Tradurre «Butcher’s Crossing» di John Williams

10-07-2020  •   Il blog di Fazi Editore - Parola ai traduttori
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Butcher's Crossing

In occasione dell’uscita dell’edizione economica di Butcher’s Crossing,  Stefano Tummolini racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo di John Williams.

 

Pubblicato nel 1960, Butcher’s Crossing è il secondo romanzo di John Williams. Il suo protagonista sembra compiere un percorso speculare e inverso rispetto a quello del più celebre Stoner – con cui, non a caso, condivide il nome di battesimo. Mentre William Stoner, figlio di contadini, tradisce le proprie origini scegliendo di assecondare la sua passione per la letteratura, William Andrews, giovane bostoniano fresco di laurea ad Harvard, decide di abbandonare la civiltà per andare a caccia di bisonti. A muoverlo è il richiamo della Natura, quella forza assoluta e primigenia che Ralph Waldo Emerson, citato all’inizio del romanzo, definisce la circostanza che sovrasta ogni altra circostanza, e giudica come un dio ogni uomo che si presenta al suo cospetto. Per Andrews, questa natura primigenia è un’idea, un mito: qualcosa, dunque, che ha a che fare con la letteratura.

Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini.

William Andrews ci viene presentato come un giovane mite e introverso, dalla corporatura esile, con la pelle chiara che cominciava ad arrossarsi dopo una giornata passata sotto al sole – impreparato nel corpo, oltre che nello spirito, ad affrontare la ferocia della natura e di chi è avvezzo a domarla. Per giunta, la stagione delle grandi cacce volge al termine: l’arrivo imminente della ferrovia è destinato a portare la “civiltà” anche tra il Colorado e il Kansas, e i bisonti sono già stati decimati. Ma Andrews non ascolta ragioni. Il suo viaggio si configura come una sorta di anti-western, ben più realistico e crudo di quelli che Hollywood ci ha abituato a conoscere, il cui protagonista è l’esatto contrario dell’eroe fiero e indomito del mito americano. Con l’accuratezza che sempre lo contraddistingue (croce e delizia del traduttore) Williams ci restituisce il disagio, la fatica, la paura del povero Andrews fin dalla prima, elementare azione che compete al cowboy: quella di cavalcare.

…vedeva solo la criniera nera del cavallo, il pomo marrone scuro della sua sella e la terra gialla che si muoveva a sbalzi sotto di lui. Era fradicio di sudore e la carne delle cosce delle natiche gli si era scorticata a forza di strusciare contro la sella. Continuò a spostarsi finché qualsiasi cambiamento non riuscì più a dargli alcun sollievo. (…) Per il resto del pomeriggio cavalcò in preda a un dolore che si approssimava all’intorpidimento senza mai raggiungerlo.

Più avanti, con la medesima precisione, Williams descriverà anche la preparazione delle munizioni, la tecnica di caccia e di scuoiatura dei bisonti. Ricordo ancora la fatica di tradurre quelle pagine, così dense di termini specifici, che mi costringevano a mettere continuamente mano al dizionario. Ma la dovizia di particolari è la chiave del naturalismo di Williams, insieme alla deformazione soggettiva della realtà. Ogni descrizione è filtrata dalle emozioni e dallo sguardo “vergine” di Andrews: lo stesso del lettore che, insieme a lui, esplora per la prima volta un mondo nuovo. Ma come spesso avviene in Williams, l’esperienza, quanto più è potente, tanto più induce all’estasi:

Fu proprio in quei momenti di torpore che perse la percezione di avanzare. Cavalcava tra discese e risalite, eppure aveva l’impressione che a muoversi non fosse il cavallo, ma la terra, che come un grande nastro scorrevole, via via scopriva solo un’altra parte di se stessa. Giorno dopo giorno, quel torpore gli s’insinuò dentro fino a identificarsi completamente con lui. Ormai si sentiva uguale al paesaggio, senza più forma o identità, e quando gli altri si voltavano verso di lui lo attraversavano con lo sguardo, come se non esistesse.

La contemplazione raggiunge vette altissime quando ci troviamo al cospetto dei boschi:

La montagna era un’unica massa di pini. Sulla riva opposta, i grandi tronchi marroni si alzavano per trenta o quaranta piedi sotto alla corona dei rami, carichi di ammassi d’aghi di un color verde intenso. Nello spazio tra un tronco e l’altro non c’erano che altri tronchi, e poi altri ancora, e così via a perdita d’occhio. Gli ultimi che riusciva a scorgere si fondevano in un’unica massa densa, impenetrabile e oscura, fatta solo di tronchi, ombra e terra buia, dove nessun piede umano s’era mai addentrato. Andrews alzò lo sguardo e seguì la superficie della montagna che si protendeva ripida verso l’alto. L’immagine dei pini svanì assieme a quella massa densa. E infine svanì l’immagine della montagna stessa. A quel punto non vide che un intrico di aghi e di rami, di un verde profondissimo, che non aveva più misura né identità, come un mare prosciugato, congelato in un momento di calma, con le onde tutte uguali ed eternamente immobili. Onde su cui poteva camminare giusto per qualche istante, per poi affondare a ogni movimento, affondare nella loro massa verde, fino a raggiungere il centro esatto di quella foresta senz’aria e diventare parte di essa, oscuramente solo.

Ma nel contempo, la natura resta un muto, impenetrabile mistero – che ha i tratti irrazionali dei bisonti. Come dice Miller, l’esperto cacciatore:

È inutile cercare di capirli. Non puoi mai sapere quello che faranno. Sono vent’anni che gli do la caccia e ancora non lo so. Li ho visti correre dritti su per un promontorio e ammucchiarsi in fondo a un canyon profondo cento iarde, a migliaia, senza alcun motivo apparente, almeno per un essere umano. Li ho visti spaventarsi davanti a un corvo, e ho visto degli uomini camminare in mezzo a una mandria senza che si spostassero di un pollice. Appena credi di sapere quello che faranno, finisce che ti metti nei guai. La cosa migliore è non pensarci e dargli addosso e ammazzarli finché puoi, senza cercare di capire. 

L’esperienza della brutalità dei suoi compagni di viaggio inizia a lasciare il segno nell’animo (e nel corpo) di William Andrews. Miller si rivela una macchina per uccidere, tanto precisa quanto implacabile. Colpo dopo colpo, come un automa, l’uomo arriva a sterminare una mandria di 5000 capi: e la sua avidità mette a rischio l’intera spedizione che, attardandosi oltre il previsto, viene sorpresa dall’arrivo dell’inverno. William deve sopravvivere alla furia della tormenta, al gelo abbacinante della neve e del ghiaccio. E inesorabilmente, si va compiendo in lui quella trasformazione che una giovane prostituta incontrata a Butcher’s Crossing gli aveva profetizzato:

Sì, tornerai. Ma non sarai più lo stesso. Non sarai più così giovane, diventerai come tutti gli altri.

Già durante il viaggio, William aveva avuto sentore che qualcosa, in lui, si stava trasformando: la pelle che si seccava, il dorso delle mani che si arrossava, scurendosi, il corpo che si induriva e si faceva più magro. Quando finalmente torna a Butcher’s Crossing, il giovane scopre di essere cambiato irrimediabilmente. I capelli lunghi e la barba che gli pende incolta dalle guance, sporca e attorcigliata, gli danno l’impressione di spiarsi da dietro una maschera: e nel suo viso non riscontra più le sue espressioni di un tempo. Ma oltre al cambiamento fisico, se n’è verificato un altro più profondo. A causarlo, è stato proprio quel richiamo misterioso che era all’origine del viaggio e che chiedeva di essere ascoltato, per dire che l’orrore – quel “qualcosa” in attesa di saltar fuori, per sbranare e divorare, finché non resta altro che il vuoto – non è soltanto fuori, ma dentro di noi.

 

Stefano Tummolini