Gore Vidal

Impero

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Traduzione di Benedetta Marietti

Con Impero, inedito finora in Italia, Gore Vidal ci trascina dal diciannovesimo al ventesimo secolo, dalla repubblica di Lincoln alla nazione che vuole estendere il proprio dominio nel mondo, prefigurando quella che sarà la storia americana futura. Un magistrale e brillante affresco dell’America di fine Ottocento, il ritratto di un’epoca cruciale che segna il passaggio da un’idea di stato basata sui diritti a quella di una nazione in continua lotta per la conquista del mondo; il ritratto di un’epoca ricca di speranze e di possibilità, nella quale, in mezzo a fiere rivalità politiche, inizia la costruzione di un grande impero. Nell’estate del 1896 la bella e ambiziosa Caroline Sanford, personaggio già al centro del fortunato L’età dell’oro, viene spinta verso il matrimonio con Del, mite figlio del segretario di stato John Hay. Ma il suo carattere indipendente e anticonformista la porta a rifiutare un destino già scritto e ad iniziare una lotta per la conquista del potere contro gli uomini più influenti della sua generazione. Dagli uffici del “Tribune”, il giornale di Washington che ha da poco comprato, Caroline si confronta così con i due uomini che cercano di opporsi ai suoi progetti ambiziosi: William Randolph Hearst, proprietario del “Journal”, e Blaise Sanford, fratellastro della ragazza. Nella lotta per il potere, le vite dei tre personaggi si intrecciano con quelle dei protagonisti di quel periodo: il presidente McKinley e il suo successore Theodore Roosevelt, William Jennings Bryan e Henry James, gli Astor, i Vanderbilt e gli Whitney.

IMPERO – RECENSIONI

 

TOTEM – L’INFORMACITTÀ

 

Impero

 

Continua la ricostruzione di Gore Vidal della storia americana, alla ricerca di risposte sull’attuale situazione del paese ma anche nel tentativo di scrivere un’epopea di notevoli dimensioni, giunta con Impero al quarto romanzo su sette.
Gli eventi al centro dell’opera sono quelli che la storia ricorda tra il 1896 e il 1906 e che Vidal individua come centrali nella trasformazione politica statunitense che abbandona le scelte etiche della repubblica di Lincoln intese a indirizzare soprattutto lo sviluppo interno del paese, aprendo una nuova era imperialistica che segnerà tutto il Novecento. Come sempre lo scrittore americano individua alcuni personaggi storici che utilizza come riferimento costante e come “punto di vista”, cui affianca altri frutto della sua creatività.
In questo sta il limite dell’opera di Vidal in qualità di saggio storico (ed è un peccato perché la sua voce, qualificata e competente, potrebbe essere invece un’autorevole fonte critica) ma in questo consiste invece il suo valore come opera narrativa di grande respiro. Seguendo l’esperienza personale di John Hay, segretario di stato con i presidenti William McKinley e Theodore Roosevelt, Vidal ricostruisce la breve guerra con la Spagna per il dominio sui Caraibi e uno spaccato di vita politica, culturale e sociale a cavallo del Novecento con due figure principali di riferimento: Theodore Roosevelt e William Randolph Hearst e molti altri coprotagonisti (dallo scrittore Henry James a Caroline Sanford proprietaria del Tribune). Del primo, celeberrima figura di presidente, Vidal ci racconta la parte meno conosciuta e pubblicizzata della personalità, ma anche i suoi atti più plateali visti con un’ottica completamente differente da quella tradizionale. Del secondo, proprietario di otto testate giornalistiche nazionali, lo scrittore ci segnala soprattutto la capacità di manipolare la realtà e l’incoerenza della sua esistenza tra pubblico e privato, per evidenziare come la pubblica opinione venga manipolata e indirizzata con estrema facilità. Ancora una volta, dunque, la parola di Gore Vidal viene a chiarire il suo pensiero, nel tentativo di ristabilire una verità storica ampiamente distorta dalla propaganda e dal populismo. E, ancora una volta, scandalizzando la gran parte degli americani.

 

Claudio Gorlier, TUTTO LIBRI – LA STAMPA
– 31/08/2002

 

Tra Roosevelt e Quarto Potere: l´Impero

 

 

Il romanzo, che copre un periodo compreso fra il 1896 e il 1906, è giocato su una formidabile galleria di personaggi: una propensione insopprimibile alla satira

Henry Louis, Mencken, uno dei protagonisti della scena culturale americana nella prima metà del Novecento, ammirevole esempio di conservatore irriverente, teorico dell´«American English», si divertì a compilare un volumetto di epigrammatiche, beffarde definizioni. Una suona così: «Storico: romanziere mancato». Tuffandosi nelle seicento pagine di Impero di Gore Vidal pubblicato in Italia da Fazi, e non dimenticando il non meno poderoso L´età dell´oro, uscito da noi lo scorso anno, un osservatore malizioso potrebbe essere tentato di capovolgere la definizione menckeniana, ma sbaglierebbe, anche se una caratteristica civetteria dello scrittore americano lo induce, in una breve «Nota» al termine di Impero, ad affermare di essersi «attenuto alla verità dei fatti». Quid est veritas? Fortunatamente, per il romanziere è la sua.
L´apostrofe foscoliana, con l´esortazione a rivolgersi «alle istorie», esprime una visione caratteristicamente europea che si è riverberata in quasi due secoli di romanzo. La faccenda risulta piuttosto diversa nella letteratura americana, dove il paradigma storicistico, la prospettiva storica in narrativa non hanno mai veramente attecchito, e soltanto da poco tempo è emersa la moda del cosiddetto «neo-storicismo», di cui – tanto per fare un caso – si colgono echi non indifferenti nella imponente Storia della civiltà letteraria degli Stati Uniti a cura di Emory Elliott, pubblicata in Italia dalla Utet con una diligente – spero – prefazione di chi scrive.
Dunque: possiamo affermare ragionevolmente che non esiste nella letteratura degli Stati Uniti il romanzo storico in senso stretto, e che la storia si esprime in narrativa, a livelli del tutto diversi, si tratti dell´avventura hemingwayana o della grande, tragica epica faulkneriana, attraverso un dipanarsi di storie, basate sull´individuo o sulla cellula della famiglia, della comunità.
In verità, si viene tentati di sostenere che è la stessa storia americana, dai Padri Pellegrini all´11 settembre, a produrre l´immaginario, nelle sue glorie e nelle sue contraddizioni. Pensate: la guerra di indipendenza fonda la democrazia moderna, grazie a formidabili personaggi, da Jefferson a Washington, con Franklin nelle quinte. Pochi decenni più tardi, esplode la più sanguinosa guerra civile dei tempi moderni, che esprime almeno un altro personaggio esemplare, Lincoln, esaltato da Melville in una mediocre ma pregnante poesia come una reincarnazione di Cristo. Dopo Lincoln, altri due presidenti, McKinley e Kennedy, moriranno assassinati, in circostanze così misteriose da costituire di per sé materia di romanzo. La guerra civile esprimerà almeno un grande scrittore, Stephen Crane (L´emblema rosso del coraggio) che si stenterebbe a classificare come espressione del genere storico. Henry James, che descrisse la guerra civile come una cicatrice indelebile sul corpo dell´America, distillò la storia in vicende apparentemente private. Qualche altro esempio? La storia come somma di drammatiche vicende individuali sullo sfondo della megalopoli, New York, la vera protagonista: Manhattan Transfer di Dos Passos, recentemente ripubblicato da Baldini&Castoldi. La storia quale visione severamente morale, una dimensione che si appropria di un´ideologia radicale e porta in scena il trionfo amaro del capitalismo: Una tragedia americana o Il finanziere o Il titano, di Dreiser. Infine – e vi sembra poco? – la storia come la racconta Hollywood. Insomma, la storia non ha mai l´iniziale maiuscola, e può addirittura diventare cronaca: penso a Mailer. Ora, Vidal, la cui matrice è raffinatamente borghese – la parola «aristocratico» non ha molto senso negli Stati Uniti – reinventa da maestro la cronaca, e la nutre di uno spirito critico senza nessuna indulgenza, una propensione insopprimibile alla satira, nel senso più classico della parola. Al suo attivo, Vidal ha uno dei maggiori romanzi del Novecento americano, Myra Breckinridge, che con la storia non ha nulla a che fare; inoltre, uno sconfinamento della storia antica, con Giuliano, l´imperatore romano bollato di Apostata, e in quella della giovane America, con Burr.

Impero copre un periodo della storia americana che va dal 1896 al 1906, ed è tutto giocato su una formidabile galleria di personaggi. Mi limito a citarne tre: Il Presidente Theodore Roosevelt, il magnate della stampa Randolph Hearst, lo stesso trasfigurato sullo schermo da Orson Welles, e Caroline Cameron, una giornalista inquieta e sotto molti aspetti provocante, in cui più largamente si affida all´invenzione. Il dono a suo modo unico di Vidal sta nel muovere sulla scena i personaggi, nel ritrarli e soprattutto nel farli parlare. Uno di essi, poco noto al pubblico italiano, Henry Adams, saggista narratore, autore di una classica autobiografia, L´educazione di Henry Adams e di un romanzo politico Democracy, gli è chiaramente congeniale. Ma persino nei gesti i personaggi si rivelano: «Roosevelt gonfiò il labbro superiore cosicché labbro e baffi sbatterono contro i denti simili a una lapide funeraria». O nelle battute, come questa di Caroline: «Le notizie sono tali solo se lo decidiamo noi».
L’età dell´oro si colloca tra il `39 e il `54, quando, appunto l´impero americano si afferma definitivamente come tale, e qui, accanto a personaggi storici, trovano spazio altri di invenzione, tra i quali ancora Caroline. Ecco il secondo presidente Roosevelt, Franklin Delano, con l´implacabile moglie Eleanor, e Harry Truman, che ho avuto la ventura fugacemente di conoscere. Roosevelt sapeva della minaccia giapponese e la lasciò esplodere? Si capisce bene che Vidal sia stato attaccato ferocemente da varie parti, lui, testimone oculare di vicende cruciali, che insiste in appendice a spiegarci come e perché storia e invenzione si incrocino. L´irriverenza, l´avversione per il potere e per la mistificazione dei media sono nelle corde della cultura americana. Un grande scrittore americano scrisse a suo tempo un saggio intitolato Gli Stati Uniti del linciaggio, cattivo la sua parte. Si chiamava Mark Twain.

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GIORNALE DI SICILIA
– 13/08/2002

 

Impero di Gore Vidal

 

 

Quarto dei sette volumi scritti in un trentennio nei quali Vidal racconta con la forma del romanzo la storia degli Stati Uniti. Qui scorrono gli anni dal 1896 al 1906, quando la politica statunitense molla gli ormeggi dell’isolazionismo per viaggiare verso i primi sogni di conquista. Muovendo una gran folla di personaggi attorno a colui che narra, il segretario di stato MacKinley e Roosevelt, Vidal disegna un percorso minuzioso che alterna con grande equilibrio l’analisi dei protagonisti con le vicende storiche e politiche.

 

Fernanda Pivano, CORRIERE DELLA SERA
– 01/08/2002

 

Gore Vidal: racconto le colpe dell’Impero americano

 

   

Gore Vidal ha da poco pubblicato Impero , il quinto dei sette romanzi, che trattano la storia degli Stati Uniti dalla Rivoluzione al XX secolo. I volumi non sono usciti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti narrati e questo Impero , uscito in America nel 1987 e in Italia per Fazi, racconta l’epopea di Theodore Roosevelt, che non sembra granché simpatico a Vidal, con la guerra ispano-americana. Naturalmente questo titolo ha dato ai distratti l’idea che il libro suggerisca la tendenza a creare un impero; e in questo libro l’impero si identifica coi risultati della guerra ispano-americana, che ha portato all’America Porto Rico e le Filippine, e, sette anni dopo, i protettorati di Panama e della Repubblica Dominicana.
Ma non si può dimenticare che questo Impero è uscito in America nel 1987, e dunque non può tener conto della catastrofe dell’11 settembre che Vidal ha trattato da grande maestro della provocazione e della polemica nel primo capitolo di La fine della libertà (Fazi 2001). È una catastrofe che ha colpito forse irrimediabilmente l’America, già ferita dalla sua prima sconfitta militare (quella del Vietnam) e ora offesa dalla imprevedibile presenza del «nemico» in casa.
Perfino Vidal racconta la catastrofe con commozione, e ci commuove, almeno quanto già nel 2001 ci ha commossi Gianni Riotta col suo N.Y. Undici settembre (Einaudi), dove con l’umiltà del cronista e la conoscenza di chi ha girato per anni New York con la tessera rilasciata dalla polizia ai reporter, scrive un diario della nuova guerra, nei giorni in cui la storia ha deciso per sempre di cambiare pagina. Riotta lo sa e ha scritto: «Credo che nessuno di noi, ancora, riesca a comprendere fino in fondo come la nostra vita non sarà mai più uguale», dandoci il libro più tragico, più straziante, uscito finora su questa tragedia.
Questo Impero di Vidal non può prevedere la tragedia delle Torri, ma racconta i tre mesi della guerra ispano-americana e dei suoi risultati, iniziati dal presidente William McKinley e continuati dal suo successore Theodore Roosvelt, e riferisce anche il commento di Mark Twain allo sterminio di centomila filippini ribelli: Mark Twain avrebbe voluto vedere tinte di nero le strisce bianche della bandiera americana e «le stelle sostituite da teschi».
Nel libro Impero l’azione dei due Presidenti (McKinley e Theodore Roosvelt) è narrata dal loro segretario di stato John Hay, che era stato assistente privato di Lincoln, ed era amico del grande storico Henry Adams.
Erano i tempi di William Randolph Hearst, immortalato da Orson Welles come Citizen Kane, e con Hearst si scontra nel libro Caroline Sandorf, personaggio invece inventato, caro a Vidal che lo ha già presentato in L’età dell’oro (Fazi 2001) ambiziosa, ricca, cinica.
È con William Randolph Hearst, che Caroline Sandorf si batte in una scalata al potere, servendosi anche del suo giornale, il Washington Tribune , rivale del Journal di Hearst; e Vidal racconta questa scalata con l’ironia, l’eleganza e l’erudizione che gli conosciamo da tanti anni e lo fanno considerare il più importante scrittore d’America.
È una scalata narrata in modo eccezionale, ma forse alcuni di noi sono più coinvolti coi commenti di un Vidal profondamente commosso, nel minuscolo volume La fine della libertà (Fazi 2001), dove con ironica e coraggiosa provocazione Vidal propone la nostra impossibilità di conoscere (per ora) la verità sul recente dramma d’America, ma anche la nostra constatazione che negli anni recenti le libertà individuali sono state disattese in nome della lotta al terrorismo a alla droga.
Così il primo dei quattro capitoli del libro (pubblicato in Italia prima che in America) è concluso da un elenco di sei pagine che ricordano alcune centinaia di guerre condotte contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico; guerre, scrive Vidal, «in cui siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo».
Eppure Vidal continua ad amare l’America, e sono innumerevoli le interviste in cui lo dichiara. Il suo patriottismo, dice, è garantito dal nonno senatore pacifista, dalla parentela coi Kennedy, dalla collaborazione del padre con Roosvelt, e nelle interviste la sua ironia, la sua straordinaria acutezza, esplodono come fuochi di artificio fatti di amore e di speranza in un futuro migliore. Per esempio, alla domanda: «Sei orgoglioso di essere americano?» ha risposto: «Sì, finché le verità che ci dicono inalienabili non siano completamente alienate». Gli abbiamo chiesto a che cosa sta lavorando, ci ha detto che vuole scrivere la storia della sua origine italiana, perché ha scoperto un lontano cugino che fa il panettiere in Friuli.

© Corriere della Sera

 

Cristina Missiroli, IL GIORNALE
– 18/07/2002

 

Gore Vidal narra l'”età dell’oro” dell’isolazionismo

 

 

Avviso (consolante) ai lettori No Global. Se avete comprato un libro dal titolo “Impero”, confondendolo, la per là, con l’ultima fatica di Toni Negri; se avete scoperto poi che si trattava di un romanzo di Gore Vidal, avete almeno due buoni motivi per non innervosirvi: si tratta di un bel libro e non si allontana troppo dal vostro modo di pensare.
Le vostre convinzioni più profonde infatti potrebbero essere grosso modo le stesse dell’autore. Salvo per il fatto che essendo egli uno scrittore (e di chiara fama, per giunta) quelle di Gore Vidal non le chiameremo ossessioni, ma archetipi centrali dell’opera letteraria. Chi ha avuto modo di conoscere e apprezzare saggi e romanzi del celeberrimo autore statunitense sa già quali sono gli argomenti: l’imperialismo (corrotto) americano e il potere (corrompente) dei media.
Certo, “Impero” (Fazi editore, 618 pagine, 19,50 euro) non racconta le vicende di George W. Bush. E’ un romanzo storico, il quinto dei sette (dopo Burr, Lincoln, 1876 e Washington DC) che costituiscono una vera e propria saga letteraria che Gore Vidal ha dedicato alla nascita e alla trasformazione della repubblica americana in impero. Scritto nel 1987 e mai pubblicato prima d’ora in italiano, è ambientato nel pieno dell’età dorata, la “Guilded Age” della fine dell’Ottocento. L’epoca che per l’autore rappresenta la fine dell’innocenza americana e il tramonto degli ideali su cui si era fondata la repubblica.
Sono gli anni della guerra contro la Spagna per il dominio dei Caraibi. “La splendida piccola guerra” (per dirla con John Hay, sottosegretario di Stato e figura centrale di “Impero”) che fruttò all’amministrazione americana Portorico, Guam e le Filippine, gettando le basi per il dominio statunitense sui due oceani.

Con quella guerra, cadde l’illusione che gli Usa fossero una nazione isolazionista e le altre potenze mondiali capirono che avrebbero dovuto fare i conti sul serio con un altro protagonista della scena internazionale: per la vecchia colonia iniziava l’ora del riscatto.
Tutta la nazione americana è pervasa da una strana euforia. La bella e ambiziosa Caroline Sanford viene spinta verso il matrimonio con Del, mite figlio del segretario di stato Hay. Ma il suo carattere indipendente e anticonformista la porta a rifiutare un destino già scritto e ad iniziare una lotta per la conquista del potere contro gli uomini più influenti della sua generazione. Dagli uffici del “Tribune”, il giornale di Washington che ha da poco comprato, Caroline si confronta così con i due uomini che cercano di opporsi ai suoi progetti ambiziosi: William Randolph Hearst, proprietario del “Journal”, e Blaise Sanford, fratellastro della ragazza. Nella lotta per il potere, le vite dei tre personaggi si intrecciano con quelle dei protagonisti di quel periodo: il presidente McKinley e il suo successore Theodore Roosevelt, William Jennings Bryan e Henry James, gli Astor, i Vanderbilt e gli Whitney.
Su tutti spiccano le figure del presidente Theodore Roosevelt e del magnate della stampa William Randolph Hearst, proprietario di 8 giornali, abile manipolatore di notizie, dalla vita dissoluta, che ispirò Orson Welles per la figura del protagonista di “Quarto potere”. Roosevelt e Hearst sono rispettivamente la personificazione del potere politico che si corrompe nell’aspirazione imperialista e il simbolo del potere pernicioso dei media. Sono loro i protagonisti che agiscono sullo sfondo e rendono il senso dell’epoca. E anche il senso del romanzo, molto più efficace nelle atmosfere che nella trama. A loro Vidal assegna significativamente l’onere del dialogo che chiude il romanzo. “Lei, Mr Hearst, ha elevato il Quarto Potere a un livello mai visto prima…”, dice il presidente americano al magnate della stampa. “Lo so. E per una volta lei ha ragione”, risponde Hearst e sottolinea: “Adesso lei è solo il titolare di una carica. Ben presto dovrà lasciare questo posto e ciò significherà la sua fine. Ma io andrò avanti e continuerò a descrivere il mondo incui viviamo, che diventerà quello che dirò io”.
Quell’incontro incontro avvenne realmente, ma nessuno sa davvero cosa i due si dissero nell’occasione. “Mi piace pensare che il mio dialogo sia riuscito a cogliere, se non altro, i sentimenti dell’uno nei confronti dell’altro” spiega l’autore in un breve nota che chiude il libro.
E d’altra parte chi meglio del più antiamericano, bizzoso e mondano tra gli scrittori statunitensi avrebbe potuto immaginare quel dialogo? Rampollo di una grande famiglia del Sud, Gore Vidal era destinato alla carriera politica come i suoi avi. Vocazione che ha sfuggito (o ha tentato di sfuggire) dedicandosi a tempo pieno alla scrittura. Candidandosi comunque (senza successo) sia alla Camera sia al Senato. E non rinunciando a fare politca, quella vera, attraverso le sceneggiature per Hollywood e i romanzi in cui la vita pubblica americana viene sviscerata negli aspetti più nascosti, e per forza di cose più scabrosi. Mettendo il becco, da circa cinquant’anni, il tutte le fasi della vita politca americana. Fino a rischiare di diventare parente (Al Gore è suo cugino) del presidente degli Usa. Rischio scongiurato nel novembre del 2000 dal saggio voto dei cittadini della Florida.

 

 

Giulia Cerqueti, FAMIGLIA CRISTIANA
– 11/07/2002

 

AMERICA, SVEGLIATI

 

 

Imperialismo di un secolo fa e di oggi. Lo scrittore guarda al passato politico del suo Paese. E denuncia gli Stati Uniti del presente.

In occasione del centenario dell’aria condizionata, il quotidiano Boston Globe lo ha recentemente citato a fianco di politici e personalità americane: «Collego la fine della vecchia Repubblica e la nascita dell’impero all’invenzione dell’aria condizionata. Prima Washington era deserta da metà giugno a settembre. Ma da quando esiste l’aria condizionata, il Congresso sta seduto per ore mentre i presidenti e il loro staff combinano guai». A 74 anni, Gore Vidal non smette di essere un provocatore, ironico e dissacrante osservatore della politica americana. Per lui, «la politica non è che un soggetto come altri su cui scrivere libri. E più interessante che parlare di matrimoni e divorzi».

Sarà anche un argomento come un altro, ma per Vidal la politica è il fulcro della sua carriera letteraria e il filo conduttore di una saga di sette romanzi che lo ha consacrato come il più celebre scrittore di politica americana, ripercorrendo la storia degli Usa attraverso le presidenze e i personaggi storici più influenti di ogni epoca. In Impero, quarto episodio del ciclo, pubblicato negli Usa nel 1987 e ora in Italia (Fazi editore), ricostruisce il periodo fra il 1896 e il 1906 – le presidenze di William McKinley e Theodore Roosevelt –, che segna il lancio dell’America verso l’espansionismo e il suo debutto a potenza imperialista, a partire dalla breve ma intensa guerra ispano-americana del 1898, per il dominio su Cuba e le Filippine.

* Molti oggi la considerano la voce della coscienza, per così dire, degli americani. Cosa ne pensa?

«Io faccio solo quello che ho sempre fatto in tanti anni. La Repubblica, del resto, per me è un affare di famiglia. Ho conosciuto le persone che iniziarono l’impero. Con molte di loro ho avuto rapporti amichevoli. La figlia di Theodore Roosevelt, da cui ho appreso gran parte di ciò che ho scritto sul padre, era mia amica. E comunque ritengo la nascita dell’impero un terribile errore».

* Che relazione c’è fra l’epoca trattata in Impero e l’America di oggi?

«Al tempo della guerra ispano-americana pochi uomini – fra cui il senatore Henry Cabot Lodge e l’allora sottosegretario alla Marina Theodore Roosevelt – si unirono in una cospirazione per far sì che l’America diventasse un impero. Così conquistammo Cuba, Portorico e, soprattutto, le Filippine. Poi ci rivolgemmo alla Cina, in modo particolare alla provincia di Shansi, nel Nord, vicino alla Manciuria, allora la Regione più ricca sulla Terra di risorse naturali, come petrolio e carbone. Vuole un’analogia? Oggi siamo in Afghanistan. Perché? Per una sola ragione: l’oleodotto che attraversa gli Stati islamici dell’ex Unione Sovietica. Abbiamo ridotto un Paese a pezzi per il petrolio. L’America è sempre stata molto brava a coprire i suoi propri motivi economici con le ragioni ideali. Così, ciò che accadde con la guerra ispano-americana si è ripetuto».

* Cosa pensa dell’antiamericanismo così diffuso nel mondo?

«Lo capisco perfettamente. Gli Stati Uniti non sono una democrazia e non hanno mai voluto esserlo. Sono una Repubblica, che è un’altra cosa. Un’oligarchia delle multinazionali, interessata solo a rubare più denaro che può. Il Governo rappresenta l’America dei grandi interessi economici, non la gente. In un Paese normale, una situazione del genere farebbe scatenare una rivoluzione».

* Lei ha denunciato la mancanza di libertà nel suo Paese…

«La libertà ha cominciato a diminuire a partire dalla guerra del Vietnam, quando il fenomeno è diventato visibile: avevamo impiegato truppe e denaro nel Sud-est asiatico senza alcun piano né alcuna reale ragione per essere là. Oggi abbiamo demonizzato Osama Bin Laden. Lo abbiamo definito un mostro. E probabilmente lo è. Ma dovremmo sforzarci almeno di capire le sue ragioni. I nostri media, a partire dal New York Times, ci impediscono di capire qualunque cosa su qualsiasi argomento. Gli americani non si interessano alla politica anche perché hanno paura. E se non sei d’accordo con il punto di vista generale, potresti trovarti nei guai».

* Eppure, intere generazioni hanno guardato all’America come alla terra delle opportunità…

«Penso che il “sogno americano” sia un’idea metafisica, che non corrisponde alla realtà. Quando si parla del “sogno americano”, bisogna essere agnostici, un po’ come quando si parla della morte. Nessuno di noi sa di che cosa si tratti realmente».

* Perché ha abbandonato la politica e scelto la strada della letteratura?

«Ho capito che, se vuoi avere influenza politica, non devi essere all’interno della politica. Se vuoi essere davvero influente, puoi farlo meglio attraverso la scrittura e i libri».

* Una volta, lei ha detto che, se non fosse diventato scrittore, avrebbe potuto essere il presidente degli Usa…

«L’ho affermato 30 anni fa. Ma non lo direi oggi. Il presidente non ha più alcun potere. Il potere reale è tutto delle multinazionali. Il presidente John Quincy Adams – vissuto nel XIX secolo – una volta disse: “L’America non è una paladina che va avanti ad abbattere tutti i draghi. Se lo fosse, diventerebbe padrona del mondo. Ma in questo processo perderebbe la sua anima”. È ciò che io penso degli Stati Uniti».
LA “PECORA NERA” DI UNA GRANDE FAMIGLIA

Gore Vidal è nato nel 1925, da una famiglia di politici. Suo nonno fu senatore, sua sorellastra era Jacqeline Kennedy, moglie del presidente John F. Kennedy, del quale Vidal fu consigliere, e suo cugino è Al Gore, candidato democratico alla Casa Bianca nel 2001, contro George Bush. Anche Vidal iniziò la strada della politica attiva, per poi abbandonarla per la più congeniale letteratura. Oltre ad essere scrittore, Vidal ha anche lavorato nel mondo del teatro e in quello del cinema, come sceneggiatore di film e come attore.

Trasgressivo, dissacrante, provocatorio, si è imposto al pubblico e ai media americani come “fustigatore” del sistema politico ed economico statunitense, che lui definisce imperialista. Fra le sue opere, oltre al ciclo di sette romanzi sulla storia politica degli Usa, si ricorda la raccolta di saggi United States essays 1952-1992, che gli valse il National Book Award nel 1993. Da anni vive tra Los Angeles e la Costa amalfitana.

 

Alessandro Zaccuri, AVVENIRE
– 27/06/2002

 

Vidal: la storia degli Usa è tutta un romanzo

 

Nella scena finale sono uno davanti all’altro, il presidente e l’editore che volle farsi presidente. Theodore Roosevelt e William Randolph Hearst, volti diversi (quello politico e quello mediatico) dell’impero che gli Stati Uniti hanno fondato sulle macerie dell’Ottocento, trasformando il Novecento nel «secolo americano». «Ma oggi siamo in piena decadenza ˆ commenta con noncuranza lo scrittore Gore Vidal ˆ. A testimoniarlo basterebbero le condizioni pietose del nostro sistema scolastico. Nessun Paese può sperare di sopravvivere a tanta ignoranza».
È davvero uno strano tipo di patriota, Vidal. Nato nel 1925 a West Point, appartiene alla ristretta oligarchia delle famiglie che decidono la politica statunitense. Suo padre, Eugene L. Vidal, fu ministro dell’Aviazione civile ai tempi dell’altro Roosevelt, Franklin Delano, e Al Gore è suo cugino per parte di madre. Ed è proprio basandosi sulla propria diretta esperienza familiare, oltre che sullo studio di una mole sterminata di documenti, che Vidal sta componendo una saga narrativa in sette volumi dedicata alla storia ˆ o, meglio, alla controstoria ˆ degli Stati Uniti. Un ciclo di cui fa parte anche Impero (Fazi, traduzione di Benedetta Marietti, pagine 620, euro 19,50), romanzo finora inedito in Italia e che ieri Vidal ha presentato a Milano.
Ambientato nel decennio 1896-1906, il libro descrive il momento in cui gli Stati Uniti abbandonano definitivamente l’utopia della repubblica isolazionista per costituirsi, appunto, in impero mondiale. «Quello che in genere non riesco a far capire ˆ dice ˆ è che la mia è un’opera storica a tutti gli effetti. È fiction, d’accordo, ma soltanto per quanto riguarda il modo in cui sono organizzati i dati. In realtà, in questo e negli altri romanzi del ciclo mi sono inventato molto poco. Vuole un esempio? Molti critici, negli Usa, mi hanno accusato di aver attribuito allo scrittore Henry James opinioni contrarie all’espansionismo americano fra Otto e Novecento. Il problema è che quelle frasi si trovano tutte nell’epistolario di James. Ma, ancora una volta, gli americani sono troppo ignoranti. Conoscono male la storia e, quel che è peggio, non sanno nulla di geografia, una delle mie materie preferite».
Per questo hanno una grande passione per la versione ufficiale dei fatti, per la retorica patriottica? Vidal sorride sornione prima di rispondere: «È l’unica fede comune di un Paese che non ha mai avuto una religione di Stato ˆ afferma ˆ. Ma è anche il risultato dell’opera di disinformazione compiuta dai mass media. D’accordo, oggi non abbiamo una figura come Hearst, e lo stesso George W. Bush non può essere paragonato a Teddy Roosevelt. Però il lavoro svolto durante il secolo scorso ha dato buoni frutti». Per esempio? «Per esempio l’idea del complotto: se qualcuno osa presentare una versione della storia diversa da quella comunemente accettata, basta sostenere che si tratta di un’ipotesi di complotto e la storia finisce lì». E da come ne parla, si capisce che a lui è capitato spesso.

 

Roberto Festa, LA REPUBBLICA
– 01/07/2002

 

Storia di un decennio. Gore Vidal racconta la saga americana

 


Gore Vidal ha pubblicato Impero nel 1987, quinto episodio della sua lunga saga – sette romanzi – sulla storia americana. Il racconto si colloca tra il 1896 e il 1906. Dopo la guerra con la Spagna, gli Stati Uniti conquistano Porto Rico e aggiungono le Filippine all’impero nel Pacifico (verranno trucidati 600 mila filippini). Dal 1905 controllano anche Panama, la Repubblica Domenicana, Cuba. È il periodo, come scrisse Henry James, in cui “la volontà di crescere era scritta ovunque; crescere non importa dove e a spese di chi”.
James è uno dei tanti personaggi storici che compaiono nelle pagine del romanzo, insieme al segretario di stato John Hay, ai presidenti McKinley e Theodore Roosvelt, al magnate dell’editoria Hearst. Gore Vidal incastra le loro storie con le creazioni della sua fantasia, anzitutto con la ricca, inquieta, bellissima Caroline Sanford, che compra il Tribune, giornale di Washington, e dà la scalata alla società dei maschi.
Tradotto con eleganza da Benedetta Marietti, Impero non ha forse la brillantezza di altri apologhi di Vidal (soprattutto Myra Breckenridge), ma è scritto con il piglio dello straordinario osservatore sociale. I caratteri, soprattutto quelli storici, sono rivelati da un gesto, uno sguardo, una frase (il presidente Roosvelt che digrigna i denti ed esclama: “Delizioso”). L’America imperiale sorge dalla sofisticata società di Washington, New York, Newport, dalle trame di una schiera di avventurieri e politici ambiziosi, dalle campagne dei giornali spazzatura di Hearst (che fu decisivo nell’orientare l’opinione pubblica alla guerra con la Spagna). Pubblico e privato si intrecciano continuamente, tra balli in casa Astor e chiacchiere alla Casa Bianca: esemplare la battuta d’inizio del libro, “La guerra è finita ieri sera, Caroline. Aiutami a sistemare questi fiori”, flautata da una signora del gran mondo.
Si può leggere Impero come un manuale di storia vivente, retto da Vidal con la passione del vero insider della politica (lo scrittore è nipote del senatore Thomas Pryor Gore, cugino di Al Gore e cognato di John F. Kennedy). Lo si può leggere anche come il riassunto della sua opera e dei suoi fantasmi: la violenza come base di ogni potere, la manipolazione dei cittadini vero fondamento della democrazia americana.

 

Anais Ginori, IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
– 28/06/2002

 

Italia addio: l’America ha bisogno di me

 

Scalino dopo scalino, su per una salita che non finisce mai: un portone, tre cancelli, telecamere, codici segreti, la stradina che passa tra terrazze di vigneti e limoni. E, finalmente, la “Rondinaia”. La casa di Gore Vidal, uno dei più famosi e controversi intellettuali americani, che Calvino definì “romanziere al cubo”, è inaccessibile e misteriosa come fosse sospesa in Transilvania. E’ in questa dimora ottocentesca, che da quasi mezzo secolo, Vidal, 77 anni di vita dissoluta, viene a svernare. “Ho scoperto Ravello con Tennessee Williams, alla fine degli anni Quaranta. Eravamo a Napoli, una città desolata e bellissima allora. Abbiamo noleggiato una jeep e siamo arrivati fin qui. Una folgorazione”.

Pareti di libri, gallerie di fotografie. Lampadari di cristallo, divani bianchi, il grande cammino di marmo. C’è il compagno di sempre, Howard Austen, che risponde al telefono. Tre gatti. Inmostra le foto delle sue due grandi amiche: Margaret d’Inghilterra, la principessa ribelle, e Jacqueline Kennedy, la sua sorellastra, con dedica: “Gore, con te è impossibile rimanere così seri”. C’è anche il ricordo dell’ultima visita di Hillary Clinton. “Ma non la voterei” confessa. “Per farsi eleggere senatrice si è venduta. Troppi compromessi. Come tutti i politici, d’altronde”. Ritratti di famiglia: suo nonno, senatore democratico, ha fondato lo stato di Oklahoma, suo padre è stato ministro dell’aviazione del governo Roosevelt, suo cugino, Al Gore, ha tentato la corsa alla Casa Bianca.

In America dicono: non ha senso patriottico.

“Mi fanno ridere: per me l’America è un affare di famiglia. Sono semplicemente anti-imperialista: gli Stati Uniti stanno distruggendo la repubblica per trasformarsi in un impero”.

Il suo saggio sull’11 settembre è stato pubblicato prima in Italia che in America, censurato dalla rivista Vanity Fair e dagli editori statunitensi.

“Gli americani non sono abituati a farsi domande. Perché una mattina di settembre un gruppo di musulmani decide di uccidere quattromila persone? Forse perché sono cinquant’anni che l’America conduce una guerra perpetua. Forse perché nel terzo mondo ci sono stati oltre duecento attacchi unilaterali condotti dagli Usa. Forse perché esiste il club “un nemico al mese” – prima Marcos, poi Gheddafi, Saddam – che miete vittime innocenti… E spesso il nemico di oggi è l’amico di ieri, come Osama Bin Laden. Ecco: domande e risposte, questo ho fatto. Certo il presidente Bush ha un’età mentale di nove anni e vorrebbe che tutti credessero alla favola che noi siamo i buoni, loro i cattivi…”.

Ha detto che Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City, aveva agito per eccessivo senso di giustizia.

“Anche in questo caso, si è trattato di uno scrupolo di verità. Ho ricordato che quel terrorista non aveva agito da solo e senza motivi, che dietro c’era la strage della setta di davidiani compiuta dal Fbi. Ma dal momento che per tutti McVeigh era il male in persona, a nessuno interessava sapere perché avesse fatto quell’attentato. E’ per questo che chiamo gli Usa, United States of Amnesia”.

Per questo ha scelto l’Italia?

“Sono anche un po’ italiano, ho rintracciato perfino un lontano cugino, fa il panettiere in Friuli. Adoro stare a Ravello ma purtroppo potrò passare sempre meno tempo qui. Devo tornare negli Stati Uniti, mi devo occupare del mio paese. Sono angosciato e preoccupato: l’America è sull’orlo della bancarotta democratica ed economica. Il governo Bush ha praticamente cancellato le nostre libertà civili, cinquant’anni di guerra perpetua hanno disastrato i conti pubblici. E i ricchi, cioè l’1 per cento della popolazione, continuano a non pagare le tasse”.

Pearl Harbor, 7 dicembre 1941. New York, 11 settembre 2001. Lei parla di analogie.

“Abbiamo scoperto indizi inquietanti: gli allarmi ignorati, la protezione di molti terroristi sul suolo americano… Sappiamo che Roosevelt ha provocato l’attacco giapponese di Pearl Harbor, ma almeno aveva un buon motivo: voleva ottenere il consenso del popolo per entrare in guerra e sconfiggere Hitler. Quali ragioni spingono Bush a voler entrare in guerra? Soltanto il bisogno di finanziare e giustificare l’industria bellica. L’intervento in Afghanistan è funzionale alla compagnia petrolifera Unocall che vuole costruire un oleodotto fino al mar Caspio: il primo atto del governo di Kabul è stata la firma del contratto stracciato dai taliban”.

La guerra doveva servire alla cattura di Osama Bin Laden.

“Ma credete davvero che ci sia una caccia all’uomo? Suvvia, non interessa a nessuno. Il governo Bush si occupa del petrolio non di dove sta Osama. Che infatti è ancora libero”.

Scrittore, saggista, attore, sceneggiatore: ora attivista politico?

“Mantengo tutti gli interessi. Presto sarà allestito un mio testo a Broadway, ho una serie di conferenze in Europa, continuo la riscrittura della storia del mio paese. L’America non si era mai trovata in questa situazione. Temo che ad ottobre ci sarà l’attacco contro l’Iraq in previsione della scadenza elettorale di novembre: si vota per il Congresso. Poi, entro il 2004, ci sarà un’altra guerra con cui Bush cercherà di farsi rieleggere. Il guaio è che prima di allora il paese rischia il collasso”.

E come condurrà questa “campagna per la democrazia”?

“Cercherò di fare il massimo di interviste alla stampa e alla televisione, sempre che non venga bloccato dalla censura. Il mio amico Noam Chomsky non ha mai partecipato a una trasmissione televisiva né è stato citato dal New York Times. Bisogna perseverare: viviamo in un’oligarchia. Chiederò che venga varata una legge del Congresso per impedire la vendita degli spazi tv ai candidati politici, come accade già in Europa. Si tratterebbe di un bel passo avanti. E sto preparando un nuovo articolo per Vanity Fair”.

Sempre sull’11 settembre?

“Sì, ma alla luce di cose che ho scoperto: dalla collaborazione tra il capo dei servizi segreti pachistani e Mohammed Atta, il kamikaze del primo aereo, alla richiesta segreta di Bush di bloccare qualsiasi indagine sugli attentati. Ma quale paese al mondo ha quattromila vittime e impedisce al parlamento di indagare?”.

A 22 anni scandalizzò l’America con il romanzo omosessuale “La statua di sale”. Oggi quale sarebbe un tabù da sfidare?

“Provare a cambiare questo sistema politico immorale”.

E il movimento di Seattle, contro il G8, va in questo senso?

“Ero a Seattle, è stato un bel segnale. Ma vorrei che questo movimento diventasse un po’ più specifico. Difendere un ragazzino del Paraguay che cuce scarpe per gli occidentali va bene. Ritengo però più importante cambiare il sistema americano dove esiste un presidente votato soltanto dal 25 per cento dei cittadini. E’ evidente che sono queste le battaglie da fare. Se fossi un governante incoraggerei il movimento anti-globalizzazione: distoglie l’attenzione dai veri problemi”.

Vivendo in Italia che opinione si è fatto del presidente Berlusconi?

“Scusatemi, non ho tempo per occuparmi di lui, ho abbastanza da fare con la banda di Bush, Cheney e compagni. Ho visto però che sono molto amici, mi sono divertito guardando la loro parata a Pratica di Mare. Gli italiani devono avere una gran pazienza, d’altronde sono rimasti gli unici in Europa a provare per l’America un amore totale e incondizionato”.

 

 

Rossella Martina, IL GIORNO
– 17/06/2002

 

“L’Impero”

 

Esce per la prima volta in Italia, grazie all’editore Fazi, il quarto romanzo del ciclo dedicato da Vidal alla storia degli Stati Uniti. Qui si raccontano gli ultimissimi anni del XIX secolo e i primi del novecento, ovvero l’epoca in cui l’America si fa grande potenza. Due i protagonisti – archetipi che il romanziere di West Point ritrae in modo mirabile: il presidente Theodore Roosevelt, emblema dell’imperialismo a stelle e strisce e l’editore William Hearst, simbolo del potere dei media e della manipolazione dell’opinione pubblica.

 

Giuseppe Saltini, IL MESSAGGERO
– 17/05/2002

 

Vidal racconta i primi vagiti dell’impero americano

 

 

“È stata una splendida, piccola guerra” scrisse John Hay, figura centrale in Impero, il romanzo che Gore Vidal Pubblicò in America tre lustri or sono e che, infine tradotto da Benedetta Marietti, appare adesso in Italia. La frase di Hay, datata 1989, si riferisce al breve conflitto tra gli Stati Uniti e la Spagna, che fruttò all’amministrazione USA l’isola di Portorico, con l’aggiunta di Guam e delle Filippine, e quindi ampliò le basi dell’allora incipiente dominio americano sui due Oceani. Pochi anni dopo, caduta l’illusione che gli States fossero una nazione isolazionista, la mappa imperiale “yankee” si arricchì con i protettori di Panama, della Repubblica Domenicana e di Cuba, sino a estendersi in tutta l’area dei Caraibi e in una parte dell’America Centrale (anzitutto, in Nicaragua).

Commentando lo sterminio di oltre 100.000 filippini insorti contro i neo-invasori, Mark Twain arrivò a proporre ai suoi “fratelli nordamericani” di tingere in nero le strisce bianche della bandiera nazionale. E suggerì, inoltre, di rimpiazzarne le stelle con “teschi e ossa incrociate”.
Il celebre ideatore di due indimenticabili adolescenti (Tom Sawyer e Huckleberry Finn), all’epoca della già ingorda espansione americana era ricordato anche per le sferzanti pagine di The Gilged Age (“L’età dell’oro”, 1873) in cui descrisse le insensate speculazioni di un colonnello sullo sfondo degli intrighi – e della corruzione – di Washington.

Ingorda espansione… È questo il tema politico sviluppato da Gore Vidal in Impero, un “dramma documentato” o, meglio, una narrazione che coniuga letteratura e storiografia. Oltre al già menzionato segretario di stato Hay, il lettore vi incontra altri personaggi storici, altri protagonisti della scena americana tra fine ‘800 e primo ‘900: dal presidente William McKinley (morì assassinato) al senatore Don Cameron (incolto, volgare); dal “corpulento, calvo e barbuto” Henry James (anch’egli, come Twain, fu un ostinato oppositore della politica “made in Usa”) al “dispensatore di amarezze” Henry Adams (figlio di un ministro e docente a Harvard); dall’ammiraglio Dewey (“l’eroe di Manila”) a W. J. Bryan e a Theodore Roosevelt…

Queste figure storiche, dipinte da Vidal con la vigilanza dell’erudito e con la mordacità del romanziere intelligente, animano l’affresco di un’epoca cruciale, che segnò il passaggio da un’idea di Stato basata sui diritti a quella di una nazione in continua lotta per la conquista del mondo. E tutte finiscono per ruotare attorno alla ricca Caroline Sanford, personaggio già al centro del citato L’età dell’oro, la quale viene spinta verso un conveniente matrimonio (con Den, l’indolente figlio del guerrafondaio Hay). Ma il suo carattere anticonformista la porta a respingere l’imbambolato giovanotto e a iniziare una cinica scalata al potere. Dagli uffici del Tribune, il giornale di Washington che ha da poco comprato, Caroline si confronta con due uomini che cercano di opporsi ai suoi progetti ambiziosi. Dapprima con W. Randolph Hearst (questo nome si muterà in “Citizen Kane” nel capolavoro di Orson Welles), proprietario del Journal; poi con Blaise Sanford, fratellastro della ragazza. Nella lotta per il potere, le vite dei tre personaggi si intrecciano a quelle degli individui più influenti di quella “dorata”, avida e spregiudicata generazione.

Quinto romanzo – dopo Burr, Lincoln, 1876 e Washington D.C. – del ciclo in sette volumi sulla storia, la politica e l’alta società americana composto da Vidal in circa trent’anni, Impero recupera un impianto narrativo tradizionale e un approccio storiografico privilegiato dai conservatori. Come fece notare a suo tempo una parte della critica americana, qui il passato storico è visto, esclusivamente, da una prospettiva elitaria. La concezione di Thomas Carlyle, l’idea che la storia sia riducibile a poche, esemplari biografie, vi risulta, però, rovesciata. Lo sguardo retrospettivo di Vidal è lo sguardo di uno scrittore scettico, per il quale la patina di eroismo depositata lungo il tempo sulle vecchie immagini è mera retorica.

Il predominio di ciò che abbiamo definito “una prospettiva elitaria” tuttavia permane. Esso determina una visione evanescente dello sfondo sociale in cui avvennero (e avvengono) le gesta dei “Cesari” (fossero, costoro, presidenti, segretari di Stato, magnati della stampa o, come accade oggi, della televisione). Il persistere di tale prospettiva ci sembra che costituisca un difetto non trascurabile di questo romanzo. Le cui pagine, essendo sorrette da uno stile brioso, elegante e ironico, appagano comunque il gusto del lettore e, insieme, dilatano il ventaglio delle sue conoscenze storiche.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Impero
Collana:
Numero Collana:
55
Pagine:
680
Codice isbn:
9788881123469
Prezzo in libreria:
€ 20,00
Data Pubblicazione:
17-05-2002

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