Thomas Hardy

Estremi rimedi

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A cura di Chiara Vatteroni

Le sfortunate vicende di una giovane donna, Cytherea Graye, sono il tema portante del romanzo, dalle prime alle ultime pagine. Già orfana di madre, Cytherea perde anche il padre e rimane da sola con il fratello Owen; insieme decidono di trasferirsi in un’altra città, per trovare una casa e un lavoro e ricominciare da capo. Qui conoscono Edward Springrove, un collega di Owen, di cui Cytherea si innamora, corrisposta. Dopo vari tentativi falliti, la ricerca di un lavoro va a buon fine anche per lei e viene assunta come dama di compagnia presso una ricca signora che scoprirà poi essere il grande e sfortunato amore che suo padre aveva avuto in gioventù (e che la donna aveva troncato all’improvviso), cui egli si era addirittura ispirato, in seguito, nella scelta del nome per sua figlia, appunto Cytherea. Tra le due donne si stabilisce un rapporto stretto e morboso, un legame a metà strada fra l’affetto, la protezione, la devozione e la gratitudine reciproca. Proprio durante il soggiorno in casa della signora, Cytherea viene a sapere che non lontano da lì vive la famiglia del suo amato Edward, che però è già fidanzato con un’altra donna. Delusa e sconcertata decide di dimenticarlo. È a questo punto che entra in scena un personaggio misterioso, Manston, assunto in qualità di sovrintendente, inspiegabilmente spalleggiato e protetto dalla signora, che si intuisce debba avere con lui un legame segreto e molto speciale. Dopo un lungo e poco chiaro corteggiamento Cytherea acconsente, suo malgrado, a sposarlo, ma sarà solo per scoprire – per fortuna prima che il matrimonio avvenga – che la prima moglie di Manston non è affatto morta e che il fidanzamento di Edward è stato sciolto e lui è, finalmente, libero. L’intreccio narrativo, fino ad ora concentrato sulla caratterizzazione dei personaggi si fa, a questo punto, vivace e ricco di colpi di scena: incendi, fughe nella notte, omicidio, inganno e suspense, avviandosi così alla sua conclusione, degna della migliore tradizione dei “sensational novels”, il cui maggiore e più acclamato esponente fu Wilkie Collins.

ESTREMI RIMEDI – RECENSIONI

Carlo Pagetti, ALIAS – SUPPL. IL MANIFESTO
– 12/05/2001

 

Crepa vittoriana

 

Il primo romanzo pubblicato nel 1871 da Thomas Hardy, Estremi rimedi, introduce in modo efficace un periodo di inquietudini e di turbolenze storiche e intellettuali, destinato a mettere in discussione la visione armoniosamente «progressista» degli anni d’oro dell’Inghilterra vittoriana. Basti pensare che nel 1870 l’Education Act apre le porte alla scolarizzazione di massa, sia pure solo a livello elementare, con conseguenze enormi sulla produzione letteraria successiva, e, che, nello stesso anno, la vittoria inattesa della Prussia sulla Francia preannuncia in Europa l’avvento di allarmanti gerarchie politico-militari. Intanto il positivismi, irrobustito dalla teoria della selezione naturale esposta da Darwin nell’Origine della specie (1859), modifica in profondità un pensiero ancora largamente basato sui dogmi cristiani e sull’interpretazione letterale della Bibbia. Né l’imminente proclamazione dell’Impero britannico riuscirà a impedire le preoccupazioni future suscitate nel paese dalla questione femminile, dai moti indipendentisti irlandesi, dalla comparsa dei primi sindacati operai. Architetto trentenne più incline alla letteratura che all’esercizio della sua professione, Hardy comincia a individuare, come suo territorio narrativo, una zona a sud-ovest dell’Inghilterra, ancora largamente rurale, che in seguito assumerà il nome storico di Wessex, e che farà da sfondo alle vicende di una serie di racconti e romanzi culminanti, negli anni novanta dell’Ottocento, nei due capolavori di Tess dei d’Uberville (ora ripubblicato tra i Classici Superbur con l’introduzione di Pietro Citati, pp. 463, L. 10.000) e di Giuda l’Oscuro, entrambi ferocemente contestati per il loro contenuto «scandaloso» da un pubblico di benpensanti, che pure aveva celebrato lo scrittore come un superbo cantore della natura inglese. Nella sua ricerca di figure femminili forti e sovversive, Hardy aveva creato un personaggio come Tess, una «donna pura» sedotta e due volte abbandonata, capace di vendicare l’offesa con il sangue in un cupo universo dominato dalle forze pre-cristiane del Fato.
La scelta dell’editore Fazi, che propone per la prima volta in Italia Desperate Remedies, ovvero Estremi rimedi (pp. 481, L. 38.000), ottimamente curato e tradotto da Chiara Vatteroni, permette di esplorare la genesi di un autore che non potrebbe essere più vicino a una certa sensibilità nostalgica e anti-industriale della sua epoca, e che, tuttavia, fin dall’inizio, appare aperto a soluzioni narrative innovative, tanto da servirsi degli espedienti del sensation novel, utilizzati del resto anche da Charles Dickens sul palcoscenico metamorfico e visionario della città, con sfumature ironiche e tensioni verbali dovute più a una propria ricerca formale che all’inesperienza del debuttante. Intanto, in Estremi rimedi, appare come luogo di eventi melodrammatici e di colpi di scena, un paesaggio rurale solo appartentemente pacifico e comunque strettamente collegato sia a Londra che al grande porto industriale di Liverpool, e, più direttamente, alla Manica. Anzi, si potrebbe affermare che proprio il bozzetto marino, che tratteggia l’idillio tra la bella Cytherea e il suo innamorato Edward, soli su una barca galeotta, rappresenti l’unico momento di autentica serenità in un intreccio in cui non solo ogni accadimento è carico di insidie per l’eroina, ma al cui interno sembrano entrare in conflitto due diverse strategie narrative. Da una parte c’è il triple decker, il ponderoso romanzo in tre volumi patrocinato dalle Biblioteche Circolanti, denso di digressioni e di riflessioni etiche, affidate alla voce moraleggiante del narratore onnisciente, il quale, infatti, soprattutto nella prima metà di estremi rimedi, non manca di ammanire i suoi insegnamenti sentenziosi sulle donne sensibili ma incostanti e di cospargere di citazioni letterarie e bibliche il suo linguaggio. Ma poi il ritmo della narrazione si fa più frenetico e i colpi di scena si accavallano, non appena la candida Cytherea è stata convinta da una vera e propria congiura a sposare il tenebroso sovrintendente Manston, il figlio segreto di Miss Aldclyffe, la proprietaria terriera presso cui Cytherea ha trovato lavoro, come la Pamela di Richardson, in qualità di cameriera della padrona, per scoprire che costei è un’antica innamorata del padre morto, ora trasformatasi in ricca e subdola zitella. Mentre la scansione temporale indica rigorosamente i giorni e le ore, la rassicurante sapienza del narratore onnisciente vittoriano viene sostituita dai trucchi di un autore beffardo, e il moralismo tradizionale si rileva niente altro che un travestimento da cui spunta l’occhio di un artista entomologo, lucidissimo e quasi scientifico indagatore della natura umana e di quella rurale. Egli incrocia di continuo gli sguardi dei suoi personaggi, che tutti convergono su Cytherea e che tutti si osservano, simisurano e, per così dire, si fiutano come le bestie dotate di zanne più o meno acuminate. Questo mondo narrativo così disarmonico e darwiniano coagula attorno a due scene centrali, una diurna e una notturna. Nella prima Cytherea viene portata all’altare da Manston, un villain che ricorda alla lontana lo Heathcliff di Emily o il Rochester di Charlotte Bronte, mentre una serie di presagi preparano all’ennesima sorpresa: Manston è già sposato… Nella seconda, un cumulo di erbacce, lasciato a bruciare vicino alla sua antica abitazione in legno da un taverniere poco rispettoso della natura, scatena un incendio che annienta un’intera fila di case, e carbonizza – o così pare – la suddetta moglie di Manston. dal modello realistico-pedagogico del romanzo vittoriano, praticato con zelo e intelligenza da Trollope, passiamo alla dimensione del gotico e del detective novel, cara al popolarissimo Wilkie Collins, l’autore di La pietra lunare e La donna in bianco. E tuttavia nessuno dei personaggi hardyani acquista una vera grandezza: perfino i più convenzionalmente malvagi appaiono impulsivi, maldestri, vittime delle circostanze quanto e più delle anime belle che vorrebbero irretire. Del resto, Cytherea ha sì la bellezza seducente di una Venere di provincia, come suggerisce il suo nome, ma, pur facilmente ingannata da coloro che le stanno attorno (tra cui un amorevole fratello dalla sospetta andatura zoppicante), conserva il pudore di una illibata damigella borghese. Hardy ha capito subito che il sensation novel libera la fantasia di lettori e lettrici e poi la imbriglia riportandola sotto il controllo dei più consolidati valori etici. Ciò che invece non è più controllabile è il mutamento radicale a cui è sottoposta la campagna inglese. Nella grande magione dove Cytherea si stabilisce accanto alla figura ambigua di Miss Aldclyffe, capace nei suoi confronti di slanci quasi lesbici e di perfidi intrighi, si odono due rumori costanti: quello di una cascata d’acqua e quello di una pompa idraulica. La tecnologia ha fatto irruzione, come sottolinea anche la presenza frequente del treno e della linea ferroviaria, che mette a contatto, con il potere talvolta capriccioso di una nuova divinità, la campagna e la città. Se la natura non offre sicurezza e la macchina incombe, Cytherea, «agitata come una canna al vento», non può che adeguarsi al suo destino di patetica orfanella, un «agnellino rubato» al suo goffo Edward, che, dopo averle a sua volta taciuto di essere sposo promesso a un’altra, si redime trasformandosi in investigatore privato sulle tracce delle malefatte di Manston. La vita è un labirinto, sottolinea più volte il narratore onnisciente, dove «le cose non sono come sembrano», anche se per Cytherea esiste la via d’uscita prevista dal sensation novel con il suo banale lieto fine. Dopo un quarto di secolo di indagini narrative sempre più minuziose, più darwiniane, l’occhio implacabile di Hardy non lascerà a Tess, un altro «agnellino rubato», alcuna via di scampo.

Sergio Perosa, CORRIERE DELLA SERA

Elzeviro. Un genere reinventato

Thomas Hardy eroe del feuilleton

 

Il “Grande Fratello” e sceneggiati televisivi consimili c’erano anche nell’Ottocento, eccome. Sfruttavano il genere di largo consumo, spregiato da letterati e intellettuali: il romanzo popolare, quello che gli inglesi chiamavano “sensazionale”, a forti tinte, mozzafiato, per lo più a puntate, o in tre volumi per i più abbienti (come le pay-TV?), il feuilleton, insomma. La formula per catturare i lettori era “falli ridere, falli piangere, soprattutto aspettare”. Ogni puntata s’interrompeva su un episodio lasciato in sospeso, di massima attes: i tre volumi terminavano ciascuno su un rivolgimento sorprendente, che rovesciava le carte in tavola – l’ultimo, spettacolare, non per nulla si chiamava dénouement, svelamento. In America, la folla si accalcava per l’arrivo dell’ultima puntata dei romanzi di Dickens, che mirava a qualcosa di “strampalato ma familiare”: e in famiglia si faceva crocchio per la lettura serale, a voce alta. La ricetta richiedeva, come nei serial televisivi, pochi personaggi marcati e facilmente identificabili – il buono, il malvagio, la tenera- semplici ma legati da aggrovigliati rapporti d’amore, passione, odio, che mettessero in moto scontri e trame altrettanto aggrovigliate, ricche di perfidie, misteri e possibili delitti, capaci di continuare all’infinito, o quasi. Pulsioni innominate, al limite del lecito, per mettere in moto quegli effetti, erano l’altra faccia del perbenismo vittoriano, il frisson trasgressivo a fronte del moralismo borghese, a cui però inchinarsi alla fine. Gran parte degli effetti, il grande rappresentante del genere, Wilkie Collins, li affidava alla suspence e non poco al melodramma: per scatenarli e risolverli non si rifuggiva da coincidenze fortuite, lettere finite all’indirizzo sbagliato o sotto il tappetino, fazzoletti lasciati cadere, cassetti che misteriosamente si aprono o si richiudono, sguardi o omaggi furtivi sorpresi da chi non doveva, ritardi di treni, errori di orario, cavalli imbizzarriti, macchine che si inceppano: come oggi. Le radici di molti romanzieri vittoriani allignano su questo terreno: Thomas Hardy, ad esempio, che non se ne libererà mai del tutto anche se rende la cattiveria dei malvagi frutto di un male metafisico, e sulle catastrofi dei deboli fa accanire un Fato indifferente o perverso. Il suo primo romanzo che sembra tirato fuori raschiando il fondo del barile, “Rimedi estremi” (Fazi editore, pagine 481, lire 38.000), offre un campionario di simili situazioni: la giovane indifesa accolta in casa di una signora misteriosa, con il suo stesso nome allusivo e una storia alle spalle che con falsa sagacia la distoglie dall’innamorata per indirizzarla verso il sovrintendente; la giovane che per salvare il fratello si presta, così, come l’innamorato rinuncia a lei per salvare la famiglia; il sovrintendente che si rivela per quel che è – occorre sempre un vilain – e la signora per quel che sospettiamo, l’innamorato che dopo un’attesa estenuante ricca di colpi di scena ricompare alla fine per sciogliere i nodi e condurre a un lieto fine che le mille peripezie subite tendono a smorzare. Nel romanzo c’è dieci volte di più di questo: complicazioni a rotta di collo e salvataggi per il rotto della cuffia, ingenuità e assurdità che è difficile digerire a freddo. Eppure: nonostante tutto – o sarà proprio per questo? – il libro si legge, non dico d’un fiato (ché ce ne vorrebbe da record), ma con gran gusto, senza aver voglia di fermarsi, saltando magari qua e là, per andare avanti, scoprire cosa c’è sotto, arrivare alla fine, sperando pur sempre che continui ancora. Non lo vedo come un aspetto deteriore o riprovevole. Questi romanzi di consumo saranno certo di più spessore e impegno ma, come gli sceneggiati televisivi, si distinguono, eccome, dalle corrive imitazioni di cui diffidare. Anche i feuilleton richiedono mano maestra, che ci sappia fare.

TUTTOLIBRI – LA STAMPA

Ottocento inglese

Dai rimedi estremi di Hardy alla Canonica di Trollope

 

Un romanzo vittoriano di Thomas Hardy, “Estremi Rimedi” (Fazi editore, pp. 481, L. 38.000, traduzione e postfazione di Chiara Vatteroni). Siamo nella campagna inglese dell’Ottocento, una giovane, oberata di debiti, lasciatile in eredità dal padre, diventa la dama di compagnia d’una aristocratica signora. Nel suo futuro: una morbosa relazione (con la protettrice), un grande amore perduto, un matrimonio di interesse…

Giuseppe Bernardi, IL GIORNALE

 

Gli “Estremi rimedi” del giovane Thomas Hardy

 

Nulla forse, se non una speciale composizione chimica dell’anima, poteva render incline il giovane Thomas Hardy a quel ripiegamento interiore, a quel senso di solitudine e di fatalità, che, organizzatisi via via in una concezione filosofica di vita, avrebbero segnato i suoi romanzi. Era stato un ragazzo fortunato, figlio di un capo-mastro sensibile e intelligente che suonava nell’orchestra del paese e gli aveva insegnato a suonare il violino, e di una donna colta che l’aveva iniziato felicemente alla lettura. Era cresciuto nella campagna del Dorset, in un’atmosfera familiare di solidità e di sicurezza, dando presto prova di brillantezza intellettuale e, nel 1862, a ventidue anni, indeciso ancora tra gli studi di architettura e lo scrivere, era stato a Londra, a lavorare in uno studio importante e potendosi tuffare intanto nella vita culturale e musicale della città. Ma cinque anni dopo, come ghermito dalla malattia del vivere, era tornato nel Dorset, da dove si sarebbe mosso di rado per i successivi sessant’anni, sentendosi all’unisono solo con i ritmi della vita rurale, ed estraneo al teatro esaltante e drammatico dell’età vittoriana cui pure apparteneva. Comunque, all’inizio degli anni Settanta, i giochi non erano ancora del tutto fatti. Aveva scritto un romanzo, accettato da un editore, ma giudicato da george Meredith insufficiente. Ci voleva più trama. hardy ritirò il manoscritto, lo distrusse e ne scrisse un altro prendendo molto alla lettera, forse anche troppo, il consiglio di Meredith. E nacque così “Estremi rimedi” il primo romanzo di Thomas Hardy, che non era mai stato tradotto in Italia e che sarà distribuito a giorni dall’editore Fazi di Roma. S’è detto che i giochi non erano ancora fatti perché allora Hardy non s’era incamminato nella fredda via della non speranza, di un’idea dell’uomo come marionetta in balia di un imperscrutabile volere immanente, quale egli aveva appreso leggendo Schopenahuer, non aveva scritto Tess dei D’Ubervilles, e il tetro, mirabile Giuda l’oscuro. Qui, in “Estremi rimedi”, Hardy, forse ancora troppo vagamente consapevole delle proprie capacità espressive, sceglie la formula del novel of sensation, del romanzo a sensazione, l’antesignano del thriller e l’erede del racconto gotico. Ma, fin dalle scene iniziali, quando nella sala comunale affollata per la lettura di Shakespeare, la giovane Cytherea, attraverso l’alto finestrone, come incantata, vede il padre cadere dall’impalcatura del campanile (Hardy era stato restauratore di chiese) fin da questo fatto luttuoso dal destino, e dalla morbosa realzione che s’instaura tra lei e la signora aristocratica che l’assume come dama di compagnia, si assiste, accanto al crescendo dei colpi di scena, a un’altra rivelazione, quella della sua arte che affila le armi, già tutta evidente nei paradigmi simbolici, nella finezza delle notazioni psicologiche, nella dinamica delle intime emozioni.

IL PICCOLO
– 02/03/2001

In libreria, edito da Fazi e tradotto dalla triestina Chiara Vatteroni, “Estremi rimedi” dello scrittore inglese.

Romanzeschi colpi di scena in un Thomas Hardy inedito

 

Roma. É da ieri in libreria, per la prima volta in italiano a più di cento anni da quando fu scritto, un importante romanzo di Thomas Hardy, “Estremi rimedi” nella traduzione di Chiara Vatteroni (Fazi, pagg. 400 lire 30mila). Il grande narratore inglese vi racconta le sfortunate vicende di una giovane donna, Cytherea Graye. Orfana di madre, Cytherea perde anche il padre e rimane da sola con il fratello Owen; insieme decidono di trasferirisi in un’altra città, per trovare una casa e un lavoro e ricominciare da capo. Qui conoscono Edward Springrove, un collega di Owen, di cui Cytherea si innamora, corrisposta. Dopo vari tentativi falliti, la ricerca di un lavoro va a buon fine anche per lei e viene assunta come dama di compagnia di una ricca signora che scoprirà poi essere il grande e sfortunato amore che suo padre aveva avuto in gioventù, di cui lei porta persino il nome Cytherea appunto. Tra le due donne si stabilisce un rapporto stretto e morboso, un legame a metà strada tra l’affetto, la protezione, la devozione e la gratitudine reciproca. Proprio durante il soggiorno in casa della signora, Cytherea viene a sapere che non lontano vive la famiglia del suo amato Edward, che però è già fidanzato con un’altra donna. Delusa e sconcertata decide di dimenticarlo. A questo punto entra in scena un personaggio misterioso, Manston, assunto in qualità di sovrintendente, inspiegabilmente spalleggiato e protetto dalla signora, che si intuisce debba avere con lui un legame segreto e molto speciale. Dopo un lungo e poco chiaro corteggiamento Cytherea acconsente, suo malgrado, a sposarlo, ma sarà a questo punto che inizieranno una serie di romanzeschi colpi di scena che porteranno a una sorta di lietto fine.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Estremi rimedi
Collana:
Numero Collana:
61
Pagine:
492
Codice isbn:
9788881121595
Prezzo in libreria:
€ 20,00
Codice isbn Epub:
9788864119618
Prezzo E-Book:
€ 4.99
Data Pubblicazione:
01-01-2001

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