematografica, ma anche per tutti coloro che sono interessati alla salute psichica degli spettatori ingenui, compresi ovviamente i bambini e i ragazzi. Mi sia consentito un ricordo personale. Avevo poco più di dieci anni quando vidi al cinema Frankenstein e Il ritratto di Dorian Gray. Ne rimasi letteralmente sconvolto. Per molti notti dormii con difficoltà. Mi visitavano le immagini dei film e ne provavo un autentico terrore. E allora, ripensando a quelle mie remote esperienze, spesso mi chiedo, guardando certi angoscianti serial televisivi: «Quale impatto avranno nella mente di un ragazzo?». Rinvio la risposta agli educatori. Tornando al bel saggio di Zaccuri, qui è in gioco l’uso capzioso che taluni telefilm fanno della citazione letteraria. Il libro abbonda di esempi, tutti raccontati e spiegati. Zaccuri parte da Millennium, la serie televisiva che cercò di prendere il posto di X-Files e in cui perfino le Sacre Scritture sono coinvolte in un racconto del tutto profano e commerciale. L’attenzione che il cinema commerciale e televisivo dedica alla letteratura è sommamente ambigua, per non dire ipocrita. Da una parte, la letteratura viene riverita come una forma suprema della cultura e della verità spirituale. Dall’altra, la letteratura viene assorbita in un contesto narrativo che la paragona alla fonte del Male. Basterà ricordare L’attimo fuggente e Il silenzio degli innocenti, in cui i suicidi e gli assassini vengono associati alla presenza palese o sotterranea della letteratura. La degradazione della parola sacra e poetica è uno dei piloni portanti di molti serial televisivi. Uno dei capitoli più interessanti è quello, secondo me, in cui Zaccuri analizza i film e i telefilm basati su un complotto misterioso messo in atto per annientare il personaggio principale. È curioso notare che il complotto entra in tutta la letteratura post-moderna, si pensi a Eco e a Pynchon. Il motivo è semplice, e deriva dalle astuzie ideologiche del capitalismo energumeno. Siccome questo capitalismo ha bisogno di stornare l’attenzione da sé stesso, ecco che inventa enigmatici complotti per suggerire astutamente che l’infelicità degli individui è dovuta a situazioni inafferrabili. Ma il vero orditore di complotti è proprio il capitalismo energumeno. È lui il Male vero, ma noi spettatori non ce ne accorgiamo.

 

 Giuseppe Genna , CLARENCE.COM
– 07/05/2000

 

Citazioni Pericolose

 

Ecco un libro che conforta. Conforta circa lo stato dell’intelligenza italiana, sulla capacità di lanciare lo sguardo nel fango in cui gli italiani si sono pervicacemente rifiutati di fissare la propria vista: resasi miope, col tempo. E’ un bravo critico di 37 anni a supplire a una delle stravaganti vacanze dell’intellighentsia italica. Non fa nulla di complesso, Alessandro Zaccuri, ma lo fa in maniera sofisticata e semplice allo stesso tempo: esattamente come appare, agli occhi di profani e non, la materia di cui scrive il giovane critico. Che non è il cinema e non è la letteratura. Si tratta bensì della citazione letteraria nel cinema, il che inerisce a un concetto abbastanza esotico a queste nostre latitudini: la cultura pop. Povero Zaccuri! Si è concesso, senza astio né professione di orgoglio, di evadere dalle mode pulpettare e di fare storcere il naso a mezza accademia italiana. Come gli è riuscito un simile e virtuoso esercizio d’intelletto? In questo modo. Zaccuri ha preso la prima serie di Millennium (chi sa cos’è, può continuare a leggere; chi non lo sa, cambi pagina), ha catalogato con minima atletica filologica tutte le citazioni che andavano in exergo alle singole puntate e ha discusso delle motivazioni sottili e grossolane che hanno condotto il regista Chris Carter (creatore anche di X-Files) a elaborare un modello televisivo che sfruttasse l’oscurità e l’autolegittimità della poesia. Anzi, non della poesia: di quello che lo Spettacolo pensa che sia la poesia. E così si passa dalla considerazione dell’impatto ermetico di una poesia che è un centone di Yates, della Bibbia e delle centurie di Nostradamus giù giù fino alla considerazione prettamente letteraria del testo vetero e neotestamentario, tipica della scuola americana. L’incursione nel baratro ipocitazionista di Millennium è soltanto l’esempio più significativo di questa indagine che incontra le Scritture testamentarie nel cuore delle immagini – cinematografiche o televisive che siano. Le variazioni di Zaccuri su Pulp Fiction, su Seven, su Hannibal, del resto, dimostrano di quanta angoscia d’influenza sia impregnata – fino alla saturazione – la cultura popolare americana. La quale, a pieno titolo, è anzitutto una cultura spettacolare, e quindi cinematografica e televisiva. L’annidarsi della letteratura, se non nel cuore, nelle periferie di questo sistema immaginativo dovrebbe forse rassicurarci sulla funzione sociale della scrittura in tempi contemporanei? Non saremmo poi così ottimisti, sulla supposta innocenza di questa mutazione genetica dell’oggetto letterario. E non crediamo nemmeno che il coraggioso Zaccuri si fidi fino in fondo di questa strana perversione cinematografica della letteratura… Alessandro Zaccuri, Citazioni pericolose, Fazi, 35.000 lire  

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Citazioni pericolose
Collana:
Numero Collana:
28
Pagine:
312
Codice isbn:
9788881121410
Prezzo in libreria:
€ 18,00
Codice isbn Epub:
9788864117713
Prezzo E-Book:
€ 4.99
Data Pubblicazione:
01-06-2000