Tim Winton


Tim Winton ha sempre saputo che il suo destino sarebbe stato quello di essere uno scrittore. Nasce il 4 agosto del 1960 a Perth, cittadina sul mare dell’Australia occidentale e a dieci anni annuncia ai suoi genitori che non ha nessuna intenzione di fare il poliziotto, come suo padre, ma che invece scrivere sarà il suo mestiere. A ventuno, quando ancora frequenta l'università, pubblica il libro che lo rende immediatamente famoso al pubblico australiano: An Open Swimmer gli farà vincere l'Australian Vogel Award. Da lì in poi si dedica alla scrittura a tempo pieno. E “a tempo pieno” significa che quando i suoi bambini si alzano per andare a scuola – è Tim Winton stesso a raccontarlo – lui si mette al tavolino con penna e quaderno e scrive, per otto ore al giorno, ritmi da operaio. Una costanza che lo porta a pubblicare nel giro di una ventina d’anni più di una quindicina di titoli, tra romanzi, raccolte di racconti e libri per bambini modellando uno stile che fin dall'esordio si scopre assolutamente personale. Così diventa un autore tradotto in tutto il mondo, pluripremiato, finalista nel 1995 e nel 2002 al Booker Prize.

Oltre allo stile, un’altra caratteristica di Tim Winton è il suo attaccamento alla terra natia pur con tutte le sue contraddizioni: Perth, la sua città, dove è nato e vicino a dove abita (vive infatti con sua moglie e i suoi tre figli in una casa sulla spiaggia di Fremantle, vicino Perth) è una città che geograficamente esprime a pieno i diversi volti del continente australiano, lo scontro tra la civiltà e la natura stessa, una natura che vuol dire una dimensione altra, da un punto di visto storico, sociale e spirituale: il conflitto fortissimo tra l’antica spiritualità aborigena ancora viva nell’interno e l’ethos ipermoderno della civiltà metropolitana, di Sidney e Melbourne. Così la scrittura di Winton è una scrittura poco rassicurante, che ha trasformato queste contraddizioni in una voce capace di mescolare l’incanto e la paura, e diventare come perennemente scettica rispetto all’apparenza del reale, sfidare se stessa nel frequentare gli spazi che la realtà, il mondo a noi familiare lascia incustoditi. Per intenderci basta leggere l’inizio de Il buio dell'inverno: “È già buio e io sono di nuovo qui fuori a parlare, a raccontare sempre la stessa storia alla notte silenziosa. Maurice Stubbs ascolta la propria voce, come ogni altra notte di quest’anno passato, con la veranda che sprofonda e la casa animata di rumori solitari come è sempre quando il sole tramonta su un’altra giornata e nessuno è venuto a farti quella domanda che presto o tardi verrà fatta. Io me ne sto seduto qui e racconto la storia come se non ne potessi fare a meno. Di giorno c’è sempre qualcosa che mi fa ricordare, che mi fa arrossire, pieno di sensi di colpa, di paura, farfugliante e insoddisfatto, proprio come in questo momento”. Si tratta di quell’atmosfera di sospensione, uno stato in bilico tra il credibile e l’onirico, percorso senza mai precipitare da una parte o dall'altra, che ritroviamo poi in tutti i lavori di Tim Winton.

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