Wilkie Collins

La veste nera

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Traduzione di Andreina Lombardi Bom

Con toni magistrali, quasi gotici a tratti, Wilkie Collins delinea i personaggi di quello che è stato e ha in serbo per il lettore sorprese e colpi di scena che nulla hanno da invidiare alla più pura narrativa di suspense. Lewis Romayne sembra avere tutto per essere felice: giovane, di bell’aspetto, agiato, conduce una tranquilla vita di studioso nella sua splendida residenza di campagna, Vange Abbey. Ma un avvenimento funesto tronca bruscamente la sua serenità: durante un viaggio in Francia, l’uccisione di un uomo in duello porta con sé un carico di oscuri rimorsi che, dopo un lungo e tormentato periodo di solitudine, solo il sorriso della dolce Stella Eyrecourt sembra in grado di allontanare. Ma le vicissitudini di Romayne non sono terminate, perché nella sua vita s’insinua l’ombra nera del padre gesuita Benwell; questi ha stabilito che Vange Abbey debba tornare proprietà ecclesiastica ed è disposto a non indietreggiare davanti a nulla per fare sì che Romayne si abbandoni, come fervente catecumeno, tra le braccia della Chiesa cattolica. Ha inizio così una disperata contesa senza esclusione di colpi, la cui posta è l’anima di Lewis Romayne, e forse la sua stessa vita.

LA VESTE NERA – RECENSIONI

Annabella D’Avino, IL MESSAGGERO
– 05/02/2004

 

Wilkie Collins: ma quanta suspense senza sangue

 

L’unica morte violenta è all’inizio. Lewis Romayne, ricco, avvenente, fragile di nervi, propenso a una malinconia depressiva, coinvolto suo malgrado in un duello, uccide un uomo senza neanche mirare con la pistola e si lascia andare a un senso di colpa distruttivo. La bellissima Stella, dolce eppure determinata, fervente protestante, decide di salvarlo ma deve ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi con padre Benwell, gesuita abile e astutissimo: lei vuole il cuore di Romayne, lui l’anima. O meglio la sua proprietà, confiscata alla Chiesa da Enrico VIII, da riottenere attraverso una conversione al cattolicesimo.
Con questi elementi, senza più spargere una goccia di sangue, mescolando nobili, servitù, un maggiore dell’esercito, un ex fidanzato ancora devoto, un ragazzo ritardato, una suocera divertente nel suo snobismo mondano, il londinese William Wilkie Collins (1824-1899), maestro della “sensation novel”, considerato il padre del genere poliziesco, costruisce con La veste nera un racconto pieno di suspense che si legge d’un fiato.
I suoi romanzi (fra cui Basil, La Legge e la Signora, Il fiume della colpa) furono pubblicati a puntate sulle riviste dirette dall’amico Charles Dickens, che lo stimava tanto da esserne influenzato. E sono veramente godibili le atmosfere narrative fra il gotico e il grottesco, il raffinato linguaggio ottocentescoironicamente romantico, la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi.

“La veste nera” di William Wilkie Collins
Fazi Editore, 336 pagine, 17,50 euro

Renzo S. Crivelli, IL SOLE 24 ORE
– 09/11/2003

 

La vendetta di Padre Benwell, temibile gesuita.

 

Nell’Inghilterra vittoriana, il giovane aristocratico Lewis Romayne vive quietamente a Vange Abbey circondato dai suoi libri. Ma la notizia della grave malattia della zia, Lady Berrick, bloccata a Boulogne, lo distoglie dalle tranquille cure intellettuali per imporgli un soggiorno in Francia, al capezzale della donna. In quelle settimane di inattività Romayne è quasi inspiegabilmente coinvolto in un duello, che si conclude con il ferimento mortale del suo avversario, un giovane francese ricco solo di onore e di altruismo.
Questa uccisione, del tutto involontaria, segna la vita Romayne, inducendo in lui un senso di colpa che intacca progressivamente la sua mente debole e solitaria, fino al punto in cui, sulla soglia di un’ossessione debilitante (sente continuamente una voce che lo accusa), cade nella sottile trappola tesagli da un prete astuto e diabolico. Di che si tratta? Romayne, oltre alla colpa di aver accettato quel tragico duello, ne possiede un’altra, di cui non è certo consapevole: occupa la storica residenza di campagna che un tempo, in quanto sede d’un monastero gesuitico, appartenne alla Chiesa cattolica. Vange Abbey, infatti, come molte altre proprietà ecclesiastiche “papiste”, venne incamerato da Enrico VII e sin da allora Roma non ha avuto modo di rientrarne in possesso.
Ed ecco che, come un agente segreto incaricato di recuperare un tesoro trafugato, entra in scena padre Benwell, protagonista della Veste nera, uno dei romanzi più accattivanti di Wilkie Collins, nato a Londra nel 1824. Padre Benwell è una delle figure più perverse della narrativa ottocentesca, descritto nella sua lucidissima intelligenza come una sorta di “vendicatore” dei soprusi del protestantesimo, con l’assoluta fedeltà alla Compagnia del Gesù, che in lui ha uno dei più abili tessitori di trame e un teorizzatore irreprensibile della supremazia storica e culturale della Chiesa Cattolica.
Collins è uno scrittore non più notissimo in Italia (ebbe solo uno sprazzo di fama nel ventennio 1870-90), amico e ispiratore, per certi versi, del Dickens del Mistero di Edwin Drood, nonché collaboratore del famoso periodico “Households Words”, su cui comparve, tra l’altro, l’inquietante racconto La maschera gialla. Ma negli ultimi anni le nuove traduzioni di sue opere (tutte edite da Fazi), hanno ridestato un interesse da parte della critica e del pubblico per uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Romanzo di sensazione”, antesignano della Detective-story, in un ideale congiungimento con Casa desolata di Dickens, il Segreto di Lady Audly di Mary Elizabeth Braddon e il Conan Doyle di Sherlock Holmes.
La veste nera è molto più d’una storia “anti-papista” nell’Inghilterra del secondo Ottocento che guardava a Roma come alla fonte della corruzione e dell’intrigo; piuttosto, è un romanzo d’introspezione in cui viene rappresentato, con una efficacia emotiva travolgente, il tortuoso percorso del sospetto, che le sotterranee inferenze di padre Benwell (peraltro controbilanciato dalla figura adamantina e toccante di padre Penrose, che finisce missionario nell’America dei pionieri) insinuano nella mente del malleabile Romayne: illazioni che lo porteranno ad abbandonare la moglie Stella per farsi prete e donare Vange Abbey alla Chiesa. Un disegno, peraltro, sventato all’ultimo minuto. Ma non diciamo di più, proprio per salvaguardare lo spirito di questa detective-story ante-litteram.

Federico Chiara, VOGUE ITALIA
– 11/03/2003

 

La veste nera

 

I romanzi “finto” vittoriani (Wilkie Collins di cui Fazi ha tradotto per la prima volta e pubblicato “La veste nera”) indulgono compiaciuti in descrizioni – particolari anatomici, relazioni scabrose, dettagli splatter d’efferati omicidi, disastrose condizioni igieniche – che i “veri” vittoriani spesso tacevano. Il “lato b”, insomma. Collins, per esempio, nonostante l’approfondimento psicologico dei personaggi (un bellissimo gentiluomo di campagna, la sua giovane moglie, un pericoloso gesuita) e la suspense perfetta, narra una lotta – quella per il possesso della residenza di Vange Abbey – in cui i principi morali, pur messi a dura prova, devono trionfare.

Sebastiano Triulzi, ALIAS – SUPPLEM. DE IL MANIFESTO
– 04/10/2003

 

Wilkie Collins, complot vittoriano

 

Ha scritto Peter Brooks in un libro dedicato al discorso narrativo che tra i vari significati attribuiti alla parola plot vi è anche quello di “piano, intrigo, macchinazione ordita per qualche fine”. Un significato che lo studioso americano considera derivato, per “contaminazione”, dal francese complot: “i romanzi dell’Ottocento intendono il plot proprio come complot: a metterli in movimento è spesso una trama che viene ordita per raggiungere un determinato obiettivo, una macchinazione del desiderio”. A questo concetto di macchinazione quale operazione mediata da molteplici e sequenziali epistemologie, quale miscuglio di voci narranti e punti di vista limitati – dove ogni prospettiva indica l’accendersi di un complotto e la verità è un semplice disegno soggettivo -, è riconducibile La veste nera (trad. di Andreina Lombardi Bom, pp. 344, 17,50 euro), sensational novel di Wilkie Collins, di cui Fazi va pubblicando già da qualche anno l’opera. A instradarci sul genere novel of sensation era stato Mario Praz, il quale aveva parlato del Collins come di uno scrittore che concentrava tutto l’interesse nell’elaborazione di un intreccio sensazionale, “destinato a tenere in sospeso il lettore con complicazioni d’un genere misterioso, spesso terrifico”. Pur rifacendosi alla tradizione del gotico femminile (Radcliffe, Wollstonecraft, Mary Shelley) o del romanzo nero della fine del Settecento (Lewis), Collins preferiva ambientare le proprie trame in quella società degli orrori che era per lui l’epoca vittoriana, attingendo a piene mani dalla cronaca dei giornali o dalla famosa raccolta di casi giudiziari di Maurice Mejean. L’attenzione tutta ottocentesca per la condizione febbrile dell’organismo, per l’anormalità dell’individuo, si traduce qui in vero e proprio melodramma, e non a caso T.S. Eliot ha definito Collins un puro “melodrammaturgo”: lo “end” è sempre un happy end, un approdo (erotico) a uno stato di quiete – e dunque non-raccontabile – dopo il quale non c’è che il ricordo. Con La veste nera ci troviamo di fronte, tuttavia, a un caso di vittorianesimo rientrato: la stessa struttura prismatica rintracciata da Franco Marucci, per cui l’espediente della molteplicità dei narratori non determina altro che un rifrangersi dei diversi punti di vista, è un mezzo per portare avanti discorsi antagonisti al potere; discorsi celati dal frequente uso dell’ironia. Far agire sulla scena i personaggi quasi fossero dei testimoni in un’aula giudiziaria (dove “ciascun anello separato viene a formare con gli altri una catena di prove irrefutabili”), e comporre la narrazione attraverso brani di diari, memorie, lettere – diretta interpolazione di quella scomposizione della totalità nelle sue parti propugnata dal Taine -, consentiva allo scrittore di toccare temi quali la condizione della donna nella società industriale, l’educazione vittoriana della gioventù inglese, finanche l’omosessualità (qui in un’amicizia che sembra molto più di una affinità elettiva). Mediante il metodo documentarista, poi, Collins prefigurava un luogo ideale dove tutti si scrivevano e si leggevano gli uni con gli altri; perfetto rispecchiamento dell’epoca del romanzo a puntate.

SCHEDA TECNICA

Autore:
Titolo:
La veste nera
Collana:
Numero Collana:
81
Pagine:
350
Codice isbn:
9788881124190
Prezzo in libreria:
€ 18,00
Codice isbn Epub:
9788864119595
Prezzo E-Book:
€ 4.99
Data Pubblicazione:
26-09-2003

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