Gore Vidal

Palinsesto

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Traduzione di Maurizio Bartocci

In Palinsesto Gore Vidal racconta la sua vita di scrittore controcorrente nella usuale prospettiva di coscienza critica dell’impero americano. Dall’adolescenza a Washington quale nipote del senatore T.P. Gore all’apprendistato letterario e alla scandalosa rivelazione della propria omosessualità; dal periodo di lavoro per Hollywood all’avventura politica e agli appassionanti incontri-scontri con scrittori e personaggi pubblici: Tennessee Williams, Eleanor Roosevelt, Paul Newman e Joanne Woodward, Jack Kerouac, Anaïs Nin, il duca di Windsor, tra i tanti. Vidal raccoglie con maestria e straordinario talento affabulatorio episodi e aneddoti, personaggi e saporiti pettegolezzi che spaziano dalla politica ai gusti sessuali dei protagonisti qui descritti, dall’amicizia intima con Kerouac alla vicinanza affettuosa alla famiglia Kennedy.

«Un irresistibile romanzo».
Natalia Aspesi, «la Repubblica»

«Gore Vidal si è confermato il più caustico enfant terrible delle lettere americane pubblicando la sua bruciante autobiografia intitolata Palinsesto».
Fernanda Pivano, «Corriere della Sera»

PALINSESTO – RECENSIONI

 

FILM TV
– 01/07/2001

 

Memorie d’autore

 

Gore Vidal, romanziere, scrittore di cinema, di teatro e di televisione, per il suo “Palinsesto” (Fazi Editore, pp. 494, L. 35.000) tra l’autobiografia e il libro di memorie ha preferito quest’ultimo perché permette di ricordare la propria esistenza senza affannarsi nella verifica di date e fatti. Nato nel 1925 a West Point la memoria dell’autore, con garbata e sagace indolenza, racconta, con molti dettagli o rapide notazioni, gli snodi, le conversazioni, gli umori, i tanti personaggi noti e famosi che hanno attraversato la sua vita e hanno segnato il Novecento. Uno scrittore che ha preferito alla compagnia di altri scrittori quella degli attori. Uno scrittore che è entrato con facilità in certi mondi (Hollywood, la Mgm, la politica) e ne è uscito con qualche difficoltà. Uno scrittore consapevole che il destino e la vita distribuiscono a ognuno delle carte. Non sempre sono le stesse.

 

John Bayley, LA RIVISTA DEI LIBRI
– 03/01/2001

 

Ricordi di Gore Vidal

Oltre al fatto che Vidal ha un suo punto di vista originale su parecchi argomenti, c’è di bello che il lettore riesce a immedesimarsi con i personaggi.

Una delle tante fotografie affascinanti di “Palinsesto”, forse la più affascinante in assoluto, raffigura Thomas Pryor Gore, nonno dell’autore, mentre posa per farsi fare il ritratto. L’ormai anziano senatore, uomo di una signorilità schiva, siede in poltrona senza curarsi della tela, che ne offre un’effigie notevole di dimensioni opportunamente imponenti, alla presenza della pittrice, Azadia Newman, la quale, ci viene detto, sarebbe presto andata in sposa al regista cinematografico Rouben Mamoulian. L’espressione sul bellissimo viso della donna, sfrondato delle sopracciglia, è impassibile: come fosse una ritrattista rinascimentale, la Newman è concentrata sul lavoro e non sembra nutrire particolari sentimenti verso il dipinto, né verso il soggetto. Ma la fotografia è rivelatrice e pare dirci qualcosa non solo della società in cui crebbe Vidal – una società assai particolare, in quella che all’epoca Roosevelt definiva ancora l’età dell’uomo qualunque – ma anche della bravura con cui lo scrittore cala il lettore in quella stessa società e gli infonde un’allegra e sconosciuta sensazione di conoscerla. Il lettore, specie se inglese, si trova da un certo punto di vista nella stessa situazione vissuta da un personaggio di “Nella musica del tempo”, lunga saga scritta da Anthony Powell in forma di libro di memorie, il quale grazie al matrimonio si guadagna l’accesso all’alta società e si mette d’impegno per scoprirne tutte le particolarità, senza aspirare nemmeno un istante a farne parte. La bravura di Vidal sta appunto nel fatto che egli pone il lettore in quella medesima posizione, privilegiata e invidiabile. E lo fa con grande umorismo. Curando da sempre col massimo scrupolo l’eleganza della lingua, lo scrittore sta bene attento a non usare mai la parola “palinsesto” in maniera anche appena approssimativa: «”Foglio di carta, pergamena ecc., preparato come una lavagnetta” e “Una pergamena ecc., che è stata scritta due volte, dopo che è stata cancellata la scrittura originale”. Questo è quello che praticamente fa il mio genere di scrittore. Comincia con la vita; crea un testo; poi una re-visione, letteralmente una seconsa visione, un ripensamento, cancellando qualcosa, ma non tutto, dell’originale, mentre riscrive qualcosa sopra il primo strato di testo… come una volta feci notare a Dwight Macdonald, che in qualche punto mi aveva trovato spiacevolmente convenzionale, “Non ho nulla da dire, solo da aggiungere”». Fare un’affermazione del genere avrebbe potuto divertire un grande autore di palinsesti quale fu Proust. E come ne avrebbero convenuto sia lo stesso Proust che il già citato Powell, per un romanziere e un memorialista la dote più essenziale è l’umorismo. Lo snobismo doc è sempre solenne. Dopo le nozze della sorellastra Nina Gore Auchincloss (il matrimonio andò a rotoli: «La tradizione familiare va sempre rispettata»), Vidal si reca in macchina al ricevimento insieme al giovane John Fitzgerald Kennedy: «Nel retro della limousine, io e Jack salutavamo con la mano folle inesistenti, adottanfo il saluto reale britannico, con le dita di una mano che svitano, per così dire, un invisibile barattolo di marmellata capovolto. Jack pensava che, non sposando suo fratello Teddy, Nini avesse commesso un errore. Io, della cosa, non ne pensavo proprio nulla. Distratto, si picchiettava l’incisivo, grosso e bianco, con l’unghia dell’indice, clic, clic, clic: un tic nervoso». Il lettore ha la sensazione di trovarsi lì anche lui, calato e coinvolto nella situazione descritta, e il segno impresso dallo stile e dalla personalità di Vidal è talmente efficace (siamo di fronte al palinsesto?) che una sorta di innocenza dell’assurdità (si prenda l’esmpio del barattolo di marmellata) si fonde con naturalezza alla sua raffinatezza disinvolta e sapiente. Il mondo al quale Vidal sa avvicinarci in maniera tanto affascinante ci appare a un tempo straniero e familiare, sofisticato e casalingo, e ci viene presentato con un’oculata economia di mezzi che risulta anch’essa molto divertente. «Quell’inverno Paul, Joanne, Howard e io prendemmo una casa insieme nella colonia di Malibu Beach. Ognuno aveva una piccola macchina. Paul usciva all’alba per recarsi alla Warner, dato che lo studio si trovava nella lontanissima San Fernando Valley. Io uscivo per secondo, per recarmi alla MGM a Culver City. Infine, Joanne si metteva in viaggio con comodo per andare alla Twentieth Century-Fox nella vicina Beverly Hills. Nei fine settimana la casa era piena di gente che, spesso, nessuno di noi conosceva… Christopher Isherwood e Don Bachardy venivano spesso, come pure Romain Gary e sua moglie, Leslie Blanche e… Sono arrivato al punto che temevo sin dall’inizio: liste di nomi un tempo famosi che, nell’insieme, ormai non significanbo nulla per la gente, e dunque richiederebbero infinite note a piè di pagina per gli storici del futuro. Si potrebbe anche fare se ci fosse veramente qualcosa di interessante da dire su ogni nome, o se io avessi avuto, come tanti autobiografi contemporanei, tempestose storie d’amore, matrimoni sgradevoli, figli autistici, esaurimenti nervosi, droga, terapia, una normale vita letteraria. Ma io non ho avuto storie d’amore o matrimoni, e il sesso occasionale non è, per sua natura, memorabile. Non ho mai avuto “crolli” nervosi, al contrario di un lento sgretolamento, e mi sono tenuto alla larga dalla psicoanalisi, dai nutrizionisti e dai giocatori di bridge contratto. Io e Joanne Woodward eravamo quasi sposati, ma era per sua insistenza e interamente sulla base della sua passione non per me ma per Paul Newman. Paul stava prendendo tempo nel divorziare dalla sua prima moglie, e Joanne calcolava, in maniera scaltra come poi si rivelò, che la possibilità di un nostro matrimonio gli avrebbe dato la spinta necessaria. E così fu. Nel 1958 finalmente si sposarono e tutti noi vivemmo felici e contenti». Oltre al fatto che Vidal ha un suo punto di vista originale su parecchi argomenti, c’è di bello che il lettore riesce a immedesimarsi con i personaggi del libro: chiaro segno di maestria letteraria. Prendiamo a esempio la tesi sulla divisione in classi. Lo scrittore parla divertito del sistema classista vigente in Gran Bretagna e degli scrittori romantici inglesi – fra i quali Auden – fautori dell’idea che l’America incarnasse la società senza classi e contemporaneamente fermi assertori della propria posizione sociale in patria (nel suo caso medio-alta, insisteva Auden, essendo egli figlio di un medico). Ma ovviamente anche l’America ha la sua divisione in classi, sostiene Vidal, tale e quale alla Gran Bretagna. L’unica differenza è che spesso e volentieri gli americani non lo sanno. I pochi al corrente, tuttavia, conoscono bene le zone riservate e le aree cordonate alle quali si ha accesso solo per privilegio di nascita o in virtù di stupefacenti doti mondane e intellettuali (Vidal ha sia l’uno che le altre). Ma laddove l’inglese conosce il suo posto ed è pronto a disprezzare chi gli è inferiore ovvero a esser disprezzato – in sottilissima maniera – da chi gli è superiore, l’americano può veramente cambiare classe, sempre che abbia le capacità o la faccia tosta necessarie a farlo. Tutto ciò è politicamente assai scorretto, ma probabilmente corrisponde a verità e Vidal, da classicista e ammiratore nato di Montaigne e Cicerone, ritiene verosimile che così continuerà a essere. Per inciso, l’Howard del brano sopra citato è il compagno dell’autore da una vita. «”Come avete fatto”, spesso ci chiedono, “a rimanere insieme per quarantaquattro anni?”. La risposta è: “Niente sesso”. Questo non soddisfa nessuno, naturalmente, ma, come direbbe Henry James, così è». Howard Auster è nato nel Bronx; per mantenersi durante gli studi ha fatto il commesso in un drugstore e una volta laureatosi alla New York University ha cercato lavoro in pubblicità. All’epoca, le persone di religione ebraica non venivano incoraggiate a proseguire in quel campo, perciò Vidal gli consigliò di trasformare in “n” la “r” alla fine del cognome. Lui così fece e venne subito assunto da un’agenzia. La discriminazione di classe è meno visibile, ma senza dubbio va ed è sempre andata a braccetto col razzismo (fra parentesi Austen, nonché la variante Austin, è cognome di una certa distinzione in Inghilterra, benché non illustre quanto Talbot oppure Villiers. Jane Austen sapeva bene qual era il suo ceto – su per giù medio-alto come nel caso di Auden – e guardava con occhio attento sia sopra che sotto, perché come molta gente di condizione simile alla sua aveva parenti più illustri e parenti meno illustri di lei). La curiosità vivissima e il senso dell’umorismo portano spontaneamente lo scrittore ad apprezzare tutte queste questioni. Vidal, come già detto, trae diletto da una sorta di raffinata innocenza. P.G. Wodehouse si sarebbe divertito da matti pensando a lui, Paul Newman e Joanne Woodward che in diversi momenti della mattina partivano ognuno per il suo studio cinematografico, magari sbadigliando mentre si scrollavano di dosso le ultime briciole. Esempio sommo del raffinato uomo di mondo agli occhi del grande pubblico, Vidal cita un paio di aneddoti mestamente spiritosi per dimostrare con quanta ingiusta tenacia gli sia rimasta addosso tale nomea. Un’attrice gli confidò una volta che Noel Coward aveva una certa abitudine sessuale alquanto disgustosa e che la cosa era ormai risaputa. «Io inorridii. Conoscevo bene Coward. In fatto di sesso era schizzinoso come per tutto il resto». Ma quando in seguito Vidal rincontrò l’attrice, quest’ultima gli disse che quella storia che lui le aveva raccontato a proposito di Coward e della sua mania le era proprio rimasta impressa. «Così sono diventato la fonte di un’invenzione davvero demenziale che porterà acqua ai satanici mulini dei vari Capote, non ancora nati». Le due persone più importanti di “palinsesto”, quelle che lo scrittore ricorda anche nella maniera più commovente, sono il nonno senatore e Jimmie Trimble, il ragazzo biondo conosciuto dall’autore a Washington e rimasto ucciso nel 1945 a Iwo Jima. Vidal ha amato entrambi ed è proprio questo suo amore che li fa vivere con tanta intensità, Thomas Pryor Gore diventa per il lettore una figura memorabile come il vecchio nonno patriarca di un altro famoso libro di memorie, “Glia nni d’infanzia” di Aksakov; solo che in lui non c’è nulla di patriarcale. La sua è una figura distante, distaccata e leggermente sardonica, cosa che di per sé potrebbe gettare qualche luce sulla differenza esistente fra il grand’uomo nato in seno a una famiglia russa

 

Gregory Dowling, L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
– 10/01/2000

Una vita vista dall’alto

Il mondo dei grandi

“Una tale consapevolezza della propria superiorità può essere

Gore Vidal è forse uno degli autori più classici che l’America abbia mai prodotto, se per classicismo intendiamo un’attenzione alle forme, una predilezione per la ragione invece del sentimenti, una visione distaccata, obiettiva e anti-romantica della vita. La mancanza di struttura della sua autobiografia è perciò a prima vista sorprendente. L’autore sembra rinunciare a qualsiasi ordine cronologico, raccontando i fatti della sua vita più o meno come gli vengono in mente e interrompendo il racconto con continue osservazioni sull’attualità (1994-95) che lo circonda mentre scrive. “No, non ho trovato nessuno schema per la vita, ma forse – obietta alla fine del libro – non ce n’è alcuno se non la nascita e la crescita, la decadenza e la morte, qualcosa che conosciamo già dal principio”. Sono soltanto gli ingegneri – precisa, riferendosi maliziosamente anche al suo rivale di lunga data, Norman Mailer – che vogliono che ogni cosa sia “collegata a un’altra, mentre gli scrittori e i politici nati sanno, istintivamente, che nulla è veramente collegato, se non in ciò che noi immaginiamo come scienza. La letteratura, come la politica di un Franklin Roosevelt, richiede una mente divergente”. Nella prefazione Vidal spiega di aver sempre usato la parola “palinsesto” in modo scorretto, pensando che “fosse di esclusiva pertinenza all’ambito architettonico, come le mura di San Marco a Venezia, con i loro frammenti di bassorilievi, pezzi di porfido, cocci di ceramica…”. Nonostante abbia scoperto il vero significato della parola (“Una pergamena ecc., che è stata scritta due volte, dopo che è stata cancellata la scrittura originale”), la tecnica che adopera per raccontare questa vita “senza schema” è molto più vicina alla sua prima concezione: come San Marco contiene tesori rubati a Bisanzio, questo testo contiene molti brani – interi capitoli addirittura – già pubblicati altrove, come le pagine su Tennessee Williams (per altro molto belle – peccato solo che il soprannome inventato per lui da Vidal, “the Glorious Bird”, crei in italiano un doppio senso non voluto) o su Anais Nin; la tecnica di “incrostazione”, per usare l’espressione di Ruskin, si vede anche nel suo continuo saltare dal passato al presente, dalla critica letteraria alla politica, dall’amore all’odio – o al pettegolezzo. Tutto contribuisce all’abbagliante mosaico. In maniera postmoderna (una definizione che sicuramente l’autore rifiuterebbe con la stessa veemenza con la quale rifiuta ogni interpretazione freudiana del suo comportamento) ha luogo quasi una cronaca diretta della composizione – come se volesse dare l’illusione al lettore di essere vicino all’autore. ma se Vidal è Vidal, si tratta appunto solo di un’illusione e il libro ci fa conoscere Vidal, ma sempre a debita e irriducibile distanza. Uno dei suoi ritratti più riusciti – poche pagine però di grande effetto – è del filosofo Santayana, conosciuto a Roma. Parlando della sua vita il filosofo dice: “Sono nato alla fine della guerra civile americana mentre quelle due guerre tedesche messe insieme sono durate… quanto? Nove anni? Degli ottantacinque anni che ho vissuto, nove anni di guerra non sono niente”. Nella traduzione italiana (generalmente molto fedele) la riflessione di Vidal è la seguente: “Ovviamente, ciò che voleva farmi intendere era che dovevo coltivare la capacità di guardare in avanti”. Il testo originale è un po’ diverso: “I must cultivate the long view”. Santayana non propone una visione ottimistica del futuro ma piuttosto la capacità di vedere la vita nel suo insieme, ottenendo così un senso della vera proporzione delle cose. Qualche pagina più avanti troviamo queste parole, frutto di una riflessione sul riscaldamento della terra mentre Vidal passeggia nel suo giardino a Ravello: “Siamo destinati all’estinzione, un pensiero consolante in uno dei più bei giorni che possa ricordare qui sulla costa o, per quanto mi riguarda, da qualsiasi parte”. Questa è veramente “long view” – o forse, piuttosto, come ci suggerisce anche una bella foto della sua casa su una scogliera a quattrocento metri sopra il golfo di Salerno, “high view”. Non è soltanto auto-ironico il ritratto che Vidal fa di se stesso nelle prime pagine del libro: “Chiaramente, per l’elevata e solitaria posizione che occupo nel mondo – non sono forse io il Buddha vivente (oppure quello è Richard Gere?)… sono condannato ad essere l’eterno outsider”. Vidal ha sempre coltivato la posizione olimpica. I suoi grandi romanzi sulla storia americana non aspirano a nessuna visione intimistica della storia e dei suoi protagonisti; è una visione disincantata delle grandi forze che muovono la storia. I protagonisti dei suoi romanzi satirici, come Myra Breckinridge o Kalki, sono così “long-seeing” che coltivano piani per la razza umana come potrebbe fare un agricoltore per un branco di animali pateticamente degenerato. A volte questa olimpicità può sembrare soltanto un gioco di “name-dropping”, come quando scrive: “L’ambasciata britannica di Roma ha appena telefonato. Voglio andare a una cena per la principessa Margaret a settembre?” o “Paul Newman ha appena telefonato. Lui e Joanne vogliono sentirmi parlare… Propone di cenare con i Clinton… Siccome con loro non ci parla nessuno, ci andremo”. Ma questa disinvoltura mondana non è soltanto una posa. Questi sono effettivamente gli ambienti in cui si muove fin dalla nascita. Però una tale consapevolezza della propria superiorità può essere uno svantaggio in un’autobiografia, dalla quale tradizionalmente ci si aspetta una storia della crescita di una personalità una storia fatta anche di sbagli e di ripensamenti, di pressioni subite da parenti e amici… Ma Vidal sembra essere nato già olimpico. I suoi parenti, sia quelli mostruosi come la madre o quelli più affettuosi come i nonni o il padre, sembrano tutti rievocati con lo stesso distacco. Abbiamo l’impressione che egli non sia mai dipeso da nessuno – con una sola eccezione, come vedremo. “Palinsesto” va così giudicato per i ritratti di altre persone e in questo senso è un libro davvero delizioso. Come già accennato, le pagine su Williams sono note, ma ci sono anche ritratti splendidi di Allen Ginsberg e jack Kerouac, con delle acute osservazioni sul movimento Beat: “Alcuni anni fa, quando rilessi “Sulla strada”, trovai quell’esperienza un po’… beh, romantica. C’è talmente tanta energia e giovinezza nei suoi folli vaneggiamenti, e se il risultato assomiglia più a Looney Tunes che a Cervantes, allora tanto peggio per l’alta letteratura”. E poi ci sono le pagine sulla politica – e soprattutto sul clan Kennedy. Qui Vidal sembra aver gettato la penna per il pugnale e pensando a JFK ci viene da chiedere quale sarà il suo ritratto della coppia Clinton tra una trentina di anni. In queste pagine lo scrittore scende momentaneamente dall’Olimpo per tuffarsi nel fango del pettegolezzo – e forse anche della diffamazione. Ma anche qui cogliamo la stessa nota di splendida superbia: “ho letto che le due persone che Bobby (Kennedy) odiava maggiormente (una rara distinzione, dato che odiava così tanta gente) erano il capo del Teamsters Union, Jimmy Hoffa, e me”. Con questo glorioso trofeo Vidal risale sulla montagna. E l’eccezione? Esiste sotto questa armatura di ironia e vetriolo un cuore tenero – un “soft centre”, come si dice in inglese? Quando il libro era uscito in inglese i critici avevano indicato come prova di un Gore Vidal più tenero le pagine sull’amore adolescienziale con Jimmie Trimble, morto durante la seconda guerra mondiale, “il cui sudore aveva l’odore del miele, come quello di Alessandro Magno”. Anche in queste pagine c’è un errore di traduzione piccolo ma significativo. Vidal, paragonandosi come sempre a Kennedy, dice di aver trovato “certe somiglianze tra me da giovane e lui, in particolare per quanto riguarda le questioni sessuali. Nessuno dei due era molto interessato a dare piacere al proprio partner. Entrambi non volevano altro che raggiungere l’orgasmo con il maggior numero possibile di partner attraenti”. Conclude però il capitolo con le seguenti parole: “Ma la camera da letto mi fa tornare in mente che, a differenza di Jack, una volta io (in questa precisa stanza… e mai più?) sono stato innamorato”. Le parole in parentesi nel testo originale sono: “in this very room – and ever since?”. Quindi, anche se con un punto di domanda, Vidal ci dice non che non abbia mai più amato ma che è ancora adesso innamorato. La prova è la sua decisione di essere seppellito accanto a Jimmie nel cimitero di Washington. E il grande scrittore di un classicismo distaccato riesce alla fine del libro a imporre un senso di forma a questa vita “senza schema”: ma è una forma che deriva da una visione che si potrebbe definire “romantica”. Come immagine finale Vidal adopera quella usata da Aristotele nel Simposio: “Alla fine, mi sembra di aver scritto, per la prima e ultima volta, non la storia di fantasmi che temevo di scrivere, ma una storia d’amore, dalla forma circolare come il desiderio (e il suo insegnamento), che termina con tutti noi, alla fine, all’ombra di un faggio rosso”.

 

Walter Mauro, IL TEMPO

Il legame con Kennedy a cui poi preferì il giro di attori e intellettuali

Gore Vidal ironia e potere in autobiografia

In “Palinsesto” una prosa molto accattivante e l’uso appropriato del racconto di sé diventa gioco di specchi da un osservatorio privilegiato

Meriterebbero di venir lette e commentate in un grande salone di rappresentanza di un hotel a cinque stelle, queste memorie di Gore Vidal, scrittore americano di casa in Italia, estroso quanto basta per poter vantare fra le sue amicizie il più conformista degli uomini politici e il più trasgressivo degli scrittori, mettiamo Jack Kerouac o Allen Ginsberg. Del resto, certi privilegi scendono “per li rami”, e si che Gore può vantare un nonno leggendario fondatore dello Stato dell’Oklahoma, difensore dei diritti degli indiani d’America contro i petrolieri, e infine duro e inflessibile senatore di Washington. Ma anche le ascendenze paterne non sono da meno: il genitore infatti, contribuì con il più famoso dei trasvolatori atlantici, Charles Lindbergh, alla fondazione di ben tre compagnie aeree, fra le quali la Twa. L’immissione nella vita politica americana coincise con il suo legame con Kennedy, e con la candidatura democratica al Congresso per lo Stato di New York: ma l’avventura non ebbe lunga durata, bastò litigare con il potente clan del presidente per indurre Vidal a scegliersi un’altra strada, quella della letteratura e del cinema, coltivando amicizie sicuramente più stabili e durature. Un “piano economico quinquennale” lo definisce Gore in questa autobiografia fra l’ironico e il risentito. Furono importanti le amicizie nuove nate in California, all’ombra dell’hollywoodiano viale del tramonto, dove cinema e letteratura si muovevano in perfetta sincronia, non come oggi: e allora Elizabeth Taylor e Montgomery Clift, Katherine Hepburn e Paul Newman, ma anche Billy Wilder, la Garbo, il Duca di Windsor, la principessa Margaret, Alec Guinnes, Federico Fellini e il ballerino Nureyev furono i nuovi compagni di strada di Gore Vidal, nomi famosi che andavano ad aggiungersi ad altri personaggi famosi del passato: perché, come ha scritto Russell Baker, questo estroso scrittore non ha mai conosciuto alcuno che non fosse famoso. Vidal segue un procedimento cibernetico, accavallando episodi e seguendo incontri e scontri come in una sequenza cinematografica che non intende rispettare i tempi ma solo le percezioni del sensibile che, ogni nuova amicizia, produce nell’inconscio. Con questo metodo, abbastanza inconsueto nella letteratura autobiografica, Vidal scavalca l’introspezione e sorpassa di volata ogni tipo di indagine psicologica, preoccupandosi soltanto di condensare nella memoria una serie diffusa di ritratti, dai politici al popolo del cinema, infine ai letterati. E proprio quando Gore affronta quel singolare universo che si chiama creatività letteraria, la vena del polemista balza fuori in modo così riscattante, che tutto sommato sono proprio i nemici a venir soddisfatti con maggior classe ed estro dalla penna dello scrittore. Inutile dire, a questo proposito, che quelli del versante più trasgressivo, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, Truman Capote e William Burroughs, i più martellati, ne vengono fuori con grande ricchezza, sicuramente meglio di George Santayana, e persino di André Gide, oltre che di Forster. Una prosa molto accattivante e un uso molto appropriato dell’arte del racconto di se stesso contribuiscono a fare di un testo del genere qualcosa di più che un’autobiografia: da una postazione così invidiabile, Gore Vidal giudica e manda con quella sottile ironia che appartiene di diritto al grande romanzo angloamericano, nei frangenti in cui abbandona per un po’ la fantasia creativa e si accinge a raccontare dell’io in confronto aperto con l’altro affascinante, la cui struttura di fondo consiste poi in quel ricco potenziale di autoironia che Vidal possiede in abbondanza.

 

Mario Fortunato, L’ESPRESSO
– 08/03/2000

 

Palinsesto

 

Romanzo o autobiografia? Questo copioso e a tratti sulfureo libro dello scrittore americano è un po’ le due cose. tradotto da Maurizio Bartocci, il testo segue il filo delle memorie private, per cucire una sorta di quilt narrativo i cui personaggi sono non di rado figure di primo piano della storia americana degli anni Cinquanta. Ma tra i tanti vip e happy few, e il nome del giovane Jimmie Trimble, morto a Iwo Jima nel ‘45, quello che rimane più vivo. grazie a lui (al suo ricordo) Vidal riesce a distaccarsi dalla maschera dell’ironia, per abbandonarsi finalmente a un po’ di santa ingenuità.

 

Giorgio Ieranò, PANORAMA

 

L’altra metà del dandy

 

Nel 1945 Gore Vidal morì in una trincea di Iwo Jima, ucciso dai giapponesi. Nessuno, però, se ne accorse. Perché un altro Gore Vidal dominò negli anni a venire la scena mondana e letteraria. Un Vidal che andava a cena dai Kennedy, era amico di Paul Newman, sceneggiava kolossal hollywoodiani e, soprattutto, raccontava in romanzi formidabili le vite di Lincoln e di Giuliano l’Apostata, la nascita della nazione americana e la crocifissione di Cristo. A dire il vero, neppure Gore Vidal si accorse subito che un altro se stesso era morto in guerra. Lo capì solo anni dopo, leggendo il “Simposio” di Platone. Là dove si narra che l’amore ricongiunge ogni uomo a quella metà di se stesso da cui era stato separato. Questo libro autobiografico riannoda i destini delle due metà. Del celebre scrittore Gore Vidal, che oggi ha 75 anni e vive in una splendida villa sulle scogliere di Ravello. E dell’altra metà di Gore Vidal, che in realtà si chiamava Jimmie Trimble e vestiva la divisa dei marines quando, diciannovenne, cadde a Iwo Jima. Era il coetaneo che Vidal aveva amato da ragazzo, quello con cui si era accoppiato sul pavimento di piastrelle del bagno della scuola, “ricostituendo il maschio originario che Zeus aveva spezzato in due”. Era “l’altra metà di me che non ha mai vissuto fino a diventare adulta”. All’ombra di questo gemello fantasma Vidal raduna le sue memorie. Che si affastellano una sull’altra come un palinsesto, un manoscritto riutilizzato più volte, dove dietro un livello di scrittura più superficiale ne affiora un altro più profondo. La vita di Vidal si frantuma nei mille nomi di personaggi famosi, anzi famosissimi. Figure uscite “da un baule pieno di burattini” per affollare il teatro della vita. C’è John Fitzgerald Kennedy, che aveva sposato la sorellastra di Vidal, Jacqueline. C’è Tennessee Williams con cui Vidal, a Parigi, andava a caccia di ragazzi. C’è Jack Kerouac, che fu compagno di Vidal per una notte al Chelsea Hotel di New York. Ci sono i frequentatori della villa di Ravello, da Leonard Bernstein a Rudolf Nureiev. E c’è anche Federico Fellini, incrociato a Cinecittà, dove girava “La dolce vita” mentre Vidal lavorava a “Ben Hur”. Ma il vero perno intorno a cui ruota questa giostra di celebrità resta sempre quel ragazzo ucciso dai giapponesi più di mezzo secolo fa. Come se Vidal avvertisse che, in fondo, solo un velo sottilissimo, una finzione di tempi e di luoghi, separa la trincea insanguinata di Iwo Jima dalla casa sulla scogliera di Ravello.

 

David Fiesoli, IL TIRRENO
– 07/07/2000

Una casa editrice, Todelli classico, Bellow “delatore”

Con Gaiezza in libreria

 

San Piervittorio, laico patrono dei gay, entra di diritto nei classici della letteratura proprio nella settimana del world gay pride. E’ Bompiani ad osare: accanto alle opere di Sciascia e Pavese, ecco nella collana dedicata ai classici spuntare le “Opere” di Piervittorio Tondelli, 2220 pagine di romanzi, racconti e diari. Curato da Fulvio Panzeri, il volume mette Tondelli nell’Olimpo del Novecento e segna un altro punto a favore dell’orgoglio gay, stavolta letterario. e non è l’unico trionfo in campo culturale: finalmente è arrivata la promessa casa editrice dedicata alle tematiche omosessuali nata da una costola dell’editore romano Alberto Castelvecchi, che ha affidato a Antonio Veneziani la direzione di “Enola”, collana tutta gay. “Enola”, almeno inizialmente, sarà tutta al maschile. Niente lesbiche. Tratterà di omosessualità maschile e tutto quel che le gira attorno, saggistica o narrativa, fumetto o storia dell’arte, fotografia o biografie. Tre i titoli che inaugurano Enola. Uno: la riproposta del prezioso saggio dell’avvocato pisano Ezio Menzione “Diritti omosessuali, istruzioni per l’uso” (pp. 125), impreziosito dall’introduzione di Stefano Rodotà. Due: un classico della letteratura mondiale come il poeta americano Walt Whitman con “Calamus” (pp. 120), definita la variante n chiave omosessuale di quella parte di “Foglie d’erba” epurata dai biografi e dallo stesso autore e ora risproposta con testo a fronte e pagine autografe a conferma dell’autenticità del testo. Tre: un’antologia di trenta scrittori curata dallo stesso Veneziani e intitolata “I ragazzi al bar” (pp. 152): molti giovanissimi semi-emergenti, più Renzo Paris, Barbara Alberti e Alessandro Golinelli, tutti con un racconto sull’omosessualità maschile. “Enola” ha molti progetti: scovare inediti di Sandro Penna e Dario Bellezza, accaparrarsi autori come Alberto Arbasino, pubblicare i lavori meno conosciuti di Jean Genet, aprirsi alla letteratura gay africana e cinese. Non poteva mancare, nella settimana dell’orgoglio gay, il “mea culpa” della psicoanalisi, responsabile per un secolo di aver bollato i gay come perversi e devianti: esce ora “Omosessualità nella psicanalisi” (Einaudi, pp. 268), in cui Pierfrancesco Galli e Fabiano Bassi hanno raccolto contributi di analisti di tutto il mondo che finalmente difendono la dignità della diversità. La letteratura straniera propone tre capolavori imperdibili. Uno: “Amato ragazzo” (Marsilio, pp. 310), le lettere del grande scrittore Henry James all’amico-amante Hendrik Andersen dal 1899 al 1915. due: “Palinsesto” (Fazi, pp. 491), autobiografia di Gore Vidal. Vidal raccoglie episodi e aneddoti, personaggi e pettegolezzi e descrive senza ipocrisie i gusti sessuali dei protagonisti descritti, da Jack Kerouac ad alcuni membri della famiglia Kennedy. E sullo sfondo, l’amore mai sopito per Jimmie, compagno di giovinezza poi perduto, mai sostituito dal compagno con cui Vidal vie da decenni in un sodalizio sentimentale che come ogni matrimonio diventa col tempo solidarietà e amicizia, e magari aiuta a sopportare l’ombra di n volto che torna alla memoria. Tre: “Ravelstein” di Saul Bellow (Mondadori, pp. 260), che ha fatto infuriare i bigotti americani: uno dei loro beniamini, il professore di filosofia Allan Bloom, è stato sputtanato alla grande da uno scrittore al di sopra di ogni sospetto. Bellow mette in piazza i vizi nascosti del suo amico Bloom, che anche se nel libro si chiama Abe Ravelstein è riconoscibilissimo, moralista e fustigatore dei costumi, anti gay e anti femminista, sostenitore dell’illegibilità del nazionalismo nero, ma in realtà anch’egli omosessuale e probabilmente più “lussurioso” di coloro che fustigava con le sue affermazioni. Non solo: Bellow rivela anche che Bloom sarebbe stato ucciso dall’AIDS. Concludiamo con un classico che non poteva mancare: di Oscar Wilde è uscita “L’arte dell’impertinenza” (Editori Riuniti, pp. 137).

 

Luigi Sampietro, IL SOLE-24 ORE

 

Memorie americane di una penna corsara

Esce in Italia “Palinsesto” l’autobiografia di un autore che fu rivale politico dei Kennedy e amico dei più grandi divi di Hollywood

Chi ha letto le cronache della presentazione dell’ultimo libro di Gore Vidal, avvenuta a Roma in occasione di un incontro con Walter Veltroni sul tema “Cultura, potere, impero: l’America e l’Italia negli ultimi 50 anni”, può essersi fatto l’idea che Vidal abbia voluto impegnarsi per una volta in quel genere di retorica, ormai usurato e tuttavia degno di una sua eventuale avvelenata parodia, che va sotto il nome di dibattito ideologico. Una sorta di ricerca del tempo perduto a discutere in astratto del migliore dei mondi possibili e però riferito a un periodo del quale il suo libro – che è un volume di memorie intitolato “Palinsesto” – nemmeno arriva a parlare. Chi era presente a quell’incontro, all’Hotel Excelsior, sa che Vidal non si è lasciato sfuggire l’occasione per denunciare – da par suo, con partigianeria dichiarata e virulenta – quelle che considera le malefatte dei politici del dopoguerra; ma sa anche che le sue affermazioni contenevano delle risposte pragmatiche, per quanto talora discutibili, ai problemi della vita pubblica. Vidal ha confermato di essere un “correctionist” della politica, come ebbe a suo tempo a definirsi, cioè un’intelligenza animata dal desiderio di “aggiustare di volta in volta ciò che non funziona nella società”. Insomma una realista “diffidente, per temperamento, di qualsiasi affiliazione” e un polemista ineguagliabile, sarcastico ma non paradossale. Populista ma antidemagogico – come l’adorato nonno T. P. Gore, il mitico fondatore cieco dello Stato dell’Oklahoma, difensore dei diritti degli indiani contro i petrolieri e poi senatore a Washington -, Vidal è stato, a partire dalla seconda metà degli anni 40, una specie di “Billy the Kid” della letteratura e della politica. Al ritorno dalla guerra esordì, poco più che ventenne , come romanziere. Nel 1948 decise di “smettere di giocare sul sicuro” e pubblicò “The City and the Pillar”, un romanzo sull’omosessualità che divenne un bestseller internazionale e che, insieme al famoso “Rapporto Kinsey”, apparso nello stesso anno, “cambiò per sempre la nozione di normalità nella mente degli americani”. Nel periodo dell’ascesa di Kennedy, quando era ormai anche un commediografo e un autore televisivo affermato, gli fu offerta la candidatura democratica al Congresso per lo Stato di New York, “una sorta di missione kamikaze in un distretto repubblicano”: “Persi per 20.000 voti, mentre Kennedy ottenne 20.000 voti meno di me”, nel Massachussetts. Fu, quella, la fine della sua carriera politica. Ma fu anche una sfida vittoriosa in famiglia, perché Vidal, che peraltro prese assai presto le distanze dal clan dei Kennedy, era fratellastro da parte di madre, di Jacqueline Bouvier, la moglie del futuro presidente degli Usa. Conobbe fin da ragazzo l’ambiente della grande politica della capitale nonché il mondo dei grandi affari. Suo padre, Eugene, contribuì con Charles Lindbergh, il trasvolatore dell’Atlantico, alla fondazione di tre compagnie aeree tra cui la Twa. E quando Vidal, ancora molto, giovane, decise di seguire un suo “piano economico quinquennale” e si mise a lavorare per il cinema, come attore e soprattutto come sceneggiatore, allo scopo di arricchirsi per proprio conto e poi dedicarsi completamente a scrivere romanzi, si trovò a frequentare i divi e i registi di Hollywood. Da Elizabeth Taylor a Montgomery Cliff, da Charlton Heston a Katherine Hepburn, da Paul Newman a Joanne Woodward – suoi amici del cuore – e da Billy Wilder a Joseph Mankiewicz. A cui si aggiunsero, negli anni a venire, e in altre circostanze, celebrità come la Garbo e il duca di Windsor, la principessa Margaret e Alec Guinnes, Federico Fellini e Rudolph Nureyev. Insomma una vita che somiglia a un susseguirsi di cinegiornali d’epoca, perlopiù in bianco e nero. Si direbbe, come ha scritto Russell Baker sull’”Observer”, che Vidal non abbia mai conosciuto nessuno che non fosse famoso. D’altra parte, se così non fosse, “Palinsesto” sarebbe un libro di confessioni e un memoir sulla Versailles del nostro tempo, cioè su di una corte che si colloca in un luogo dell’immaginario collettivo chiamato jet-set. “Palinsesto” non segue un filo cronologico ma è costruito come un insieme di ritratti nella memoria. É un libro indifferente all’interiorità e sospettoso del freudismo di tante autobiografie. É opera di uno scrittore che si considera “precristiano” e che da oltre 30 anni ha adottato l’invincibile paganesimo dell’Italia come antidoto a quello che considera “il carattere superstizioso” del suo paese: ma grande ipocrisia della famiglia americana. É anche il libro di un primo della classe che, paradossalmente, non è mai stato all’università se non per insegnare. Il libro di un protagonista che si è affermato in tutti i campi in cui si è cimentato e che ha un grande antagonista – sconfitto sulla pagina – nel presidente Kennedy. Le sue parte migliori, che Vidal ha messo insieme con grazia pari all’astuzia, sono costituite dai ritratti degli scrittori. Amici e nemici Tennessee Williams e Paul Bowles, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, Truman Capote e William Burroughs fanno corona a tre santoni come George Santayana; André Gide ed E. M. Forster. Uno spazio speciale, il più alto è riservato a Jimmie Trimble, un giovane “dio greco” morto in guerra, attorno al quale tutto il libro – e forse tutta la vita di Vidal – ha trovato il proprio principio d’ordine etico ed estetico. Un impressionante brano di letteratura del nostro tempo.

 

Mario Andrea Rigoni, CORRIERE DELLA SERA

Lynn Nesbit e gli altri

Agenti letterari. Il mestiere segreto

 

L’attività – e l’istituzione stessa – delle agenzie letterarie è una prerogativa del mondo anglosassone, mentre l’Europa continentale questo fenomeno, che tocca l’aspetto organizzativo, commerciale e giuridico delle opere appare non solo raro, ma anche strano e perfino in contrasto con una visione umanistica della letteratura. Sono la natura più complessa e la dimensione assai più vasta del mercato che spiegano l’origine e lo sviluppo delle agenzie letterarie nell’area anglosassone: l’universalità dell’inglese, rendendo immediatamente internazionali gli scrittori che si esprimono in questa lingua, vi gioca una parte di primo piano. Lynn Nesbit, una bella, compita ed elegante signora che incontra nel suo ufficio in Park Avenue a New York e che è forse la maggiore agente letteraria del mondo per la letteratura americana, accenna a questi aspetti, ma insiste in particolare su uno: la cura e la proiezione legale degli interessi degli autori, anche contro i tentativi di imitazione e di sfruttamento, particolarmente frequenti nei casi di grande successo commerciale. Lo studio impeccabilmente asettico della Nesbit potrebbe essere in effetti quello di un grande avvocato newyorchese, se una scelta di libri degli scrittori che rappresenta (da Gore Vidal a Tom Wolfe, da Michael Crichton a Robert Hughues, da Robert Darnton a Tom Harris) non fosse dispiegata come una discreta macchia di colore su una parete dell’anticamera. La serietà professionale della Nerbit è quasi iperbolica e può costituire un modello insieme ammirevole e imbarazzante non solo per qualsiasi agente ma anche per qualsiasi editore: in generale si rifiuta di rappresentare autori di cui non conosca l’opera della lingua originale (perciò i “suoi” scrittori sono di lingua inglese). Altrettanto iperbolica è la sua cautela: non un pettegolezzo, non un nome, non un episodio. Invano incomincio a tessere un’apologia dell’aneddoto come supremo mezzo di conoscenza, evocando la tradizione di Plutarco e di Saint-Simon, ombre che non le saranno certo troppo familiari, ma che potrebbero comunque indurre a qualche cedimento: no, Lynn è gentilmente, affidabilmente irremovibile. Con tutta evidenza l’industria e gli avvocati non scherzano. Si sommano in lei al dovere professionale della riservatezza l’ossessione americana della privacy: in America, come del resto adesso anche in Italia e dappertutto, mai si evoca, si discute e si persegue tanto una cosa come quando ha cessato di esistere. Un amico comune, lo scrittore americano C.D.B. Bryan, anch’egli rappresentato dalla Nesbit, mi dice che le relazioni tra agente e autore assomigliano a quelle tra psichiatra e paziente. Una bella sorpresa: dal denaro alla psiche! – ma in questi nessi e in queste contraddizioni vi è molto dell’America come quintessenza del presente e del futuro. Nell’impossibilità di procedere sul terreno più delicato mi attengo a un ordine di considerazioni diverso. Credo di capire che, nel panorama attuale, gli idoli della Nesbit siano Gore Vidal e Tom Wolfe. Definisce il primo, romanziere e saggista, commentatore di questioni di vasta portata sociale, di cui viene adesso tradotta in italiano l’autobiografia (“Palinsesto”, Fazi, pagg. 494), “un esempio contemporaneo dell’uomo di lettere”; sente nella satira morale del secondo “la voce stessa dell’America”, ma come trascesa e tradotta anche per un pubblico non americano. Nessuna indiscrezione neppure sui giovani talenti che si affacciano alla letteratura. In compenso la Nesbit avanza due osservazioni che corrispondono rispettivamente a una constatazione o a un’analisi e a un pronostico. La prima riguarda il tramonto della tendenza memorialistica, esemplarmente incarnata da “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt, molto in auge fino a qualche anno fa in America. La seconda riguarda l’interesse sempre maggiore raggiunto dalle letterature delle ex colonie inglesi, anche le più marginali. Il caso dei Caraibi, che hanno dato un poeta come il Nobel Derek Walcott e una narratrice come Jamaica Kincaid, è particolarmente eloquente. ma sarebbe soprattutto l’India, secondo la Nesbit, a rivestire il ruolo innovativo nei temi e nelle forme che aveva vent’anni fa il Sud America. Così il cerchio si chiude sull’avvenire promesso alla civiltà inglese, alle sue eredità e alle sue metamorfosi, mentre l’Europa appare da questa sponda dell’Atlantico un continente vago e lontano.

 

LA NUOVA SARDEGNA
– 06/05/2000

Prossima al debutto Enola, una piccola casa tutta dedicata al tema dell’omosessualità maschile

L’editoria ha scoperto l’orgoglio gay

Per la manifestazione di luglio a Roma in libreria ristampe e nuovi titoli

Si chiama Enola e per il suo debutto ha scelto il discusso Gay Pride di luglio. E’ la nuova casa editrice tutta dedicata all’omosessualità maschile (maggior azionista Castelvecchi), con cui si amplia il limitato panorama dell’editoria strettamente gay in Italia. Diretta da Antonio Veneziani, già autore per Castelvecchi di “Mignotti” e “Pornocuore”, Enola sarà divisa in cinque collane: narrativa italiana e straniera, saggistica, testi del passato, immagini, fotografia e fumetti. Per il 2001 è prevista anche una collana sulla storia dell’arte riletta in chiave omosessuale. “Siamo anti politically correct. Non ci interessa – dice Veneziani – che gli autori siano omosessuali ma che raccontino l’omosessualità. Vogliamo fare una casa editrice che parli di questi argomenti a tutti”. Resta fuori, però il versante lesbico. “Deve essere una lesbica – continua Veneziani – a prendersi la responsabilità di una casa editrice dedicata a queste tematiche come io mi sono preso quella di Enola”. Tra ai primi titoli l’antologia “Ragazzi al bar”, 30 racconti di omosessualità maschile di autori come Renzo Paris, Barbara Alberti e Giuseppe Conte; “Foglie di Calamo” di Walt Whitman, prima versione con varianti in chiave omosessuale di “Calamis” e “Diritti degli omosessuali” dell’avvocato Ennio Menzione, con una nota di Stefano Rodotà. L’obiettivo di Enola è far uscire due-tre titoli al mese. Finora i Libri pubblicati dalle case editrici di settore come la milanese “Il dito e la luna”, che privilegia il lesbismo e ha una fortunata collanina di lettura erotica, e ma fiorentina Zoe, dedicata alla narrativa omosessuale, si limitano a 5 o 6 l’anno. Fa eccezione la Fabio Croce, nata nel ‘98 con l’ambizione di riprendere la tradizione tondelliana di autori giovani under 25, che in questi giorni pubblica “Outside 3”, la terza racconta di racconti di esordienti a tematica omosessuale. Tra i titoli di punta della casa editrice che in due anni ha pubblicato 20 titoli e sta aumentando la produzione, “Bandiera gay”, storia del movimento dalle origini ad oggi attraverso l’archivio del fondatore del movimento gay italiano Massimo Consoli, uscito nel Dicembre ‘99, e “Verbum dei et verbum gay” di Massimo Lacché sulla storia della strage in Vaticano in cui morirono il comandante delle guardie svizzere Alois Estermann, con la moglie venezuelana Gladys Meza e il vicecaporale Cedric Tornay. Dopo il Gay pride uscirà un libro con le polemiche e le foto della discussa marcia omosessuale di luglio. Di Consoli, le edizioni Napoleone ripropongono a metà giugno “Stonewall”, sulla nascita del movimento gay e in concomitanza con il Gay Pride, Massari editore pubblica “Indipendence gay” sulla storia delle marce gay. Alle tematiche omosessuali riservano particolare attenzione anche grandi e piccole case editrici non di settore. Baldini & Castaldi ha di poco pubblicato in edizione economica gli introvabili “Il giovane americano” di Edmund White, caposaldo della letteratura gay, e “La morte della bellezza” di Giovanni Patroni Griffi. Per Fazi è appena uscita l’attesa autobiografia di Gore Vidal, “Palinsesto” di cui qualche anno fa era stato riproposto “La statua di sale”………

 

Giancarlo Susanna, ROCKERILLA

 

Gore VIdal “Palinsesto” Fazi Editore

 

Interrogarsi sui motivi per cui questo o quello scrittore scompare dagli scaffali delle nostre librerie è quasi un esercizio peregrino. Forse qualcuno ricorderà uno degli articoli che Sandro Veronesi ha voluto inserire in “Cronache italiane” (1992), “Il golem di Verona”: <(…) nell’assistere al sinistro rituale della distruzione per stritolamento di queste migliaia di libri, si torna cupi e inconsolabili: vengono in mente le scene apocalittiche degli zelanti pompieri di Truffaut in “Fahreneith 451”, o il “crimine inaudito” della folla che appicca il fuoco a “quell’atto di fede collettiva” che è una biblioteca ne “L’année terrible” di Victor Hugo. In spessi elenchi dettagliati (titolo, autore, numero di copie), l’editore ha raccolto tutte le opere destinate al macero: un notaio prende visione degli elenchi, fa dei controlli a campione, e dà il via alle operazioni; i pancali vengono spogliati del nylon e i libri riversati su un nastro trasportatore, desolatamente alla rinfusa; e da quel momento; in un frastuono veramente infernale, uno li vede salire, salire fino alla bocca di un mostro che li inghiotte, nella cui pancia un rullo dentato li assale e ne fa scempio. All’uscita, dalla parte opposta, sono diventati coriandoli, striscioline che una pressa assemblea in grandi cubi legati col fil di ferro e pronti per andare in cartiera>. Quanti scrittori e quanti libri sono vittime del “golem” di cui parla Sandro Veronesi? Perché certi libri si trovano soltanto – se si trovano – nelle biblioteche? Il caso di Gore Vidal, uno dei più importanti scrittori americani contemporanei, è in questo senso veramente emblematico. Pur essendo da sempre legato al nostro paese – vive a Ravello – è conosciuto quasi esclusivamente da quella sparuta minoranza che ancora ama la lettura. Bisogna dunque sottolineare la validità dell’iniziativa dell’editore Fazi, che non solo ha ripubblicato “La statua di Sale”, il “romanzo scandalo” che ha segnato profondamente la vicenda personale di Vidal e la storia della letteratura americana, ma ha mandato alle stampe “Palinsesto”, un’affascinante e originale autobiografia. É lo stesso Vidal a chiarire il senso del titolo e del libro “Palinsesto: distinti strati archeologici di una vita da riportare alla luce come i diversi livelli dell’antica Troia, dove, in un qualche punto di quelle città edificate sopra altre città, uno spera di trovare Achille e il suo beneamato Patroclo, e tutto il furore con cui ebbe inizio il nostro mondo”. Al vaglio della memoria di Vidal, protagonista tra protagonisti di una stagione letteraria essenziale del novecento, passano nomi come E. M. Forster, W. H. Auden, Paul Bowles, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Christopher Isherwood… Il lettore rischia a volte di perdersi tra i meandri delle famiglie Gore e Vidal, ma tra l’affollarsi dei mille ricordi si fa strada a tratti un lirismo toccante ed emozionante. Le pagine dedicate a Jimmie Trimble, l’amore di tutta una vita scomparso nella Seconda Guerra Mondiale, sono, molto semplicemente, quanto di più bello ci sia stato dato di leggere in questo ultimo periodo.

 

Roberto Bertinetti, PICCOLO DEL LUNEDÌ

Leeteratura: Piccante autobiografia dello scrittore, pubblicata da Fazi

Vidal: l’establishment? Solo ipocrisia

Tutti i vizi delle massime icone del potere statunitense

Non fa sconti a nessuno Gore Vidal, pettegolo protagonista della cultura americana dell’ultimo mezzo secolo, che in “Palinsesto” (Fazi, pagg. 494, lire 35 mila) mette a nudo vizi e ipocrisie delle massime icone dell’establishment statunitense del dopoguerra. Scrittore scomodo dal 1948 – quando pubblicò con grande scandalo “La statua di sale”, romanzo in lode all’omoerotismo – usa i ricordi e le parole con grande crudeltà con l’obiettivo dichiarato di continuare a essere “la pecora nera in mezzo a numerose e bianche greggi di persone perbene che pascolano contente sui campi ambrati del nostro amato paese”. Tanto perbene, in realtà, non sembrano. Almeno se si presta fede alle memorie di Vidal, pronto a svelare la smodata passione per il potere delle grandi dinastie Usa. Cominciando dai Kennedy con cui, per il bizzarro intrecciarsi di matrimoni, è imparentato. Non si salva John (“era figlio di un uomo di destra, con poco sale in zucca e molte ambizioni”), viene messo alla berlina Robert a causa di un legame con McCarthy, il famigerato inventore della “caccia alle streghe”, mentre Jacqueline è ritratta come una spietata cacciatrice di denaro e pubblicità gratuita. É comunque l’omosessualità a far da collante all’intero racconto, visto che appaiono gay sia i ragazzini dell’aristocratica scuola frequentata dal piccolo Gore, che i commilitoni del periodo di guerra trascorso nei marines, gli artisti con i quali ha mantenuto a lungo rapporti (da Paul Bowles a Tennessee Williams, da James Baldwin a Truman Capote, da Alllen Ginsberg a Leonard Bernstein) e, in sintesi, chiunque abbia potuto vantare un ruolo pubblico non secondario nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. Vidal, del resto, è un cacciatore scatenato, pronto a rivendicare con orgoglio le sue imprese. precisa infatti: “A 25 anni calcolavo di aver avuto non meno di mille incontri erotici, non un primato mondiale (Jack Kennedy, Marlon Brando e Tennessee Williams tenevano il passo), tuttavia niente male considerato che non mi presi mai una malattia venerea come Jack e Brando e non soffrii mai di gelosia come Tennessee”. A riguardo, poi, lo scrittore dichiara di avere sempre rispettato regole ferree: mai con i colleghi (tranne una volta, con Kerouac, quando erano entrambi ubriachi), mai con gli amici, mai preoccuparsi del piacere degli altri e, in particolare, mai innamorarsi. Uno dei bersagli prediletti delle frecciate velenose che lancia Truman Capote, raffigurato nei panni del bugiardo per sete di effimera fama. “Truman – osserva – era ingenuo in maniera sorprendente. Scambiava per classe dirigente i ricchi amanti della pubblicità, e tra di loro si metteva a suo agio, salvo poi scoprire che, per loro, lui non era altro che un divertente tesoruccio di cui si poteva fare a meno come accadde quando pubblicò in forma di romanzo dei pettegolezzi scandalosi sul loro conto”. Oltre alle storie di sesso e di tradimenti c’è spazio in “Palinsesto” anche per la grande saga Usa dei Gore e dei Vidal. Cominciando da Thomas Pryor Gore, il nonno materno cieco dall’infanzia che fu il primo senatore democratico del nuovo Stato dell’Oklahoma (Al Gore, attuale aspirante presidente è un suo cugino assai poco stimato), e continuando con il padre, Eugene Vidal, che con Lindbergh e Amelia Earhart fondò le prime compagnie aeree americane, diventando in seguito responsabile del commercio estero con Franklin D. Roosevelt. Il bilancio conclusivo di una vita spesa nel culto di se stesso e, ovviamente, nel segno del narcisismo: “Non riesco a gioire dell’imminente arrivo al terzo millennio – annota – perché avevo sempre pensato che tra me e il ventesimo secolo sarei stato io a finire per primo. Invece mi sono dimostrato più forte. E così sono ancora qui. A celebrare il secolo della Paura. Di cosa? In particolare del comunismo. Che, odiato per 50 anni ha infine dimostrato tutta la sua perfidia. Come? Crollando senza avvertirci”.

 

Tommaso De Benedetti, IL MATTINO

 

Vidal io uomo del Sud

Lo scrittore statunitense parla di “Palinsesto”, libro autobiografico in cui racconta la vita, gli incontri e il suo sentirsi meridionale

Ho iniziato a scrivere questa autobiografia in un giorno molto afoso dell’agosto 1994. Ero nella mia casa di Ravello, nello studio simile ad un cubo bianco con il soffitto ad arco affacciato sul Golfo di Salerno. Il caldo era insopportabile, la luce mi abbagliava. E nitidissime, in quel momento, mi apparvero le figure che avevano contrassegnato la mia vita, un mondo perduto che ora sentivo il dovere di raccontare”. Gore Vidal, scrittore fra i più celebri dell’America di questi decenni, ci racconta così la nascita del suo libro di memorie “Palinsesto”, uscito negli Usa nel 1995 ed oggi stampato, per la prima volta in Italia, dall’editore Fazi (pp.492, L. 35000). Vidal, autore di romanzi memorabili come “Giuliano”, “Myra Breckinridge”, analista acutissimo della società statunitense, rievoca nel libro la sua adolescenza, vissuta fra i palazzi del potere di Washington (era nipote del senatore T. P. Gore ed è cugino dell’attuale vicepresidente Usa Al Gore), gli esordi letterari, la passione per il cinema, la frequentazione con la famiglia Kennedy (la sorella di Vidal era cognata del presidente ucciso a Dallas), ma anche con grandi della letteratura come Kerouac, Tennessee Williams, Isherwood, Gide, e con attori come Paul Newman, “Devo ammettere – spiega Vidal che incontriamo a Roma durante la presentazione del volume – di aver avuto non pochi dubbi di fronte all’idea di raccontare la mia vita…”. Quali dubbi, Vidal? “Dubbi di ogni genere. Soprattutto temevo di infarcire il testo di bugie, di menzogne più o meno evidenti”. E invece? “Invece ho trovato un perfetto escamotage: cioè ho deciso di parlare molto degli altri, e pochissimo di me stesso. Ho scelto insomma di raccontare la mia vita attraverso aneddoti, personaggi, storie. E in questo modo, da scrittore quale sono, ho potuto sentirmi a mio agio”. Qual è la figura che ha maggiormente influito sulla sua formazione? “Difficile dirlo. La figura della mia infanzia che ricordo con più divertimento è senz’altro il vecchio senatore T. P. Gore. Era cieco, ma più che mai combattivo. Rammento benissimo le sue liti con il presidente Roosevelt sia su temi serissimi come il risanamento monetario, sia su temi più futili. Una volta, ad esempio, Roosevelt si rivolse a Gore chiamandolo per nome, e il vecchio si offese: fece finta di non sentire fin quando il presidente non usò un appellativo formale e rispettoso”. Nel suo libro, lei parla molto della famiglia Kennedy. “Con loro ho avuto un rapporto straordinario. Quando penso ai Kennedy, preferisco soffermarmi su episodi piccoli, familiari. Come quando John Kennedy, guardando la rassegna stampa con la fotografia del matrimonio fra Grece Kelly e Ranieri di Monaco, esclamò:” Avrei potuto sposarla io!”. La moglie di John, che era presente, si arrabbiò moltissimo e da quel momento detestò la Kelly”. Parliamo degli incontri letterari. Anzitutto quello, importantissimo, fra lei e André Gide. “Fu uno degli incontri che davvero contarono nella mia vita. Lo vidi a Parigi, nel suo studio. Mi colpì la sua voce profonda, simile a quella di un attore di teatro. Aveva da poco vinto il Premio Nobel e io gli dissi che ero particolarmente fiero che per la prima volta un ammiratore dell’omosessualità avesse ricevuto quel riconoscimento. parlammo a lungo, di libri, ed in particolare di un autore che lui stimava e io avrei poi ammirato moltissimo: de Montherlant”. Per quale ragione lei ha fatto dell’Italia la sua seconda patria? “Direi che i luoghi che posso chiamare realmente la mia seconda patria sono Roma e la Campania. Proprio a Roma ho scoperto cosa potesse essere la città a dimensione umana, tanto differente dalle invivibili metropoli degli Usa. Ho avuto la fortuna di abitare nelle strade dove vissero Eliot, Mann e Stendhal, e Italo Calvino. Anche Napoli, il Golfo di Salerno, Ravello, sono luoghi in cui ho ritrovato e ritrovo me stesso, e dove tante volte ho riscoperto la gioia, la felicità di scrivere”. Oggi, lei trascorre gran parte dell’anno proprio a Ravello… “Da quando, purtroppo, sono stato sfrattato dalla casa di Roma, a due passi dal Pantheon, la mia vita si svolge per lo più in Campania. Posso dire che fra Ravello, Positano, il Golfo di Salerno, le rovine di Paestum, davvero si può trovare tutto quello che serva ad un artista per vivere sereno. non solo i paesaggi, ma anche e soprattutto quella familiarità vigorosa, quell’ironia, quel senso un po’ indolente e filosofico dell’esistenza che è proprio degli italiani del Sud, dei quali ormai sento di fare pienamente parte. Mi capita, addirittura talvolta, di guardare all’America con una sorta di affettuoso distacco, come vi guarderebbe uno straniero che l’abbia ben conosciuta e amata”. Ci parli ancora della sua casa di Ravello, da alcuni definita un autentico “paradiso”. “A dare quella definizione fu un giornale italiano quando, proprio nel 1994, pochi giorni prima che iniziassi a scrivere “palinsesto”, venne a trovarmi Hillary Clinton. In effetti, anche se vi sono in quella zona case molto più belle, la villa è per me davvero un paradiso, e da quando la comprai, nel ‘72, sempre più mi sono innamorato delle stanze semplici e spoglie, degli ulivi, dei limoni e dei castagni che la circondano. Da lì, l’inferno disumano della speculazione edilizia, che ha rovinato altrove la costa campana, è pressoché invisibile, impensabile”.

 

Dina D’Isa, IL TEMPO

Lo scrittore presenta il suo nuovo libro e ribatte a Veltroni

Gore Vidal distrugge il sogno americano: poveri in aumento, sanità pubblica carente

 

Non è soltanto un libro di memorie affettive e letterarie, ma è soprattutto il profilo storico e politico dell’America del dopoguerra, simbolo di potere e di imperialismo: si intitolata “Palinsesto” (edizioni Fazi, pag. 494, L. 35000) ed è l’ultimo scandalo del noto scrittore Gore Vidal, che ormai dagli Anni Settanta vive tra Los Angeles e Villa Rondinaia, costruita nel 1925 dalla figlia di Lord Grinthorpe tra i vigneti e limoni di Ravello. Ieri Gore Vidal era però a Roma, nella sala Trianon dell’hotel Excelsior, per sostenere un dibattito con Walter Veltroni su “Cultura, Potere, Impero: l’America e l’Italia negli ultimi cinquant’anni”. “I problemi americani sono cominciati nel 1950, quando Truman ha militarizzato l’economia per combattere il comunismo, ha spiegato Vidal. La Nato è stata inventata per impedirci di diventare comunisti e anche la Cia è nata per controllare la politica e le opinioni dei cittadini: tutto è militarizzato e segreto. E anche il benessere non è che un’illusione: solo l’1 per cento del popolo americano genera la vera ricchezza, il 20 per cento rappresenta la classe che viene descritta nei film e sono gli arricchiti di Wall Street, mentre l’80 per cento vive una situazione non certo rosea, con un sistema sanitario pubblico inesistente e con lo stipendio di una coppia ora più basso di quello che guadagnava un uomo singolo nel 1963. L’ironia è una prerogativa delle classi dirigenti e degli intellettuali: più grande è l’impero, maggiore è l’ironia, che è autodifesa e disapprovazione per poter parlare dei potenti in modo non arrogante”. Walter Veltroni ha ribattuto che “l’America è come un prisma capace di rimandare immagini affascinati e allo stesso tempo inquietanti e nel libro di Vidal questi chiaroscuri si vedono: è il Paese dove c’è la pena di morte e la mancanza di una protezione sociale, ma dove esiste anche un’enorme vitalità culturale ed economica, oltre ad una grande capacità di rischiare”. Al Gore, cugino dello scrittore, si presenterà alle prossime elezione politiche, ma Vidal lo apostrofa “uomo del pentagono”, mentre si autodefinisce un autore “precristiano” che è comunque riuscito con grande ironia a suscitare le polemiche di quanti lo hanno letto. Lo scrittore descrive tuttavia le verità dei nostri giorni, soprattutto quelle americane, in cui l’elemento sessuale è diventato ossessivo, dove trionfa l’edonismo di massa e la libertà individuale, ma dove convivono terribili contraddizioni: esiste la pena di morte, la democrazia è schiava dell’economia e in nome dell’antiterrorismo tutto è sotto controllo. Non esiste più una serietà politica o intellettuale e nessuno è più in grado di educare: le Università sono diventate macchine del governo e punti di smistamento per legittimare incarichi futuri. Sebbene Gore sia nato per caso a West Point è in realtà un washingtoniano puro, adorato da Hillary Clinton, ed ha vissuto il potere in tutte le sue forme: come scrittore, sceneggiatore, attore e uomo politico vicino ai Kennedy, visto che sua madre Nina sposò in seconde nozze Hugh Dudley Auchincloss che a sua volta si risposò con Janet Lee Bouvier, madre di Jacqueline Kennedy. Jackie e Gore, al secolo Eugene Luther Gore Vidal Jr. , erano quindi fratellastri. Non sono stati meno importanti gli incontri che Gore ebbe con i più famosi scrittori dell’epoca: Albert Camus, André Gide, Bowles, Norman Mailer, Tennessee Williams, Anais Nin, Jack Kerouac e Truman Capote, “il quale ha cercato con successo di entrare in un mondo da cui ho cercato con successo di uscire”, ha ricordato Vidal, che adorava il padre e il nono materno Thomas Pryor Gore senatore cieco e fondatore dello Stato dell’Oklahoma.

 

Francesco Gnerre, BABILONIA

 

Gore Vidal “Palinsesto”

 

Esibendo spavaldamente un io ipertrofico Gore Vidal scrive: “Si direbbe che praticamente tutti coloro in cui mi sono imbattuto sono diventati oggetto di almeno una biografia”. E nessuno può smentirlo visto che le persone in cui si è imbattuto, ora personaggi di questo libro di memorie, si chiamano John e Jacqueline Kennedy, Eleanor Roosvelet, Tennesse Williams, Truman Capote, Anais Nin, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Norman Mailer, George Santayana, Greta Garbo, Marlon Brando, Paul Newman… vale a dire il fior fiore della politica, della letteratura, del cinema, del teatro degli anni Cinquanta e Sessanta. Di molti di loro Vidal descrive, con uno straordinario gusto del pettegolezzo, e a volte con cinismo e livore, vizi e virtù, relazioni e abitudini. Al centro c’è sempre lui, Gore Vidal, che si compiace con civetteria di riandare alla famosa notte del 23 agosto del 1953 passata insieme a Jack Kerouac: “nel vicino Chelsea Hotel, ognuno firmò con il suo vero nome. In tono solenne, dissi all’impiegato stupefatto che questo registro sarebbe diventato famoso. Mi sono spesso chiesto cosa ne abbiano fatto. Qualcuno ha forse strappato la nostra pagina? Oppure è ancora nascosto negli archivi polverosi del Chelsea? Lussuria a parte, entrambi pensavamo, già allora (questo fu prima di “Sulla strada”), che accoppiarci era un atto dovuto alla storia della letteratura”. E non basta: Vidal vuole precisare ulteriormente, ma forse gli pare troppo inoltrarsi in particolari erotici e allora ricorre alla memoria altrui, in questo caso di Allen Ginsberg: “Jack era piuttosto orgoglioso di averti fatto un pompino”. La mediazione di Ginsberg sembra aver finalmente chiarito tutto: “Grazie alla certezza di Allen di ciò che Jack gli aveva raccontato, alla fine mi ricordo del pompino”. Ma, a parte i pompini storici e l’esibizione, a volte un po’ noiosa, di parentele e amicizie che contano, il libro è anche la riproposta di una bella storia d’amore che Vidal ha già raccontato in altri modi. “Non ho mai avuto storie con nessuno. Sesso, si. Amicizia, si. Le due cose combinate? No. Jimmie, naturalmente, era qualcos’altro: era me”. Ma Jimmie muore a diciannove anni, nel 1945, ucciso da una granata giapponese e “da quel momento le guerre tendono tutte a fondersi l’una con l’altra”, scrive Gore Vidal. L’amore per Jimmie, alla base del romanzo “La statua di sale” del 1948, diventa l’episodio centrale di tutta la vita dello scrittore. Perfino il film Ben Hur di cui Vidal scrive la sceneggiatura nel 1959 ne è una variante, e buona parte di queste memorie (e sono le pagine più belle) sono una ulteriore rielaborazione di quella storia che assume le caratteristiche del mito: Gore Vidal e Jim Trimble diventano una moderna reincarnazione di Achille e Patroclo, come suggerisce lo stesso autore che così spiega il titolo di questo libro: “Palinsesto”: distinti strati archeologici di una vita da riportare alla luce come i diversi livelli dell’antica Troia, dove, in qualche punto di quelle città edificate sopra altre città, uno spera di trovare Achille e il suo beneamato Patroclo, e tutto il furore con cui ebbe inizio il nostro mondo.

 

Fernanda Pivano, CORRIERE DELLA SERA

Rivelazioni: Escono le memorie dello scrittore: un resoconto senza censure della sua vita privata e della storia letteraria e politica d’America

Vidal: “Jack Kerouac segreto e i miei altri amori”

 

Gore Vidal si è confermato nel 1995 il più caustico enfant terrible delle lettere americane pubblicando la sua bruciante autobiografia intitolata “Palinsesto”, una espressione sofisticata che l’autore spiega con la definizione: “Foglio di carta, pergamena, eccetera preparato per la scrittura e da poter cancellare come una lavagna”. Nell’introduzione al libro afferma che questo “è quello che praticamente fa il mio genere di scrittura. Comincia con la vita; crea un testo; poi una revisione, un ripensamento, cancellando qualcosa, ma non tutto, dell’originale”. Vidal rivela che le memorie raccolte in questo libro sono state registrate durante il 1993 e il 1994 e completate – o abbandonate – nel marzo 1995. Dice:” Procedo, avanti e indietro, tra il presente (ormai già passato) e la gente e i luoghi che ho conosciuto tempo addietro”; e afferma: “Palinsesto: distinti strati archeologici di una vita da riportare alla luce come i diversi livelli dell’antica Troia”. La sua è dunque una definizione delle sue memorie molto diversa da quella di William faulkner che le considerava “cronaca di eterne verità” e nelle sue pagine si snodano gli episodi più controversi della storia letteraria e politica d’America esposti in presa diretta, senza le reticenze da cui erano stati avvolti nelle cronache dei media e dei giornali. Vidal non delude le aspettative di chi lo conosce e si aspetta da lui rivelazioni magari scabrose. Le due rivelazioni più scottanti riguardano Jack Kerouac. Di Jack Kerouac l’autore racconta nel capitolo intitolato “Ora mi devi un dollaro” un’esperienza personale di omosessualità che aveva già raccontato nel 1974 in un’intervista documentata poi con dubbio gusto nel 1998 dal biografo Ellis Amburg in “Kerouak Sotterraneo”. Di Jacquiline Kennedy Vidal parla in tono quasi vendicativo, raccontando per esempio nel capitolo intitolato “Fare bene ciò che non si dovrebbe fare affatto” che Jackie ha perduto la verginità nell’ascensore di una pensione della Rive Gauche di Parigi, ma non ha sposato il suo seduttore preferendogli John Kennedy che era più ricco. Vidal ha conosciuto intimamente in gioventù la famiglia dei Kennedy,, e di Jackie era anche più o meno parente per una complicata storia di divorzi. Di lei Vidal insinua che era più innamorata di Robert Kennedy che di John; ma anche se le vicende di Jacqueline sono una chicca prelibata per le cronache mondane le memorie si basano su temi meno clamorosi ma anche meno controversi. Nelle pagine di Vidal sfilano personaggi più importanti della cultura e della politica d’America. Accanto a John kennedy che pare il protagonista del libro compare il giovane Jimmie Trimble, che Vidal ha conosciuto quando entrambe avevano diciassette anni e che presenta, o così pare, come suo grande amore, morto, a vent’anni in una battaglia in Giappone: l’ultima fotografia del libro lo mostra in uniforme accanto alla sua lapide. Di amori meno grandi in queste pagine Vidal ne presenta molti, per esempio Tennessee Williams,, forse il più illustre commediografo esistito in America, col quale Vidal ancora in uniforme è arrivato in jeep a Ravello alla fine della guerra. Insieme compaiono personaggi meno importanti nella sua vita ma di rilievo nella storia letteraria d’America, per esempio Anais Nin quarantenne d cui Vidal è stato molto amico quando aveva vent’anni, o George Santayana a Roma, o André Gide a Parigi, o Greta Garbo e il Duca di Windsor, Paul Newman ed Elizabeth Taylor, Norman Mailer e John Steinbeck, Paul Bowles e Truman Capote, quest’ultimo trattato con poca simpatia. Tra molte date inserite nel libro una mi pare particolarmente importante: il 1° maggio 1950, quando Vidal ha incontrato Howard Auster, al quale ha suggerito di cambiare il nome in Austen per evitare la persecuzione antisemitica, destinato a diventare suo compagno per tutta la vita (forse, come dice Vidal, senza sesso). Il libro finisce mentre Vidal, a 69 anni, compera due tombe, una per sé e una per lui, tra quella dell’indimenticato primo amore Jimmie Trimble e quella di Henry Adams. Gore Vidal ha scritto il libro a Ravello nella Rondinaia, la villa leggendaria che ha comprato nel 1972 e dove ha passato da allora quasi tutte le estati; e negli ultimi cinque anni, da quando è stato sfrattato dal suo splendido appartamento romano in via di Torre Argentina, anche i suoi inverni. Così la fila ininterrotta di scrittori americani che passando dall’Italia vanno a salutarlo come l’autentico ambasciatore d’America devono andare a cercarlo in cime alla collina di Ravello. Le leggi italiane sugli sfratti potevano provocare episodi imprevedibili come questo.

 

Antonio Debenedetti, CORRIERE DELLA SERA
– 07/04/2000

Lo scrittore si confessa e attacca: «Solo gli isterici dividono il mondo fra eterosessuali e gay»

Gore Vidal, l’altra faccia delle avanguardie

 

ll trucco, in questo libro gremito di nomi e cognomi illustri, c’è e consiste proprio nella sua vernice mondana. In realtà la caustica autobiografia del settantacinquenne americano Gore Vidal, all’ombra d’un vorticoso girotondo di ricordi e ritratti (c’è quasi tutto il gotha della letteratura gay anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta), propone un coinvolgente atto d’accusa contro tutti i pregiudizi nei confronti dell’omosessualità. Sono chiamati in causa, quali testimoni, Gide, Cocteau, Forster, Isherwood, Tennessee Williams, Ginsberg, Capote e altri ancora. A volte si ha l’impressione che lei, Vidal, descriva il gruppo degli scrittori omosessuali suoi vicini come un’avanguardia. Un gruppo che negli ultimi decenni si è spostato da Roma a Parigi, da Tangeri a Atene e Istanbul, portandosi dietro il suo modo originale di scrivere, di spendere la vita… Ecco perché ho usato il termine “avanguardia”… «Gli scrittori devono pur avere un tema e l’omosessualità era un argomento proibito, dunque più invitante. Il fatto che molti autori gay abbiano scritto del loro mondo e delle loro esperienze non li rende però un’avanguardia. Eppoi definire uno scrittore “omosessuale” è ridicolo come definirlo vegetariano…». Perché ? «Sto lavorando alla prefazione di un libro di Kostantinos Kavafis e questo mi porta a rilegge molta letteratura dell’antica Grecia e del mondo latino… Erano tutti omosessuali all’epoca? A questa domanda si sarebbe tentati di rispondere affermativamente. È anche vero, però, che molti hanno avuto figli, si sono riprodotti proprio come due millenni più tardi avrebbe fatto Oscar Wilde. L’assurda divisione degli uomini in etero e omosessuali è frutto del monoteismo. A mio avviso, il monoteismo è stato il nemico più grande della società con il suo tentativo di controllare, di imprigionare l’essere umano. In questo senso noi, come scrittori, siamo stati le prime voci che si sono ribellate contro pregiudizi inaccettabili». E. M. Forster, che lei sostiene fosse in tarda età il prudentissimo amante di un uomo sposato, di un funzionario di polizia… «La interrompo. Non vado pazzo per il lavoro di Forster. Quando lo conobbi mi disse che, prima di pubblicare Maurice , voleva aspettare la morte di sua madre. Poi, dopo la morte della madre, attese che morisse il suo amante…e anche la moglie del suo amante!». L’argomento della mia domanda era un altro, però. Nell’introduzione a Maurice , riferendosi all’omosessualità, Forster scrive: «…Si è verificato un cambiamento nell’opinione pubblica, qui da noi: il trapasso dall’ignoranza e dal terrore alla familiarità e al disprezzo…». Che cosa ne pensa? «Solo gli isterici possono essere indotti a dividere il genere umano in omosessuali e eterosessuali. Una società che adotti questa suddivisione è folle». In Palinsesto c’è una vera e propria galleria di grandi personaggi gay, a cominciare da André Gide. Lei descrive una visita a Gide e racconta che quando suonò il campanello dell’appartamento di rue Vaneau era molto emozionato. Le tremavano le gambe anche perché di lì a poco avrebbe stretto «la mano che aveva stretto la mano di Oscar Wilde…». «Lasci che le racconti un aneddoto poco noto su Gide. Era l’estate del 1948 e lo scrittore si trovava nel sud della Francia. Un giorno incontrò un ragazzo che gli piaceva e così, dopo breve trattativa, concordò un prezzo per appartarsi con lui. A cose fatte, però, Gide gli diede meno di quanto era stato stabilito. “Perché mi dà cosi poco?” protestò l’interessato. Lo scrittore finse meraviglia e aggiunse con irritazione di essere uno degli uomini di lettere più noti di Francia. Il ragazzo incuriosito gli chiese allora quale fosse il suo nome. E Gide rispose: François Mauriac». Qualcuno ha affermato che nel suo studio parigino Gide convertì insospettabili padri di famiglia all’omosessualità. Le sembra credibile? «Non credo che Gide facesse del proselitismo, semmai è stato Wilde a operare delle conversioni…». La vostra è stata una generazione ricca di talento ma anche di una straordinaria vitalità. Basterebbero a testimoniarlo le sue conversazioni con Allen Ginsberg, dove si parla di alcol, di fegati scoppiati per eccesso di alcol o di sesso. Ma che tipo era Ginsberg, un personaggio che i biografi tendono a mitizzare? «L’energia e la personalità superavano in lui il talento: non era un grande poeta ma una grande persona. Era pieno di energia e di questa si serviva per promuovere talenti come Kerouac o Burroughs». A volte si ha l’impressione (francamente inaccettabile) che a attirare lei e suoi amici in Italia sia stata la ricchezza dell’offerta sessuale… «Non è così. Sono i ricchi italiani, semmai, che vanno negli Stati Uniti a cercare sesso e droga. Gli americani, al contrario, vengono in Italia per trovare moglie o marito». Nelle sue pagine non è mai nominato Pasolini che, anche con la sua morte atroce, è testimonianza molto forte di pericoli, violenze, pregiudizi cui è esposto il mondo gay… «Il mondo di Pasolini era del tutto speciale. Ma Pasolini era friulano e io sono di origine friulana e non direi mai qualcosa di negativo su un mio conterraneo…». Il libro di Gore Vidal «Palinsesto» è edito da Fazi; pagine 400, lire 35.000 Antonio Debenedetti Cultura © Corriere della Sera

 

Maria Serena Palieri, L’UNITÀ

 

Gore Vidal: “Non imitate gli Stati Uniti d’Amnesia”.

Confronto con Veltroni su “Palinsesto”.

Gore Vidal, cresciuto a Washington all’ombra dei palazzi del potere, per un complicato quadro familiare quasi parente di Jackie Kennedy e parente di Al Gore, intimo di JFK ma – o “per” questo – critico radicale dell’establishment americano. E Walter Veltroni, il leader della sinistra italiana, che reso tributi pubblici maggiori a John e Robert Kennedy che a Togliatti. Faccia a faccia, in occasione della presentazione di “Palinsesto” l’autobiografia dell’autore di “Myra Breckinridge” uscita negli Usa cinque anni fa e tradotta ora in italiano per l’editore Fazi. Sede, una sala dell’Excelsior, albergo mato dagli americani che vi scendevano nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, e che Gore Vidal – un tempo un bellissimo giovane, ora bellissimo settantacinquenne dai capelli argentei e gli occhi fiordaliso – continua a prediligere. “Palinsesto” è stato scritto a Ravello, nella celebre villa a picco sul mare dove lo scrittore risiede quando non è a Los Angeles. Tratta una quarantina d’anni di vita di Vidal ed è, come è stata la sua esistenza, un libro precorso da una folla di personaggi di spicco: i politici, ma anche i registi e gli attori e un fiume di scrittori, da Tennessee Williams a Jack Kerouac ad Anais Nin a Christopher Isherwood a Paul Bowles a Truman Capote. Da questo punto di vista è una miniera d’oro per gli amanti del gossip di primissima mano e colto. Ma alla lettura colpisce piuttosto per altri due soggetti: l’amore adolescenziale per un atleta coetaneo, poi morto in guerra a Iwo Jima, Jimmie Trimble, al quale Vidal dedica un quarto del libro con pagine tenere e dilemmatiche; e la lettura dall’interno, spietata, accorata, ironica, di quarant’anni di storia americana. La politica Usa, appunto: vista dall’americano radical Vidal e dall’italiano kennedyano Veltroni. Così – in un paradossale, malizioso confronto – è Vidal che osserva che la prima vittoria del nuovo establishment statunitense nato dalla guerra fu “la sconfitta di Togliatti, nelle elezioni italiane del ’48, pagata coi soldi dei contribuenti americani”. Cui seguirono, elenca, il ritorno dello Scià in Persia come il golpe in Guatemala… Ed è Veltroni che spiega che agli occhi di un leader della sinistra italiana di oggi gli Usa sono “il paese di una tradizione democratica che nel ‘900 non ha conosciuto dittature. Né di un segno né dell’altro”. Il problema, naturalmente, è mettere d’accordo su di quale America si parli. Veltroni si toglie dall’angolo spiegando che di necessità parla di un’immagine: gli Usa che “affascinano e inquietano”, dove convivono “lo spirito liberal, pragmatico ma portatore di valori, e le barbarie della pena di morte”. Obietta Vidal: “l’America di oggi è un paese interessante: abbiamo perso repubblica e democrazia 50 anni fa, quando Henry Truman ha militarizzato l’economia e da allora abbiamo una guerra ogni due anni. La militarizzazione dell’economia ha coinciso con la nascita della Nato – che non doveva difenderci dall’Urss ma impedirci di diventare socialisti o comunisti – la nascita della Cia che doveva spiarci e la nascita di quotidiani e perfino riviste letterarie per fare propaganda… Tutto questo non fa bene al carattere di una nazione. Oggi l’1% della popolazione americana genera il 60% della ricchezza, il 20% staziona tra Congresso e Wall Street e l’80% non se la cava affatto bene. Cresce il budget militae mentre non abbiamo più un nemico. Alle elezioni dovremo scegliere tra Bush, che non mi sembra terribilmente intelligente, e mio cugino Albert Gore, che è intelligente ma è un uomo del Pentagono. Cresce una nuova generazione che non ha idea di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo perso: siamo gli Stati Uniti d’Amnesia”. Invita Veltroni a cercare un modello altrove: “Guardate da qualche altra parte: per esempio alla Groenlandia…”. Il leader dei Ds respinge l’accusa di esterofilia, obietta che “siamo già un grande paese: in questi otto anni abbiamo dimostrato di farcela contro una terribile crisi della politica, contro la mafia e la svalutazione della lira” e adesso ci stiamo perfino “abituando all’idea che il ricambio politico sia fisiologico”. Anche se, sia chiaro, aggiunge, “nel gioco dell’alternanza ognuno fa la sua parte”. Ma il vero convitato di pietra sono i Kennedy: appassionato oggetto di studi per Veltroni, quasi parenti per Gore Vidal. Per il primo gli assassini di John e Bob, come quello di Luther King, hanno “spezzato un sogno” (recitava così il titolo di un suo libro sul soggetto). Il secondo non dissente. Ma vede una continuità nel ruolo che gli apparati hanno giocato nella politica americana del dopo Truman. Nel ruolo della Cia, anche quanto all’omicidio del contendente di Nixon alle presidenziali, Wallace. “É strano come i quattro supposti rei di questi omicidi poitici scrivessero diari con tanta passione. Erano degli illetterati e annotavano con una foga che non ho riscontrato neppure in Anais Nin…” osserva. Gore Vidal, sguardo ironico degli occhi celeste fiordaliso, ci spiega che quasi pure i bambini, negli usa, sanno che la Cia ha un reparto apposito: specializzato nel fabbricare, all’uso, diari falsi.

 

Mario Ajello , IL MESSAGGERO

 

Sinistre/Faccia a faccia tra il leader Ds e lo scrittore Con un sorprendente scambio delle parti. Oggetto della discussione? Un Paese, il suo mito e le sue contraddizioni

 

Si sono scambiati le parti in commedia. Walter Veltroni fa l’americano. Gore Vidal stigmatizza i vizi politici della sua terra. Uno accarezza affettuosamente l’icona di John Fitzgerald Kennedy. L’altro, che lo conobbe da vicino, ama descrivere JFK come un bravo ragazzo che sognava di uccidere Fidel Castro, soffriva del morbo di Addison e non sapeva frenare gli scoppi di priapismo. «The President erect», lo chiamavano gli intimi, invece di «The President elect». O quella volta che Kennedy andò a letto con un’attrice di Hollywood e, dopo, qualcuno le chiese: «Com’è stato?». E lei: «I sette minuti più eccitanti della mia vita». Insomma l’America, come qualsiasi cosa al mondo, è un impasto di chiaro-scuri. Nell’America del settantacinquenne Vidal, che la destra yankee considera come il Demonio, tutto è buio. In quella del sogno veltroniano, prevalgono i colori pastello. «Anche se – osserva Veltroni – proprio in questi giorni si sta decidendo l’ennesima condanna a morte di un cittadino americano. Questo non è degno di un grande Paese». Vidal scuote il capo. La sua America, fiabesca quanto quella di Walter, si riassume nel Pentagono. Del resto è tipico dei progressisti d’Oltreoceano essere massimalisti nella critica al proprio Paese, fin dall’epoca della sinistra di Dwight Mac Donald e Mary McCarthy. Veltroni e Vidal – che insieme hanno presentato ieri a Roma Palinsesto (Fazi editore, 492 pagine, 35.000 lire), ultimo libro autobiografico dello scrittore di West Point con casa meravigliosa a Ravello – sono entrambi «ambasciatori», nei rispettivi Paesi, di un lontano Eldorado politico. Walter rappresenta l’America presso i progressisti di casa nostra (quando dirigeva l’Unità il clintonismo straripava in quelle pagine). Gore impersonifica, con eleganza dandy e cultura divertita, l’Italia oltre Atlantico. Informatissimo. Conosciutissimo. Cattivo quanto basta. Sia che giudichi i colleghi scomparsi («Truman Capote? Sapeva solo dire bugie. Raccontava ad esempio che Camus era follemente innamorato di lui»). Sia che insista sull’Orco a stelle e strisce: «Quella – ha ricordato a Veltroni – è una nazione in decadenza. Un impero senza cervello. Lontano dai valori repubblicani. In preda all’Amnesia». Gioca con le parole, Gore Vidal: «Usa potrebbe essere tradotto in Stati Uniti of Amnesia». Walter deglutisce amaro. E la raffica di dilemmi resta sempre quella. Amerika America? Inferno del Capitalismo o paradiso della Libertà? Terra dei berretti verdi o terra degli sconvoltoni di Woodstock? Della Baia dei Porci o delle marce di Martin Luther King? Del priapico Kennedy o del favoloso JFK? Di Ridgway il Generale Peste o di Dustin Hofmann nel Laureato? Della Coca-Cola il cui nome alla fine degli anni 40 fu bandito sulla rivista del Pci Vie Nuove – «chiamatela bevanda Zeta Zeta», fu consigliato – o di Galbraith e Springsteen, Barbarella e Spike Lee, Clinton e Signora («la mia amica Hillary», la chiamò Veltroni quando venne invitato al suo compleanno)? Si potrebbe continuare all’infinito nella pantomima di questo odio-amore suscitato dagli States. Il fatto è che a dispetto del veltronismo – dei libri che il segretario Ds ha dedicato al mito di Kennedy o al «Sogno degli anni 60», delle vacanze fra le sequoie e dei bimbi portati a Disneyland – la schizofrenia con cui la sinistra italiana ha sempre guardato al modello americano si ripropone clamorosamente in questi giorni. Riecco per esempio l’Amerika che ordinò le bombe di piazza Fontana e tutte le altre, fino a indurre la nostra Commissione stragi – nel documento appena licenziato – a definire «eccidi atlantici» quelle porcherie. E la parola Nato, in quelle carte parlamentari, in molte dichiarazioni di questi giorni, riprende ad essere pronunciata con gli accenti di rancore antico, con la deformazione stridula che toccava, nei cortei e sui muri, anche al nome di Kossiga. Se la Commissione stragi avesse preso come consulente Vidal, il testo della relazione finale sarebbe forse risultato più leggibile ma il senso politico sarebbe restato identico. «Non ho mai visto gli americani meno liberi», assicura con l’aria di chi conosce centimetro per centimetro gli ultimi 40 anni della storia americana. «La militarizzazione dell’economia cominciata con Truman negli anni 50 segna l’inizio della nostra crisi attuale e della povertà americana». Ancora. «La Nato fu inventata per non farci diventare comunisti e socialisti. La Cia è un modo per controllare i nostri pensieri e la sua prima vittoria la riportò nell’aprile del ’48 in Italia. Quando i soldi dei contribuenti americani vennero spesi per sconfiggere Palmiro Togliatti». Veltroni – che confessò di «non essere mai stato comunista» – non sembra in vena di condividere l’affermazione. Quasi pare che stia pensando: ah, i radical d’Oltreoceano, sempre così iperbolici e semplificatori, simpatici anche per questo… Vidal racconta che Wall Street, da un momento all’altro, potrebbe crollare. Veltroni, da direttore dell’Unità, con il Wall Street Journal strinse un accordo editoriale. Fra gli aneddoti più gustosi che usa raccontare l’ironico Vidal, c’è quello riguardante il popò di JFK. Mentre Kennedy è impegnato in un tirassegno a Palm Beach, lo scrittore Tennessee Williams (“The Glorious Bird”) prova una irresistibile attrazione per il suo didietro. E JFK, allora candidato alla presidenza, trovò – scherzando – la cosa «molto eccitante». Veltroni si chiede: «Gli omicidi di JFK, di Robert Kennedy, di Martin Luther King vorranno pur dire qualcosa. Gli assassini politici a quel livello, per l’Italia penso al caso Moro, hanno la forza di interrompere i grandi processi democratici. Quell’America, certa America, per me, è la ricerca costante della nuova frontiera. Rappresenta una grande vitalità che mi affascina. La voglia di rischiare e di andare oltre il confine». Super quiz: è più politicamente corretto parlare bene dell’America (Veltroni) o è più politicamente corretto parlarne male (Vidal)? ————————————————————————

 

Aurelio Picca, IL GIORNALE
– 05/11/2000

 

La sfavillante vita di Gore Vidal

Esce anche in Italia l’autobiografia dello scrittore statunitense

Gore Vidal, dagli anni Settanta, vive sulla rocca di Ravello, in cima ad Amalfi, e guarda il Golfo di Salerno. Qui ha scritto Palinsesto (Fazi, pagg. 470, lire 35.000), una biografia straordinaria. La sua. Che “sembra” un romanzo. I lettori sanno che non sempre le biografie romanzate riescono eccezionali. Non solo perché non sempre le vite trattate lo sono. Infatti per esserlo devono, primo, possedere la mano del grande scrittore; secondo, debbono sfondare il “genere” e confrontarsi con quella letteratura che con la Memoria ha edificato costruzioni narrative inimitabili. Terzo, la vita trattata, in questo caso di Gore Vidal, deve essere realmente straordinaria. Ma per esserlo, la straordinarietà non va cercata con realismo e senza invenzione e “menzogne”. Tutt’altro. Occorre scrivere un romanzo che assomigli a una biografia, e una biografia che sia un romanzo. Inoltre occorrono “mille associazioni” servono gli “oggetti di una determinata stanza”. Infinel’importante è che la memoria trattata appartenga al significato di palinsesto: “Foglio di carta… preparato per la scrittura e poi cancellato come una lavagnetta”. Ma soprattutto la storia sarà straordinaria quando “distinti strati archeologici di una vita” saranno “riportati alla luce come i diversi livelli dell’antica Troia, dove, in un qualche punto di quelle città edificate sopra altre città, uno spera di trovare Achille e il suo beneamato Patroclo, e tutto il furore con cui ebbe inizio il nostro mondo”. Gore Vidal, consapevole di possedere il Dna della classe “yankee”, si diverte a scrivere e riscrivere una lunga e per niente affaticata storia della sua vita, ma anche della cultura, della politica e delle centinaia di personaggi incontrati lungo l’esistenza. E in questo percorso, che non è rettilineo ma a forma di arcipelago (sono tante le storie e le invenzioni di “Palinsesto” che fruttano diversi romanzi in uno), all’impronta due ci appaiono i numi tutelari: Marcel Proust (e non poteva essere altrimenti) e lo scrittore del Sud americano che non ha scritto biografie, ma che della Memoria anche lui ha fornito un topos incancellabile: Faulkner. Ecco, Gore Vidal ha due temi imprescindibili da rispettare: il romanzo di Memorie, e il Sud: il Sud americano che se ne infischia, se necessario, anche del Potere, della Casa Bianca e dei suoi inquilini. E non per una forma astrattamente protestataria o snobistica. Ma soltanto perché l’incarnazione del Sud è la custodia della aristocrazia yankee, americana. “Palinsesto”, comunque, eccita il lettore e la sua fantasia (ogni falsa biografia, ogni falso romanzo, ma in fondo biografia, determinano ciò) così prodigo di un’aria epica, maledettamente “sudista”. I personaggi caricano un treno di follie, di svelamenti omosessuali, di aneddoti e tic ed eccentricità che non appartengono al “jet set” (sempre cordialmente disprezzato da Vidal), che non entrano nella stupida e tanto osannata “café society”. Al contrario, soprattutto gli eccentrici, sono quelli che non debbono fare finta di vivere, proprio preché hanno vissuto e visto tutto, e dunque rappresentano coloro che hanno il diritto di custodire l’onore: una parola tanto desueta, quanto non in vendita. E chi sono dunque gli uomini che proteggono l’onore? Sono quelli che vengono dal Sud. Anche il fiume Potomac, il fiume degli indiani, sui cui argini ha allenato nell’infanzia l’immaginazione Gore Vidal, appartiene all’onore e al Sud della nazione americana. Chiamare “Palinsesto” romanzo e non biografia (l’ambiguità non sarà mai rivelata, ovviamente), permette al pluridecorato Gore Vidal la libertà di ricostruire ciò che ha visto e vissuto spacciandolo invariabilmente per vero e contemporaneamente per poetico: tanto lo scrittore sa bene che la memoria non è avara di immagini e poesia. Anzi, essa è la nutrice migliore. É impressionante la serie di situazioni e nomi che Vidal mette in campo. E ogni nome è una storia: dalle bizzarrie di Dah e Dot, al litigio con Bob Kennedy, alla affettuosa amicizia con Jackie. E poi gli incontri con gli scrittori: Albert Camus, André Gide, Bowles, e una infinità di altri. E poi con i politici e gli attori e gli industriali. A parte invece va fatto il nome di Truman Capote – anche lui del Sud. Capote nasce nel 1924; Vidal, nel 1925. Tra i due c’è un anno di differenza appena, ma un oceano di rivalità. Quando Vidal conosce il bugiardo Capote, quest’ultimo gli si presenta così: “Che effetto fa essere un “enfant terrible?”. In tal modo tra i due i rapporti sono dichiarati per il presente e il futuro. Capote, lo scrittore con la “testatonda da feto”, aveva voluto essere il protagonista e poi il fustigatore del “jet set” e di quel mondo chiamato “café society”, lo stesso mondo intelligentemente disprezzato da Vidal: “Truman Capote ha cercato, con successo, di entrare in un mondo dal quale io ho cercato, con successo, di uscire”. Così il rapporto tra i due, anche in “Palinsesto”, fa scintillare, apre l’ennesima variante di una narrazione mai doma. Questo accade soprattutto perché dove Capote fallisce e muore (in “Preghiere esaudite”) come il narratore della memoria onnivora, come il protagonista alcolizzato e drogato che vorrebbe imitare definitivamente Marcel Proust, Gore Vidal vince, e proprio “Palinsesto”, ricacciando via da sé la morte della “café society”, del disonore di chi ha svenduto l’onore del Sud. “Palinsesto” è la vittoria di uno scrittore, immenso biografo di sé. É anche la vittoria sui fantasmi di un mondo definitivamente sepolto già in “Preghiere esaudite”. Capote si sbagliava assai nel dire a Vidal: “Si dice che sei solo una scopata da poco”. Con questo romanzo Vidal non risponde stappando una bottiglia di champagne. A pagina 134 ricorda di aver risposto, dall’alto della sua inappartenenza, “Finalmente, Truman, ci hai azzeccato”.

 

Marina Valensise, IL FOGLIO

Ha fatto del gossip un’arte ma se ne lamenta con il Foglio

Gore Vidal sulla vita, il sesso, la politica e l’esile libertà americana

 

Ravello. Gore Vidal è scontento di questa intervista, l’ennesima di un giornalista italiano. Le sue memorie (“Palinsesto”, Fazi editore), noi giornalisti le facciamo passare per una raccolta di pettegolezzi. Invece, lui protesta, è un’opera di letteratura, salutata per i suoi meriti artistici da grandi romanzieri inglesi come Julian Barnes Martin Amis. Dice che questa sarà l’ultima intervista che concede a un giornale italiano, per via dell’incompatibilità d’umore, nel senso di umorismo, che separa le due lingue e i due modi di pensare. Tant’è vero che in italiano non esiste, a suo dire, un equivalente del termine“wit”, che molti invece tradurrebbero con arguzia, acume, spirito, intelligenza. D’altra parte, il suo libro, per quanto eccellente dal punto di vista letterario, e interessante sotto il profilo storico e politico, è ricco di tanti piccoli dettagli sui quali da mezzo secolo tutti insistono quando si parla del suo “wit”. Sarebbe penoso trascurarli. E’ convinto, Gore Vidal, che l’ironia abbia in italiano una connotazione pesante: “Antipatica mentre per noi è spiritosa”. Ma lo dice senza sorridere, dall’alto dei suoi 75 anni che si trascina con grazia leonina, fra i limoni e i vigneti della Rondinaia, la villa sugli scogli, costruita nel 1925 dalla figlia di Lord Grimthorpe, creatore della vicina Villa Cimbrone,e da lui comprata nel 1972. Niente emozioni nemmeno davanti al gattino che l’aspetta sul portone. Forse qualche palpito in più glielo dà il vaso di cristallo, regalo della Fondazione Edmund Burke di cui è presidente,o il mosaico romano appeso in salotto sul tavolo di foto, fra le quali spicca la testa nera di Italo Calvino (l’unico scrittore verso il quale è pront o a riconoscere un debito), e una sorridente posa di Jacqueline Kennedy, sua quasi sorellastra, figlia della terza moglie di Hugh Dudley Auchincloss, l’ex marito di sua madre, Nina Gore, con tanto di dedica in calligrafia tondeggiante e iniziali fuori scala, indice di mania di grandezza. “L’ironia è prerogativa delle classi dirigenti” “L’ironia”, dice Vidal, “è una prerogativa delle classi dirigenti e degli intellettuali. Anche un presidente può fare dell’ironia sul potere e persino un insegnante, che di potere non ne ha affatto. Gli stati di polizia devono ricorrere all’allegoria. Ma più grande è l’impero, maggiore è l’ironia, che è soprattutto uno stato mentale e deve contenere in sé un’autodifesa, l’autodisapprovazione, per riuscire a parlare dei potenti e delle loro vi-cende in modo lieve e non arrogante”.E’ quello che lui stesso ha cercato di fare nelle sue memorie. “ ‘Palinsesto’ è un libro stoico dove non mi lamento di niente. Non parlo dei miei successi. Non prendo posizio-ne sui personaggi che descrivo o sulle loro scelte. Con stile calmo e distaccato racconto solo quello che è successo, in quarant’anni di storia americana, cercando di mantenere uno sguardo neutrale, come uno scienziato che parla d’un esperimento di laboratorio. E’abbastanza insolito rispetto a tutte quelle au-tobiografie piene di sofferenza che oggi sono in circolazione. Peccato che i giornalisti italiani non se ne siano accorti. L’unica recensione che ho visto ne parla come se fosse un libro di rivelazioni sessuali, degno di suscitare orrore e disappunto. Quando l’ho letta ho pensato che non era stata una buona idea farlo uscire in Italia”. In fondo è lo stesso destino di “The City and the Pillar” (“La Statua di sale” Fazi 1999). Quel romanzo quando uscì, nel 1948, fe-ce scandalo, tanto che il New York Times lanciò l’ostracismo. Oggi invece è oggetto di studio in tutte le università americane. “L’amico che mi ha convinto a farlo tradurre, diceva ‘Palimpsest’ non è un libro scandalistico, è una Maratona’. Aveva ragione. E’ la sto ria di una battaglia, come la famosa battaglia dei Greci contro i Persiani nel V secolo avan-ti Cristo . E’ la storia di due giovani che partono per la guerra, vanno a combattere il nemico americano nel Pacifico, poi uno torna a casa e l’altro no”. Racconta la sua storia d’amore con Jim Trimble, l’unica passione della sua vita, verso il quale, stoicismo a parte, Vidal mostra ancora struggimento quando scrive: “Ho vissuto mezzo secolo insieme a un uomo, ma il sesso non ha giocato alcuna parte nella relazione, e così dove non c’è desiderio o ricerca, non c’è completezza. Ma ci sono delle soddisfacenti condizioni interiori, dei frammenti”. “Jimmie – spiega seduto in controluce sul divano dello studio – era la mia metà. Ci ho messo molto tempo per scoprirlo. Volevo capire cos’era successo, scoprire chi era veramente quel ragazzo, che vita avrebbe avuto. E che significato aveva per noi la completezza. Vede, il sesso tra ragazzi era talmente comune che di per sé non significa niente. Ma noi due, a 14-15 anni, eravamo già quello che saremmo stati da grandi: Jimmie era un atleta professionista, giocatore di baseball, anche se alla fidanzata scriveva: ‘Se perdo il braccio mi metto a fare il professore d’inglese’. Io ero già uno scrittore, perché ero nato scrittore. Avevamo un’affinità naturale”. E’ convinto, Gore Vidal, che “l’attrazione primaria” tra gli esseri umani sia “innata e immutabile e raramente una ‘scelta’ come pensano gli ignoranti”. Eppure ha passato tutta la vita nella promiscuità sessuale. “Per le classi dirigenti era facile, certo molto di più che per il nervoso ceto medio, che deve tenersi stretto il lavoro e vive sotto il controllo del governo. Gli inglesi sanno bene che l’aristocrazia ha sempre avuto molto più in comune col popolo, che col ceto medio”. Adesso che quella promiscuità sessuale la rievoca senza pudore, sembra mettere in guardia il lettore sul possibile mistero che lega gli animi“l’affinità elettiva” come dice: “L’ho raggiunta ed è andata via. Certo non me la sono andata a cercare. Sono sempre stato soddisfatto della lussuria. Nessuno ci crede, ma non ho mai fatto sesso con gli amici. Il sesso lo puoi sempre trovare. Un amico no. E il sesso tra amici non funziona. Un uomo e una donna fanno sesso per dieci anni, poi si spo-sano e divorziano. Appena il sesso si fa isti-tuzionale non lo sopportano più”. “Vorrei vivere in un’epoca di neopaganesimo” Che il sesso sia il tratto distintivo più ossessivo e incombente dei tempi nostri è fuori discussione, per lui. “Ho fatto del mio meglio per dimostrarlo” dice Vidal. “Personalmente, mi identifico col mondo precristiano”. Non pensa forse, lui che nel 1964 ha scritto un romanzo sulla vita di Giuliano l’Apostata, l’imperatore che combatté il cristianesimo, di vivere un’epoca di neopaganesimo? “Mi piacerebbe. Ma ci sono così tante religioni al giorno d’oggi, religioni secolari come la globalizzazione, lo Stato nazione, l’impero americano”. Denuncia la decadenza dell’impero americano, impero senza cervello, lontano dai valori repubblicani, corruttore della libertà e del civismo. Eppure quello stesso impero segna il trionfo dell’edonismo di massa, offrendo la massima estensione alla libertà dell’individuo: “Ma lo sa lei che in America ci sono più di due milioni di persone detenute in prigioni, per reati minori, come fumare la marijuana, carcerate a vita per esser state beccate tre volte a vendere un unico spinel-lo? E lei parla di libertà? Con la pena di morte? Gli americani non sono mai stati così vessati dal governo. Se uno vuole andare da una città all’altra in aereo, deve passare attraverso il controllo antiterrorismo, svuotare le tasche. Non si fa altro che parlare di offensiva antidroga, antiterrorismo per tenere tutti sotto controllo. Non ho mai visto gli americani meno liberi”. Ma non sono anche la società più edonistica e liberale che sia mai esistita? “Non è vero. Lei sta parlando dell’un per cento della popolazione, che chiacchiera sui media, non della gente comune e di certo non dei nostri governanti”. Quell’un per cento però forma l’opinione, diffonde valori, stili di vita. “Cinquant’anni fa queste categorie, seppure esistevano, non erano utilizzate. Nessuno veniva definito in base alla sua vita sessuale: uno era liberale, conservatore, ingegnere. Oggi è molto peggio. E in un paese in cui ci sono interi quartieri, come West-Hollywood e San Francisco, dove un certo numero di persone sceglie di vivere in un ghetto, non s’è fatto un gran passo avanti”. “Non esiste più seria vita politica” Come spiega allora l’irruzione della vita privata in politica? “E’ un grande diversivo, per evitare che la gente discuta sul serio di chi raccoglie i soldi dei cittadini, chi li spen-de e come. Se non puoi avere accesso al potere, se il rappresentante che eleggi al Congresso o alla Casa Bianca non fa che servire gli interessi dei grandi gruppi industriali e militari, dai quali dipende finanziariamente la sua stessa elezione, non ti resta che parlare di sesso e di dieta vegetariana, di Scientology e di tutte quelle cose succose che fanno impazzire gli americani. Non esiste più una seria vita politica né una seria vita intellettuale. L’Università, che per anni è stata sovvenzionata dal governo per far ricerca nel campo degli armamenti e fare propaganda in quello delle scienze umane, è diventata un centro di smistamento per assegnare incarichi e fondi di ricerca, senza dar fastidio a nessuno. Nessuno più educa, perché educare vuol dire insegnare ai giovani cose che non conoscono, mettergli in testa strane idee, che non devono avere, perché poi potrebbero voler cambiare le cose. Così al posto del dialogo socratico imperversa il pettegolezzo. Unavita non esaminata non vale la pena di essere vissuta, diceva Platone. Prova a esaminare quella americana, e ti metti subito nei guai”. Il pettegolezzo, per quanto lo riguarda, comincia nelle memorie col resoconto della famosa notte con Jack Kerouac al Chelsea Hotel di New York. Continua poi col ricordo del masochismo di Anaïs Nin, più vecchia di lui ma non meno ossessiva. “Non avrei mai citato Kerouac se non avesse raccontato di me nei ‘Sotterranei’, sotto le spoglie di Ariel Lavalina. Il suo agente era terrorizzato che gli intentassi causa per diffamazione, mi scrisse una lettera per sapere cosa volevo fare. Io naturalmente dissi di no. Ma la cosa non mi piacque. Idem per Anaïs Nin, l’ultima persona al mondo sulla quale avrei voluto accendere i riflettori. Ma le dovevo una risposta a quanto aveva scritto nei Diari”. Non sembra amarla molto, così come non sembra amare molto le figure femminili che inseguono co-me ombre la sua memoria – se si eccettua la nonna Dot, l’amica Alice Astor Bouverie, che gli fece scoprire la casa di Edgewater, e la quasi fidanzata Joanne Woodward, che usciva con lui, ma solo per sposare Paul Newman. La madre, per esempio, figlia del senatore cieco fondatore dello Stato dell’Oklahoma, Thomas Pryor Gore, viene descritta nel suo sfrenato rampantismo e nel dettaglio dei suoi orgasmi mancati di cui lei stessa, alcolizzata persa, parlava a tutti. “Insisto sul termine realismo. Se uno si mette a provare un’automobile sulla mia gamba e la spezza, io dico quell’auto mi ha spezzato la gamba. E’ una cosa compassionevole? Perché mai avrei do-vuto cercare di capire mia madre? Era pazza. La prima regola della narrativa, diceva credo Henry James, è non raccontare mai una storia dal punto di vista di un protagonista mat- to. Ci dev’essere sempre un’intelligenza ra-zionale che lo muove”. Racconta con dovizia di dettagli la disinibita esistenza dei suoi amici potenti. Ma è anche il primo a scandalizzarsi per l’invadenza dei media. “Oggi – scrive Vidal – un cronista rimprovera a Clinton di non aver idea di quello che aveva dovuto sopportare Roosevelt con la stampa. All’epoca, leggevo i giornali ed è vero che Roosevelt venne attaccato per la sua politica fascista-comunista, ma a nessuna puttana venne concessa la prima serata in tv per parlare del suo cazzo”. “Sono ironico o spiritoso?”, domanda lasciando scoprire la curva bianca degli incisivi, ancora perfetti. Scaltro, si direbbe. E in questo rappresenta la fine dell’ipocrisia, atteggiamento molto postmoderno: “Infatti, in America i giornali di destra mi considerano il Diavolo”. Racconta degli amori adulterini di Franklin Delano Roosevelt, la tresca con la segretaria (per troncare la quale Eleanor era disposta al divorzio) che poi però venne abbandonata per Marta di Norvegia. “Non sappiamo se fu anche una passione sessuale, perché era molto malato. Ma ne era molto innamorato. E il figlio ha sempre detto che era attivo sino alla fine della sua vita”. Racconta il disperato priapismo di John Kennedy, che gli intimi in privato chiamavano “the President-erect” in-vece che “the President-elect”. Racconta l’u-miliazione della moglie Jackie, che piangeva quando lui le diceva che avrebbe potuto sposare Grace Kelly, e si consolava con William Holden. Racconta il di lei matto cinismo per il soldo che la spinse, da vedova, nelle braccia del greco Onassis: “Jack amava le attrici di Hollywood, e sua moglie voleva dimostrargli che poteva fare lo stesso. La vita sessuale di JFK è importante. A me però interessa molto di più sapere quanto fosse malato. Era affetto dal morbo di Addison e viveva sotto cortisone. Non avrebbe potuto vivere altri quattro anni. Era uomo da carpe diem, voleva fare tutto prima di morire. Quando penso che aveva in mano la bomba atomica, che aveva deciso di entrare in guerra con l’Urss se ci fosse stato negato l’accesso a Berlino, c’è da rabbrividire; che in quelle condizioni di salute gestisse la crisi cubana della Baia dei porci, beh, vengono i brividi ”. Era un nihilista? “Non ci ho mai pensato. L’ossessione per il sesso faceva parte del potere. Una volta a Bill Walton, che gli suggeriva di fare attenzione, disse: ‘They can’t write it when I am alive, and when I am dead, I don’t care’ ”. E lo dice mimando nella voce il greve accento mascellare di JFK (“Me vivo non lo possono scrivere, e da morto me ne fre-go”). “Mi sono spesso chiesto se volesse un rapporto maturo. Non credo. Voleva solo sesso, lussuria. Insieme abbiamo sempre discusso di tutto, ma di donne mai. Erano il suo chiodo fisso. E penso sarebbero rimaste orri-pilate se avessero saputo in quale scarsa considerazione le teneva. Una volta un’attrice di Hollywood, della quale non dirò il nome, ebbe una storia con lui: ci andò a letto. Qualcuno le chiese: com’è stato? E lei: ‘I sette minuti più eccitanti della mia vita’ ”. Un po’ breve? “Molto breve”. Racconta Gore Vidal persino l’attrazione per il sedere di Jack Kennedy, impegnato in un tirassegno a Palm Beach, da parte di Tennessee Williams, “the Glorious Bird”, col quale riscoprì Roma nel 1948. Ken-nedy allora candidato alla presidenza, trovò la cosa “molto eccitante”. “Naturalmente, lo diceva in senso ironico”. Ulteriore dimostrazione del sospetto d’intraducibilità tra le lingue. Non è mai stato tentato anche lei dal presidente? “Jack? Non sono attratto da uomini adulti. E poi vige la regola del niente sesso tra amici”. Marina Valensise

 

Guido Moltedo, IL MANIFESTO

Vidal, un aristocratico liberal

E io mi fermo ai Kennedy

 

Il nome è il cognome della madre, il cognome è il cognome del padre. Eugene Luther Gore Vidal jr, in arte Gore Vidal, dai primi anni settanta vive una buona parte dell’anno a Ravello, uno dei punti più belli della costiera che sovrasta il Golfo di Salerno, in una villa dalla vista mozzafiato (si guardi la foto sul piccolo album a corredo di “Palinsesto”). L’italiano, però, lo mastica ancora con qualche difficoltà e delle vicende italiche correnti non sa granché nè sembra chissà quanto interessato (ma, pettegolo com’è, a quelle di Ravello sì, il paesotto che, come l’immensa Los Angeles, gli ha dato la cittadinanza onoraria: “le mie due città… natìe?”). Non c’è dubbio, è l’America la realtà che sta nella testa di Gore Vidal, anche quando ne è lontano. E lui è un americano a tutto tondo, a cominciare dal nome “inventato” in odio ai genitori, specie la madre. Una “trovata” che per l’America non è certo fuori del comune. E’ un paese in cui puoi mettere sulla targa dell’automobile il tuo nome invece di quello della città, figurarsi se nn puoi cambiarlo e assumere quello che più ti aggrada, per esempio assemblando due cognomi. Già, ma che americano è Gore Vidal? La sua è una famiglia del sud. Ma lui, che pure è nato a West Point, è un washingtoniano. E Washington è una città a parte in America, è la politica, è il potere. Nella sua vita c’è anche più di un tentativo di diventare parlamentare – prima alla camera dei rappresentanti, poi al senato – nonché la copresidenza del People’s Party. Già, ma West Point, che c’entra? Un caso. Il padre, Gene, si trovava lì quando ebbe Eugene: era istruttore nella locale accademia militare (prima di essere stato un buon giocatore di football; poi sarebbe stato un pioniere del trasporto aereo, contribuendo alla fondazione di tre compagnie la TWA la Fastern e la Northeast). Abbiamo detto washingtoniano. Definizione limitativa. Gore Vidal è anche californiano e newyorkese. L. A. è la sua residenza quando non è Ravello, o anche New York. E lui è tutto questo, nei suoi libri, nella sua vita: politica, potere, Hollywood, Broadway, letteratura, cultura… Quando si occupa dell’America d’oggi come polemista, è un’americano “radical”: se scrive di politica o di costume lo fa preferibilmente su giornali “leftist” come “The Nation”. Ed è un estremista brillante e corrosivo e persuasivo, a parte il fatto che è sempre straordinariamente bravo. Ma per storia, per censo e per celebrità, è un intellettuale dal sangue blu, è un membro effettivo dell’aristocrazia “liberal”, quella casta affluente e filantropica e spregiudicata, così magistralmente descritta in “Palinsesto” che con i Kennedy ha fortemente segnato gli anni sessanta, il decennio più importante per l’America, lasciando una traccia duratura, indelebile. Infatti, non è strano che, dovendo scrivere una biografia, la circoscriva ai primi quarant’anni della sua vita, fino al 1964. Il che, appunto, diventa la storia degli anni sessanta e di ciò che preparò quel decennio. I personaggi che popolano “Palinsesto” compongono l’album di quel periodo così straordinario: John (“Jack”) Kennedy, Tennessee Williams, Anais Nin, Truman Capote, Norman Mailer, Williams Burckley, Paul Newman, Joanne Woodward, Jack Kerouac, George Santayana…: “Si direbbe che praticamente tutti coloro in cui mi sono imbattuto sono diventati oggetto di almeno una biografia”. Come gli anni sessanta, Gore Vidal è una piacevole massa di curiosità e contraddizioni, di ironia e di autoironia. Lui è quella vicenda, la rappresenta. “Palinsesto” ne è specchi fedele. L’autore di “Williwaw” e di “Burr”, di “Washington D. C.” e di “Lincoln”, non ha dunque scritto né una biografia né un libro di memorie ma un pezzo di storia e di società che non è solo la sua vita, ma quella di una generazione speciale.

 

Emanuele Trevi, IL MANIFESTO

“Palinsesto”: l’autobiografia di Gore Vidal, un esempio di oltranza documentaria

La mia arte della memoria a letto con Kerouac

 

Circa alla metà di “Palinsesto”, il poderoso e straordinario libro di memorie di Gore Vidal adesso tradotto il italiano da Maurizio Bartocci (Fazi, pp. 494), ci si imbatte finalmente nella leggendaria notte – quella del 23 agosto del 1943 – passata a letto con Jack Kerouac. In un libro come questo, dove vengono incessantemente celebrate le strambe nozze di Narciso con Folologia, l’occasione è tale da istigare Vidal a una vera e propria oltranza documentaria. Cosa sarà mai accaduto tra i due scrittori, ancora molto giovani, in quella torrida notte, una volta liberatisi di un terzo incomodo di lusso, che risponde al nome di William Burroughs? Kerouac avrebbe affidato la sua versione a una pagina dei “Sotterranei”, dove Vidal diventa “Arial Lavalina”. a ventotto anni, Arial è già “il famoso giovane scrittore” per antonomasia. E’ bello e arrogante, un abitatore dei quartieri alti dominato da tre passioni: la lettura, la scrittura, e un sesso marchettaro privo di implicazioni psicologiche e sfumature sentimentali. Ad ogni modo, il suo sostanziale cinismo non esclude (semmai esalta) la capacità di cogliere e apprezzare la grandezza altrui. Di fronte al magnetismo di Kerouac, Vidal-Lavalina mette così da parte due regole essenziali del comportamento: “non andare mai a letto con un ubriaco”; “mai fare sesso con uno più vecchio”; La pagina dei “Sotterranei”, che Vidal riporta per intero in “Palinsesto”, è bella. Ma il vecchio memorialista, che a metà degli anni novanta rimasta nel passato remoto chiuso nella sua villa a Ravello, è ormai del tutto insensibile (almeno in sede autobiografica) al fascino del nondetto o della mezzatinta. rimpiange la reticenza di Kerouac in materia sessuale. Nel solco di quella reticenza, si è infilata un’infinità di pettegolezzi inconcludenti. Anche loro, a giusto titolo, fanno parte del grande “palinsesto”. (…) Come gli strati di scrittura sovrapposti di un palinsesto, quelle voci ulteriori occultano e finiscono per cancellare la traccia originaria: la dissolvono in un pulviscolo di relazioni, sollecitazioni, fraintendimenti. Qui sta forse il fascino maggiore della scrittura autobiografica di Vidal, nella quale spesso e volentieri l’”oggetto” si ribella al suo ruolo passivo e sembra impadronirsi delle briglie del discorso. da questo stato di costante ammutinamento, Vidal deriva il miglior partito possibile, dal punto di vista dell’interesse narrativo. Il caso di Kerouac, che avevo iniziato a esaminare, è così importante nell’economia affettiva del libro da determinare addirittura l’esigenza di un vero e proprio “deux ex machina”. E chi altri potrebbe incarnare il ruolo meglio di Allen Ginsberg? Così, trasportandoci dentro uno strato più recente del già intricato palinsesto, Vidal ci racconta di lui e Ginsberg, ormai già avanti con gli anni, che bevono un té a Los Angeles. Finalmente, il contributo di Ginsberg sembra dirimere la questione :”Jack era piuttosto orgoglioso di averti fatto un pompino”. Con l’umiltà, Vidal incassa il contributo. “Grazie alla certezza di Allen di ciò che jack gli aveva raccontato, alla fine mi ricordo del pompino”. Ecco un vero caso di restituzione del ricordo al suo legittimo proprietario. Il quale raccoglie i suoi ciottoli, e sembra passare via, senza stare troppo a preoccuparsi di sembrare simpatico o antipatico, veritiero o mitomane. In realtà, almeno finché si è vivi, “passare via” è un’impresa impossibile. Semmai, siamo condannati a un eterno andirivieni tra gli strati superficiali e quelli più profondi del palinsesto, in una circolarità che, di fatto, impedisce di progettare più di tanto un’immagine di sé da consegnare ai posteri. Attimi lontanissimi irrompono nella quiete apparente dell’estremo rifugio di Ravello, nella villa bianca, “alla fine della strada”, alta sul golfo di Sorrento. A sua volta, il vecchio per niente spaurito e tremante che ancora regge la penna in mano, irrompe nel proprio stesso passato, scompigliandone la fisionomia e le gerarchie di valori. E la forma del libro, perfettamente anulare, non può riflettere che questa filosofia della temporalità, atea fino al midollo. “Palinsesto” si apre e si chiude con l’immagine di un uomo nel mezzo del cammino della vita. Come a dire: cautamente lontano dalle opposte e complementari mitologie dell’Origine e della Fine. Libri e amici, sesso e bevute, viaggi e musiche – insomma tutto ciò che ci è dato in sorte di godere sta lì, nel mezzo, dove c’è ancora spazio per inventare un’esistenza che non assomigli a quella di nessun altro, a distanza di sicurezza da ogni dirupo metafisico. Nella peggiore delle ipotesi, il lettore di oggi, e soprattutto quello più giovane di Vidal, si troverà di fronte alle vestigia di un “mondo di ieri” antipatico e incomprensibile. Confesso che i capitoli sull’alta società di Washington e le sue dinastie politiche mi hanno fatto sentire il vivo bisogno di un antidoto, di un’aria migliore, come quella che si respira, per fare l’esempio più estremo, nel bellissimo epistolario di Charles Bukowski appena pubblicato da minimun fax. Ma nessuno a colpa del mondo nel quale è nato. Tanto più se, a vent’anni, si è scritto un libro come “La statua di sale”, e poi si è riusciti a vivere all’altezza di quella sfida. resta il fatto che, nei capitoli migliori, “Palinsesto” è la testimonianza di un’impeccabile arte del ritratto, capace di ironia e livore. Il ritrattista sa che solo per poco tempo è dato in sorte agli uomini di assomigliare effettivamente all’immagine migliore di se stessi. Poi il tempo “abbandona tutti noi”, come Vidal spiega a un ragazzo, incontrato all’aeroporto di Orly, che gli chiede se Kerouac assomigliava in effetti al ritratto stampato sulla sua maglietta. “si, per un po’, e questo è tutto ciò che basta”. E’ a caccia di quella “perfezione momentanea” (come la chiamò Oscar Wilde) che ci si immerge, senza più paura di sporcarsi, nelle acque limacciose del “palinsesto”.

 

Marco Tabellione, IL CENTRO

 

«Io e i grandi bugiardi del mondo»

 

«Ho camminato mano a mano con alcuni dei più grandi bugiardi dei nostri tempi». Si apre con questa dichiarazione perentoria l’autobiografia di Gore Vidal, intitolata «Palinsesto» e pubblicata in Italia da Fazi editore al prezzo di 35 mila lire per 492 pagine e la traduzione di Maurizio Bartocci. Un’autobiografia graffiante, piena di sorprese, come dimostra anche l’asserzione iniziale, realizzata da uno degli scrittori più polemici e critici nei confronti della cultura americana del dopoguerra, intimo amico del beat Jack Kerouac. Autore di romanzi come «Giuliano» del 1964, «Live >from Golgotha» del 1992, la raccolta di saggi «United States: Essays», le cronache di storia americana «Washington D.C. Lincoln» del 1984, «Empire» del 1987, «Hollywood» del 1990, in questa autobiografia, che mantiene il tono affabulatorio e narrativo delle altre opere di Vidal, lo scrittore americano non si perita di citare pettegolezzi e retroscena di personaggi famosi dell’America post-bellica, da Eleanor Roosevelt a Paul Newman, fino ai rappresentanti della famiglia Kennedy, di cui fu amico. Insomma, il resoconto di una vita intera, che si interseca con la storia di uno dei più grandi Paesi del mondo, un’autobiografia che per giunta Gore Vidal fa iniziare fin dai primi anni. «Prima delle carte che ti distribuisce la vita», annota descrivendo il suo primo ricordo d’infanzia, «vengono quelle che ti ha distribuito il destino. La propria famiglia». E da qui comincia una lunga sequenza di personaggi e fatti, incontrati di persona o semplicemente citati. Come Nixon, su cui il giudizio di Vidal non è certo lusinghiero: «Non ho mai conosciuto Nixon, ma nella sua prima visita a New York, disse “Sono qui per vedere The Best Man, la mia pièce”, nella quale lui compare in modo sinistro». Oppure ancora la lunga amicizia con Paul Newman, che avrebbe dovuto recitare nei film tratti dalle sceneggiature di Vidal, invece puntualmente cambiate e storpiate. «Immediatamente», ricorda lo scrittore a proposito di un film a cui lavorarono insieme, «il nostro impiegato sostituì il nostro regista originale con il suo, che a sua volta portò un suo amico per migliorare la sceneggiatura di ciò che apparentemente era il mio film. Paul – persona non particolarmente forte in questioni del genere – permise che il dirottamente avesse luogo. Il risultato fu “Furia selvaggia”, un film che potrebbe piacere solo a un francese». E così via a svelare gli altri retroscena dell’industria dello spettacolo americano, a cui Gore Vidal contribuì, ma sempre con distacco e a volte in posizione polemica. Del resto Vidal è uno scrittore di razza, un libertario della penna, anche nello stile, e lo si capisce dai suoi toni ironici, ammiccanti, di grande intelligenza. Una penna graffiante e gustosa, quella di Gore Vidal, da cui emerge una personalità composita, grande nello stabilire relazioni, ma altrettanto grande nel mantenere il giusto distacco critico. Ed ecco allora la sua autobiografia diventare una galleria di personaggi celebri e non, una sequela che costituisce una sufficiente casistica dei tipi umani, sui quali tuttavia una categoria sembra prevalere, quella appunto dei bugiardi. «Un ordito di menzogne?», si chiede ancora all’inizio lo scrittore, «potrebbe forse esserci titolo più adatto e convincente per un libro di memorie? Soprattutto se chi sta ricordando il proprio passato non si riferisce tanto alle proprie menzogne quanto a quelle altrui». Insomma, quanto basta per stimolare la curiosità di qualsiasi lettore. «Applaudiamo», ha sostenuto il critico Julian Barnes recensendo l’autobiografia sul Guardian, «l’energica mancanza di pacatezza di Mr. Vidal in questa autobiografia: possa egli avere lunga vita e tutto l’inchiostro che desidera».

 

SETTE – CORRIERE DELLA SERA
– 05/11/2000

Provocazioni

L’amante di Kerouak

 

Quando un libro di memorie si fanno scottanti rivelazioni (come quella, per esempio, di essere andati a letto con Jack Kerouak, con ricchezza di particolari anatomici e dettagli di tecniche erotiche), è fatale che i giornali riportino le notizie con toni scandalistici. e’ quanto è accaduto, al tempo dell’uscita in America, a “Palinsesto” di Gore Vidal (pubblicato ora in Italia da Fazi). A leggere il racconto autobiografico di Vidal (che l’autore preferisce chiamare romanzo), si capisce che l’effetto ultimo del libro non è lo scandalismo, la dissacrazione, lo sputtanamento o come preferite chiamarlo. Vidal (che certo non ha paura delle provocazioni) racconta la sua verità, quello che ricorda di una vita ricca di ottime frequentazioni. Ma il sapore di fondo ha qualcosa di doloroso. Vidal, ricordando, si accorge di essere una sorta di sopravvissuto, di appartenere a un mondo che non c’è più. La citazione di una frase di Saul Bellow è in questo senso rivelatrice: “Io appartengo a una generazione ormai quasi del tutto scomparsa che era appassionata di letteratura”. Vidal sottoscrive. Ogni passione è ormai spenta, certi ordini di grandezza ormai irraggiungibili: “A Parigi c’erano Bellow e Mailer e Capote e Baldwin e Bowles, mentre io e Tennessee (Williams) dividevamo un piano del piccolo Hotel de l’Université. Con il fiorire del secolo, tutti noi saremmo stati debitamente ammirati e conosciuti mentre dividevamo, simultaneamente, pura coda di una letteratura occidentale sempre più irrilevante”. La coda di una cometa che fu folgorante. a un certo punto Vidal ricorda gli occhi di John Kennedy: “Di un azzurro opaco, tenebroso”. Occhi “interessati” non “interessanti”: la stessa distinzione che Gertrude Stein fece parlando degli occhi di Hemingway

 

Natalia Aspesi, ELLE
– 05/01/2000

Scrittore, sceneggiatore, attore, uomo politico: Gore Vidal è una figura mitica della cultura degli Stati Uniti. Nelle sue memorie ci sono tutti descritti ora con affetto ora con crudeltà: da Jackie Kennedy alla spudorata Anais Nin

Una giovinezza americana

“Calcolavo, a 25 anni, di aver avuto più di mille incontri sessuali. Non un primato (Jack Kennedy e Marlon Brando tenevano il passo) ma non male, visto che non mi ero perso malattie veneree come loro”

Quando, a 22 anni, Gore Vidal volle a tutti i costi pubblicare il suo secondo romanzo, “The city and the pillar” (ripubblicato anche recentemente da noi col titolo “La statua di sale”), sapeva benissimo che avrebbe avuto tutta l’America, anche quella intellettuale, contro. Era il 1948, da tre anni la guerra era finita, guerra a cui il giovane di ottima famiglia aveva partecipato, e la gente richiedeva solidità, principi, moralità, certezze. Un romanzo parzialmente autobiografico che parlava dell’amore tra due giovani maschi, era un’offesa, un pericolo. I grandi giornali si rifiutarono di recensirlo e persino di accettarne la pubblicità. Gore Vidal ormai giovane scrittore praticamente finito, come racconta nella sua affascinante autobiografia, “Palinsesto”. Ma il ragazzo era troppo sicuro di sé per non essere tranquillo del suo avvenire. E infatti continuò a scrivere romanzi sempre anticonformisti e molto belli (come nel 1968, lo sconvolgente, allora, “Myra Breckinridge”, storia di u cambiamento di sesso), a inventare commedie per il teatro e la televisione, a fare l’attore, a tentare senza riuscirci una carriera politica nel partito democratico. E a divertirsi sfrenatamente. “Calcolavo, a 25 anni, di avere avuto più di mille incontri sessuali, non il primato mondiale (Jack Kennedy, Marlon Brando e Tennessee Williams, quasi miei coetanei, tenevano tutti il passo), ma niente male considerando che io non mi presi mai una malattia venerea come Jack e Marlon e non soffrii di gelosia come Tennessee”. Nella sua vita una sola esaltante passione, da adolescente, per un compagno di scuola, Jimmie Trimble (“Lui aveva l’occhio lungo dell’atleta-cacciatore, io quello miope del lettore-scrittore”), con cui faceva l’amore nei bagni del collegio, morto a diciannove anni in guerra. Nella miriade di incontri e brevi amori senza amore, una lunga relazione con la scriteriata scrittrice Anais Nin, più vecchia di lui di 22 anni, che nei suoi interminabili diari (35 mila pagine iniziate a 11 anni) gli dedica molti ricordi. Nelle sue memorie, Vidal la distrugge, con elegante leggerezza, definendo i suoi scritti “spudorate fesserie”. Vidal aveva molto amato il nonno materno, T.P. Gore, senatore democratico, cieco dalla nascita, e il padre, che con Charles Lindberg e Amelia Earhart aveva fondato tre compagnie aeree. Si era anche affezionato a un paio delle sue mogli e compagne, come la Earhart, ma aveva sempre detestato la bellissima e alcolizzata madre Nina, sempre a caccia di nuovi mariti. Attraverso questo disordine anagrafico e sentimentale. Vidal divenne quasi parente di Jacqueline Kennedy (figlia della moglie di Hughie Auchincloss, che era stato anche il marito della mamma di Gore, da cui aveva avuto una figlia, sorellastra di Gore, per dire il caos). A Jacqueline e a suo marito Jack, Gore Vidal dedica le pagine più sorprendenti, talvolta affettuose talvolta crudeli. Come quando descrive lei, i giorno delle nozze della comune sorellastra Nini (un’anomalia, dice, perché arrivava a 19 anni vergine al matrimonio) nel giugno del 1957, mentre insegna in bagno alla sposa come docciarsi dopo il sesso, o come quando con estrema disinvoltura racconta degli amori sfrenati di lui per le attrici di Hollywood e della passione di lei per il denaro. oggi Gore Vidal ha 74 anni, vive da tempo a Ravello con il compagno di 40 anni, Haward Austen, alla Rondinaia, una magnifica casa profumata di fiori a picco sul mare, dove andava a trovarlo Jacqueline e dove chiese di essere invitata Hillary Clinton, quando nel 1994, presidente Berlusconi, ci fu a Napoli l’incontro dei Sette Grandi e la First Lady americana preferì incontrare lo scrittore piuttosto che andare a fare shopping con la First Lady italiana.

 

Natalia Aspesi, LA REPUBBLICA

 

Vidal sesso e vendette

Gli amori sfrenati di Marlon Brando. Le storie gay di Gisberg, Kerouac e Burroughs. La saga dei Kennedy Arriva in Italia il libro-scandalo dell’autore americano

Gore Vidal finì di scrivere Palinsesto, le memorie dei suoi primi 39 anni di vita, a 69 anni. Il libro uscì nei paesi anglosassoni nel 1995, con un po’ di scandalo e grandi apprezzamenti, e adesso, cinque anni dopo, viene pubblicato in Italia (Fazi, pagg. 494, lire 35.000, traduzione di Maurizio Bartocci, molte affascinanti fotografie). Meno male perché quello che lui alla fine chiama “non la storia di fantasmi che temevo di scrivere, ma una storia d’amore dalla forma circolare come il desiderio (e il suo inseguimento), che termina con tutti noi, alla fine, all’ombra di un faggio rosso”, è un irresistibile romanzo vero come possono essere veri i ricordi di uno scrittore geniale che usa la memoria e le parole con grande crudeltà, praticando vendette quasi tutte postume (le memorie degli anziani, adesso Vidal ha 74 anni, sono sempre dei cimiteri), con una spietatezza che sgretola le massime icone della letteratura e della politica soprattutto americana, degli anni in cui anche da noi si era incantati, offuscati, da quella letteratura e da quella politica. Il primo approccio può essere sbrigativo, consultando le venti pagine dell’indice dei nomi, tutti famosi. Per esempio: Marlon Brando: “Da giovane aveva rapporti ogni giorno con una ragazza diversa, tanto che aveva due abortisti alle sue dipendenze che si occupavano dei risultati della sua attività, il sesso sicuro non faceva per nessuno di noi a quei tempi”. Anais Nin: coetanea di sua madre, lui la conobbe a vent’anni e con lei abborracciò una specie di lunga affettuosa relazione, diventando uno dei tanti protagonisti dei suoi sterminati diari. E lui così la ripaga: “Alla fine il diario si rivelò come la menzogna più grande di tutte, poiché lei costantemente risistemava gli scenari della sua vita per accomodare ciò che i vecchi stalinisti chiamavano nuove necessità”. Truman Capote: l’odio di Vidal per i bugiardi, e soprattutto per gli inventori di nefasti pettegolezzi sessuali, si estende anche al da lui disprezzato collega, bugiardo per sete di notorietà, per poter strappare qualche invito in quella che allora si chiamava, con un po’ di snobismo, cafè society: “Truman era sorprendentemente ingenuo. Scambiava per classe dirigente i ricchi che amano la pubblicità, e tra loro si metteva a suo agio, solo per scoprire dopo che, per loro, lui non era altro che un divertente tesoruccio di cui si poteva fare a meno, come accadde quando pubblicò dei pettegolezzi scandalosi sul loro conto”. La ferocia di Vidal si estende, con qualche sprazzo di tenerezza e persino di ammirazione, alla famiglia Kennedy a cui, per il bizzarro intrecciarsi di matrimoni, era in qualche modo imparentato. L’odiata madre Nina, bellissima, alcolizzata, dissoluta, disperata, aveva sposato in seconde nozze, (ci sarebbe stato un terzo matrimonio), un miliardario, Hughdie Auchincloss, di carattere amabile e di erezioni difficili, che poi aveva sposato un’altra cacciatrice di miliardari, Janet Lee Bouvier, madre di Jacqueline destinata a sposare John Kennedy. Così lei e Gore avevano in comune un patrigno e cinque tra sorellastre e fratellastri e tra loro si era stabilita un’affettuosa amicizia. Fino a quando il loro rapporto, che aveva avuto persino momenti di brividi erotici, si spezzò per l’antipatia, ricambiata, che lo scrittore provava per Robert Kennedy, a causa del suo passato vicino a Joe McCarthy, il famigerato “senatore canaglia” della caccia alle streghe, e per aver tentato inutilmente di far ammazzare Fidel Castro. Arrivò al punto di far parte di un comitato di democratici che in odio a Bob sostenne, con un milione e settecentomila voti, il rivale candidato repubblicano per lo stato di New York alle elezioni per il Congresso del 1964. Secondo Vidal, Jacqueline era innamorata del cognato Bob, “l’incontinente riproduttore” di undici figli, con “un cuore sanguinante di Gesù in ogni stanza” e con “impulsi omosessuali che, come mi disse una volta Nureyev, si rivelarono molto evidenti in più di un’occasione quando erano insieme”. La prima apparizione in Palinsesto della giovane, affascinante Jacqueline, che poi secondo Vidal si sarebbe rivelata una malinconica cacciatrice di denaro e pubblicità, è nel 1957, al matrimonio della comune sorellastra Nini; in un bagno della solenne magione del patrigno, in Virginia, si ritrovano le amiche e Jackie “si sollevò il vestito e mostrò all’innocente Nini come docciarsi dopo aver fatto sesso, con un piede nella vasca e l’altro nel pavimento. Anche se a quei tempi il bidet si conosceva già, nessuna casa ce l’aveva”. William Burroughs chiede in una lettera a Jack Kerouac se Vidal è frocio e la risposta è fermamente sì: nel mondo dei famosi in cui l’autore del geniale Myra Breckinridge e dello storico Burr ha vissuto, pare che lo fossero tutti, stabilmente o fuggevolmente. Lo è Burroughs, grande inseguitore di donne (e una l’ammazzerà) ma infatuato di Allen Ginsberg, lo è Jack Kerouac, che è innamorato di Neal Cassidy e di svariate donne e va a letto almeno una volta con Vidal. Pare che siano tutti gay i ragazzini dell’aristocratica scuola che il giovinetto Gore frequenta, e uno di loro diventerà il solo unico amore della sua vita. Paiono ovviamente gay i commilitoni del periodo di guerra nei marines, sono gay gli scrittori e gli artisti suoi amici o nemici, Paul Bowles e Tennessee Williams, E.M.Forster e James Baldwin, Christopher Isherwood e Truman Capote, Jean Cocteau e Allen Ginsberg che però vuole guarire e va dallo psicanalista, il regista Nicolas Ray che si accompagna all’attore adolescente Sal Mineo, il compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein e chiunque conti tra gli Anni 50 e 60. Vidal è un cacciatore scatenato di corpi, ma non il solo in quegli anni molto più sessualmente brillanti e avventurosi dei nostri: “Calcolavo, a 25 anni, di aver avuto più di mille incontri sessuali, non un primato mondiale (Jack Kennedy, Marlon Brando e Tennessee Williams, quasi miei coetanei, tenevano tutti il passo), ma niente male considerando che io non mi presi mai una malattia venerea come Jack e Brando e non soffrii mai di gelosia come Tennessee”. Nel sesso, Vidal ha alcuni principi: mai con gli scrittori, (tranne una volta, con Kerouac, ma causa ubriachezza), mai con gli amici, mai preoccuparsi di dare piacere agli altri ma ottenerne per sé il massimo, mai innamorarsi. Eppure vive armoniosamente da 50 anni, tra una magnifica villa a Ravello e un appartamento a Roma, con l’amico Howard Austen (che si chiamava Auster, cognome ebreo che gli impediva, negli Anni 50, di essere accettato nelle agenzie di pubblicità. Gli bastò cambiare l’ultima consonante per trovare subito lavoro); a chi gli chiede quale è il segreto di una così lunga relazione, lui risponde lapidario “No sex”. Eppure la sua vita è stata tutta segnata dalla passione adolescenziale per un compagno di scuola, Jimmie Trimble, morto in guerra, nel 1944, a 19 anni a Ivo Jima. E lui lo piangerà sino alla fine dei suoi giorni, perché “ci siamo spinti ben oltre il sesso e l’erotismo, toccando le sponde più tempestose dell’amore, e il naufragio”. Nel 1948, pochi anni dopo la morte di Jimmie, Vidal scrisse il suo secondo romanzo, The city and the pillar, ripubblicato recentemente in Italia col titolo La statua di sale. Vidal aveva 22 anni, era un ragazzo molto carino ed elegante, con un ciuffo di capelli ritto sulla fronte, e sapeva benissimo il rischio che correva, raccontando una storia omosessuale di ispirazione autobiografica: “Per vent’anni e più venni regolarmente attaccato per non aver sufficientemente adorato l’altare della Famiglia”. I recensori del New York Times, di Time e Newsweek giurarono che mai più avrebbero letto un suo libro e non nominarono nessuno dei suoi sette romanzi successivi, la pubblicità venne rifiutata quasi ovunque, e il suo nome venne tolto dalla storia della letteratura americana. Così senza un soldo, come tanti che da bambini erano stati allevati nella ricchezza, compresa Jacqueline Kennedy prima del matrimonio, “sono stato costretto a fare televisione, cinema, teatro e scrivere saggi”. Con grande successo, drammi televisivi che allora venivano recitati in diretta, come Visit to a small planet diventato poi un film a lui odioso con Jerry Lewis, sceneggiature di film importanti come Ben Hur, con un Charlton Heston che possedeva “il fascino di un indiano di legno”, Improvvisamente l’estate scorsa con una Elizabeth Taylor “al massimo della sua sensualità”. A parte il perduto amore adolescenziale, che l’ha reso refrattario ad altri amori, ci sono state altre figure chiave nella vita di Gore Vidal. T.P. Gore, il nonno materno cieco dall’infanzia e da lui adorato, che fu il primo senatore democratico del nuovo stato dell’Oklahoma (Al Gore, attuale vice presidente e aspirante presidente è un suo lontano cugino poco stimato), il padre, Eugene Vidal che con Lindbergh e Amelia Earhart (che il piccolo Gore avrebbe voluto come seconda madre) fondò le prime compagnie aeree compresa la Twa diventando poi il direttore del dipartimento del commercio aereo sotto la presidenza di Franklin D. Roosvelt. E soprattutto John Kennedy, più vecchio di lui di nove anni, una specie di suo alter ego e rivale, che malgrado la tragica fine (secondo Vidal ad ucciderlo fu sicuramente la mafia) ebbe in politica quel successo, quell’aura di trionfale carisma cui lo scrittore aveva aspirato, cercando di farsi eleggere senatore dei democratici e poi addirittura presidente degli Stati Uniti, senza riuscirci. Sia prima che dopo l’elezione di Kennedy nel 1960, i loro incontri erano frequenti. “Mi affascinava sempre. Tuttavia politicamente lo consideravo poco importante, dato che praticamente era ciò che sarebbe stato il protetto tranquillo figlio di un ricco uomo di destra… Sospetto che l’unica divergenza sarebbe stata il mio odio crescente verso l’impero e il suo amore incondizionato per esso. Quando fu il momento, volle che vincessimo la guerra fredda con una guerra calda. Credo che già allora sospettassi che la guerra fredda era una frode”. Quel giorno, c’era anche “the Glorious Bird”, come Vidal chiama Tennessee Williams. Incantato dal fascino del futuro presidente, disse “Guarda quel culo”. E Jack ridacchiando disse: “Questo è molto eccitante”.

 

Mirella Serri, LA STAMPA

Esce “Palinsesto”, prima parte dell’autobiografia: con l’America più famosa spiata dal buco della serratura

Vidal, sesso bugie e cattiverie

Miti messi a nudo, dalla Nin alla Kennedy

Ecco, ragazze, si fa così: Jackie Kennedy solleva il vaporoso abito da damigella d’onore, tutto organza e volant, si toglie l’ampio cappello alla Maria Stuarda e lo posa sulle ceramiche bianche del bagno. Alza una gamba tra lo sfarfallio delle sottogonne – è la moda degli Anni Cinquanta – e posa il piede sul bordo della vasca per far vedere alla sua sorellastra e novella sposa come si fa a fare le abluzioni dopo aver fatto sesso. Chi c’è a spiare dietro la porta della toilette? Lo scrittore Gore Vidal che, nella villa di Merrywood dove si festeggiano le nozze, è di casa. Occhiate indiscrete, immagini rubate dal buco della serratura: Vidal i suoi personaggi li osserva da un’angolatura speciale nella splendida autobiografia Palinsesto che uscirà a giorni da Fazi editore. Lo scrittore americano, che ha scelto come paese d’elezione l’Italia, ha cominciato a scriverla a Ravello, dove vive, nel ‘93 e l’ha terminata nel ‘96. Nato nel ‘25 il famoso autore di Myra Breckinridge, Lincoln, Washington D.C vi racconta i suoi primi quarant’anni. Lo scrittore fluviale di romanzi storici, fantascienza, saggi, teatro, cinema e televisione passa sul filo del suo acuminato rasoio vizi e virtù di mezza Europa e d’America, da New York a Washington a Hollywood. Sono belli e dannati i personaggi nobilitati dalla eccezionale prosa di Vidal e messi in luce nelle loro debolezze (soprattutto sessuali) nel gusto per l’intrigo, per la menzogna. Sulla passerella dei ricordi sfilano, tra gli altri, Eleanor Roosevelt, Christopher Isherwood, Truman Capote, Tennessee Williams, Paul Bowles, Paul Newman, William Wyler, Anaïs Nin, la principessa Margaret, i Clinton. Freddo, ironico Gore non risparmia nessuno. Nemmeno suo padre e sua madre. Eccoli in treno durante il viaggio di nozze. Eugene Vidal allenatore di football a West Point confida alla neoconsorte Nina : «C’è una cosa che devi sapere». E lei pensa: «Ora dirà che mi ama». E lui: «Ho tre palle!». «Era in tutti i testi di medicina», commenta Gore. Ma il piccolo Vidal, futuro narratore de La statua di sale, uno dei romanzi omosessuali più crudi, che sconvolse l’opinione pubblica americana, non si sentì baciato dagli dei per il fatto di essere figlio di un uomo così superdotato: poco più che adolescente scappa di casa, si arruola nei marines per sfuggire alla mamma, attaccata più alla bottiglia che alla famiglia. Nina poi divorzia da Gene e sposa il miliardario Hugh Dudley (detto Hughdie) Auchincloss che, successivamente convola a nozze con Janet Lee Bouvier, madre di Jackie, separata da un affascinante signore alcolizzato. Gore, dunque, con Jacqueline Kennedy condividerà non solo la repulsione per i genitori alcolisti ma anche quella per il goffo (e impotente) patrigno, Hughdie. Il disprezzo di Vidal per la madre è fortissimo. Da quel risentimento, che non lo abbandona nemmeno dopo la morte di Nina, hanno origine le peripezie del ragazzino sempre solo e abbandonato, che passa di college in college, che cambia il proprio nome per adottare quello di suo nonno, il senatore cieco Gore. Quando è un giovanotto incontrerà una sostituta mamma. Ma, entrambi scrittori, si fanno a pezzi. Anaïs Nin è impietosa quando lui pubblica il primo libro e lui la ricambia: «Anaïs apparteneva alla scuola della letteratura per signora». Questo primo incontro è una specie di prova generale di quello che aspetta Vidal nei salotti letterari e negli ambienti politici (tenterà anche l’avventura elettorale). Lo scrittore Charles Henry Ford trovandolo troppo attraente per essere un intellettuale, cerca di stroncargli la carriera: «Lei non può essere certo un bravo scrittore, visto che ha delle gambe così belle». Compagno di serate gaudenti, durante le quali si spartiscono i favori di qualche nerboruto macho, è Tennessee Williams. Ma, quando si tratta di letteratura, il celebre autore di un Tram chiamato desiderio affila il coltello. Se Vidal si mette a scrivere anche lui di teatro tenta di distoglierlo dall’arduo compito: «Tesoruccio, la carriera del commediografo è breve. C’è sempre uno nuovo a rubarti il posto». Truman Capote è per Gore un magnifico venditore di bufale. E l’austero E. M. Forster come appare in società? «Grigio, grigio-tweed. Viso e zampe». Compassato, all’apparenza, ma pazzo per un poliziotto sposato. E Evelyn Waugh? «Un arrampicatore sociale beone, che scrisse romanzi di scarso interesse». E il «mitico» Paul Bowles? «Quando lo incontrai alla proiezione de Il te nel deserto, il suo viso pareva una duna di sabbia spazzata via dal vento…». Sarà forse per questi rapporti non certo idilliaci che Vidal non si è mai innamorato di uno scrittore e che ha preferito ragazzi fuori del giro letterario. «Io ero ciò che si chiamava “trade”, cioè non facevo nulla – almeno deliberatamente – per dare piacere all’altro. Quando ero troppo vecchio per queste attenzioni da parte dei giovani, pagavo allegramente». Unica eccezione è un rapido incontro con Jack Kerouac alle prime armi, che ancora non aveva scritto On the road. Entrando in sua compagnia in un alberghetto Gore comunicò all’impiegato che il suo registro degli ospiti sarebbe diventato famoso. Quando frequenta i Kennedy una cosa lo accomuna al senatore John, oltre la passione per Federico Fellini: sia il futuro presidente che Vidal adorano la promiscuità, l’uno in ambito gay l’altro in quello etero. Entrambi hanno avuto circa mille partner sessuali diversi. Gore, però, ha avuto anche un grande amore, per un giovane Apollo biondo trafitto da una baionetta giapponese in un’isola del Pacifico, mentre JFK, come confidò a una comune amica, l’amore non l’ha mai conosciuto. Questa prima tranche dell’autobiografia di Vidal è temibile per le sue stilettate. Eppure anche i suoi veleni sono ambiti. Hillary Clinton, per esempio, è una sua estimatrice, in Italia non ha trascurato di andare a Ravello a visitare il narratore. E lui si prepara il terreno per i suoi secondi quarant’anni e con tono soave annota: «Paul Newman ha appena telefonato… propone di cenare con i Clinton. Siccome con loro non ci parla nessun altro ci andremo».

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
Palinsesto
Collana:
Numero Collana:
33
Pagine:
496
Codice isbn:
9788881121342
Prezzo in libreria:
€ 18,00
Data Pubblicazione:
14-12-2000

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